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Full text of "I promessi sposi;"

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I PROMESSI SPOSI 

NELLF DUE EDIZIONI DEL 1840 E DEL 1825 RAFFRONTATE TRA LORO 



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PROMESSI SPOSI 



ALESSANDRO MANZONI 

NELLE DUE EDIZIONI DEL 1840 E DEL 1825 

RAFFRONTATE TRA LORO 

DAL PROF. RICCARDO FOLLI 



PRECEDE UNA LETTERA 

DI 

RUGGIERO BONGHI 



OTT-A.VA. EX>IZI03SrE 




MILANO 

LIBRERIA EDITRICE DOMENICO BRIÒLA 

Via della Sala, N. 4. 
1888. 



Per la presente edizione sono state adempite le prescrizioni volute 
dagli articoli 9 e 28 della legge 25 giugno 1865, N. 2337. 






Tipografia Fratelli Rechiedei, Via S, Pietro all'Orto, 16 



AL LETTORE. 



« . . . se, dopo aver saputo come andò la faccenda, il mio ca- 
rissimo e veneraiissimo Don Alfonso non avrà dimesso il pensiero 
di pubblicare l'intero confronto delle due versioni, con qualche sua 
nota, toccherà a lui a riflettere se gli convenga affrontare Vindiffe- 
renza del Pubblico per un argomento di questo genere. In quanto a 
me, non potrei se non provare Un'assoluta e sincerissima compiacenza 
d'aver dato l'occasione a un largo e circostanziato esperimento 
comparativo della virtù naturale d'un idioma; e, ciò che importa 
piti, dell'idioma che, per un complesso unico di circostanze, è, al 
m,io credere, l'unico mezzo che l'Italia abbia, se non per arrivare, 
almeno per accostarsi il piti che sia possibile, all'importantissimo e 
desideratissimo scopo dell'unità della lingua. » 

Queste ultime righe d'una lettera di Alessandro Manzoni a 
Alfonso Della Valle di Casanova (Milano, 30 marzo 1871), animarono 
anche me a preparare un confronto delle due versioni dei Promessi, 
nella speranza di compire un voto del grande scrittore, di non trovar 
l'indiiferenza accennata, e d'aiutare i giovani a ricavar dallo studi( 
sulle due edizioni quel profitto che è confessato grandissimo da 
quanti, nella scuola, ne han fatta la prova. 

Ma, come disporre il confronto? — Dovevo ordinare una serie 
di frasi, di vocaboli e di periodi mutati nell'edizion riveduta, e 
metterli di fronte alla prima? No, perchè avrei compilato una rac- 



•^olta di parole e modi errati; e lascio pensar con che vantaggio, 
per gli scolari specialmente, 1 quali, già si sa, ne' libri, all'utile non 
guradano troppo. — Ripubblicar forse intatta l'edizione del 1825 col 
riscontro delle parole aggiunte o corrette? Nemmeno perchè i^ 
lettore avrebbe dovuto ricompor da sé stesso i periodi. — O curare 
la stampa delle due edizioni, mettendo l'una contro l'altra, ma senza 
varietà ne' caratteri tipografici, come fece, per alcuni tratti del ro- 
manzo, l'egregio signor Luigi Morandi? Peggio; perchè non so 
quanti lettori sarebbero arrivati alla fine d'un volume. 

Credo perciò che le norme seguite in questo libro, se non sa- 
ranno le migliori, non possano parer le più incomode, e neppure le 
men profittevoli; perchè la fatica del confronto è già fatta; male, 
s'intende, ma è fatta; e il lettore, per saper se la parola appartenga 
alla prima edizione, o alla prima insieme e alla seconda, o alla se- 
conda soltanto, deve appena guardare- se il testo è stampato in ca- 
ratteri minuti, mezzani o più grossi. E cosi, chi vuol notar le parole, 
brava, l'una sull'altra, le due usate prima e poi dal Manzoni; chi 
i periodi, scorge le virgole più spiccate; chi le aggiunte, legge solo 
V caratteri più grossi; e chi le parole e le frasi della prima edizione, 
^erca appena lo stampato in caratteri minuti. E, se alcuno desidera 
scorrer di seguito la prima edizione, legge il carattere più piccolo^ 
aggiungendo il mezzano dove quello non si trovi, ma omette sempre 
la punteggiatura e le parole in caratteri grossi; se altri vuole il 
testo dell'edizion riveduta, legge di seguito lo stampato in carattere 
mezzano e più grosso, tralasciando affatto i caratteri piccoli. 

Del resto, paia o no anche questa disposizion del confronto 
atta a conseguire l'intento voluto, io confesso di non averne trovata 
un'altra migliore; avrò cura però, fin d'ora, che, in una nuove 
edizione del libro, la quale, per il bene de' giovani, oso creder pos« 
sibile, sian tolte le mende che mi verranno indicate, e corretti gU 
errori che la complicata esecuzion tipografica non fece rarissimi^ 
come avrei desiderato. 

Debbo inoltre avvertire, che, dove Manzoni cambiò una terza 
volta il suo .scritto, io posi, nel confronto, le parole della prima edi- 
zione e quelle dell'ultima correzione; e che, quando nella prima 
edizione mi si presentava in due maniere diverse una sola frase >> 
•in vocabolo solo, come : prooisione e provciaione, sceleraio e sceUe* 



rato, se e sé (sempre pronome), in somma e insomma, in vece « 
invece, in fatti e infatti, giovine e giovane, pover*uomo e poter 
uomo, sonHo e son io, ecc., corretti, il più delle volte, a un modo, 
trascrissi intatto quel che trovavo, per non toccar io ciò che Manzoni 
non aveva posto neìVerrata-corrige di nessuna edizione. 

Parendomi poi necessario premettere al libro qualche parola 
sulla questione della lingua italiana e sul perchè delle correzioni, 
credetti opportuno rivolgermi a chi, giudice competentissimo e 
amico dello stesso Manzoni, potesse dire, con autorevole e affettuosa 
parola, ciò che convenisse; e Ton. Bonghi, a cui appunto ricorsi, 
volle, con somma compiacenza, accogliere la mia preghiera, e in- 
viarmi l'importantissima lettera che trovasi più avanti. 

A chi, da ultimo, chiederà perchè al confronto io non abbia ag- 
giunto qualche nota, mentre alcune doveva averne TedizicHae curata 
dal signor Della Valle di Casanova, terminando come ho cominciato, 
. Tisponderò con parole ancora di Manzoni : « per due ragioni che il 
< lettore troverà certamente buone : la prima, che ... » il mio nome 
. non avrtbbe dato alcun valore ai commenti ; « la seconda, che di 
libri basta uno per volta, quando ...» ma nemmen qui è il caso 
di trascrivere intera la frase, perchè è da sperar che d'edizioni 
dei Prom£SSi, con o senza raffronto, non ce ne sian mai per 
esser d'avanzo. 



Ài I {ano, pennato 1877. 



a 9. 



ALESSANDRO MANZONI, 

LA LINGUA ITALIANA E LE SCUOLE. 



Belgirate, 25 settembre 1876. 
Gentilissimo Signore^ 

Un'edizione comparata dei Promessi Sposi, e il Manzoni curato, 
illustrato, usato per la prima volta a modo di un classico antico? 
Questo è il disegno suo, non solo pensato, ma eifettuato: e mi 
domanda, se a me paja, che il lavoro suo diligente ed amoroso 
possa riuscire di molta utilità alle scuole nostre e diventarvi un 
buono istrumento a ridare efficacia all'insegnamento, cosi negletto 
oramai ed incerto, dell'Italiano ? Ora, come può dubitare del parer 
mio? Da tutto quello che io sinora ho detto e scritto e fatto in 
cotesta materia dello studio della nostra lingua e letteratura, ap- 
pare molto chiaramente, spero, ^che io non solo credo utilissimo 
il suo disegno, ma piuttosto siffatto, che nessun altro potrebbe 
conferire meglio al fine ch'ella si propone. 

Il Manzoni era un uomo vero. Da nessun altro loco mi viene 
più gradito lo scrivere questo di lui, che da quello donde il caso 
vuole ch'io le risponda. Poiché appunto su questa spiaggia del 
lago Maggiore, dove sono da qualche giorno a dimora, in una mia 
casetta ch'egli mi vide costruire, io non solo lo conobbi, ma vissi 
molti mesi vicino a lui, e mi giovai, — assai poco pur troppo, 
per mio difetto, — del suo esempio e della sua conversazione. 
Egli passava i mesi di state nella villa di suo figliastro Stefano 
(Stampa a Belgirate, e veniva più volte la settimana a visitare il 



Rosmini a Stresa, presso il quale io érpO, e talora vi restava a 
dormire la sera. Non ho mai visto amicizia più sincera e rispet- 
tosa; né credo che si sia mai dato altrove l'esempio di due uomini 
di cosi grande ingegno tanto scrupolosi a farsi ciascuno piccolo 
dinanzi all'altro. I coUoquii non eran però, per questo mutuo ri- 
spetto, meno vivi riè ameni; poiché e il filosofo e sopratutto il 
poeta avevano la memoria ricca di fatti, e la mente aperta a qua- 
lunque studio. Quantunque ciascun dei due cercasse di prendere io 
stesso interesse nelle stesse cose, pure il Manzoni riusciva a sentire, 
per mo' d'esempio, il valore della filosofia del Kosmini, assai più 
zhe il Rosmini non riuscisse ad apprezzare il valore di alcune^ 
almeno, delle investigazioni letterarie del Manzoni; e nelle questioni 
storiche, sociali e politiche, i loro dissensi erano parecchi; nelle 
religiose, l'autorità del sacerdote vinceva assai facilmente l'animo 
d3l poeta, veracemente cristiano e cattolico. Però, si badi, che il 
Manzoni non era legato cosi dalla sua coscienza religiosa, che 
non si muovesse liberissimo nel campo di ogni studio e ricerca, 
e non definisse da sé quello, in cui spettava al suo intelletto 
d'adorare solo e tacere. Se v'ha cosa di cui mi pento — e ve n'ha 
pur troppo tante — é questa, di non essere corso, dopo sciolta 
la compagnia, ogni mattina, ogni sera, nella mia cameretta a 
scrivere quello che dal Manzoni avevo sentito dire e ragionare; 
poiché, se l'uomo appare grande per intensità di pensiero e per 
vigore di fantasia nei suoi scritti, solo nella conversazione di Ini 
8Ì toccava oofl mano la larghezza della sua coltura, e si vedeva 
da che ricca e nudrita vena quella limpida fonte era scaturita. 
Ogni di vengon meno quelli che l'hanno conosciuto; e, se v'ha 
uomo che non potrà esser ritratto bene se non da chi l'ha visto 
e molto, questi è lui. Non s'è mai ritrovata, credo, tanta novità 
di pensiero, tanta argutezza di parola, tanta varietà di considera- 
zioni, tanta malizia di osservazione, e tanta modestia e cortesia 
di tratto, in mezzo a tanta naturalezza e semplicità di abitu- 
dini e di contegno! Ah! Giorgini, tu sei il solo per le cui mani 
il Manzoni potrebbe rivivere, ed anche tu sei il solo per le cui 
mani non rivivrà, poiché Iddio non t'ha dato minore ingegno che 
voglia di non farne uso; il che vuol dire che t'ha dato ingegno 
infinito. 

Io solevo godere della conversazione del Manzoni più a lungo 
degli altri ; poiché era raro il caso che non l'accompagnassi a Lesa 
quando ci tornava, come pur soleva spesso, a piedi, nella sua 
Tecchiezza. rimasta sin quasi agli ultimi giorni verdissima. Per due 



XI 

strade si poteva fare la passeggiata: la vecchia, lontano dal lago 
lungo la costa della collina, quella per cui i Francesi sono discesi 
nella fine del secolo scorso, e l'altra, rasente il lago, che i Francesi 
hanno poi costruito nel primo decennio di questo. 

11 Manzoni sceglieva ora l'una ora l'altra; e non v'ha punto di 
ciascuna delle due, che non mi ripresenti l'immagine sua, ed una 
sua parola. Bicordo ancora quando, poco lontano da casa sua, 
andando l'un dinanzi e l'altro dietro per la strettezza e la mala 
condizione del sentiero, e ragionando di poetica, di Orazio, del 
BoUeau, dei moderni, egli mi concluse, che tutta la poetica 
consisteva nel pensarci su. Talora i villaggi che s'incontra- 
vano per via, e quelli che si vedevano dirimpetto, gli erano oc- 
casione di mostrare nei loro nomi la traccia della dimora dei Ko- 
mani, e di quella più antica dei Celti. Una od altra pianta lo traeva 
a ragionar di botanica e di agricoltura, alle quali aveva posto molta 
cura ed amore. Nel discorrere di letteratura andava guardingo: 
poiché aveva come sgomento dei giudizii suoi; tanto eran taglienti, 
e il più delle volte contrariissimi alle opinioni comuni. Io dico che si 
concordava con queste in assai pochi casi ; ed il complesso de' suoi 
.sentimenti gli avrebbe davvero meritato nome di rivoluzionario. 
Però, due erano i soggetti sui quali e' ritornava più spesso, e non 
era mai stanco di considerazioni e di fatti: la rivoluzione francese- 
e la lingua italiana. 

Ella vede, egregio signore, di quanto diletto mi sia il parlare dei 
Manzoni; e come, anzi, risicherei, lasciandomi portare dalla mia 
inclinazione, di trovarmi assai discosto dal soggetto che le preme. 
Pure, non le ho dette di lui e della fortuna ch'io m'ebbi, di stargli 
vicino da giovine, queste poche cose per vanità e per boria, bensì 
per provarle che ho qualche autorità ad affermare ciò che le ho 
scritto da principio, cioè, che il Manzoni era un uomo vero. 
Io l'ho sentito tale in ogni sua parola ed atto, pur vivendo con 
lui in una molto schietta e fida compagnia. Ma che vuol egli dire 
vero? Questo, nell'intendimento mio : che al Manzoni non usciva di 
bocca nessuna parola che non rispondesse al suo pensiero, amando 
di tacere piuttosto e di schivare d'esprimersi, anziché rischiare 
di dire qualcosa per poco diverso dall'intima mente sua; e di più 
— e questo è il meglio — ch'egli non aveva nessun pensiero che 
non fosse suo o per averlo trovato lui, o per esserselo, con un 
lungo lavoro, appropriato : e neanche nessun sentimento, delle cui 
origini, dei cui limiti, nella sua coscienza, egli non avesse ricercato If 
cause, ed approvato o corj'etto la misura. Era un uomo perspicuo 



Ili 

sé medesimo. Se v'ha cosa opposta alla natura di lui, è l'immagine che 
volgarmente ci formiamo della natura poetica. In lui, la virtù e i 
tratti del fantasma poetico nascevano dalla virtìi e dai tratti d'un 
pensiero profondamente riflesso. Una raziocinativa, che, lasciata a sé 
sola, avrebbe inaridito le fonti d'ogni invenzione, come aveva corretto 
i disordini d'ogni condotta, ed un'immaginativa, ch'era in grado, col- 
l'immediato intuito delle più peregrine relazioni tra le cose, di 
rivestirne ciascuna dei più nuovi colori, accoppiate miracolosa- 
mente insieme, formavano l'ingegno singolare dell'uomo. La rea- 
lità ch'egli dissecava senza rispetto, acquistava da questa analisi 
alla quale egli l'assoggettava, l'attitudine a ricomporsi nel suo 
spirito con un'efficacia nuova, e ad essere riprodotta dal suo stile 
con una simiglianza perfetta e che bastava, quindi, a sé stessa. 
Questa è quella che io chiamo verità dello scrittore, anzi dell'uomo; 
cioè, la perfetta coscienza della cosa da doversi dire, la quale ge- 
nera, per un effetto necessario, la intera conformità della parola 
col pensiero, e del pensiero colla realità che lo scrittore ha pene- 
trata tutta con una sua propria fatica, prima d'esprimerla. Il Man- 
zoni, non solo scrivendo non ha ripetuto nulla per averlo sentito 
o letto, ma anche parlando non l'ho mai udito a ripetere nulla, 
non l'ho mai sentito a dire nulla che non portasse una schiettissima, 
una singolare impronta di lui. L'uomo che distingueva meno sé da 
quelli con cui stava, era appunto il più diverso da essi. L'orma 
sua la stampava egli; e se per caso innanzi al suo passo ve ne 
fosse una che s'acconciava al suo piede, non per superbia, di cui 
non v'era ombra in lui, ma per necessità di natura, la cancellava 
per rifare la propria. 

In tempi come i nostri, nei quali la libertà universalmente ac- 
clamata e rispettata di dire ciascuno e pensare e scrivere a sua 
posta, ha scemato il gusto di pensare da sé quello che convenga 
credere ed affermare, ed aumentata fuor di misura la smania di 
ripetere, non so scrittore, il cui consorzio sia più utile alla mente 
del giovine, e più atto a rinvigorirla. Poiché il Manzoni non solo 
é scrittore sul significato preciso delle cui parole non v'è mai 
luogo a dubitare, ma la cui chiarezza appare l'effetto dell'aver visto 
ogni lato del sentimento che si vuol riprodurre, dell'atto che si 
Vuol raccontare, del luogo che si vuol descrivere ; non già dell'averne 
visto soltanto uno. Poiché son fallacemente chiari gli scrittori che 
paion tali alla prima perché dei molti tratti d'una figura ne segnano 
soltanto qualcuno; non sono veracemente ed utilmente chiari, 
se non quelli, che sono adatti a mostrarli tutti, e ricomporli, 



xni 

distinti e raccolti, avanti al lettore nell'unità loro. Che la chiarezza 
non è qualità che spetti all'espressione, separatamente dall'oggetto 
a cui questa si riferisce, come molti mostrano di credere, ma consiste 
invece, in una vera e perfetta corrispondenza dell'espressione coll'og- 
getto. In Manzoni, il giovine sente, che la cosa dev'essere inte- 
ramente saputa per essere chiaramente espressa: lo sente ad ogni 
tratto, e lo riconosce alla certezza dell'idea, che s'imprime, leggendo 
e rileggendo, nel suo spirito. E sente altresì che la cosa non è 
stata saputa, se non perchè un pensiero ostinato si è apphcato 
a rendersela nota, non s'illudendo d'aver raggiunto l'intento suo 
prima d'averlo raggiunto davvero. Sicché lo scrivere chiaro, egli 
vede che è per sé necessariamente uno scrivere colto; e non si 
consegue colla molta trascuraggine, e col lasciarsi trascinare 
da un presunto genio, bensì col molto studio, e con quel medi- 
tare, che, essendo tutto uno sforzo dell'ingegno proprio, l'avva- 
lora insieme e l'arricchisce. 

Sarebbe curioso il ricercare le relazioni della chiarezza coll'o- 
nestà dello scrittore ; e mostrare sin dove possono le qualità me- 
ramente letterarie di questo, diventare di per sé sole educative, 
non solo della mente, ma dell'animo del lettore e dello studioso. 
Io credo che quest'influenza possa esser molta. Mi persuado, che 
uno scrittor confuso o a cui manchi vigore nel determinare il suo 
pensiero, e nell'attagliarvi l'espressione, — e nel mio parere, in 
Italia abbiamo molti di scrittori siffatti, e ben pochi di quegli 
a' quali si possono attribuire le qualità contrarie — sia di pessimo 
effetto, non solo sulla coltura intellettuale, ma anche sulle dispo- 
sizioni morali di chi lo legge e lo studia. Come questa confusione 
nasce da una cotal vigliaccheria dello spirito dello scrittore, il 
quale schiva di guardare in viso l'oggetto, che pure egli stesso 
ha prescelto, e non osa di confessare a sé medesimo l'indolenza e 
l'esitazione propria, così genera un'eguale vigliaccheria in quelli 
che vanno a scuola da lui. Codesti scrittori fiacchi, pieni di mezze 
tinte, non richieste dalla qualità della loro materia, ma cagio- 
nate dall'impotenza o dalla svogliatezza a riconoscerne i colori 
proprii e distinti; nei cui libri ogni immagine passa avanti agli 
occhi dei lettori, come quelle riflesse dalla lente della lanterna ma- 
gica su un lenzuolo bianco, sfumata ciascuna ne' contorni e mai 
distinta dalla sua vicina; che appaiono di essere stati sopraffatti 
dall'oggetto che s'eran proposto, anziché vincerlo essi e sopraf- 
farlo — cotesti scrittori che si danno aria di essere troppo più 
in su delle cose die voghon dire per abbassarsi a pensarle tutte. 



XIV 

e che schifano di dire nessuna cosa con tanta precisione che non 
(a si possa confondere anche colla più opposta, devono esercitare 
an' azione deleteria davvero sul carattere giovanile. Noi ne abbiamo, 
jo ripeto, non solo molti, ma troppi. Il Manzoni è appunto il con- 
trario. Egli è diventato proprietario davvero legittimo della ma- 
teria sua; poiché il suo diritto si fonda sul lavoro che v'ha 
fatto intorno, e col quale l'ha trasformata, base inconcussa d'ogni 
diritto di proprietà, anche secondo gli scrittori più scrupolosi e 
rigidi. E questo lavoro è stato tanto, che la forma nuova è diven- 
tata come naturale e primigenia essa stessa. Lo scrittore nasconde 
sé; ma la cosa che vuol dire si vede tutta. Né ha commesso egli 
stesso nessuna vigliaccheria nell'affrontarla, né avendola com- 
messa, la vuole abbuiare a sé od altrui. 

Muove da questa stessa radice la correzione ch'egli imprese a 
fare e condusse del romanzo suo quanto a stile ed a lingua. Il 
«aso, credo, sia unico. Un autore, che, dopo dieci e più anni, ri- 
prende in mano un suo libro già celebre, ch'era parso un mira- 
colo di felice dicitura alla molto gran maggioranza de' suoi con- 
cittadini, e si mette, con grandissima cura e fatica, a ristudiarne 
le parole e le frasi, per mutare quelle usate da lui, non già nel 
modo che alla piccola minoranza degli scontenti sarebbe piaciuto, 
ma appunto come a questa sarebbe dispiaciuto di più, mostra, tra 
altre doti, questa principalissima, di aver potuto formare da sé 
solo l'opinione sua, tra le molte contraddizioni che sente susurrare 
intorno a sé, e, una volta formata, averle saputo dare l'effettivo 
governo di sé medesimo. Chi rilegge gli scritti del Manzoni sulla 
questione della lingua, la lettera al Carena, quella ad Alfonso Ca- 
sanova ed a me, la Eelazione al Broglio e l'appendice a questa, 
vedrà assai facilmente, che in quella scomunicata, derisa^ coni' 
patita opinione che la lingua italiana è in Firenze^ come la lingua 
latina era in Boma^ come la francese è in Parigi^ egli era venuto 
per due vie: l'una l'esperienza sua, assai più larga di quella di 
qualunque scrittore italiano da più secoli in qua; l'altra, un cotale 
intimo e fermo sentimento dell'unità nazionale dell'Italia, di cui egli 
augurava l'unità politica già da' primi anni suoi, reputando questa 
non solo la più vera e compiuta soluzione, ma anche la più facile 
fra tutte, delle difficoltà e dei mah inerenti alla sua divisione in 
più Stati, sia che si considerassero questi l'uno rispetto all'altro, sia 
tutti insieme rispetto agli Stati forestieri; sicché, a chi — il Eo- 
smini talora -— l'accusava d'utopia, egli finiva col rispondere: 
Utopia quanto vuole; ^tio, ad gqni vmdQ utopia bella^ dove le altre 



XT 

sono utopie e trutte. Ora a lui pareva, che se l'Italia non fosso 
rimasta da cosi gran tempo dilacerata in più brani, la questione 
della lingua si sarebbe risoluta da sé assai prima, e che il risol- 
verla infine ora, almeno teoricamente, sarebbe stato un buono 
avviamento all'unità politica della nazione. Questa relazione poli- 
tica della questione della lingua egli non l'ha davvero espressa 
esplicitamente mai, né per iscritto né a voce; ma in lui v'era, 
tra altre proprietà, questa ; certe cose di sottintenderle, di accen- 
narle sempre, e di non dirle a dirittura mai. Però, cosi da' suoi 
idiscorsi come da' suoi scritti traspare assai chiaramente, ch'egli 
•vedesse questa relazione, e fosse anche mosso da essa a dire e 
pensare come ha fatto. 

In verità, il fatto è succeduto così, che le due questioni del- 
l'unità politica della nazione, e dell'unità della lingua, si son ri- 
solute insieme. Come risolute, dirà ella? Ma non sente quanti con- 
tradditori ha tutt' ora l'opinione del Manzoni ? — Oibò ; non si 
lasci stordire. Queste contraddizioni si vanno spegnendo ogni 
giorno da sé ; e a' sostenitori di esse é venuta tanto fioca la voce, 
che si pena a sentirla. 11 fatto é, che la dottrina del Manzoni, 
che la lingua si fondi essenzialmente sopra un wso, e che que- 
st'uso deva essere quello d'una città, i cui abitanti trovandosi ti-., 
di loro in tutte le relazioni abituali tra gli abitanti delle altre 
città della stessa nazione, hanno avuto il bisogno non solo di for- 
inirsi di parole e di locuzioni atte ad esprimerle, ma di non averna 
di soUto più d'una per ciascuna cosa o sentimento da dire o da 
indicare, questa dottrina, dico, già dimostrata da lui con quel co- 
raggio del pensiero preciso, che, come accennavo più su, é cosi 
tiitto suo, ha avuto coi fatti ed ha ogni giorno la miglior riprova 
che possa avere una dottrina qual sia, cioè questa, che cercane 
di conformarvisi anche quelli che la negano, nell'atto stesso che la 
negano. Io metto pegno, che se ad un autore, il quale stia scri- 
vendo un libro contro essa, un amico sotto i cui occhi cada um 
qualche pagina del suo manoscritto, dicesse, senz'esser sentito à.-ó\ 
ulcuno : — Bada ; questa locuzione non é fiorentina ; e in Firenze 
fj'usa invece dire cosi, — l'autore farebbe si in palese, un'alzata 
di spalle, come per dire che non gliene importa nulla, ma di na- 
scosto, dopo qualche giorno, surrogherebbe senza dubbio la lo- 
cuzione certamente fiorentina a quella usata prima da lui. Il non 
conformarsi praticamente alla dottrina del Manzoni può essere 
efietto di ignoranza, ma non più eifetto di volontà. Se il Giorgini 
e ili Brogho finissero quel Vocabolario deWuso fiorentino a cui 



XVI 

per desiderio e consiglio del Manzoni fu posto mano, esso si sur- 
rogherebbe, senza sforzo e fatica, a tutti gli altri ; ed anche oggi 
non corrono per le mani degli Italiani, se non vocabolarii, i quali 
pretendono d'avere non altro che registrato quell'uso, più o meno 
imperfettamente che ci siano riusciti. E la ragione è questa, che 
il complesso degli scrittori italiani va acquistando tutto insieme 
quella larga esperienza che io dicevo essere una delle principali 
"ragioni, onde il Manzoni era stato tratto nella sua opinione ; e intendo 
dire, l'esperienza d'una larga copia di oggetti da indicare, di ri- 
flessioni da fare, di sentimenti da esprimere, di sfumature di pensieri 
e d'impressioni da tratteggiare; delle quali cose tutte o nuove 
abituali se ne trova nel romanzo del Manzoni espresse assai 
più, mettiamo, che in tutte le opere italiane unite insieme dalla 
metà del cinquecento insino a lui, se non si vuole anche risalire 
più in su, che sarebbe, temo, lecitissimo. Ora, noi Italiani ci di- 
ciamo oggi tutti insieme gli uni agli altri assai più cose che non 
facevamo venti anni or sono; il nostro generale colloquio s'è ar- 
ricchito di molte idee, di molte osservazioni, di molti giudizii, che 
o lasciavamo da parte, o non facevamo innanzi ; e il dircele,- e 
lo scriverne non è più ozio di letterati, ma necessità di cittadini. 
Lo scrittore si dirige a più gente, e assai più, per cose che pre- 
mono a' suoi lettori davvero. Sicché gli scrittori italiani, chi più 
chi meno, si trovano oggi assai più nella situazione del Manzoni, 
quando si mise a scrivere il Komanzo, e poi si rimise a correg- 
gerlo, che non fossero i contemporanei di quello nel 1825 e nel 1840. 
La condizione impacciata d'uno scrittore che non sa quale via 
deva tenere per ritrovare un complesso di yarole, certamente, uni- 
versalmente, immediatamente intese, adeguato al suo bisogno, il 
Manzoni non l'ha espressa mai più vivamente che in un suo scritto 
tuttora inedito. Tutti sanno ch'egli av^va principiato un'opera sulla 
Lingua, sin da molti anni innanzi che morisse. Però, per alcune 
ragioni che andrò accennando via via, di quest'opera compì solo il 
primo capitolo del primo libro, che non è stato anche stampato, 
quantunque sia rimasto, credo, nei suoi manoscritti, poich' egli 
ebbe la bontà di darmelo a leggere nel 1853, e non ho mai sentito 
a dire, ch'egli l'abbia, come pur usava talora, distrutto. 
Il disegno dell'opera era questo, a dirlo colle sue parole stesse: 
€ Principii generali; riconoscimento del fatto particolare; con- 
futazione delle obbiezioni ; esame de' sistemi ; tale è l'assunto e 
tale è l'ordine di questo primo libro. ¥<el secondo tratteremo dei 
mezzi atti a propagar la lingua, e da impiegarsi, per conseguenza, 



XVII 

a rendere per quanto sia possìtik, «jomune di latto m tutta Italia 
quella che avremo dimostrato essere la lingua italiana. E sarà 
indirettamente una nuova dimostrazione; giacché per discernere 
le cose reali dalle fantastiche non c'è niente come metterle, dirò 
così, al lavoro insieme. Nel lavoro di diffondere quella vera lin- 
gua, vedremo bensì, e pur troppo, difficoltà materiali da vincere, 
ostacoli esterni da superare ; ma in quell'altre cose, l'impossibilità 
di cavarne un metodo coerente, una materia certa del lavoro me- 
desimo. Dopo aver veduto bene, che non promettono ciò ch'è 
proprio d'una lingua, vedremo anche che non hanno neppure i 
mezzi di ridurre in atto ciò che promettono. Ne efficit^ quidcm^ quod 
vuìt^ come disse parlando della fisica d'Epicuro, il tutt' altro che 
volgare filosofo citato poco fa. » (Cic. de fin. 1.) Si può dire, che 
il secondo libro, che non ha scritto al posto dove intendeva 
quando ha fatto questo proemio, è stato poi forzato a scriverlo 
in altro modo nella Kelazione al Ministro Broglio, e nella bellis- 
sima appendice a questa. Ma nel primo e' diceva già e avrebbe 
detto più in là assai cose, che non ha più avuto occasione di dire. 

Nel primo capo, trattava innanzi tutto questa quistione, se 
la quistione stessa fosse necessaria : e così raffigura la condizione 
di chi la dice necessaria, contro chi la nega tale: 

« In un gran coro di cantanti che ora vanno d'accordo, ora 
stonano a maravigha, uno dice: fratelU miei, questa che noi can- 
tiamo insieme, è una musica di certo; giacché non può essere a 
caso che andiam tanto d'accordo ; ma ci sono, di certo ugualmente, 
molti di noi che non la sanno bene, perchè, come l'accomodiamo 
tutti insieme, non è una musica. Io per il primo; che vi so dire 
che mi mancano spesso note e battute, e mi trovo al bivio o di 
farle di mia testa tirando a indovinare o di lasciarle fuori, per 
troppa e giusta paura di farle false. Vorrei, dunque, impararla 
bene questa musica ; e poiché il fine comune è di cantarla insieme^ 
vorrei che l'imparassero anche gli altri, che sono nel mio caso 
E a proposito, dov'è questa benedetta musica? Chi ce l'ha tutta 
intera? — e voi gli date sulla voce e dite: cosa venite a dr 
tJturbare e a far perder tempo con domande così fuor di prò. 
■posito? Non vi basta il fatto? non cantiamo già tutti insieme? 
Avanti, » 

S'intende, che quegli al quale erano spesso mancate note e bat 
tute, era stato appunto lui ; e non v'ha dubbio che il caso di co- 
loro, i quali non volevano che la quistione si facesse, è appunto 
quello di costui, che vuole che pur si continui a suonare, quan> 



XVIII 

tunque nessuno dei suonatori sappia tutta la musica. Più in là egli 
stringeva cosi i panni addosso a cotesto furioso : 

< Rimane, sento che mi rispondete, tutto lo scrivere che si fa 
da quelli che non si danno per intesi di tanti sistemi, di tanti le- 
gami, di tante leggi arbitrarie, di quelli (e sono certamente il 
maggior numero) che badano alle cose, non alle parole, cioè pren- 
dono queste per quel che sono, per un mezzo, non per un fine ; o 
mirando a farsi intendere, sicuri di farsi intendere, dicono quello 
che hanno bisogno di dire, senza temer la sferza de' pedanti, né 
ambire i loro applausi, senza andar a cercare, se i termini che 
adoprano, siano o non siano permessi dal tale o dal tal altro 
sistema. 

€ Codesto rimane? E codesto è la lingua italiana? Ma è ap- 
punto quello che s' è fatto per tanto tempo col latino morto, con 
una che non era più lingua, né l'è certo ridiventata con tutto 
quell'uso che se n'é potuto fare. E vogliamo vedere un po' più in 
particolare, come si faceva ? Prendiamo esempio da quella latinità 
babilonesca degli statuti delle varie città d' Italia, scritti nella se- 
conda metà, dirò cosi, del medio evo. Se c'è argomento in cui si 
miri al sodo, è quello certamente ; Il non si tratta di sbizzarrire, 
di far servire la materia di piacere ad alcuni; si tratta di pre- 
scrivere, di proibire, di permettere, di regolar le azioni e le re- 
lazioni degli uomini. Scorro dunque gli statuti di Milano, e trovo 
la pena contro chi aliqtiem sgarataverit; contro chi ducat rudum 
vd putredinem in Pasquario Sancii Amhrosii; contro i mercanti 
di legna che vendono a misura Ugna scabentia gàbam vel zochum. 
Trovo che non possint rubavi nec sequestrari cuppi qui sunt in 
tectis; che ad traversum fluminis^ tam publici quam privati^ vel 
alicujus rugiae... liceat vicino aqitam ducere. Trovo le rubriche: 
de stratis forandis; de cloacis et magoUiis removendis; de ru' 
mentariis et carbone non f adendo in civitate; de officio marosterio- 
rum; de pristinariis. Come chiameremo noi questo? Latino; non 
perchè sia il nome che gli convenga, ma perchè non ce n' è nes- 
sun altro che gli convenga dì più; perchè non essendo una ver;? 
{ingua da poterne avere uno suo, bisogna pur dargli quello della 
tingua a cui s'attacca e che contraffa; come si chiama campo di 
grano anche quello dove con poco grano ci sia una gran quantità 
di veccie, di loglio, di vilucchi, di rosolacci, di fioralisi e di cento 
altre erbe. Latino, dunque, ma latino di Milano, o forse in parte 
anche di qualche altra regione vicina; ma questo non lo fa cer- 
tamente diventar più latino. Scorro altri statuti e trovo la per.a 



XIX 

contro chi àliquem scarmìnaverit^ contro chi imbrigaverit terram 
àlicujus^ ne làboretur; contro chi faccia danno ne' prati altrui 
pena maggiore, se in foeno majatico^ minore, se in foeno guajumik 
Julius ludat ad dados^ armelas sive nuces in Ecclesia Sancii Gre. 
fniniani^ nec pirlet in ea. Teneatur quilibet lahorator seu colonus^ 
statim messis bladis^ reducere omnes hìadas in pignone. De stratis 
salegandis. De andronis et canale ctis removendis] latino ancht 
questo, ma latino di Modena, ecc., ecc. » E qui il Manzoni continua 
per più di due pagine, che io non posso tras crivere, per non 
averle, ahimè, copiate. Si vede, ad ogni modo, com'egli in cotesto 
capo inedito torna sulla quistione e sulla soluzione sua da alcuni 
Iati, da' quali non l'ha toccata poi più ne' suoi scritti posteriori, 
^utti più meno casuali, e nati da occasioni impreviste. 

Il concetto della lingua viva era naturale che si distìnguesse 
bene da' molti coi quali, in una controversia durata in Italia la 
bellezza di cinquecento anni, è stato stranamente confuso, quando 
la nazione stessa, onde la lingua italiana è l'istrumento, è diven- 
tata viva anch'essa. Ed era naturale altresì, che questo concetto 
logicamente si definisse nella mente di quello tra gli scrittori no- 
stri, ch'è stato, tra tutti, si può dire il meno affetto da sentimenti 
e borie municipali. Quante volte ho sentito ripetere da lui una 
canzoncina lucchese, se non ricordo male, o piuttosto un dialogo 
in versi tra un capitano e i suoi soldati: 

— Vedete Montecarlo? — 

— Si si che lo vediam. «— 

— Giurate d'espugnarlo? — 

— Sì sì che lo giuriam! — 

— Marciate a quattro a quattro. — 

— Siam tre col tamburin. — 

Secondo lui, la canzoncina esprimeva bene la condizione mìsera 
e spregevole degli staterelli italiani e della dissociazione e dila- 
cerazione che la lor misera folla produceva nella vita nazionale 
nostra: staterelli che pure a lui parevano un progresso grande 
sulla maggiore dissociazione e sulla più sanguinosa dilacerazione 
dell'era dei comuni e delle repubbliche; come fece sentire a quello 
che innanzi a lui rimpiangeva che la piazza dei Cavalieri in Lucca 
non conservasse il suo antico nome di piazza degli Anziairi. 

Ma torniamo in via. Il Manzoni, quando era sullo scrivere qu^ 
suo libro intorno alla lingua, non vi si contentava di quelle con- 
siderazioni e ragioni, per dimostrare l'assunto suo, che poi gli 



son bastate nei suoi scritti pubblicati; poiché tì ha messo tanta 
vigoria d'argomentazione, che davvero la distanza tra lui e i 
suoi contraddittori appare infinita. Egli era entrato in molte spe- 
culazioni intorno alla natura della lingua; del mezzo, cioè, usato 
dall'uomo per esprimere il sentimento proprio, e aver notizia 
dell'altrui. Se dovessi riassumere in una forinola, cioè appunto, 
nel modo ch'egli non avrebbe tenuto, il pensiero di lui, scriverei 
questa: ciascuna lingua ha un organismo suo necessario^ attestato 
solo ed unicamente dalVuso ; ma la lingua in sé non ha un orga- 
nismo necessario qual sia^ sicché^ quantunque ciascuna scelga e 
deva scegliere alcuni mezzi^ la scélta è indifferente^ e può cadere 
sopra i mezzi più opposti. Spero d'essermi spiegato chiaro. On- 
d'egli cominciava a negare il primo libro della grammatica, e non 
ammetteva che, teoricamente, parti del discorso, diversificate da 
caratteri perpetui proprii, ci fossero, e non ne trovava difatti nes- 
suna definizione che stesse; e gliene ho, per suo desiderio,, raccolte 
parecchie delle definizioni altrui, e talune mie, ch'egli mi dimo - 
strava, l'una dopo l'altra, insussìstenti. Il fatto era, nel parer suo, 
l'unica ragione e criterio della lingua. 

Due gl'istrumenti di essa: il vocabolo e la locuzione, cioè 
dire l'unione di più vocaboli per dire una cosa sola. Questa, quindi, 
non differiva sostanzialmente da quello. 

In quel suo capo, citato più su, egli scriveva cosi: 

« Ciò che in una lingua s'esprime con un modo di dire, in 
un'altra si dice con un solo vocabolo, come il latino seducere^ 
che corrisponde all'italiano tirar da parte; Virasci a andare in 
collera; decedere^ a dar la diritta; manifesto di sul fatto; identi- 
dem a ogni momento^ ecc. Anzi, quella stessa differenza scompare 
qualche volta, e dei modi di dire diventano vocaboli per ogni 
terso, come in latino animadvertere^ satisfacere^ manumittere^ 
sis^ agesis^ hodie, tantopere^ nimirum^ ecc.; in italiano, soprinten- 
dere^ manomettere^ abbastanza^ addio^ appena^ qualunque; in fran- 
cese parfaire^ honheur^ à piomba toujours^ naguère^ hormis, ecc. E 
|ui al solito, continuava per più pagine, che, per la stessa ragione 
ii prima, io devo tralasciare. Sicché egli induceva la necessità di 
quell'unità d'uso, donde la legge della lingua s'aveva a trarre, 
non solo dalla diversità di vocaboli da una città all'altra d' Italia, 
ma anche e più dalla diversità deUe locuzioni. Kispetto la quale, 
scriveva, in quello stesso posto, l'osservazione che segue: 

€ I diversi dialetti d'Italia formano modi di dire diversi con 
voc aboli comuni a tutta l'Italia. Anche di questi ne nrenderò per 



XXI 



saggio — e per un piccol saggio — alcuni alla rinfusa dell'idioma 
milanese, senza pretendere, come ho già avvertito in casi simili, 
che tutti siano esclusivamente milanesi; ma affermando che nes- 
suno è, in nessun caso, comune a tutta l'Italia: — mettere in ta- 
cere; giocare a indovinare', per Vonor delVarmi ; andar giù la voce ; 
aver giù la voce] tornar su la voce; aver sempre la voce in aria; 
portarla fuori; portar via un raffreddore, una febbre, una sgridata, 
una mortificazione; alzare i piedi; mettere in netto; andar giù di 
strada; crescere^ dimagrare e simili; a occhi vedenti*, lasciar ad- 
dietro gli occhi ; stare addietro a uno, a una cosa, due diversi si- 
gnificati; dare indietro nel mangiare; rompere i capricci; star 
savio; trovarci il conto; liquidi che nel bollire vanno di sopra 
erbe che vanno in semenza, » ecc. E qui più pagine d'esempi se- 
condo il solito. 

Movendo dal prmcipio suo, che il fatto fosse il solo testimone, 
il Manzoni scartava tutti gh altri criterii donde si è voluto trarre 
da alcuni la retta interpretazione del vocabolo, o la giusta norma 
dell'uso di esso nello scriverlo. Era molto arguto e tagliente, non 
che contro l'autorità degli scrittori e quella d'un uso presunto 
comune d'Italia, ma altresì contro il valore assegnato da alcuni 
all'analogia o alla etimologia. In certi fogliacci di studii che 
egli mi comunicò, e che gli chiesi licenza di copiare, trovo 
tracce delle prove ch'egli voleva allegare. Sono curiose come pre- 
parazioni d'un lavoro non più menato innanzi, non che compiuto. 
Ecco una lista di parole, raccolte da lui, che, secondo la ragione 
etimologica avrebbero dovuto avere lo stesso significato, e pure 
H'hanno uno diverso: 



granchio^ 


cancro; 


esame^ 


sciame; 


pitié^ 


pietà; 


nombre^ 


numero; 


feroce^ 


farouche; 


séparer^ 


sévrer; 


vote^ 


voeux; 


vertueux^ 


virtuose; 


soupgon^ 


suspicion; 


sveche^ 


episcopat; 


héte^ 


bestiole; 


feu. 


fùt; 


declination^ 


declinàison\ 



XXII 



prezzo^ 


pregio'y 




camp^ 


champ; 




confiant^ 


confidenf'j 




nomhril^ 


ombelic; 




sacrement^ 


serment ; 




mur^ 


maturité; 




obeissance^ 


obedience ; 




flato^ 


fiato ; 




amante 


aimant; 




sermon frane. 


senso speciale di sermo che ha un 




senso generico; 




hablar sp. 


habler fr. 




cTémblée^ 


embler; 




jurer^ 


juremenf; 




tradizione^ 


tradimento ; 




confiance^ 


confldence; 




fantasque^ 


fantastique; 




précheur^ 


prédicateur; 




vergogna^ 


verecondia; 




libelle^ 


libeller. 





Eccone un'altra di frasi o maniere di dire, che se si stessa 
all'etimologia o al significato delle parole che le compongono, 
farebbero un accozzo strano, e senza senso: 

< Casa diroccata. — Cavalcare una mula. — Lanciare un sasso. 

— Pesca del corallo. — Cavalli ferrati cTargento. — Piantar la 
bandiera. — Maneggiare un argomento. — Ristagnare il sangue, 

— Sciacquarsi la bocca col vino. — Medaglie di gesso. — Salsa 
sciocca. — Fr. Le tambour bai. — Mil. Stoppa con de la carta. 

— Spigola l'uga. — Lai Viridi caput impedire myrto. — Bonn» 
di servizio. — Chiesa senza gente. — Coprire una carica. » 

Son note fuggitive, gettate li alla rinfusa, come sassi d'un edi- 
ficio assai di là da venire, poiché parecchie sono anteriori al 
tempo nel quale egli fermò il suo convincimento sull'uso fio- 
rentino. ^ 

Eccone un'altra di etimologie aiFatto diverse da quelle che cia- 
scuno supporrebbe alla prima: 

« Assiduus da assem dare, e non da assideo. 
« Baccalauréat da Bachelier, e non da laurea. 
€ Surplis da super pellicem e non da sur-^lis» 
« Ventimiglia da Entemelii^ ecc. 



zzm 

o dalle cui etimologie, pur certe e storiche, si trarrebbe un senso 

affatto diverso da quello che veramente hanno: 

« Tripudio — Solecismo — Cappella — Moneta — Gazzetta — 
Accademia — Mausoleo — Salario — Uotismo — Ostracismo — 
Orchestra — Ginnasio — Talento — Cerimonia — Inaugurare 
— Prerogativa — Lesto^ che per una serie di associazioni deriva 
da Last ted. peso — Idiota (ital.) che vale indotto^ illetterato; 
Idiot francese, amendue derivanti dal greco, dove vale privato, 
Géner^ frane, che non conserva a gran pezza la forza dell'ori- 
ginale. > 

E un'altra lista mi vien dinanzi agli occhi, di parole dove l'ana- 
logia richiederebbe formazioni che nella lingua non esistono: 

élever e non élévation; 

éducation e non éduquer; 
espèce e non espécial; 

insolente e non solente; 
esaurire e non aurire; 
pecuniaire e non pecunie; 
issu e non issir; 

nocturne e non nocte; 
dolent vivo, e douloiv smesso ; 
outrecuidant vivo, e cuider smesso; 
amovible e non amover. 

Certo, erano assai più di quelli i quali io ho avuto occasiona 
di copiare, i fatti che il Manzoni era andato via via raccogliendo 
nelle tre lingue da lui principalmente conosciute, l'italiana, la 
francese, la latina; e la milanese soprattutto, aggiungeva lui. Ma 
forse a lui non parvero bastare a formare una base abbastanza 
Jarga alla teorica della lingua che s'era formata in mente; e 
questo suo intimo sentimento dovette essere la principale cagione, 
perchè non procedesse nel libro che intendeva scriverne, oltre al 
primo capitolo. E vero anche, ch'egli non era facile scrittore; né 
poteva essere; poiché non era contento se non guardava da ogni 
lato la cosa ch'egli voleva dire, e non ne manifestava, con 
espressione nuova ed arguta, tutta la complessità naturale. Kipu- 
gnava, egli scrupoloso osservatore dell'uso dei parlanti, a tutto 
quello che aveva aria di monco, di comune e di melenso, che 
non fosse detto con finezza e penetrato, son per dire, di pensiero 



XXIV 

fuor fuori. Persino una lettera a un amico era ritentata da lui 
più volte. 

Il Manzoni, del rimanente, non era venuto a un tratto né al- 
l'improvviso nella teorica che difese da ultimo con tanta costanza 
ed efficacia. Ho vista una curiosa nota sua, che dev'essere ante- 
fiore persino alla pubbUcazione del Eomanzo ; e sta dinanzi ad una 
breve lista delle frasi francesi che seguono: 

« A tout prendre — sottosopra. Cr. § 11. Considerato tutto in- 
sieme, a far tutti i conti. 

« Trotter par la téte. Girare per la mente. V. Or. girare^ noi 
marg. 

< i^or^er, in un senso speciale: stampare. Forgerunmot. Stam- 
pare un vocàbolo. V. Cr. Ces. Stampare, dopo il § 11 agg. (L). 

« A heaucoup près. A gran pezza, a mille miglia. NB. Si usa in 
questo senso di gran lunga-, ma non mi pare così proprio nel 
negativo; corrispondente piuttosto al francese de heaucoup; es.: 
Il n''était pas à heaucoup près si grand. Era di gran lunga più 
alto., era a gran pezza così alto. — Ben è vero che questa difife- 
renza non è cosi distinta nell'uso nostro, come nel francese; ma 
è questa la miseria del nostro uso, d'esser così debole, incerto, 
vagante, poco imperativo, che molti chiamano ricchezza e libertà. 
Ma almeno dove dà indicazioni, bisogna tenerle preziose e seguirle ; 
come in questo caso. Nota che nel positivo non si direbbe: a gran 
pezza., mille miglia] per es.: — L'auso della lingua francese^ è a gran 
pezza., mille miglia più, determinato che nelVitaliano. Abbiamo 
dunque una regola d'uso di non adoprare quei modi nel positivo. 
Una indicazione dell'uso, una convenienza ci consiglia di adope- 
rarli nel negativo; e di gran lunga riserbarlo al solo significato 
affermativo. » 

Ora, a questa lista di frasi francesi, così breve, e che avrebbe 
potuto essere e certo egli avrà fatta altrove assai più lunga, il 
Manzoni aveva scritte innanzi queste parole: 

« Vocaboli e modi di dire viventi e adoperatissimi nella lingua 
francese, sia nel discorso famigliare, sia nelle scritture, i corri- 
spondenti dei quali s'incontrano rarissimo negli scritti attuali; bi- 
sogna cercarh o nella Crusca o nei toscani indietro del secolo XVIII: 
bisogna cercarli, dico, talvolta anche agli uomini che hanno fatto 
studio particolare della lingua, tanto sono più o meno fuori del- 
l'uso comune; e talvolta sono usitatissimi, o hanno un equiva- 
lento usitatissimo nei dialetti. E non che la lingua scritta abbia 
sostituito altri vocaboli e modi a quei trasandati; ne fa senza a»- 



XXV 

volutamente, cioè non esprime quelle idee o modificazioni d'idee. 
Impoverimento progressivo della lingua scritta. Impoverimento 
e ammanieramento, due cose che vanno insieme. » 

Più tardi, questa nota, è ricaduta sotto gli occhi al Manzoni; 
e dove sono quelle due parole corsive lingua scritta^ egli ha cor- 
retto: la così detta impropriamente lingua scritta. 

Questa nota è preziosa per quegli, i quali mettono un gran 
pregio, come per esempio fo io, nel seguire e tracciare lo sviluppo 
d'una dottrina di gran rilievo nello spirito del più gran letterato 
jtaliano da Petrarca in qua, e d'uno, certo, de' più grandi d'ogni 
paese. Si vede, come l'uso gli appare sin da principio, la norma 
necessaria della lingua; e come non si restringe all'uso parlato 
fiorentino, se non dopo una ricerca faticosa negli scrittori, nei 
vocabolarii, nei dialetti diversi, seguita per molti anni. Si vede, 
come questa dottrina si connette nella sua mente con quella dello 
stile; e con quanta chiarezza egli segni le relazioni della lingua 
coUo stile, V impoverimento dell'una coìV ammanieramento dell'altro. 
Si vede, infine,, come quell'ardita sua teoria sulla natura della 
lingua, della quale ho potuto raccogliere alcuni tratti, è il costrutto, 
son per dire, di tutta la sua lunga e varia fatica ed esperienza di 
scrittore. 

Quanta questa fatica fosse, forse non si sa abbastanza. Egli n'ha 
discorso nella sua lettera a quel carum caput di Alfonso di Ca- 
sanova, una delle più soavi anime che sia mai vissuta quaggiù, e 
dipartita, ahimè, così presto. Ma ne' suoi manoscritti, se non gli 
ha bruciati nelle ultime ore, dev'essere rimasta traccia del lavoro 
che gli costò la dicitura, sì nella sua prima forma, sì nella se- 
conda. Che nella prima non risparmiò nessuna delle ricerche so- 
lite, spoglio d'autori e di dizionari e osservazione di parlari vivi ; 
e nella seconda, oltre il Ciani e il Nicolini, e quella persona colla 
quale rilesse tutto il libro da capo a fondo, Emilia Luti, interrogò 
molti altri e uomini e donne per avere da essi notizia di come 
dicevan le cose. Chi sa se la marchesa Trivulzio ricorda d'essere 
stata interrogata ancor ella, come fiorentina che è? lo ho visto, 
anzi ho copiato tra i fogli del Manzoni, uno che è tutto di locu- 
zioni sapute confermate o corrette da lei. Un'altra signora, non 
so chi fosse, gli ha raccolte tutte quelle che si riferiscono al cu- 
cire. Ma v'ha certo un lavoro del Manzoni che resta; il Diziona'- 
rio milanese tutto postillato da lui. Gli piaceva osservare, e far 
notare altrui, che il Cherubini s'era presa la più gran pena del 
mondo per combinare, di capo suo, o ritrovare locuzioni italiane 



XXVI 

corrispondenti alle milanesi ; ma ci correva, per lo più, tra le une 
e le altre, questa differenza; che le prime si leggevano soltanto 
nel suo Dizionario e non eran conosciute da nessuno, né in Mi- 
lano né altrove, dove le seconde, almeno a Milano, erano amiche 
di casa di tutti. Il Manzoni annota in margine le fiorentine ch'era 
stato in grado di accertare. 

Pure, il gran lavoro durato dal Manzoni a correggere la dici 
tura del suo Komanzo non gli dette frutto se non di grandi ama- 
rezze. Poiché, davvero, quando sentiva dire o leggeva, come gli 
accadde spesso, che, non che migliorarla, egli l'aveva peggiorata 
di molto, sicché chi voleva vedere il vero getto del suo genio» 
dovesse leggere il suo libro nella prima edizione, se n'accorava di 
molto, non perché gli venisse meno cosi una lode che s'aspettava, 
— non se n'aspettava mai e nessuna, — ma perché sapeva che 
non era vero e che un cosiffatto giudizio era un pregiudizio, 
la cosa più ripugnante alla sua mente che fosse al mondo. 
Sicché era proprio un trionfo per lui, ed egli lo raccontava con 
vera gioia, e l'ha narrato del pari nella sua lettera citata più su, 
quando forzò a disdirsi il Giusti, che, per non ci avere guardato 
da sé, ripeteva il detto altrui. L'ostinata riproduzione della prima 
edizione, fatta in Firenze per avidità di librajo, fu un gran dolore 
per lui, non già solo per il danno gravissimo che gliene venne, e 
perchè gli era crudele di vedere la creatura sua @on altro viso da 
quello che, dopo maturo studiose era stato datodalui,ma soprattutto 
perchè gli pareva fondamentalmente falsa l'opinione donde nasceva 
cotesta preferenza posticcia o disattenta, e il dare a molti il mezzo 
di secondarla, coll'agevolare la lettura del libro nella forma di prima, 
gli pareva anche un mezzo d'andarla confermando sempre più. 

E di fatti questa falsa opinione gli ha sopra vissuto, e si può 
dire oggi tutt'altro che spenta. Un uomo di valore, scrivendo di 
lui in occasione della sua morte, asserì che il puhhlico ha dato 
torto alPimproia fatica che lo scrittore lombardo aveva sostenuto 
per ridurre la dicitura dei Promessi Sposi in quel più puro fio- 
rentino che gli venne fatto \ continuò a leggere la prima versione 
di quel libro stupendo^ ed a commuoversi^ e ad imparare^ e a farsi 
migliore^ a dispetto di tutti gli appuntati lombardismi e delle ac- 
cusate improprietà^ e lasciò in disparte la riduzione fiorentina^ la 
quale non toglie certo alVopera nessuna delle sue grandi doti e 
insuperàbili meriti^ ma con tutti i suoi riboboli ha qualche cosa 
di stentato e d'ostentato^ fa apparire che il pensiero non si sposi^ 
non sHnformi piti così completamente ed intimamente coXla veste 



XXVII 



the resprime e Tadorna. Parole preziose e che andavano, come 
ho fatto, riprodotte; perchè è piuttosto impossibile che difficile il 
raccoghere in più breve spazio, con maggior evidenza, tutti gli 
errori e di fatto e di teorica, intorno a lingua e stile, che sono 
stati cagione che l'opera del Manzoni non venisse degnamente 
apprezzata, né producesse sinora quella varia e grande utilità 
che è in grado di produrre. 

II pubbHco continuò a leggere la prima edizione più della se- 
conda, per una sola ragione, perchè quella, per una vera rapina, 
continuò ad essergli offerta a buonissimo mercato, e questa, ri- 
fatta dall'autore con molto lusso e cura, costava caro. Non che 
essere stentata ed ostentata la dicitura nella seconda edizione, e 
facile e naturale nella prima, chiunque s'è mai preso e si prende la 
pena di comparare le due, ha trovato e trova sempre il contrario; 
surrogato, cioè, come osserva il Manzoni stesso « io spigliato 
allo stentato, lo scorrevole allo strascicato, l'agile al pesante, il per 
l'appunto all'astratto », e levato via lo screziato. Tappezzato del- 
l'insieme, tanto lontano da quell'andamento naturale e scorrevole - 
ch'era il suo in votis. Di riboboli nel Komanzo rifatto del Man- 
zoni non ve n'ha neanche uno, qualunque sia il significato più o 
meno largo che si voglia o deva dare a questa parola ; e il prin- 
cipal merito del Manzoni è appunto quello d'aver dimostrato che 
lo scriver fiorentino non consiste nell'accattare ed infilzare ribo- 
boli^ ma nel ritrovare, com'è naturale ci deva essere, tra persone 
d'ogni grado e parlanti d'ogni cosa, la vena del parlare usuale e 
comune. Lo stile, per ultimo, non consiste né in una maniera di 
sposalizio mistico, né in una sorta d'abbigliamento che s'aggiunge 
di fuori al pensiero, due opinioni, per vero dire, affatto opposte, che 
si trovano accoppiate, certo con molta lor maraviglia, in uno stesso 
periodo. 

Almeno non v'ha se non sola la prima, in queste parole d'un 
più illustre uomo, nelle quali è detto che « ninno diventa scrittore 
esemplare, salvo che in una lingua, ed espressamente in quella in 
cui si strinse da principio il congiungimento essenziale e perfetto 
fra le ideo e il segno in cui le forme native del sentire s'innatu- 
rano affatto con noi; sicché, essendovi luogo a dubitare che « le 
prime nozze fra i segni e le idee » siano state celebrate dal Man- 
zoni piuttosto in Parigi che in Italia, e per isciogliere il dubbio, 
essendo necessario « di cotìsultare con maggiore aznegilid gli atti 
dello Stato civile > al che pare manchi il tempo, si deve dire, che 
quantunque il Manzoni abbia « usato di ogni mezzo per consumare 



il divorzio, » ciò gli è « riuscito a compimento nei versi, > ma in 
quanto alla prosa sarebbe temerario l'affermarlo. 

Oh! se il Manzoni avesse letto egli stesso cotesto squarcio, e 
non contento a sorriderne soltanto, ci si fosse messo attorno col- 
l'acute cesoje dell'ingegno suo! Di certo l'indole sua gli avrebbe 
impedito di farlo ; ma senza ciò, mi scusi l'illustre scrittore, se io 
«redo che gliene sarebbe incolto male. Il Manzoni certo, gli avrebbe 
chiaramente mostrato che in tutto quello ch'egli dice intorno alla 
natura dello stile, non v'è nulla di chiaro; e le nozze fra i segni 
e le idee non son quelle, né cosi sante, misteriose, sacre, indisso 
lubili, solenni. E, sfidatolo poi ad additare i gallicismi che si tro- 
vino, com'egli accenna, nel Romanzo di lui, gli avrebbe provato 
assai facilmente che non son tali; che sono locuzioni tratte di bocca 
al solo popolo itaUano, che la lingua italiana la parla tutta; o già 
antiche, o entrate di recente perchè sono recenti o gli oggetti o i 
sentimenti, che si vuole esprimere con esse; e se pajono gallicismi 
a taluni, è perchè questi non hanno nessun concetto di quello che 
un uso vivo, continuo, unico fondamento d'una lingua viva, possa 
e deva essere ; ed anche perchè, non sapendo come tante cose si 
potrebbero dire in una certa dicitura preziosa per vocaboli, lo- 
cuzioni, e combinazioni di quelli e di queste che si son formata, ed 
è diventata loro abituale, hanno la fortuna o di non avere biso- 
gno di dirle coteste cose che non sanno dire, o la modestia di 
scartarle piuttosto e gittarle via, anziché venir meno al loro pro- 
ponimento. 

Ora, queste confuse teoriche sulla lingua e sullo stile, sulle rela- 
zioni tra quella e questo, unite ad una strana negligenza nell'os- 
servazione dei fatti, sono appunto la causa del lungo indugio 
frapposto alla effettuazione d'un disegno, come il suo, che pur 
molti avevano tentato e desiderato prima di lei. Un'edizione dei 
Promessi Sposi^ nei quali la prima del 1825 e la seconda nel 1840, 
si vedano perpetuamente comparate l'una all'altra, avrà quel me^ 
desimo effetto che, secondo il Manzoni, sarebbe quello d'un voca 
bolario dell'uso fiorentino. Vedendo l'una dirimpetto all'altra, si 
scorgerà in ogni passo, quanto la dicitura si sia avvantaggiata 
nella correzione; e non solo questo, ma anche, come una dicitura 
felice richieda due condizioni; un lavoro spesse volte difficile per 
ritrovarla, e una vera lingua che ci fornisca tutte le parole e lo- 
cuzioni necessarie a formarla, cosi come devono essere, cioè con 
senso proprio, determinato, con norme certe di uso e talora di 
collocazione, tali, che il significato se ne imprima pronto, imme- 



XXIX 

diato, sicuro nell'animo del lettore, copiose, non già perchè ve 
ne sia parecchie per ciascuna cosa da dire, ma perchè ciascuna 
ne abbia una, in cui si può dirla; e, scegliendola, si è certi di non 
dire altro né più né meno che essa. Solo in una materia siffatta, 
ìa forma dello scrittore perfetto può stampare l'impronta sua. 

Quando il complesso di dottrine e di pratiche del Manzoni nello 
scrivere sarà diventato generale in Italia, non per effetto d'una 
necessità empirica, come va pur già succedendo ora, ma d'una 
Vera persuasione, cesserà quella si strana varietà di giudizii, — né 
ve n'ha altrettanto in nessun'altra letteratura, — per la quale 
« scritti, a dirla col Manzoni, che da persone tutt' altro che igno- 
ranti, sono vantati e proposti per modelli di bellissima lingua, 
da altre persone, tutt' altro che ignoranti, sono chiamati caricatare.» 
La lingua parrà a tutti quella che è davvero, Tina cosa seria, 
intesa non ad ornare e covrire la vacuità del pensiero, ma ad 
esprimere colla maggiore eflBicacia, vivacità, precisione, il pensiero 
stesso. 

In quest'edizione comparata ritroveremo, mi pare, uno dei molti 
istrumenti smarriti d'un buon insegnamento della lingua nostra. 
Ella sa, quanto questo sia decaduto. Pure, i professori son colti la 
più parte, e non che essere da meno dell'ufficio loro, sono, si può 
dire, superiori ad esso; e anche questo, forse, non è meno dannoso. 
Chi vuole intendere in che il male propriamente consista, osservi, 
come oggi tra noi, più l'alunno va innanzi di classe in classe, e più 
ancora, comparativamente, la sua cognizione dell'italiano diminuisce, 
o per meglio dire, diininuisce la cura, non dico ad avere uno stile suo, 
— sarebbe pretendere troppo, — ma ad esprimere con chiarezza effi- 
cace, in lingua pulita, con precisa elocuzione, un qualunque senti- 
mento concetto. L'alunno delle scuole elementari promette più di 
quello che dà l'alunno delle ginnasiali ; e questi assai più dell'a- 
lunno delle liceali. L'esame di licenza del liceo none passato per l'ita- 
liano da molti, se non solo perchè gli esaminatori sono costretti, 
dalla mediocrità comune de' candidati, ad essere molto indulgenti. 
Ora, ciò è grave; perchè la prova scritta dell'italiano è la sola 
in cui lo studente può dar testimonianza della maturità di mente 
alla quale è giunto, dell'abitudine acquistata a ritrovare ima certa 
quantità d'idee intorno a un soggetto comune, ed esprimerle con 
qualche felicità, e come uomo, che non voglia darla a intendere,, 
ma abbia vera e chiara nozione di quello che scrive. Sicché io mi 
era risoluto a non concedere la riparazione nell'ottobre a chi 
avesse fallito in cotesta prova nel luglio, parendomi il mezzo 



XXX 

adatto sì a forzare l'alunno a un altro anno dì studio, si a 
imprimere nell'animo dei professori e degli scolari, di quanto ri-^ 
lievo sia l'imparare a pensare e scrivere nella propria lingua. 
Se non che al mio provvedimento non è rimasto vigore, se noni 
sino al giorno che sono stato vivo io stesso: e me spento, il mi6 
successore ha creduto bene di abrogarlo. Poiché, se la lingua di 
Firenze non è ancora messa da tutti nel grado in «ui voleva il 
Manzoni che fosse, il ministero che ho retto io per breve ora, ha 
adottato da tempo l'uso, secondo Dante, fiorentino, che a mezze 
novembre non giunge quello che cTottohre fila. 

Ma una delle ragioni principali, mi pare, per le quali l'insegna- 
mento dell'italiano è decaduto tanto, è questa che, più s'avrebbe 
ad elevare di classe in classe, e più vacillano i metodi coi quali 
si converrebbe di farlo. Quanto più i maestri sono giovani, più suc- 
cede, che né sanno, né hanno più in pregio, le vecchie regole, né ne 
sanno o ne hanno di nuove. La correzione si muove nel vago. Ciò che 
ha scritto l'alunno, non sta bene; ma più d'un professore s'im- 
paccerebbe a dirgli il come e il perché, o come e perchè stia 
meglio quello che surroga lui. Le notizie che i classici antichi 
ricorressero più volte i loro scritti, ed aspettarono più anni a 
pubblicarli, si credono, ma non s'intendono. Entrata nella mente 
dei più una teorica come quella che ho riferito più su, sull'ac- 
coppiamento mistico del segno coll'idea, non si sa più cosa possa 
significare il tornarci su a considerare se è stato felice, e che fi- 
gliuoli sia in grado di generare. Basta confidare in una pronta, 
immediata fortuna, che l'idea arrivi, calzata e vestita col segno 
suo. Non s'intende perchè lo scriver bene sia faticoso com'è dav- 
vero, e la facilità relativa che vi si acquista, non possa essere 
se non l'eifetto d'un lungo ed ostinato studio. 

A siffatta lassezza, se mi si permette la parola, nel concetto 
iella lingua e dello stile, ,s'è aggiunto, a danno dell'insegnamento 
dell'arte dello scrivere, un nuovo indirizzo della Critica. Era di- 
ventata assai minuta ed estrinseca quella dei padri nostri, e il giu- 
dizio degli autori pareva tutto restringersi in alcuni entusiasmi 
D vituperi eccitati dalla qualità della scelta di vocaboli e locu- 
lioni fatta dall'autore, e dalla più o meno industriosa combinazione 
•di essi, dalla conformità di questa con alcune regole rigide. Ha 
fatto bene la critica obbiettiva a lasciare così arido campo, e a 
librarsi nella contemplazione delle origini stesse del concetto 
dello scrittore, e delle ragioni intime della forma nella quale è 
apparso; ha fatto bene la critica subbiettiva a collegare cotesto 



XXXI 

concetto e cotesta forma coiranimo proprio di quello in cui na- 
scono, e coi sentimenti della nazione e del tempo cui lo scrittore 
appartiene. Ma una cosa non esclude l'altra, quantunque gli uomini 
vadano sempre soggetti all'illusione che appunto i diversi aspetti 
d'una cosa non stiano insieme, e non si può riconoscere l'uno senza 
rinnegare l'altro a dirittura. Anche la rettorica, che è propriamente 
l'arte del dire, ha fondamento in una critica; anch'essa non è se 
non l'esposizione delle norme generali e speciali che nell'espres- 
sione vanno osservate, perchè questa produca tutto l'effetto chfe 
si richiede e si spera. Può stare, anzi è certamente vero, che queste 
norme, scordate e messe da parte le osservazioni col cui ajutos'eran 
formate, apparivan prive di vita, e di realità oramai; ed insegnavano : 
piuttosto un artifizio che un'arte. Ciò succede, quando una dottrina 
invecchia e non è rinfrescata alle fonti della natura. Ma non perciò, 
la critica donde quelle norme eran tratte, non ha esistito in pas- 
sato con grandissimo frutto, e non può esistere tuttora ; non perciò 
gli antichi, presso la quale è sorta, non hanno dato in essa, come 
in ogni altra cosa, segni di vivissimo ingegno. Soltanto bisogna ri- 
salire fino ad essi, e collo studio de' loro trattati, che raccolgono 
le osservazioni fresche e immediate, fatte da loro sugli scrittori 
greci e romani, accoppiare uno studio nostro fatto deipari sugli 
scrittori francesi, italiani, inglesi, tedeschi. Poiché nella dottrina 
dello stile se v'ha punti comuni tra tutte le letterature, ve n'ha 
anche di proprii a ciascuna. E se una tale critica sarà e parrà più 
umile delle due precedenti, ha questo di proprio, ch'essa non è 
solo utile all'insegnamento, ma gli è indispensabile. 

Parecchi anni fa, in un libro che è stato ristampato diciassette 
anni dopo la sua prima pubblicazione con molta mia maraviglia, 
io ho tentato di rinnovare questa vecchia critica. Parecchi pro- 
fessori m'hanno detto e scritto a più riprese, che di questo mio 
tentativo si son giovati nelle loro lezioni. Chi sa, se tra breve, ìp 
-iion più rieletto deputato e libero di ritornare a' miei studii gio 
vanili, felice di veder altri a spignere, senza trabalzi, più veloce 
:he io non avrei saputo fare, il carro del progresso nella patria 
alia, non mi rivolga di nuovo a cotesta Critica, della quale segnai 
<li nuovo i primissimi tratti, e non ne compia, o almeno non ne 
mandi più innanzi il disegno? 

Ma noi Siam vecchi oramai Se c'è qualcosa di buono nei no» 
stri desiderii e consigli, i giovani, me Io lasci credere e spe- 
rare, lo effettueranno essi. L'opera del risorgimento degU studìi 
italiani, cosi uecessaria, se non più, di quella del risorgimento 



XIXII 

politico della nazione, noi vecchi e già sul passare, la lasceremo 
anche più imperfetta che non questa. ella stessa o altri fornirà 
all'insegnamento italiano il libro di cui principalmente abbisogna, 
in aggiunta a quello che gli provvede già con questa edizione compa- 
rata dei Promessi. Quest'altro libro sarà una nuova Betorica^ nome 
screditato, ma cosa pur indispensabile, che dia le regole accanto 
all'esempio, le osservazioni, cioè dire, enunciate nelle loro genera- 
lità, accanto allo scrittore che ne è riprova continua coi fatti. 
Cosi l'insegnamento dello scrivere italiano diventerà più certo per 
il professore e per il discepolo, e più efficace altresì e fecondo. 

11 Manzoni, ch'era il più antico unitario che in Italia vivesse^ 
e il cui sentimento nazionale traspare da ogni parte in ogni suo 
scritto e in questa sua dottrina stessa della lingua, né già colle pompe 
dei vanti, e collo strepito delle professioni di fede, ma col pene- 
trare e formare internamente ogni concetto di lui, il Manzoni, reso 
per effetto dell'edizione procurata da lei più comune e più utile 
nelle scuole, renderà più sollecitamente e certamente il benefico ser- 
vigio di abituare la gioventù italiana a quella maniera di scrivere 
che è necessaria ad un popolo, quando lo scrivere, come già suc- 
cede per fortuna presso di noi, va diventando il mezzo più efficace 
di esercitare un' azione sulla condotta e sulle menti dei proprii 
concittadini, né si contenta più d'essere l'ozioso e paziente lavoro 
d'un solitario, cui basti di compiacersi nel riguardarlo. Soltanto, 
con una forma di dicitura come quella che il Manzoni ha mo- 
strato per il primo e meglio di chi si sia, né negletta, né aiFettata, 
e rispondente a tutto il complesso d'idee realmente esistente in 
ciascun momento della vita d'una nazione, la coltura pubblica 
può acquistare espansione; e n'abbiamo davvero bisogno. Ove a 
questa s'accoppii l'intensità del pensiero, omnia alia adjicientur 
nohis. 

Io le guarantisco, egregio Signore, che il Manzoni sbalzerà di 
gioja, sul suo letto di riposo, e si sentirà, son per dire, rinascere^ 
a sentirsi ajutato, per opera sua, a produrre l'eifetto che più egli 
desiderava e più era caro al cuor suo; ed io intanto, ringraziandolo '"^ 
d'avermi data occasione di scrivere e di ragionare di lui, mi 
sottoscrivo, colla maggiore considerazione, tutto suo, 

Bonghi. 



POCHE ALTRE PAROLl AL LETTORE (*) 



Nel 1871 quasi non pareva conveniente al Manzoni d'affron- 
tare l'indifferenza del pubblico e presentargli un'edizione com- 
parata dei Promessi; eppure, nel 1877, la prima parte di tale 
confronto ebbe si grande fortuna, che, caso raro tra noi, e 
perciò d'ottimo augurio, specialmente trattandosi d'un'opera 
atta a far pensare, non a dilettare, in un anno si dovette 
stampar due volte ; e ora, non ancora trascorso il secondo, 
una terza, e in numero di copie maggiore di prima ; solleci- 
tandosi, nel tempo medesimo* la pubblicazione dell'altro vo- 
lume per soddisfar più presto alle numerose domande. 

E sono le scuole che projEittano di questo confronto ; e pro- 
prio i giovani, che, sempre, per quanto si dica, venerano e 
amano i sommi davvero ; ben pochi essendo quelli ai quali il 
desiderio di novità fa preferire scritti e scrittori che parlano 
ai sensi, non al cuore e alla mente. 

C'è quindi da rallegrarsi per l'avvenire, da veder forse presto 
buoni frutti di questo serio e coscienziosissimo studio ne' saggi 
che d'esso appariranno agli esami di licenza, e da sperar che 
la rettitudine, il buon senso e l'arte vera formino sempre d'ora 
innanzi uno splendido tutto, in ogni soggetto che deva esser 
trattato. 

u Ma, l'aiuto offerto dalla presente edizione, sarebbe più 
valido, n mi si ripete, a se al confronto s'accompagnassero 
parecchie note, n Come non pensai ad aggiungerne alla prima, 
cosi non tentai la prova nemmeno per la terza e ]per la dif- 



(*) Favole premesse alla terza edizione del prediente confronto, pub- 
blicata nel dicembre del 1878. 



ficoltà del lavoro, come già dissi, e per Timpossibilità di spie- 
gare ogni cosa in modo che si accetti dai più, e per non esser 
io Fiorentino, e per non aver avuto la fortuna di sentir dal- 
l'Autore la ragione delle correzioni e finalmente per esser già 
stati pubblicati, su questo argomento, lavori importantissimi, 
come sono quelli del Cantù, del Morbio e del Prina ; del Fer- 
ranti, del Bernardi e del De-Sanctis ; del De-Capitani, del 
Bonghi, del Morandi, dell'Errico, del D'Ovidio e d'altri, ai 
quali possono tutti facilmente ricorrere. 

Però, se il desiderio di tali commenti sarà sempre cosi vivo, 
e cosi certo anche l'utile che si potrà sperar d'ottenerne per 
i maestri e per gli scolari, in una quarta edizione aggiungerò 
un indice completo di tutta l'opera, ordinato in aiuto allo studio 
della lingua, dello stile e del pensiero del Manzoni. 

Qui poi mi corre anche l'obbligo d'avvertire quegli studiosi, 
e non son pochi, ì quali, pur lodando il lavoro, gentilmente 
mi suggerirono alcune mutazioni nella disposizione dei due testi, 
che, riconosoentissimo alle loro premure, non potei però gio- 
varmi de' consigli ricevuti, perchè i coraggiosi Editori, non 
esaurita ancora la prima edizione, attesero immediatamente a 
stereotipare l'opera nella forma in cui era già pubblicata. 

Noterò per altro che alcuni degli errori, incorsi special- 
mente nel primo volume dalla pagina 1 alla 128, furono tolti 
nella terza edizione ; e che le altre pagine pure del primo vo- 
lume e tutte quelle del secondo, son prive, sto per dire, di 
mende, grazie alle intelligentissime cure usate intorno a que- 
st'opera dalla Tipografia sociale, che si assunse di continuare 
e di compire un lavoro principiato da altri. 

E ora, gratissimo ai signori insegnanti, ai signori critici, 
agli scolari e a tutti gli studiosi per la lieta accoglienza fatta 
a quest'edizione comparata, finirò coll'augurar loro che, traendo 
dallo studio sulle due versioni il massimo profitto e per lo scri- 
vere e per il pensare, possano tutti, come me, non provar mai 
un solo momento di stanchezza nella lettura e nell'attenta medi- 
tazione di questo lavoro; e, come me ancora, venir sempre mano 
mano scoprendo che, particolare al Manzoni, fra le altre non 
poche, è la dote che il Manzoni stesso richiede in un uomo di 
garbo, cioè di saper fare che in ogni periodo ch'egli stenda sian 
sempre sottintese moltissime idee. 

E. F. 
Milano, ottobre 1878. 



Erano già stampate queste parole , quando , dalla gentilissima signora 
Emilia Luti, « la persona colla quale il Manzoni rilesse il libro da capo 
a fondo, » come nota l'on. Bonghi nella lettera preposta a quest'edizione 
comparata, pag. XXV, e dall'egregio signor conte Luigi Greppi, questo, 
il fortunato possessore degli autografi, quella, l'autorevole consigliera del 
sommo scrittore , ebbi , unitamente alla comunicazione , anche il per- 
messo di pubblicare tre lettere inedite d'Alessandro Manzoni; lettere che 
illustrano mirabilmente lo studio sopra citato del signor Bonghi , e che 
offro qui al pubblico, non perchè io creda d'aggiungere qualcosa alla fama 
di Chi le scrisse, né per ridicola smania di far noto tutto quanto fu pen- 
sato e detto da un Grande ; ma perchè soltanto in quest'edizione compa- 
rata de' Promessi Si^osì parmi che possano trovarsi al loro posto, mentre 
forse non lo sarebbero in una raccolta completa d'altri scritti inediti man- 
zoniani ; tanto son esse familiari e dettate solo da quello che, disse or ora 
l'illustre Cantù, fu uno de' due amori del Manzoni negli ultimi suoi anni, 
dall'amore cioè per la lingua italiana. 

La prima lettei-a, prima per l'importanza, non per il tempo, accompa- 
gnava una copia del Romanzo, edito nell'anno 1852 dalla tipografìa Redaelli. 
La seconda fu scritta a proposito della parola tavolo per tavola o ta- 
rolino, che si trova nal Gap. Vili de^ Promessi Sposi, dell'edizione Re- 
daelli (pag. 144, linea ottava) *, donata dal Manzoni alla signora Luti; 
parola che, a ragione, fece tanto maraviglia all'Autore, perchè egli, oltre 
all' averla scritta seguendo l'uso toscano nella prima edizione, l'aveva anche 
corretta coli' altra — tavolino — già nel 1840, e che trovasi infatti, così 
riprodotta, in quasi tutte le altre edizioni, eccetto però, come appare, in 
questa del Redaelli e, che sappia io, nell'altra fatta a Lipsia dal Brockhaus 
r anno 1869. L'errore dunque va tutto riferito all'editore, non all'Autore, 
ne a « chi ha ajutato a correggere. > 

La terza lettera, prima per il tempo, è un'altra prova della cura diligen- 
tissima del Manzoni per ottener che la precisione e la chiarezza della parola 
non abbiano mai a lasciare il menomo dubbio nella mente di chi legge. 
Ma ho già fin troppo ritardato al cortese lettore il piacere di tratte- 
nersi qualche minuto di più coli' immortale Romanziere; quindi non ag- 
giungo altro, perchè su questa materia, non la finirei mai nemmeno io. 

Milano, il 6 dicembre del 1878. 

R. F. 



Si veda a pag. 142, linea terza e quarta della presente edizione, Voi. 



Pregiatissima Signora Emilia, 



Milano, 5 settemlre 1854. 

Eccole il libro die mi si fa l'onore di desiderare, e che La prego di 
gradire, rozso com'è, e non darmi la mortificazione di vederlo ritor- 
nare indietro. 

Qual sia il meglio, di questo o del suo antecessore, non si troverà 
inai, perchè non è huono, né V uno né l'altro. La questione dunque non 
puh esser che del peggio ; ma anche questa non vedo come si possa ri- 
solvere, se non con l'esaminare quale sia il più o il meno toscano. 

è questione di lingua, o è questione di stile. 

Se è di lingua, dove si può trovar la regola per giudicare della 
lingua d'un libro, se non nella lingua medesima? E cos'è una lingua, 
secondo il senso universale degli uomini, che furono, che sono e che sa- 
ranno, se non il complesso de' vocaboli usati da una società, per dire 
tutto quello che dice? E dove trovar questo in Italia, se non s'accetta 
per lingua comune una delle vere lingue che ci sono, anche troppo, in 
Italia? E quale di queste se non la toscana, accettata già da cinque 
secoli? Accettata, non già concordemente, costantemente, efficacemente, 
come si dovrebbe; ma la sola che sia accettata in qualche maniera. 
Si dirà forse che questa regola sì trova pure anche fuori della lingua 
toscana. Lo nego. Se ne trovano molte, che vuol dir nessuna. Certe 
parole in certi scrittori, cert' altre in cer l'altri; alcune in un vocabo- 
lario, alcune in un altro; questa per una ragione, quest'altra per un'al- 
tra; e anche questo non tutti d'accordo: tutt' altro; e per necessità; 



giacché come ci puh esser accordo fuori dell'unità? Sicché, mentre per 
lingua il senso universale intende il dir tutto uniformemente, qui si 
chiamerebbe lingua, il dire solamente alcune cose, e anche queste di- 
versamente in gran parte. 

è questione di stile; e siamo ancora lì. Lo stile non è altro che 
la maniera di mettere insieme i materiali d'una lingua; sicché la que- 
stione fondamentale è ancora di lingua. Come giudicare della maniera 
di comporre le parole se non s'è fìssi sulla ragione delle parole? Torna 
anche qui quel primo guazzabuglio, di prendere un criterio in un caso, 
uno in un altro, cioè di non avere un vero, cioè un unico criterio. 

Ma il mezzogiorno s'avvicina, e Lei sa che, su questa materia, non 
la finirei mai. 

La prego di scusar questo scarabocchio, e di bruciarlo, e sopra- 
tutto di credermi e di volermi 



Suo aff.""" serv." e amico 
Alessandro Manzoni. 



Fregiatissima Signora Emilia, 



Milano, 25 luglio 1845, 
proprio il giorno della sua partenza. 



Secondo il solito, le parole che dovevo domandarle, mi sono venute 
in mente, quando Lei non era più qui, e nemmeno a Milano. 

Quello che noi milanesi chiamiamo ripiano della scala e segnata- 
mente quello che si trova tra due andate faltra parola milanesej, e 
non a capo scala, si dice ripiano o pianerottolo? e se l'uno e l'altro, 
quale il più comune? ne l'uno ne l'altro? E le andate suddette, si 
dicon rami, o branche, o che altro ? 

Se non è più che sicura, oso pregarla di scrivere a Firense. Tante 
scuse, tanti auguri di huona campagna 



Senza formole di cerimonia 



Suo devot:"" 
Alessandro Manzoni. 



Pregiatissima Signora Emilia, 



Alle gambe di quel tavolo meriterehhero d'esser legati, uno da una 
parte e uno dall'altra, per una giornata intera, l'autore e... citi l'ha 
ajidato a correggere. Come diamine sia nato un caso simile, che, 
essendo stato toscano nella prima edizione, io mi sia rifatto lombardo 
nella seconda, non lo so intendere. E Lei, sig.''"" Emilia, come ha la- 
sciato passare uno strafalcione di quella grandezza ? Sono almeno con- 
tento che ci sia chi gliela fa scontare-. 

mi creda 

Lesa, 18 settembre 1S54. 

Suo aff."'° serv." e amico 
A. Manzoni. 



AVVERTENZA 

Per l'edizione futura, che sarà la nona, il compilatore del raffronto 
prepara un ìndico completo dei vocaboli e delle locuzioni per lo 
studio della lingua e dello stile; l'editore adoprerà tipi nuovi e mi- 
gliorij numerando le linee nel margine delle pagine. 

R. F. — D. B. 

Milano, il 31 agosto del 1888. 



I 

PROMESSI SPOSI 



Edizione riveduta del 1840 posta in riscontro n,lla prima del 1^25. 



AWE^TEMZE. 



\\ Iftslo m caralteTa p\cco\o (.corpo e) k. quaWo àeWa ptltna ed\- 
xioive (.\.%^c>). 

W lesVo viv cataUata p\\i gtosso (corpo 9) k queWo daWeàviiorva 
nvodula (\SliOV 

"Le v\Tgo\6 , \e XeUete a \a paTo\e m cataU^Te più sp\Gca\.o 
(ii«vinanno) sowo coTTO7i\oxv\ aggiuivla àaWa ©dizioive nveàula. 

\a pato\a letmVtvale da \it\a voca\e in caTallate picco\o (pdt 
esampvo". erano ) Naunexo pui UotvoaU i\a\\' admoue nvedutó. 



INTRODUZIONE. 



L'nistoria 

< L'historùz st può veramente definire vna guerra illustre contro il Tempo, perchè 

togliendoli di mano gF anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in 

nuoao 
vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gì illustri Cam- 

piom che in tal Arringo fanno messe di Palme e d' Allori, rapiscono solo che le 

•ole spoglie più sfarzose e hrillanti, imbalsamando co' loro inchiostri le Imprese 

de Prencipi e Potentati, e qualificatt Personaggi, e trapontando coli' ago finissimo 

dell' ingegno i fili doro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni glo- 

sollevarsi 

riose. Però alla mia debolezza non è lecito sollevarsi a taV argomenti, e sublimità 
pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bel- 
lici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabilì.se ben capitomo 
a gente meccaniche, e di piccai affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, 
wn far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella 
quale st vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie rf" horrori, e Scene di malvag- 
gita grandiosa, con intermezi d' Imprese virtuose e buontà angeliche , opposte alle 
cperationt diaboliche. E veramente, consideratìdo che questi nostri climi sijno sotto 

Nostro 

f amparo del Re Caliolico nostro Signore , che è quel Sole che mai tramonta, e 
che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l'He- 
roe di nobil Prosapia che prò tempore ne tiene le sue parti, e gF Amplissimi Se- 
notori quali Stelle fisse, e gì' altri Soettabiìi Magistrati qual' erranti Pianeti spaih 



4 INTRODUZIONE. 

dino la luce per ogni doue, venendo cosi a formare un nobilissimo Gelo, altra 

causale trouar non st può del vederlo tramutato m inferno d^atti tenebrosi, mal- 
to 
vaggilà e sevitte che dagV Jiuomini temerari} si vanno moltiplicando, se non se arte 

e fattura diabolica, attesoché Fhumana malitia per sé sola bastar non dourebbe a r*. 
sistere a tanti Heroi, che eoh occhy <f Argo e braccj di Briareo, st vanno traffi- 
cando per li pubblici emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenut» 
M' tempi di mia verde staggione, abbenché la più parte delle persone che vi rap- 
presentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con rendersi tribu^ 

poro, 

tar^ delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà li loro nomi, cioè la parentela, 
et il medemo si farà de' luochi, solo indicando li Territorij generaliter. Né alcuno 
dirà questa sy tmperfetlume del Racconto, e defformità di questo mio [rozzo Parto, 
a meno questo tale Crttico non sij persona affatto diggiuna della Filosofia: che quanto 
agì huomini in essa versati, ben vederanno nulla mancare alla sostanza di detta 

enidente 

Narratione. Imperciocché, essendo cosa evidente, e da verun negata non essere t 
nomi se non puri purissimi accidenti .... » 
— Ma, quando io avrò durata l' eroica fatica di trascrÌTer» questa storia da que- 

Euol dirsi 

Sto dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol dire, alla luce, si 

egli 

troverà poi chi duri la fatica di leggerla? — 

diciferare 

Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno scarabocchio 

che veniva dopo accidenti, mi fece sospender la copia, e pensare più seriamente a 

[diceva io fra in* 
quello che convenisse di fare. — Ben è vero, tlicevo tra me, scartabellando il ma- 

gragnuola 

noscrillo, ben é vero che quella grandine di concettini e di figure non continua cosi 

a prima gianta fare un 

alla distesa por tutta 1' opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere 

po' di mostra della 

m mostra la sua virtù ; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per lunghi 

come 

tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Si; ma com'è dozzinale! 

come come fnria 

com* è vaiato 1 com' è scorretto I Idiotismi lombardi a iosa, frasi della lingua a- 
doperale a sproposito, grammatica arbitraria, periodi sgangherati. E poi, qualche 

spagnnola che nei 

eleganza spagnola seminata qua e là ; e poi, eh' è peggio, ne' luoghi più terribili o 
più pietosi della storia, a ogni occasione d' eccitar meraviglia, o di far pensare, a 

richieggono retorica retorica 

tutti quo' passi insomma che richiedono bensi un po' di rcltorica, ma reltorica 

""a mettervi 

discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di metterci di quella sua così 

di- 

fàtta del proemio. E allora, accozzando, con un' abilità mirabile, le qualità più op- 



INTRODUZIONB. 5 

■parate modo 

poste, trova la maniera di riuscire rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, 
nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui : declamazioni ampollose, com- 
poste a forza di solecismi pedestri, e da per lutto quella goffaggine ambiziosa, 

elio 

eh' è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, m questo paese. In vero, non 

avvisati 

è cosa da presentare a lettori d' oggigiorno : son troppo amraaliziati, troppo disgu- 

Manco 

Stali di questo genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m'é venuto 
iul principio di questo sciagurato lavoro : e me ne lavo le mani. — 

Neil' atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva male che uni 
storia cosi bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta; perché, in quanto storia, 

ella parata, dico, 

può essere che al lettore ne paia altrimenti, ma a me era parsa bella, come dico; 

dei 

molto bella. — Perchè non si potrebbe, pensai, prender» la sene de' fatti da que- 

alcua perchè 

Sto manoscritto, e rifarne la dicitura? — Non essendosi presentalo alcuna obiezion 

tosto 

ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l' origine del présente libro, 

una 

esposta con un' ingenuità pari all' importanza del libro medesimo. 

quei ci 

Taluni però di que' falli, certi costumi descritti del nostro autore, c'eran» sem- 
brali cosi nuovi, cosi strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, 

noi abbiamo testimonii data la briga di frugare 

abbiam voluto interrogare altri testimoni ; e ci slam messi a frugar nelle memo- 
rie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. 

dubbii ad 

Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi : a ogni passo ci abbattevamo in cose 

consimili, e in cose più ioni : e, quello che ci parve più decisivo, abbiamo per- 
dei 
fino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai avuto notizia fuor che 

avessero esistito, 

dal nostro manoscnlto, eravamo in dubbio se fossero realmcnle esistili. E, all'oc- 
correnza, citeremo alcuna di quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, 
alle quali, per la loro stranezza, il leitore sarebbe più tentalo di negarla. 

Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che dicitura vi 
abbiam noi sostituita? Qui sta il punto. 

rifare l'altrui lavorio si 

Chiunque, senza esser pregalo, s' mtromette a rifar l'opera altrui, s' espone a 

del suo 

rendere uno saetto conio della sua, e ne contrae in certo modo l'obbligazione : è 
questa una regola di fatto e di diritto, alla quale non pretendiamo punto di sot- 

. ^"^'l noi ci eravamo proposti 

trarci. Anzi, per conformarci ad essa di buon grado, avevam proposto di dar qui 
mmutamente ragione del modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo 
andati, per tutto il tempo del lavoro» cercando d' indovinare le critiche possibili e 



INTRODUZIONB. 
coU' 

contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. Né in questo sarebbe 

ad 
stata la difficoltà ; giacché ( dobbiamo dirlo a onor« del vero ) non ci si pre- 
sentò alia mente una critica, che non le venisse insieme una risposta trionfante, 

quistioni 

di quelle risposte che, non dico risolvono le questioni , ma le mutano. Spesso an 

a' capelli fra 

che, mettendo due critiche atte mani tra loro, le facevamo battere l'una dall'altra 

'addentro 

0, esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo a scoprire e 
a mostrare che, cosi opposte in apparenza, erano però d' uno stesso genwe, na- 

entrambe avvertire i i priucipii 

sccvan» tutt' e due dal non badare ai fatti e ai principi su cui il giudizio doveva 

postele 

esser Jondato;e, messele, con loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo msierae 

vi 

a spasso. Non ci sarebbe mai stato autore che provasse cosi ad evidenza d' aver 

a quello 

fatto bene. Ma che ? quando siamo stati al punto di raccapezzar» tutte le dette 
obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordina, misericordia ! venivano a fare 

II cne veduto, ponemmo da canto 

un libro. Veduta la qualcosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni 

valide 

che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a ghi- 
stificame un altro, anzi lo stile d' un altro, potrebbe parere cosa ridicola : la se- 
conda, che di Ubri basta uno oer volta, quando non é d'avanzo. 



».rf«^»#»* m-fi 0i^.fT^^ftffm^-^mt ^ ^t i ^^'» #»gf<%rf»-«» *. 



I PROMESSI SPOSI 



CAPITOLO PRIMO. 



Quel ramo del lago di Coni©, che volge a mezzogiorno, tra dua 
catene non interrotte di monti, tuttp a seni e a golfi, a seconda dello 
sporgere e del rientrare di quelli, vien« , quasi a un tratto, a ristrin- 
gersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a de- 

rìviera di rincontro 

stra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi con- 
giunge le due rive , par che renda ancor più sensibile ali* occhio 
questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago ce^sa, «* 
l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, 
allontanandosi di nuo-v-\ lasciano l'acqua distendersi e rallenta rai 

riviera 

in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito 
di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno 
detto di san Martino, l'altro , con voce lombarda , il Resegone , dai 
molti suoi cocui./,oli in fila , che in vero lo fanno somigliare a una 
sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, coma 

dai bastioni rispondono verso 

per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, 

con que! semplice )ndi:?io, 

non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta. 



8 I PROMESSI SPOSI 

giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. 

tratto riviera 

Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; 

diroitipe 

poi si rompe in poggi e in valloncelli , in erte e in ispianate , se- 
dei 
condo l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estre- 

interciso pressoché 

mo, tagliato dalle foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; 

-vigneti, sparsi 

il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche 
parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la prin- 
cipale di quelle terre , e che dà • nome al territorio , giace poco di- 
scosto dal ponte, alla riva del lago , anzi viene in parte a trovarsi 

egli 

nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno 
d'oggi, e che s'incammina a diventar® città. Ai tempi in cui accad- 

imprendiarao di 

dero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerà- 

di 

bile^ era anche un castello , e aveva perciò l'onore d' alloggiare un 
comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di 

spagnuoll, 

soldati spagnoli, che insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne 

del paese, accarezzavano di tempo in tempQ le spalle a qualche ma- 
padre, della state 
rito, a qualche padre; e, sul finire dell'estate, ngn mancavano mai di 

le ai 

spandersi nelle vigne, per diradare p uve, e alleggerire a' contadini le 

dalle 

faticne della vendemmia. Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture 
alla riva, da un poggio all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade 

acclivi, piane , tratto tratto 

e stradette, più o meu ripide, o piane; ogni tanto affondate, se- 
fra levando il guardo, 

polte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un 

tratto tratto 

pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su 

aperti terrapieni ; quivi 

terrapieni aperti : e da qui la vista spazia per prospetti più o meno 
estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i di- 
versi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e se- 
condo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o 

tratto 

>;)arisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga 

svariato 

iitcesa di quel vasto e variato specchio dell' acqua ; di qua lago, 

entro 

i^ttSo all'estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andi- 



CAPITOLO 1. 

espanso 

rivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti 

ad ad 

che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette 

coi in sulle 

«apovolti, co' paesetti posti sulle rive ; di là, braccio di fiume , poi 
lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento 

tra i digradando 

pur tra' monti che l'accompagnano, degradando via via, e perden- 

cui 

dosi quasi anch' essi nell' orizzonte. Il luogo stesso da dove contem- 

banda 

-piate que'varii spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte : il monte 
di cui passeggiate le falde, vi svolge, al disopra, d' intorno, le sue 

a ogni tratto di mano 

cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, apren- 
dosi e contornandosi in gioghi ciò che v' era sembrato prima un sol 
giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava 

in sulla 

sulla costa : e 1' ameno, il domestico di quelle falde tempera grade- 
volmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell'altre vedute. 

stradicciuole dal passeggio 

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeg- 

in sulla di 

giata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, 
don Abbondio, curato d' una delle terre accennate di sopra : il nome 
di questa, né il casato del personaggio, non si trovano nel manoscrit - 

in seguito. 

to, né a questo luogo né altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, 

alcuna volta richiudeva 

e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi 

entro dèstra; 

dentro, per segno, l' indice della mano destra, e, messa poi questa 

le reni 

nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino , guardando 

rigettando verso il muro col piede 

a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che face- 
la faccia 

vano inciampo nel sentiero : poi alzava il viso, e, girati oziosamente 

schiena 

gli occhi all' intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce 

pei 

del sole già scomparso , scappando per i fessi del monte opposto, si 

ed 

dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e ineguali 
pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro 

ad rivolta dove di levar 

squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov' era solito d'alzar 
sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e cosi fece anche 

rivolta una 

quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse un 



10 I PROMESSI SPOSI 

sessantina di viottoli di ^ 

sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d un ipsi- 

ed era la via che conduceva alla cura: 

lon: qaella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: 

il I-amo a sinistra ad questo lato 

l'altra scendeva nella valle fino a un torrente ; e da questa parte 

giungeva alle 

il muro non arrivava che all'anche del passeggiero. I muri interni 

de: viottoli si una 

delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un 

cappelletta, sulla 

tabernacolo, sul quale erano dipinte certe figure lunghe, serpeggianti, 

terminate "iella 

che finivano in punta, e che, nell' intenzione dell'artista, e agli oc- 

coll» 

chi degli abitanti del vicinato, volevano dir fiamme ; e, alternate con 

certe 

le fiamme, cert' altre figure da non potersi descrivere, che volevan'^ 
dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur 

grigiastro 

un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, 

voltato il canto come il guardo alla cap- 

voltata la stradetta, e dirizzando, com' era solito, lo sguardo al ta- 

pelletta si 

bernacolo, vide una cosa che non s' aspettava, e che non avrebbe 

rimpetto 

voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al con- 

dei viottoli l'uno 

fluente, per dir così, delle due viottole : un di costoro, a cavalcioni 

muricciuolo 

sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e 1* altro 

via 

piede posato sul terreno della strada ; il compagno, in piedi, appog- 

colle incrocicchiate 

giato al muro, con le braccia incrociate isul petto. L' abito, il porta- 
mento, e quello che, dal luogo ov' era giunto il curato , si poteva 

discernere 

distinguer dell' aspetto, non lasciavano dubbio intorno alla lor» con- 
dizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, 

un gran flocco, 

che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla 

ina- 

quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo : due lunghi mustacchi ar- 

nellati alle estremità: il lembo del farsetto chiuso in 

ricciati in punta : una cintura lucida di 

appese con 'uncini picciolo 

cuoio, e a quella attaccate due pistole : un piccol corno ri- 

un vezzo: alla parte de- 

pieno di polvere, cascante sul petto, come una collana : un manico 

Btra delle larghe e gonfie brache, una taschetta donde usciva un manico di col- 
di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e gonfi 

tellaccio: pendente del lato manco, grande elsa 

calzoni, uno spadone, con una gran guardia 

traforata a lamine d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti • 

dei 

a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de" òravù 



CAPITOLO I. 11 

Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in 
Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni 

dei 

squarci autentici, che potranno darne una bastante de' suoi caratteri 

messi in opera 

principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura a 
rigogliosa vitalità. 

dagli d 

Fino dall' otto aprile dell' anno 1583, l' Illustrissimo ed Eccellen- 
tissimo signor Don Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano, Duca 
di Terranuova, Marchese d' Avola, Conte di Burgeto, grande Am- 
miraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano e 
Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, pienamente in- 
formato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive que- 
sta Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi, pub- 
blica un bando contro di essi. Dichiara e difjinisce tutti coloro es' 

sere compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vaga- 

forestieri, 

bondi.... i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio 
alcuno, od avendolo, non lo fanno .... ma, senza salario, o pur con 

officiale, 

esso^ s' appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o 
mercante .... per fargli spalle e favor e^ o veramente, come si può 
presumere, per tendere insidie ad altri ... . A tutti costoro ordina 

sgombrare 

che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, in- 

galéa ai concede 

tima la galera a' renitenti, e dà a tutti gli uflziali della giustizia le 

ampie, ed 

più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l'esecuzione dell'or- 
ai d' 
dine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore, 

che questa Città è tuttavia piena di detti bravi .... tornati a vivere 

come prima vivevano, non punto mutato il costume loro, né scemato 

il numero, dà fuori un' altra grida, ancor più vigorosa e notabile, 

fra le 

nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive : 

Che qualsivoglia person:i; con di questa Città, come forestiera^ 

testlmonii 

che per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente ripu- 
tato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si verifichi aver 



h. 



U I PROMESSI SPOSI 

fatto delitto alcuno.... per questa sola riputazione di bravo, 
senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di loro 
esser posto alla corda et al tormento^ per processo informativo. .. 
et ancorché non confessi delitto alcuno^ tuttavia sia mandato alla 
gàlea, per detto triennio, per la sola opinione e nome di bravo, 

oramette 

come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia, perchè Sua 
Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da ognuno. 

All'udir parole d'un tanto sigaore, cosi gagliarde e sicure, e ac- 
compagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al 

quelle sieno 

solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. 

di 

Ma la testimonianza d'un signore non meno autorevole, né meno do- 
tato di nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi 1' Il- 
lustrissimo ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, 
Contestabile di Castiglia, Cameriere maggiore di Sua Maestà, Duca 
della Città di Frias, Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa 
di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello 

Ai di 

Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente infor- 

anch' egli 

mato anche lui di quanto danno e rovine sieno .... i bravi e va- 
gabondi, e del pessimo effetto che tal sorta di gente fa cantra il 
ben pubblico, et in delusione della giustizia, intima loro di nuovo 

che, nel termine di giorni sei, abbiano a sbrattare il paese, ripe- 
stesse minacce stesse prescrizioni 

tendo a un dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del suo 

Ai poi di maggio 

predecessore. Il 23 maggio poi dell' anno 1598, informato^ con non 
poco dispiacere dell'animo smo, che.... ogni di più in questa Città 
e Stato va crescendo il numero di questi tali (bravi e vagabondi), 

né di loro, giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente 

omicida. 

date, omicida e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali 
%i rendono più, facili, confidati essi bravi d'essere aiutati dai capi 

. loro;... ^ rin.edii 

e fautori loro, . . . prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo la 

si 

dose, come s' usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque, conchiude 



CAPITOLO I. 
•gli, 

poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna alla 
grida presente, perchè^ in luogo di provare la clemenza di Sua 

Eccellenza, proverà il rigore, e V ira sua essendo risoluta e 

determinata che questa sia Vultima e perentoria monizione. 

Non fu però di questo parere l' Illustrissimo ed Eccellentissimo 
Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fu- 
entes. Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di 
questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato della 
miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran nu- 
mero di bravi che in esso abbonda.... e risoluto di totalmente e- 

ai di Dicembre 

stirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una 

monizione ^ gagliardi provvi dimenti 

nuova grida piena anch* essa di severissime comminazioni, con 
fermo proponimento che^ con ogni rigore^ e senza speranza di re- 

eseguiti. 

missione^ siano onninamente eseguite. 

ch'egli 

Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella 
buona voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitare 
nemici al suo gran nemico Enrico IV ; giacché, per questa parte, la 

attesta, egli centra 

storia attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di 
Savoia, a cui fece perder^ più d'una città; come riuscisse a far con- 
giurare il duca di Blron, a cui fece perdere la testa ; ma, per ciò che 

dei certa cosa 

riguarda quel seme tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso cen- 
ai di 
tinuava a germogliare, il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno 

r Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore , Don Giovanni de Men- 

dozza, Marchese de la Hjnojosa, Gentiluomo, etc, Governatore, etc., 

questo 

pensò seriamente ad estirparlo. A quest' effetto, spedi a Pandolfo e 
Marco Tullio Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, 

a sterminio 

corretta ed accresciuta, perchè la stampassero ad esterminio 

dei toccare ai di Decembro 

de' bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre del- 
l'anno 1618, gli stessi e più forti colpi dall' Illustrissimo ed Eccel- 
lentissimo Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca 



14 



1 PROMESSI SPOSI 



pn. 

di Feria, etc, Governatore, etc. Però, non essendo essi morti nep- 

re di quelle percosse, _ ,-,-,„,.. „. ., -,. 

pur di quelli, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor 

* il pas- 

Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la pas- 
seggio 
seggiata di don Abbondio, s' era trovato costretto a ricorreggere 

contra di 

e ripubblicare la solita grida contro 1 bravi, il giorno 5 ottobre del 
1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel memorabile 
avvenimento. 

questa fu 

Né fu questa l'ultima pubblicazione ; ma noi delle posteriori non 
crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo 

dei di 

della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio 
dell'anno 1632, nella quale l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, 
el Duque de Feria^ per la seconda volta governatore, ci avvisa 
che le maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano 

a farne certi 

bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattia- 

dei 

mo, e' era de' bravi tuttavia. 

in aspetto di 

Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualchedu- 

quello 

no, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Ab - 

l'esser chiarito egli 

bondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. 

Poiché 

Perchè, al suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la 

movimento. tutti ad 

testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt' e due a un 

egli à desso; quegli 

tratto avevan detto : è lui ; quello che stava a cavalcioni s' era 
alzato, tirando la sua gamba sulla strada ; l'altro s'era staccato 

ed entrambi si avviavano alla volta di lui. 

dal muro ; e tutt' e due gli s' avviavano incontro. Egli, tenendosi 
sempre il breviario aperto dinanzi, , come se leggesse, spingeva lo 

veggendoli 

■Sguardo in su, per ispiar^ le mosse di coloro; e, vedendoseli venir» 

alla sua volta in 

proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò 

fra vi 

subito in fretta a sé stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche 

dritti. tjsto 

uscita di strada, a destra o a sinistra ; e gli sovvenne subito di no. 

per ricercare contra 

Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche 

contra 

potente, contro qualche vendicativo ; ma, anche in quel turbamento, il 



CAPITOLO I. 5 

1^» , ttM>;iiio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi 

si fiso. Si posa 

però s' avvicinavano, guardandolo fìsso. Mise l'indice e il medio della 

sinistra mano rassettarlo, 

mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le 
due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all' indietro, tor- 

guardava colla 

cendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell' occhio, fin 

Lanciò 

dove poteva, se qualcheduno arrivasse ; ma non vide nessuno. Diede 

muricciuolo nei 

un' occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un' ai- 
via che gli era 

tra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che 
fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso 

dire: schifare gli 

che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi 

quella • 

corse incontro , perchè i momenti di queir incertezza erano allora 

di 

COSÌ penosi per lui, che non desiderava altro che d' abbreviarli. Af- 
frettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia 

ed 

a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per pre- 
sorriso, e 
parare un sorriso ; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, 

sui cu- 

disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. « Signor cu- 
rato ! quei 
rato, » disse un» di que' due, piantandogli gli occhi in faccia. 

chi mi # gli occhi 

< Cosa comanda? » rispose subito don Abbondio, alzando i suoi 

d"in sul libro, e tenendolo spalancato e sospeso con arabe le mani. 

dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggio. 

Ella ^ col piglio ed 

« Lei ha intenzione, » prosegui 1' altro, con l'atto minaccioso e 

su r 
iracondo di chi coglie un suo inferiore sull' intraprendere una ribal- 

ella sposare 

deria, « lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e 
Lucia Mondella! » 

« Cioè .... » rispose, con voce tremolante, don Abbondio : « cioè. 

vadano 

Loro signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno que- 

piastricci fra 

ste faccende. Il povero curato non c'entra : fanno i loro pasticci tra 

ad 

loro, e poi .... e poi, vengon° da noi, come s'anderebbe a un banco 

riscuotere 

a riscotere ; e noi. ... noi siamo i servitori del comune. » 

con voce somrr.essa tuono 

« Or bene, » ^11 disse il bravo, all' orecchio, ma in tono solenne 
di comando, « questo matrimonio non s'ha da fare né domani, né mai. » 



10 I PROMESSI SPOSI 

colla 

< Ma, signori miei, » replicò don Abbondio, con la voce mansueta 

d'un uotno che 

e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, « ma, signori miei 

nei 

si degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da 

importa nulla.. . » 

me,... vedono bene che a me non me ne vien nulla in tasca... » 
€ Orsù, » interruppe il bravo, « se la cosa avesse a decidersi a 

ella 

ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nò vo- 
cila 
gliam" saperne di più. Uomo avvertito .... lei e' intende. » 

codesti 

« Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli .... » 
€ Ma, » interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva 
parlato fin" allora, < ma il matrimonio non si farà, o.... » e qui 
una buona bestemmia, « o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non 
ne avrà tempo, e.... » un' altra bestemmia. 

ripiglio 

« Zitto, zitto, » riprese il primo oratore, « il signor curato è 
an uomo cbe sa il vivere del mondo; e noi siam'^ galantuomini, 

quando egli 

che non vogliami fargli del male, purché abbia giudizio. Signor cu- 
rato, r illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce 
caramente. » 

Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte 
d'un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente 

ed egli, 

e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, 

grande 

un grand' inchino, e disse : « se mi sapessero suggerire,... » 

€ Oh ! suggerire a lei che sa di latino ! » interruppe ancora il 
bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. « A lei tocca. E 
sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le ab- 
biam dato per suo bene; altrimenti.... ehm.... sarebbe lo stesso che 

ella che 

fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome al- 
l' illustrissimo signor don Rodrigo? » 
€ Il mio rispetto .... » 

spieghi, signor curato. » 

€ Si spieghi medilo ! » 

alla 

< .... Disposto .... disposto sempre all' ubbidienza. » E, prò- 



bene «gli stesso dava 

t<«rendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una pro- 

se giitava un coinpliuiento comunali». 

messa, o un complimento. I bravi le presero, o mostrarono di pre» 
derle nel significato più serio. 

Benissimo; signor curato, 

« Benissimo, e buona notte, messere, ». disse l'un d' essi, in atto 
di parti re col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, 

del corpo iscansaili 

avrebbe dato un occhio per scansarli, allora avrebbe volute 

egli 

prolungare la conversazione e le trattative. « Signori.... », cominciò, 

ad amba 

chiudendo il libro con le due mani ; ma quelli, senza più dargli u- 

donde egli era si dilungarono 

dienza, presero la strada dond' era lui venuto, e s'allontanarono, can- 
tando una canzonacela che non voglio trascrivere. Il povero don 

colla incantato, 

Abbondio rimase un momento a bocca aperta, come incantato ; 

poscia pigliò anch'egli 

poi prese quella delle due stradette che conduceva a casa sua, 

gli 

mettendo innanzi a stento una gamba dopo 1' altra, che parevano 

ingranchite, e in uno stato di nunte che il lettore comprenderà meglio dopo 

aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio, quando 

di avere appreso qualche cosa di più. dell indole di q'i*s'o pei sonaggio « della 

avrem detto qualche cosa del suo naturale, e 

condizione dei 

de' tempi in cui gli era toccato di vivere. 

ne 

Don Abbondio ( il lettore se n' è già avveduto ) non era nato con 

lionf. r no dai egli 

un cuor di leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto com- 

accorgersi situazione lapin iri(jacciata qu"i 

prendere che lapeggior condizione, a que' tempi, era quella d'un 
animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse in- 

ad essere 

'nazione d'esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun 

da 
conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di 

centra 

far paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le 

venivano giù a dirotta anno- 

violenze private. Le leggi anzi diluviavano ; i delitti erano enume- 

veratl 

rati, e particolareggiati, con minuta prolissità: le pene, pazzamente 

esorbitami. 

esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad ar- 
bitrio del legislatore stesso e di cento esecutori ; le procedure, stu- 
diate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli 
d'impedimento a proferire una condanra: g\ squarci che abbiam» 

. + .. j 11 ., contra picciolo 

riportati delle gride contro i bravi, na òono un piccolo, ma fedei 

2 



13 I PROMESSI SPOSI 

p«r ciò, 

saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle 
gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano 

dei 

ad altro che ad attestare ampollosamente l' impotenza de' loro autori ; 

egli era di 

o, se producevano qualche eflfetto immediato, era principalmente d'ag- 

80f 

giungere molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già sof- 
ferivano dai di ere -e 
frivano da' perturbatori, e d' accrescer le violenze e 1' astuzia di 

ed 

questi. L' impunità era organizzata, e aveva radici che le gride 

smuovere. 

non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran° gli asili, tali i 
privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in 

ne$;ati 

parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane' proteste, ma 

di guardati e quasi da ogni individuo, 

sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con 

questa 

attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minac- 

ed ad 

ciata e insultata, manon distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni 

ad _ nuovi ingegni 

minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per 

fatti 

conservarsi. Così accadeva in efiFetto; e, all'apparire delle gride dirette a 
comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i nuovi 
mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride venivano 

ad 

a proibire. Potevan° ben esse inceppare a ogni passo , e molestare 
r uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza protezione 
perchè, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per prevenire o per 
punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del privato al volere 

di mille magistrati ed esecutori. 

arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima di commettere 

ripararsi 

il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in 

por 
un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebbero mai osato metter 

misure 

piede; chi, senz' altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse 

I vanità, 

a difenderlo la vanità e Y interesse d'una famiglia potente , di tutto 

ceto; quegli » 

un ceto, era libero nelle sue operazioni , e poteva ridersi di tutto 

che 

quel fracasso delle gride. Di quegli stessi eh' eran" deputati a farle 
eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, 
alcuni ne dipendevano per clientela ; gli uni e gli altri, per educazio- 



CAPITOLO I. !• 

ne, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano ab- 
bracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall' offenderle, 

l'amore affisso agli angoli delle vie. 

per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini 

della 

poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando fossero stati intra- 

devoti 

prendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi 

a capo 

come martiri, non avrebbero però potuto venirne alla fine, inferiori 

coi quali si sarebbero posti in guerra e colla 

com' erano di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con 

probabilità frequente o anche sagrificati 

una gran probabilità d'essere abbandonati da chi ^ in 

oltrac- 

astrattoe,per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma, oltre di 

ciò dei 

ciò, costoro eran" generalmente de' più abbietti e ribaldi soggetti del loro 
tempo; 1' incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che pote- 
vano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era quindi ben na- 

di 

turale che costoro, in vece d' arrischiare, anzi di gettar^ la vita in 

una impossibile 

un' impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro 

riserbassero ad 

connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata 

v" 

autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c'era 

opprimere, 

pericolo ; nell' opprimer cioè , e nel vessare gli uomini pacifici e 
senza difesa. 

ed ogni istante 

L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere 

quei 

offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' 

degli 

tempi, portata al massimo punto la tendenza degl' individui a te- 
di 
nersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno 

la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a 

difenderà 

sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, 
il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati 
in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, 
ì medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligar- 
chie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo 
trovava il vantaggio d'impiegar^ per sé, a proporzione della sua au- 
torità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti 



alla loro; 

si valevano di questo vantE^gio a difesa soltanto; gli astuti e i fa- 
cinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle 
quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurar- 

im- 

sene Timpunità. Le forze però di queste varie leghe eran» molto di- 
pari 
suguali ; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e vio- 

un drappello circondato da 

len\o, con Intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di conta- 

ed 

dini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a ri- 
guardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un 

al quale 

potere, a cui diffìcilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi 
potuto resistere. 

non animoso, 

Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, 

dunque , quasi all'uscire dall'iufanzia, avveduto 

■'era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discre- 
zione, d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta* co- 

far cammino 

stretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva 

obbedito 

quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. 

egli 

Per dir^ la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai 

assicuraisi 

nobili fini del ministero al quale si dedicava : procacciarsi di che vi- 

pO!8Ì 

vere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli 

paruta 

erano sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. 

provvede all' 

Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assi- 

ad 

cura, che fino a un certo segno : nessuna lo dispensa dal farsi un suo 

nei 

sistema particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pen- 

sicureiza quei 

sieri della propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per otte- 

fosse mestieri di di 

nere i quali facesse bisogno d'adoperalrsi molto, o d'arrischiarsi un 
poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar^ tutti i 
contrasti, e nel cedere, in quelii che non poteva scansare. Neutra- 
lità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, 
dalle contese* allora frequentissime» tra il clero e le podestà laiche, 

dai contrasti pure frequentissimi di utìziali e di nobili, di nobili e di magistrati, di bravi 

tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, 

• di soldati baruffe 

fii.j alle questioni tra due contadini nate da una parola, • 

c^lle jjugna eoi coltelli. 

decise coi pugni, o non le coltellate. 



CAPITOLO I. »1 

S'egli era forzato ifr» 

Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due 
contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, 

che 

e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era volontaria- 

uimico 

mente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo 

posto 

esser" voi il più forte? ch'io mi sarei messo dalla vostra parte. Stando 

dai soperchierio 

alla larga da' prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeg- 

sommessioni 

giere o capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che ve' 

una 

nissero da un'intenzione più seria e più meditata, costringendo, a 
torza d' inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, 

gli via , po- 

a fargli un sorriso, quando gì' incontrava per la strada, il po- 

ver uomo varcare forti 

ver'uomo era riuscito a passare i sessant' anni, sea?; a gran burrasche. 

anch'agli 

Non è però che non avesse anche lui il suo jo* di fiele in corpo; 

esercizio di sofferenza sovente 

e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar cosi spesso ra- 

altrui 

gione agli altri, qwe* tanti bocconi amari inghirttiti in silenzio, glielo 

qualche tratto 

avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, 

ne 

potuto dargli un po' di sfogo, la sua salute n' avrebbe certamente 

patito. presso 

soflferto. Ma siccome v'eran" poi finalmente al mondo, e vicino a lui, 
persone eh* egli conosceva ben bene per incapaci di far male, cosi 

egli 

poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente 

concetto anch'egli 

represso, e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e 
di gridare a torto. Era poi un rigido censore degli uomini che non 
si regolavano come lui, quando però la censura potesse esercitarsi 
senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno almeno 

imprudente , 

un imprudente; l'ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A 

contra 

chi, messosi a sostener® le sue ragioni contro un potente, rimaneva coi 
capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto ; cosa 
non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon" mai con un 

uno. 

taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell' una o dell* al- 

tgli declamava contra quei 

tro. Sopra tutto poi, declamava contro que'suoi confratelli che, is 

pigliavano contra 

loro rischio, prendevan le parti d' un debole oppresso, contro aa 



9» , I PROMESSI SPOSI 

egli ]e brighe 

goverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a 

volere dirizzar 

contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche seve- 

ch'egli era 

ramente, eh' era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della di- 

contra sermonava a quat- 

gnità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a 

irò occhi però picciolissimo 

quattr'occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, 
quanto più essi eran" conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che 
li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con 

ad 

la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie : che a un ga- 
lantuomo, il qual« badi a sé, e stia ne'suoi panni, non accadon» mai 
brutti incontri. 
Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse 

rincontro che si è narrato. 

fare sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento 

quei 

di que' visacci e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore noto 

che 

per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch'era co- 
tanti 
stato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, © 

un passo stretto, scabroso da attraversare, un passo del quale non si 

un passo dal quale non si poteva 

vedeva la uscita: 

veder come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuaria- 
mente nel capo basso di don Abbondio. 

fgll 
— Se Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma 

che cosa ho io 

vorrà delle ragioni; e cosa ho da rispondergli , per amor del 
cielo? E, e, e, anche costui è una testa: un agnello se nessun° lo 
tocca, ma se uno vuol contraddirgli ... ih I E poi, e poi, perduto die- 
tro a quella Lucia, innamorato come... Ragazzacci, che, per non saper 

altro , 

3he fare , s'innamorano, voglion» maritarsi, e non pensano ad altro; 

dei pongono 

non si fanno carico de' travagli in che mettono un povero ga* 
lantuomo. Oh povero ine! vedete se quelle due figuracce dovevan' 

sul mio cammino pigliarla 

proprio piantarsi sulla mia strada, e prenderla con me I Che c'entra 
io? Son io che voglio maritarmi? Perchè nonson» andati piuttosto a 

po' 

parlare... Oh vedete un poco: gran destino è il mio, che le cose 
A proposito mi vengan sempre in mente un momento dopo l'occa-^ 



CAMTOLO I. S3 

mo 

«ione. Se avessi pensato di suggerir loro che andassero a portare la 
loro imbasciata ... — Ma, a questo punto, s'accorse che il pentirsi di 
non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità era cosa troppo 

dei centra 

iniqua; e rivolse tutta la stizza de' suoi pensieri contro quell'altro 

egli 

che veniva cosi a togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo 
che di vista e di fama, né aveva mai avuto che fare con lui, altro 
che di toccare il petto col mento, e la terra con la punta de suo 

lo scontrato via. 

cappello, quelle poche volte che 1' aveva incontrato per la strada. 

una 

Gli era occorso di difendere, in più d'un'occasione, la riputazione di 

centra lavando 

quel signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando 

sua impresa 

gli occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto 

ch'egli 

cento volte eh' era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento, 

quei 

gli diede in cuor suo tutti que' titoli che non aveva mai udito ap- 

altrui un: cibò. 

plicargli da altri, senza interrompere in fretta con un cibò. Giunto, 

ira della sua casa, che 

tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch'era in 

capo pose 

fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già te- 
mano, apersa diligentemente, ed 

neva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di 

tosto 

trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: « Perpetua! Per- 

ella 

petua! », avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva es- 
sere certamente ad apparecch ar^ la tavola per la cena. Era Perpe- 

ue 

tua, come ognuno se n'avvede, la serva di don Abbondio: serva 
affezionata e fedele, che sape\ a ubbidire e comandare, secondo l'occa- 

i brout^iaiiieuti 

sione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone» 

sue 

e fargli a tempo tollerar^ le proprie, che divenivano di giorno in 

dacché ella 

giorno più frequenti, da che aveva passata l'età sinodale dei qua- 
ranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si 

co nella diceva 

erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane 
che la volesse, come dicevan° le sue amiche. 

rispose Perpetua, pio- 

€ Vengo, » rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fia- 

ciol fiasco 

cchetto del vino prediletto di don Abbondio, e si *sse lentamente^ 



M i PROMESSI SPOSI 

che 

ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò» 

avviluppato 

con un passo cosi legato, con uno sguardo così adombrato, con un 

viso cosi stravolto, che non ci sarebbero nemmen° bisognati gli oc- 
giunta 
chi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era ac- 

bene straordinario. 

caduto qualche cosa di straordinario davvero, 

che ha ella 

« Misericordia! cos'ha, signor padrone? > 

cadere 

< Niente, niente, » rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto 
ansante sul suo seggiolone. 

A me la vuol dare ad intenderei brutto, 

€ Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto 
com' è? Qualche gran caso è avvenuto. » 

« Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o ò 
cosa che non posso dire. » 

dire nemmeno piglierà 

€ Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua 
salute? chi le darà un parere?... » 

« Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere 
del inio vino. » 

« Ed ella 

€ E lei mi vorrà sostenere che non ha niente! > disse Perpetua, 

riempiendo 

empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volessi^ 
darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare. 
€ Date qui, date qui, » disse don Abbondio , prendendole il bic- 
chiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come 

un'ampolla medicinale. 

se fosse una medicina. 

ella che 

« Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar» qua e là cosa sia 
accaduto al mio padrone? » disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con 
le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, 

fiso 

guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto. 

non mi non mi 

< Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi; 
ae va . . . ne va la vita 1 » 

« La vita? » 
« La vita, p 



CAPITOLO 1. » 

« Ella ch'ella mi ha 

< Lei sa bene, che ogni volta che m'ha detto qualche cosa sin- 
ceramente, in confidanza, io non ho mai ...» 
« Brava ! come quando . . , » 

cangiando 

Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando 

subitamente il tuono : 

subito il tono, « signor padrone, » disse, con voce commossa e 

commuovere 

da commovere, « io le sono sempre stata affezionata; e, se ora vo- 

egli è 

glio sapere, è per premura, perchè vorrei poterla soccorrere, darle 
un buon parere, sollevarle l'animo ...» 

Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scari- 

Perpetua ne avesse 

carsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di cono- 

rispinti 

scerlo onde^ dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e 
più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d' una volta giu- 
rare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti 

ohimè ! narrò 

ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome ter- 

fu d'uopo 

ribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più 
solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si ro- 

levando 

vesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando 
le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo : « per 
amor del cielo! » 

Misericordia! sciamò so- 

€ Delle sue! » esclamò Perpetua. « Oh che birbone! oh che so- 

pfrchiante ! il 

verchiatore ! oh che uomo senza timor di Dio ! » 
«Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?» 

ella 

€ Oh ! siamo qui soli che nessun^ ci sente. Ma come farà, po- 
vero signor padrone? » 

« Oh vedete, » disse don Abbondio, con voce stizzosa: « vedete 
che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, 

ella impaccio cavamela. 

come farò; quasi fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levamela. » 
i)«nlo 
« Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi... » 

€ Ma poi, sentiamo. » 

« Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro 



30 I PROMESSI SPOSI 

santo, 

arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura 

brutti n.usi, stare so- 

di nessuno, e, quando può fare star « dovere un di questi pre- 

perchianti ei c'ingrassa ^ _ ^ ella 

potenti, per sostenere un curato, ci gongola ; io direi, e dico che lei 
gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente ...» 

darsi ad 

« Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un 

pover uomo? schiena... 

pover'uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena. 

Dio liberi!. terrebbe egli viat » 

Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe? » 

€ Ehi le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se 
questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho 

valere 

sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, g;ll 

ella 

si porta rispetto; e, appunto perchè lei non vuol mai dir la sua ra- 

ci 

gione, siamo ridotti a segno che tutti vengono, con licenza; a ... » 

« Volete tacere? » 

« Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'ac- 
corge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le . . . » 

egli da 

« Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate ? » 

ella 

« Basta : ci penserà questa notte ; ma intanto non cominci a farsi 
male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un boccone. » 

sicuro, 

« Ci penserò io, » rispose, brontolando, don Abbondio: « sicuro; io 
ci penserò, io cibo da pensare. » E s'alzò, continuando: « non voglio 

a me tocca 

prender niente; niente: ho altra vegliarlo so anch'io che tocca « 

pensarci* venire in capo proprio a me! > 

pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me. » 

altra gocciola 

« Mandi almen giti quest'altro gocciolo, » disse Perpetua, me- 

Ella racconcia 

scendo. « Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco. » 

ci vuol iiltro cerotto, ci vuol altro cerotto, ci vuol altro cerotto. » 

< Eh ! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. » 

picclola 
Così dicendo, prese il lume, é, brontolando sempre : « una piccola 

^d come ed 

bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com' andrà? » e al- 

si avviò alla sua camera per coricarsi. in 

tre simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la 

ristette tiD momento, sì rivolse si pose Vìa- 

coglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il 

dice suMa labbra, e tuono 

dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne» € per amor del 
cielo! » e dispar e. 



CAPITOLO IL 



narra Condà 

Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la nott 

he precesse alla prima egli 

avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era moli>. 

dati tutti i provvedimenti necessa- 

affaticato ; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessa- 

rii statuito al mattino. 

rie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio in vec& 

il domani 

non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di 
battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte an- 

tener conto della 

gosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, né delle minacce, e 

egli non nemmen porre 

fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in 
deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar® con lui qualche 
mezzo .... Dio liberi I « Non si lasci scappar parola .... altri- 

quei bravi, 

menti .... ehm ! » aveva detto un di que'bravi ; e, al sentirsi rim- 
bombare qviéìVehm! nella mente, don Abbondio, non che pensare a 

ma si 

trasgredire una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Per- 

B poi? Quanti impacci 

petua. Fuggire'? Dove? E poi! Quant'impicci, e quanti conti daren- 

Ad poveretto volgeva sul- 

dere! A ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel 

l'altro lato. Il partito migliore 

letto. Quello che, per «g;!!! verso, gli parve il meglio o II 

dando ciance a Renzo. Gli 

■nen male, fu di guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si 

sovvenne che pochi giorni mancavano 

rammentò a proposito, che mancavan pochi giorni al tempo proi- 



^g 1 PROMESSI SPOSt 

nozis , 

liito per le nozze; — e, se posso tenere a bada, per questi pochi 

* per me; 

giorni, quel ragazzone, ho poi due mesi di respiro; e in due mesi, 

e può nascere t> • v a i- j ^°7f 

DUO nascer di gran cose. — Ruminò pretesti da metter m campo; 

' pur si 

e benché gli paressero un po' leggieri, pur s'andava rassicurando 

' l'autorità sua 

<jol pensiero che la sua autorità gli avrebbe fatti parer» di giusto 
peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe gran vantaggio sur 
«n giovanetto ignorante — Vedremo, — diceva tra sé: — egli pensa 
alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, la- 

ch'io sono accorto : 

sciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu ti senti 
il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di 

po' ad 

mezzo. — Fermato cosi un poco l'animo a una deliberazione, potè 
finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don 

viottoli 

Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schiop- 
pettate. 

iirpaccio 

Il primo svegliarsi, dopo una sciae^ura, e in un impiccio, è un 

alle 

momento molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee 
Abituali della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo 

tosto 

«tato di cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne 
é più vivo in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente 

tosto 

questo momento, don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della 

si 

notte, si confermò in essi, gli ordinò meglio, s'alzò, e stette aspet- 

Renzo, 

landò Renzo con timore e, ad un tempo, con impazienza. 

Lorenzo, o come tutti lo chiamaTano 

Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare. 

da poteisi prtstntare al curato 8«nza indiscrezione, 

Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al 

vi andò colla pressa d«)bbe 

curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve 

cbVgli ama. Era egli fino 

in quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, 

dei 

Timasto privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di 
seta, ereditaria, per dir cosi, nella sua famiglia professione, negli 

lucrosa, decadimento 

anni indietro, assai lucrosa ; allora già in decadenza, ma non però 
A. òegno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere one- 



CAPITOLO II. 2« 

scemando, 

stamente. Il lavoro andava di gioruo in giorno scemando; ma Te- 
dei 
migrazione continua de' lavoranti, attirati negli stati vicini da pro- 
messe, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne man- 

Oltracciò 

casse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, pos- 
sedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli 

ntl teii pò in cui era disoccupato dal tìlatoio, n Ila 

stesso, quando il filatoio stava fermo ; di modo che, per la sua con- 
anno più Scarso 
dizione, poteva dirsi agiato. IT quantunque quell'annata fosse ancor 

ancora degli 

più scarsa delle antecedenti, e già si cominciasse a provare unavera^ 

«gli, posto 

carestia, pure il nostro g;iovine, che, da quando aveva messi 

fornito 

gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio, si trovava provvisto 

di scorte, piatire il pane. 

bastantemente, e non aveva a contrastar con la fame. Com- 

dinanzi piume 

parve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario co- 

btl manico ni Ha taschetta delle brache. 

lore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de'cal- 

certa braveria 

zoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di braveria, 

i più 

comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto 

coi 

e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi 

gioviali e risoluti del giovinetto. 

pel capo 

— Che abbia qualche pensiero per la testa, — argomentò Renzo 
tra sé, poi disse : « soa venuto, signor curato, per sapere a che ora 

convenga noi 

le comoda che ci troviamo in chiesa. » 
« Di che giorno volete parlare? » 

. . , ella che oggi è il giorno stabilito t 

« Come, di che giorno? uun si ricorda che s'è fissate 

per oggi? 

« Oggi? » replicv don Abbondio, come se ne sentisse parlare per 
la prima volta. « Oggi, oggi .... abbiate pazienza, ma oggi non 
posso. » 

che cosa è accaduto? 

« Oggi non può! Cos'è nato? » 

« Prima di tutto, non mi sento bene, vedete. » 

Me ne spiace ch'ella ha ti 

< Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco 
tempo, e di cosi poca fatica . . . . j> 



so I PROMESSI SPOSI 

« E poi, e poi, e poi ... > 

che cosa, signor coratot 

4t E poi che cosa? » 

€ E poi c'è degli imbrogli. » 

ponno 

« Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere? » 

essere panni 

« Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer» quanti im- 

c'è 

picei nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io 

tor via 

Bon» troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli 

altrui: 

ostacoli, a facilitar» tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, 

aovere\ dei 

e trascuro il mio dovere ; e poi mi toccan*» de' rimproveri, e peggio. » 
« Ma, col nome del cielo, non mi tenga cosi sulla corda, e mi dica 

una volta che 

chiaro e netto cosa c'è. » 

sono necessarie 

« Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un 
matrimonio in regola? » 

« Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa, » disse Renzo, co- 

ella 

minciando ad alterarsi, « poiché me ne ha già rotta bastantemente 

s'è egli "» 

la testa, questi giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa 

si da 

non s'è fatto tutto ciò che s'aveva a fare? 

« Tutto, tutto, pare a voi: perchè, abbiate pazienza, la bestia son 

io, che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora. . . . 

ch'io 

basta , so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il 

giovane 

martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovine; e i supe- 

siamo quegli 

riori .... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne 
andiamo di mezzo. » 

che cosa è 

« Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s' ha 

da ella e la 

a. fare, come dice ; e sarà subito fatta. » 

sieno 

« Sapete voi quanti siano gì' impedimenti dirimenti? 

ella 

* Che vuol ch'io sappia d'impedimenti? > 
« Error, conditio, votum, cognatio, crimenf 

ondo.. . 

Cultus disparitasi vis, llg^amen, honestìiM, 

Si sii affinis^ ...» 



CAPITOLO II, 4t 

eomlnclaTa don Abbondio, contando sulla panta delle 
dita. 

ell& 

€ Si piglia gioco di me? » interruppe il giovine. « Che 

ella 

vuol ch'io faccia del suo latinorum'? » 

rimettetevene 

« Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi 
s. chi le sa. » 
« Orsù ! . . . . » 

ch'io 

« Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare .... 
tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi 

che cosa 

voglio bene io. Ehi.... quando penso che stavate cosi bene; cosa vi 

Vi è venuto 

mancava? V'è saltato il grillo di maritarvi .... » 
« Che discoi'si son questi, signor mio? » proruppe Renzo, con nn 

ed il collerico. 

volto tra l'attonito e l'adirato. 

« Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi 
contento. » 

« In somma .... » 

« In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho 

io- 

fatta io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam° proprio 

vi 

obbligati a far^ molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci 

siano 

eiano impedimenti. 

Mo 

« Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto? » 

dicifeiare 

« Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due 

né più né meno, 

piedi. Non ci sarà niente, cosi spero; ma, non ostante, queste ricer- 
che noi le dobbiam'' fare. Il testo è chiaro e lampante: antequam ma' 
irimonium denunciet. ...» 

€ Le ho detto che non voglio latino. » 

lo 

■« Ma bisogna pur« che vi spieghi ...» 

< Ma non le ha già fatte queste ricerche ? » 

4. Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico. » 

in 

« Perchè non le ha fatte a tempo? perchè dirmi che tutto era 
ifinito? perchè aspettare.. .. » 



Sì I PROMESSI SPOSI 

« Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni 
cosa per servirvi più presto : ma. ma ora mi son venute. . . . 
basta, so io. » 

ella 

« E che vorrebbe ch'io facessi! » 

€ Che aveste pazienza per qualche giorno. Figlìuol caro, qualch» 
giorno non è poi l'eternità: abbiate pazienza. > 
« Per quanto? » 
— Siamo a buon porto, — pensò tra sé don Abbondio ; e, con un 

trAtto mai : 

fare più manieroso che mai, « via, » disse: « in quindici giorni 

cercherò di fare . . » 

cercherò,... procarcrò... » 

Si 

« Quindici giorni I oh questa si eh' è nuova ! S' è fatto tutto ciò 

ch'ella ha voluto, si giorno, ella 

che ha voluto lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei 

giorni. ripigliò 

mi viene a dire che aspetti quindici giorni ! Quindici .... » riprese 

collerica 

poi, con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio , e battendo 

quale egli avrebbe appiccata 

il pugno nell'aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel 

Abbondio, 

numero, se don Abbondio non l'avesse interrotto, prendendogli 1' al- 

una 

tra mano, con un'amorevolezza timida e premurosa: « via, via, non 

vi 

v' alterate, per amor del cielo. Vedrò, cercherò se, in una setti- 
mana.... » 

debbo 

« E a Lucia che devo dire ? » 

Che 

€ Ch' è stato un mio sbaglio. » 
« E i discorsi del mondo ? » 

che son io che ho fatto un marrone, !a 

« Dite pure a tattP, che ho sbagliato io, per troppa 

pressa, 

l'aria, per troppo buon cuore: gettate tutta la colpa addosso & 
ne. Posso parlar meglio? via, per una settimana. » 

« E poi, non ci sarà più altri impedimenti? » 

« Quando vi dico .... » 

starò cheto 

« Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene 

mi 

che, passata questa, non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la 
riverisco. » E cosi detto, se n' andò, facendo a don Abbondio un in- 



CAPITOLO II. i3 

lanciandogli 

chino men° profondo del solito, e dandogli un' occhiata più espressiva 
che riverente. 

nella strada, a malincuore 

Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima 

Tolta^ verso la casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava 

colloquio. 

con la mente su quel colloquio ; e sempre piii lo trovava strano. L'ac- 

impacciata 

coglienza fredda e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare 

ed quei egli 

stentato insieme e impaziente, que' due occhi grigi che, mentre par- 
lava, eran" sempre andati scappando qua e là, come se avessero avato 
paura d' incontrarsi con le parole che gli uscivan» di bocca, quel farsi 
quasi nuovo del matrimonio cosi espressamente concertato, e sopra 
tutto queir accennar^ sempre qualche gran cosa, non dicendo mai 

di chiaro , 

nulla di chiaro ; tutte queste circostanze messe insieme facevano pen- 
sare a Renzo che ci fosse sotto un mistero diverso da quello che 

indicare. giovane 

don Abbondio aveva voluto far credere. Stette il giovine in forse 
un momento di tornare indietro, per metterlo alle strette, e farlo 

levando gli camiiii- 

parlar più chiaro ; ma, alzando gli occhi, vide Perpetua che cammi- 
nava dinanzi 

nava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi passi distante 

ch'ella apriva lo sportello, 

dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva 1' uscio ; studiò 

sull'uscio 

il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col disegno di 

appiccare 

scovare qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar discorso- 
con essa. 

Buondì , sperava saremmo 

« Buon giorno. Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati 
allegri insieme. » 

« Ma ! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo. » 

il 

€ Fatemi un piacere : quel benedctt' nomo del signor curato 

mi 

m'ha impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire r 

il perchè egli 

spiegatemi voi meglio perchè non può o non vuole maritarci oggi. > 
€ Oh ! vi par egli eh' io sappia i segreti del mio padrone ? » 

raisterio 

— L'ho detto io, che c'era mistero sotto, — pensò Renzo ; e, per 

Perpetua, 

tirarlo in luce, continuò : « via. Perpetua ; siamo amici j ditemi quel 
che sapete, aiutate un povero figliuolo. » • 



3t 1 PROMESSI SPOSI 

«Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo. » 

oli è vero ripigliò questi nei suol so- 

» È vero, » riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi so- 
spetti, di quistione gli è vero ; 

spetti ; e, cercando d'accostarsi più alla questione, t è vero, » sog- 

egli (li coi 

((lansei, « ma tocca ai preti a trattar male co' poveri? » 

< Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perchè.... non so niente; 

di che si ò 

ma quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol 
far torto, né a voi né a nessuno; e lui non ci ha colpa. » 

cotal 

€ Chi è dunque che ci ha colpa? » domandò Renzo, con un cert'atto 

coli" 

trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta. 

€ Quando vi dico che non so niente .... In difesa del mio pa- 
ca- 
drone, posso parlare; perchè mi fa male sentire che gli si dia ca- 
gione Po ver uomo! 
rico di voler far dispiacere a qualcheduno. Pover' uomo ! se pecca, 

di dei dei 

è per troppa bontà. C è bene a questo mondo de' birboni, de* pre- 
potenti, degli uomini senza timor di Dio.... » 

— Prepotenti ! birboni ! — pensò Renzo : — questi non sono i 

diss' egli poi . 

superiori. « Via, » disse poi, nascondendo a stento l'agitazione cre- 
scente, <: via, ditemi chi è. » 

ed 

« Ah ! voi vorreste farmi parlare ; e io non posso parlare, per- 
nii è 
che.... non so mente : quando non so niente, ò come se avessi giu- 
rato di tacere. Potreste darmi la corda, ohe non mi cavereste nullp 

egli tutti 

di bocca. Addio ; è tempo perduto per tutt' e due. » Cosi dicendo, 

lo sportello. 

entrò in fretta nell'orto, e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un 

perchè al lomore dei passi ella non s'av- 

galuto, tornò indietro pian piano, per non farla accorgere del cam- 

'Vedesse dui cammino eh' egli delle 

mino che prendeva ; ma, quando fu fuor del tiro dell'o- 

orecchie studiò alla 

recchio della buona donna, allungò il passo ; in un momento fu ai- 
porta Abbondio , corse difilato lo 

l'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto dove l'aveva 

andò inverso tratt baldanzoso 

lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare ardito, e con gli 

arrovellati. 

occhi stralunati. 

4t Eh ! eh 1 che novità è questa ? disse don Abbondio. 

colla 

€ Chi è quel prepotente, » disse Renzo , con la voce d' un uomo 



CAPITOLO II. 85 

che di precisa : 

ah' è risoluto d' ottenere una risposta precisa , « chi è quel prepo- 

vuole 

nte che non vuol eh' io sposi Lucia ? » 

barbugliò 

< Ohe ? che ? che ? » balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto 

albra allora 

m un istante bianco e floscio , come un cencio che esca 

barbugliando 

del bucato. E, pur brontolando , spiccò un salto dal suo seggiolone, 

alla porta 

per lanciarsi all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa 

la chiusa, e si pose la 

e stava all' erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave e se la 

chiave 

mise in tasca. 

ella 

«Ah! ah! parlerà ora, signor curato! Tutti sanno i fatti miei, 
fuori di me.Voglio saperli, per bacco, anch' io. Come si chiama colui ? » 

« Renzo ! Renzo ! per carità , badate a quel che fate ; pensate 

all'anima vostra. » 

« Penso che lo voglio sapere subito, sul momento. » E, cosi di- 
pose 
cendo, mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello 

dalla tasca 

che gli usciva dal taschino. 

sciamò 

« Misericordia ! » esclamò con voce fioca don Abbondio. 
«Lo voglio sapere. » 
« Chi v' ha detto.... » 

rage 

« No, no ; non più fandonie. Parli chiaro e subito. » 

Volete voi la mia morte ì » 

« Mi volete morto ? » 

<< Voglio sapere ciò che ho ragion© di sapere. » 

mi 

« Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita ? » 
« Dunque parli. » 

il volto 

Quel « dunque » fu proferito con una tale energia, 1' aspetto di 
Renzo divenne cosi minaccioso, che don Abbondio non potè più nem- 

disobbedire. 

meno supporre la possibilità di disubbidire. 

diss'egli, 

€ Mi promettile, mi giurate, » disse « di non parlarne con nes- 
suno, di non dir mai.... ? » 

faccio elU 

< Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito 
subito il nome di colui. » 



se I PROMESSI SPOSI 

A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo 

articolò 

di chi ha in bocca le tanaglie del cavadenti, proferi: « don... » 

profa- 

« Don? » ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar 

rir* 

fuori il resto; e stava curvo, con 1' orecchio chino sulla bocca di 
lui, con le braccia tese, e i pugni stretti all' indietro. 

proferì affoltatdo 

< Don Rodrigo 1 » pronunziò in fretta il forzato, precipitando 

radendo pel 

^[uelle poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il tur- 
bamento, parte perchè, rivolgendo pure quella poca attenzione che 
gli rimaneva libera , a fare una transazione tra le due paure 
pareva che volesse sottrarre e fare scomparir* la parola, nel punto 
stesso eh' era costretto a nnetterla fuori. 

Che cosa 

« Ah cane! > urlò Renzo. « E come ha fatto ? Cosa le ha detto 
per .... ? 

Come? 

< Come eh ? come ? » rispose , con voce quasi sdegnosa , don 

sacfificio 

Abbondio, il quale* dopo un cosi gran sacrifizio, si sentiva in certo 
modo divenuto creditore. « Come eh ? Vorrei che la fosse toccata a 
voi, come è toccata a me, che non e' entro per nulla; che certa- 
mente non vi sarebbero rimasti tanti grilli in capo. » E qui si fece 
a dipinger' ' on colori terribili il brutto incontro; e, nel discorrere, 
accorgendosi empre più d' una gran collera che aveva in corpo, e 

ed vepgendo 

che fln° allora era stata nascosta e involta nella paura, e vedendo 

stizza 

nello stesso tempo che Renzo, tra la rabbia e la confusione , stava 

Avete 

immobile, col capo basso, continuò allegramente: <c avete fatta unt^ 

Mi avete fenduto servigio ! 

Velia azione ! M' avete reso un bel servizio 1 Un tiro di questa sorte 

Ad galani' uomo curato, 

a un galantuomo, al vostro curato! in casa sua! in luogo sacro I 

faccenda ! 

Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi di bocca il mio ma- 
che nascondeva 
lanno, il vostro malanno ! ciò ch'io vi nascondevo per prudenza, per vo» 

adesso mo 

strobeneE ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste....! Per 
amor del cielo I Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si 

io vi dava 

tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un buon pa- 



CAPITOLO II. 37 

aveva 

rere.... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per voi ; 
ma come si fa ? Aprite almeno ; datemi la mia chiave. > 

raumiliata 

« Posso aver fallato , » rispose Renzo ^ con voce raddolcita 

coDtra 

verso don Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro 

ponga 

il nemico scoperto: « posso aver fallato; ma si metta la mane 
al petto, e pensi se nel mio caso.... » 

egli s'era tratta 

Cosi dicendo , s' era levata la chiave di tasca ^ e andava ad 

tenne 

aprire. Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la 

fece accanto con un ed le- 

cliiave nella toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, al- 

vandogH dinanzi 

zandogli davanti agli occhi le tre prime dita della destra, come per 

anchVgli alla sua volta 

aiutarlo anche lui dal canto suo, « giurate almeno.... » gli disse. 

volgendo l'imposta, 

« Posso aver fallato ; e mi scusi , » rispose Renzo, aprendo , e 
disponendosi ad uscire. 

braccio , 

« Giurate.... » replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con 
la mano tremante. 
« Posso aver fallato, > ripetè Renzo, sprigionandosi da lui ; e 

quistion* qui- 

partì in furia, troncando cosi la questione , che^ al pari d' una que- 
stiona 
stione di letteratura o di filosofia o d' altro, avrebbe potuto durar 

dei secoli, giacché ognuna delle parti non faceva che replicare il suo 

proprio argomento. 

« Perpetua ! Perpetua I » gridò don Abbondio, dopo avere invano 

richiamato il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non 

dove sì l'osse. 

sapeva più in che mondo si fosse. 

È accaduto più d' una volta a personaggi di ben più alto affare 
che don Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta 

porsi 

incertezza di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a 

don Abbondio 

letto con la febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a 

addietro 

cercare, perchè gli si offerse da sé. La paura del giorno avanti, lave- 
dì giunta avuta pur ali ra. 

glia angosciosa della notte, la paura avuta in quel momento, 1' an- 

«gu 
aietà dell* avvenire, fecero 1' effetto. Affannato e balordo ^ si ripose 



3t I PROMESSI SPOSI 

nella 

sul SUO seggiolone, cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si 

ugn» 

guardava le unghie sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con 

Ella giunse 

voce tremolante e stizzosa : « Perpetua ! » La venne finalmente^ 
con un gran cavolo sotto il braccio, e con la faccia tosta, come se 

non condoglienze 

nulla fosse stato. Risparmio al lettore i lamenti, le condoglianze, le 
accuse, le difese, i « voi sola potete aver parlato, « e i » non ho 

garbugli 

parlato, » tutti i pasticci in somma di quel colloquio. Basti dire che 

sbarrar ben bene la porta , di non 

don Abbondio ordinò a Perpetua di metter la stanga all' uscio, di 

riporvi pili il piede, di 

nonaprir.piùpernes«an»«au:Soiie,e,sealcun'> bussasse, risponder'^ 

s'era posto giù 

dalla finestra che il curato era andato a letto con la febbre. Sali poi 

ad ogni terrò scalino servito , pose 

lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini, «son servito; » e si mise 

da vero noi 

davvero a letto, dove lo lasceremo. 

passo concitato 

Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver 
determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso dj 

qualche cosa soperchianti 

far qualcosa di strano e di. terribile. I provocatori, i soverchiatorit 
tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non 
solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui 

giovane 

portano gli animi degli oflesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno 

giovane abborritore quei 

dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que* 

momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non 

era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto cor- 
pel 
rare alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo , e . . . . ma gli 

sovveniva ella guernita 

veniva in mente eh' era come una fortezza, guarnita di bravi al di den- 
si di Aiori. 

tro, e guardata al di fuori ; che i soli amici e servitori ben conosciuti 

vi dai ai 

v' entravano liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che 

porrebbe il piede 

un artigianello sconosciuto non vi potrebb' entrare senza un esame, 

S'im- 

e ch'egli sopra tutto.... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si fi- 

maginava archibugio di 

gorava allora di prendere il suo schioppo, d' appiattarsi dietro una 

passare soletto 

siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, inter- 

quella 

nandosi, con feroce compiacenza, in queir immaginazione, si figu- 



Capitolo ». s» 

di 

rava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente la te- 

l'archibugio 

sta j riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira 
sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledi- 

per la via 

zione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. — E 

irittata 

Lucia? — Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle 

ai quali 

bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di 

Gli sovvenne dei 

Renzo, v' entrarono in folla. Si rammentò degli ultinai ricordi de' 

gli sovvenne dei Santi ^ 

suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò 

del 

alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza 

dell' alla novella 

delitti, air orrore che aveva tante volte provato al racconto d' un 
omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con 

ed 

rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro 

traeva 

che immaginare. Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seccf 
Tante speranze, tante promesse, un avvenire cosi vagheggiato, e 
così tenuto sicuro, e quel giorno cosi sospirato 1 E come, con che 

tal* novella ? 

parole annunziarle una tal nuova? E poi, che partito prendere? 
Come farla sua, a dispetto della forza di queir iniquo potente ? E 
insieme a tutto questo, non un sospetto formato, ma un' ombra tor- 

ad ogni istante soperchieria 

mentosa gli passava per la mente. Quella soverchieria di 

sua 

don Rodrigo non poteva esser mossa che da una brutale passione 

ella dato un menomo appicco 

per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più piccola occasione, 

una soggiornare un 

la più leggiera lusinga, non era un pensiero che potesse fermarsi un 

istante ne era ella 

momento nella testa di Renzo. Ma n' era informata ? Poteva colui 

avere conceputa quella ella ne 

aver concepita quel!' infame passione, senza che lei se n'avvedesse? 

egh tant' oltre 

Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d' averla tentata in 

a lui 
qualche modo ? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui t 

al suo promesso ! 

Predominato dinanzi alla sua casa che era posta 

Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua ^ eh' era 

si 

nel mezzo del villaggio , e, attraversatolo, s' avviò a quella di Lucia 

C'è stava alla estremità opposta. picciul 

eh' era in fondo, «nz! un po^ fuori Aveva quella casetta un piccola 



O I PROMESSI SPOSI 

vb con un ma- 

cortìle dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un mu- 
rene. , *"*ef? . ^ ^. ^^'J'? 
tettino. Renzo entrò nel cortile, e senti un misto e continuo ronzio 

superiore. 

che veniva da una stanza di sopra. S' immaginò che sarebbero a- 

corteo 

miche e comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mo- 

iiovella 

strare a quel mercato, con quella nuova in corpo e sul volto. Una 
fanciulletta che si trovava nel cortile, gli corse incontro gridando • 
€ lo sposo ! lo sposo ! » 

zitto, litto ! 

« Zitta, Bettina, zitta ! » disse Renzo. « Vien qua ; va su da 

pigliala 

vttcia, tirala in disparte, e dille all' orecchio.... ma che nessun sen- 
vè. . 
ta, né sospetti di nulla, ve'.... dille che ho da parlarle, che 1' aspetto 

nella stanza terrena, e che venga subito. » La fanciulletta salì in 

incunibenza 

fretta le scale, lieta e superba d' avere una commission segreta da 
eseguire. 

Lucìa usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della 
madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevano forza perchè 

ed ella si 

si lasciasse vedere ; e lei s' andava schermendo , con quella mode- 
foresi 
stia un po' guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col 

gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri soprac- 

si 

cigli, mentre però la bocca s' apriva al sorriso. I neri e giovanili 

al di sopra della 

capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatu- 
ra, si ravvolgevano , dietro il ,capo, in cerchi moltiplici di trecce 

trapunte scompartivano 

trapassate da lunghi spilli d' argento, che si dividevano all'intorno, 

dei 

quasi a guisa de' raggi d' un' aureola , come ancora usano le con- 

del milanese. alia gola granate al- 

tadine nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati al- 
ternate 

ternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broc- 
cato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una 

Alaticela spesse e minutissime pieghe, 

corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute , due calze 

pur di seta 

vermiglie, due pianelle, di seta anch' esse , a ricami. Oltre a que- 

che dì 

fito, eh' era l' ornamento particolare del giorno delle nozze , Lucia 
xiveva quello quotidiano d' una modesta bellezza, rilevata allora e 



CAPITOLO II, 41 

volto : 
accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevano sul viso: una 

gioia tenaperata da nn turbamento leggiero, quel placido accora- 

ad ora ad ora 

mento che si mostra di quand' in quando sul volto delle spose, e, 

pic- 

senza scompor'"e la bellezza, le dà un carattere particolare. La pic- 

ciola SI 

cola Bettina si cacciò nel crocchio, s' accostò a Lucia, le fece in- 

qualche cosa 

tendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse 
la sua parolina all'orecchio. 

« Vado donne, 

« Vo un momento, e torno, » disse Lucia alle donne; e scese in 

ed 

fretta. Al vedere la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, 

che cosa diss' ella 

« cosa e' è ? » disse, non senza un presentimento di terrore. 

« Lucia ! » rispose Renzo, « per oggi, tutto è a monte ; e Dio sa 
quando potremo esser marito e moglie. » 

narrò 

«Che? » disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente 

quel mattino 

la storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e ;quando 

sciamò arossando 

udì il nome di don Rodrigo, « ah ! » esclamò, arrossendo e treman- 
do, « fino a questo segno! » 

« Dunque voi sapevate....? » disse Renzo. 

« Pur troppo ! » rispose Lucia ; « ma a questo segno I » 

« Che cosa sapevate ? » 

« Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamara 

congedare 

mia madre, e a licenziar le donne : bisogna che siamo soli. » 

mi 

Mentre ella partiva, Renzo susurrò: « non m' avete mai detto 
niente. » 

« Ah, Renzo! » rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza 
fermarsi. Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel 

tuono 

momento, con quel tono, da Lucia, voleva dire : potete voi dubitare 
eh' io abbia taciuto se non per motivi giusti e puri ? 

Intanto la buona Agnese (cosi si chiamava la madre di Lucia), 

della 

messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all' orecchio, e dallo 

che vi fosse 

sparir* della figlia, era discesa a vedere cosa e' era di nuovo. La 



«2 I PROMESSI SPOSI 

ragunate corapo- 

Gglia la lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate , e « accomo- 

nendo meglio potè 

dando V aspetto e la voce, come potè meglio, disse: « il signor cu- 
rato è ammalato; e oggi non si fa nulla. » Ciò detto, le salutò tutte 

ridiscese. 

in fretta, e scese di nuovo. 
Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar^ l' accaduto. Due o 

^ e a veritìcare sedonAb- 

tre anaiaron fin ali uselo del curato, per verificar se ei>a 

bondio era veramente ammalato. 

ammalato davvero. 

< Ob febbrone* > ri«pofi>e Perpetua dalla finestra; e la 

La verità del fatto 

trista parola 4 riportata alPaltre, troncò le 

nei 

congetture che già cominciavano a brulicar^ ne' loro cervelli * e ad 

Melle parole 

annunziarci tronche e misteriose ne' loro discorsi. 



CAPITOLO m. 



cbe 

Lncia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stara angosciosa- 
mente informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. 

Tutti 

Tutt' e due si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspet' 
tavano uno schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso : 

tutti 

tutt* e due, lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con 1' amore 
diverso che ognun d' essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso 

elU 

perchè avesse taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese^ 
henchè ansiosa di sentir parlare la figlia, non potè tenersi di n«i» 
farle un rimprovero. < A tua madre non dir niente d' una cosar 
simile ! » 

€ Ora vi dirò tutto, » rispose Lucia, asciugandosi gli occhi cot 

grembiale 

grembiule. 

in una volMi 

< Parla ! parla I — Parlate , parlate ! gridarono a un tratto 1» 
oiadre e lo sposo. 

Lucia. « Chi 

« Santissima Vergine! » esclamò Lucia: « chi avrebbe creduta 
she le cose potessero arrivare a questo segno ! > E, con voce rotta- 

ella 

dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla 

addietro 

filanda, ed era rimasta indietro dallo sue compagne, le era passato 
innanzi don Rodrigo, in compagnia d' un altro signore ; che il prima 



44 I PROMESSI SPOSI 

aveva cercato di trattenerla con chiacchiere , com' ella diceva, non 

mica a. 1 

punto belle ; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, 
e raggiunte le compagne ; e intanto aveva sentito quell'altro signora 

appresso 

rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, co- 
pur trovai sulta strada, 

loro s'erano trovati ancora sulla strada ; ma Lucia era nel mezzo 
delle compagne, con gli occhi bassi ; e l'altro signore <3ghignazzava, 
e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo. •« Per grazia del cielo, > 
continuò Lucia, « quel giorno era 1' ultimo della filanda. Io rac- 
contai subito.... » 

« A chi hai raccontato ? » domandò Agnese, andando incontro, non 
senza un po' di sdegno, al nome del confidente preferito, 

« Al padre Cristoforo , in confessione , mamma , » rispose Lucia 
con un accento soave di scusa. « Gli raccontai tutto, l'ultima volta 

avete posto 

che siamo andate insieme alla chiesa del convento : e, se vi ricor- 

inente andava ad 

date, quella mattina io andavo mettendo mano ora a una cosa, ora 

ad 

a un'altra, per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese 

per di 

avviata a quella volta, e far^ la strada in compagnia con loro j per- 
chè, dopo queir incontro, le strade mi facevano tanta paura.... » 

di 

Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si rad- 

diss'ella 

dolci. < Hai fatto bene, » disse, « ma perchè non raccontar tutto 
anche a tua madre ? » 

Lucia aveva avute due buone ragioni : V una, di non contristar* 
né spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe 

provvedimento ; 

potuto trovar rimedio; l'altra, di non mettere a rischio di viaggiare 
per molte bocche una storia che voleva esser® gelosamente sepolta; 
tanto più che Lucia sperava che le sue nozze avrebbero troncata, sul 

quella 

principiare, queir abbominata persecuzione. Di queste due ragioni 

ella 

però, non allegò che la prima. 

diss' ella 

« E a voi, » disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che 

ad egli il 

vuol far riconoscere a un amico che ha avuto torto: « e a voi doveva 



CAPircLo in. #5 

io parlar» di questo ? Pur troppo lo sapete ora! » 

ti 

« E che t' ha detto il padre ? » domandò Agnese. 

ch'io di potrei 

< M' ha detto che cercassi d'affrettare le nozze il più che potessi, 

mi eh' egli 

e intanto stessi rinchiusa ; che pregassi bene il Signore ; e che spe- 
mi veggendo 

rava che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu al- 

ch' io mi forzai ella, 

lora che mi sforzai, » prosegui, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza 

volto arrossando ch'io 

alzargli però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, « fu allora che 
feci la sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e 

conchiudere » _ che cosa 

di concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete 

faceva era 

pensato di me ! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata, e 

teneva io era 

tenevo per certo.... e questa mattina, ero tanto lontana da pensare ....» 

di Lucia tronche 

Qui le parole luron» troncate da un violento scoppio di 

pianto. 

sclamava «cor- 

« Ah birbone ! ah dannato ! ah assassino I » gridava Renzo, cor- 
rendo tratto in tratto 

rendo innanzi e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto 
il manico del suo coltello. 

« Oh che imbroglio, per amor di Dio ! » esclamava Agnese. Il 

arrestò subitamente dinanzi 

giovine si fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la 

UD accorata 

guardò con atto di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse : « questa è 
l'ultima che fa quell'assassino. > 

Ah. 

« Ah! no, Renzo, per amor del cielo! » gridò Lucia. « No, no, 

Iddìo pei 

per amor del cielo ! Il Signore e' è anche per i poveri j e come vo- 
lete che ci aiuti, se facciamo del male? > 

« No, no, per amor del cielo! » ripeteva Agnese. 

« Renzo, » disse Lucia, con un' aria di speranza e di risoluzione 

mestìero 

più tranquilla : « voi avete un mestiere, ed io so lavorare: andiamo 
tanto lontano, che colui non senta più parlare di noi. » 

« Ah Lucia ! e poi ? Non siamo ancora marito e moglie I II cu- 

egli Queir uomo ? 

rato vorrà farci la fede di stato libero ? Un uomo come quello ? Se 
fossimo maritati, oh allora....! > 



4S I PROMESSI SPOSI 

ricadae ael pianto tutti 

Lucia si rimise a piangere : e tutt' e tve rimasero in silenzio , 

atteggiati d' un 

e in un abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa 

dei 

festiva de' loro abiti. 

€ Sentite, figliuoli ; date retta a me, » disse, dopo qualche mo- 
mento, Agnese. « Io son'' venuta al mondo prima di voi ; e il mondo 

di troppo 

lo conosco un poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo 

come e' 

non è brutto quanto si dipinge. A noi poverelli le matasse paion» 

trovare 

più imbrogliate, perchè non sappiam<' trovarne il bandolo; ma alle 
volte un parere, una parolina d'un uomo che abbia studiato.... so 
ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a 
Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli.... Ma 
non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome. Bi- 

mo' egli I 

sogna dire il signor dottor .... Come si chiama, ora ? Oh to' I non 
lo so il nome vero : lo chiaman» tutti a quel modo. Basta , cercate 
di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia 
di lampone sulla guancia. » 

« Lo conosco di vfsta, » disse Renzo. 

quegli è un 

€ Bene,» continuò Agnese: quello è una ©Ima d'uomo! Ho visto 

in p icciato come 

io più d'uno chi' era pSà in p celato che un pulcin nella stoppa, e 

che darsi del capo 

non sapeva dove batterla testa, e^ dopo essere stato un'ora a quat- 
tr' occhi col dottor Azzecca-garbugli, ( badate bene di non chiamarlo 
così I ) l'ho visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, po- 

doveva io pel questa sera 

veretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, 
e portateglieli; perchè non bisogna mai andar® con le mani vuote 

quei egli 

da que signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi 
dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, 
a pensarci un anno. » 

parere, lo approvò, 

Kenzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lu«ia l'approvò; 

. . ^i tolse ad ad 

e Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere 

capponaia 

bestie dalla stia, riunì le loro ^*-U> gambe, come se facesse un maz- 



CAPITOLO III. 47 

setto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò 

che , 

in mano a Renzo ; il quale, date e ricevute parole di speranza, usci 

per una porticella onde dai 

dalla parte dell' orto , per non esser veduto da' ragazzi , che gli 
correrebbero dietro, gridando: lo sposo! lo sposo ! Così, attraversando 

ne viottoli 

i campi, 0, come dicono colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fre- 
mendo, ripensando alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da 
"re al dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come 
dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, cosi legate e tenute 

che 

<jr le zampe, a capo all' in giù, nella mano d' un uomo il quale, 
tgitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri cne gli 

4. lumulto gli passavano per la niente , e in certi momenti d' ira o di risoluzione, 

passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva 

o di disperazione, itendendo con forza il braccio 

il braccio per collera, or» l' alzava per dl- 

«perazione, ora lo dIbatteTa In aria, come per minacela, 

tcTibili squassi 

«, In tatti I modi, dava loro di fiere scosse , e faceva balzare 

spenzolate , 

■quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s' ingegnavano 
a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra com- 
pagni di sventura. 

chiese 

Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottoj'e; gli fu indi- 
vi sorpreso timidità 

cata, e v' andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che 

di 

i poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto, 

e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un' oc- 
chiese 
chiata ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla' 

fantesca l.a fantesca vide 

serva, se si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le be- 

simigtiantl 

^tie, e, come avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, 

le ritirando 

luantunque Renzo andasse tirando indietro, perchè voleva che il 

Il dottore giunse ia- 

•dottore vedesse e sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò ap- 

fatti fantesca passate nello studio. 

punto mentre la donna diceva: « date qui, e andate innanzi.» Renzo 

inchino al dottore , che lo 

fece un grande inchino : il dottore l' accolse umanamente , con 
un € venite, flgliuolo, > e lo fèce entrare con sé nello studio. Era que- 
si» uao gUiu«fie» «u tre pareti del quale oruu» distribuiti i ritratti 



48 I PROMESSI SPOSI 

de' dodici Cesari : la quarta, coperta da un grande scaffale di libri 

di 

vecchi e polverosi : nel mezzo, una tavola gremita d' allegazioni, di 
suppliche, di libelli, di gride, con tre o quattro seggiole all' intorno, 

tin lato bracciuQli con appoggio alto f 

e da una parte un seggiolone a braccioli, con una spalliera alta e 

quadrato. terminato si 

quadrata, terminata agli angoli da due ornamenti di legno, che s'al- 

coperto 

zavano a foggia di corna, coperta di vacchetta, con grosse borchie, 
alcune delle quali, cadute da gran tempo, lasciavano in libertà gì* 

si incartocciava 

angoli della copertura, che s'accartocciava qua e là. Il dottore era 

lurida toga, 

in veste da camera, cioè coperto d'una toga ormai consunta, che 

molti nei di 

gli aveva servito, molt'anni addietro, per perorare, ne'giorni d'ap- 

gran causai 

parato, quando andava a Milano, per qualche causa d' importanza. 

la porta giovane 

Chiuse l'uscio, e fece animo al giovine, con queste parole : « figliuolo 
ditemi il vostro caso. > 
€ Vorrei dirle una parola in confidenza. » 

SI assettò 

« Son qui, » rispose il dottore : « parlate. » E s' accomodò sul 

dinanzi facendo rotare colla destr^t il 

seggiolone. Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel co- 

cappello intorno all'altra mano, rincominciò : 

cuzzolo del cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò : « vorrei 
sapere da lei che ha studiato.... » 

« Ditemi il fatto come sta, » interruppe il dottore. 

Ella ha da scusarmi signor dottore: f 

« Lei m' ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo 

parlar bene. Vorrei dunque sapere.... » 

« Benedetta gente ! siete tutti cosi : in vece di raccontar^ il fatto 
volete interrogare, perché avete già i vostri disegni in testa. » 

« Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un cu- 

pena. » 

rato, perchè non faccia un matrimonio, e' è penale. » 

se e se 

— Ho capito, — disse fra sé il dottore, che in verità non aveva 

tosto 

capito. — Ho capito. — E subito si fece serio, ma d' una serietà 
mista di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra^ 
facendone uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento^ 

serio ; 

espressp^poi pit chiaramonte nelle sue prime parole- « Caso serio,. 



CAPWOLO III. 49 

figliuolo; caso contemplato. Avete fatto bene a venire da me. È un 

tenete. grida 

caso chiaro, contemplato in cento gride, e . . . . appunto, in una del- 

Adesso adesso, vi faccio 

l'anno scorso, dell' attuale signor governatore. Ora vi fo ve- 

dere, e toccar con mano. » 
Cosi dicendo, s' alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel 

gittasse 

'^aos di carte , rimescolandole dal sotto in su , come se mettesse 

biade stajo. 

grano in uno staio. 

costei? Vieni oltrcj vieni oltre. 

« Dov' è ora ? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose al I 

debb' sicuramente, 

mani! Ma la dev' esser qui sicuro, perchè è una grida d'importanza. 
Ah ! ecco, ecco. » La prese, la spiegò , guardò alla data , e, fatto 

ai di 

un viso ancor più serio, esclamò: « il 15 d' ottobre 1627! Sicuro; 
è dell'anno passato: grida fresca; son quelle che fanno jjìù paura, 
- Sapete leggere, figliuolo ? » 

Qualche cosa, 

« Un pochino, signor dottore. » 

Or bene coli" 

« Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete. » 

bar- 
fi, tenendo la grida sciorinata in aria , cominciò a leggere, bor- 

bugliando 

bottando a precipizio in alcuni passi', e fermandosi distintamente, co» 

{grande 

grand' espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno: 

« Se bene^ per la grida pubbUcata d'ordine del signor Duca di 

conforììiata 

Feria ai i4 di dicembre 1620, et confìrmala dalV Illustriss. et Ec' 
eellentiss. Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova, ec- 
cetera, fu con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle op- 
pressioni, concussioni^ et atti tirannici che alcuni ardiscono di 
commettere centra questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni 

et 

modo la frequenza degli eccessi, e la malitia, eccetera, è cresciuta 
a segno, che ha posto in necessità VEccell. Sua, eccetera. Onde, 
col parere del Senato et di una Giunta, eccetera, ha risoluto che sé 
pubblichi la presente. 

« E cominciando dagli atti tirannici, mostrando V esperienza 

Vilff, Sentite? 

che molti, così nelle Città, come nelle Ville . . . sentite ? di que- 



50 I PROMESSI SPOSI 

sto Stato^ con tirannide esercitano concussioni et opprimono i piti 
deboli in varii modi, come in operare che si facciano contratti vio- 
lenti di compre, d! affìtti . . . eccetera : dove sei ? ah ! eccoj sentite: 
che seguano o non seguano matrimonii. Eh ? » 

« È il mio caso, » disse Renzo. 

« Sentite , sentite , e' è ben altro ; e poi vedremo la pena. Si te- 
stifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove 
abita , eccetera ; che quello paghi un debito ; quell'altro non lo 
molesti, quello vada al suo molino : tutto questo non ha che far» 
con noi. Ah ci siamo: quel prete non faccia quello che è obbli- 
gato per l'ufìcio suo, o faccia cose che non gli toccano. Eh ? » 

« Pare che abbiane fatta la grida apposta per me. » 

« Eh? non è vero? sentite, sentite: et altre simili violenze, 

Feudatarii. 

quali seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei. Non 

si 

se ne scappa : ci sono tutti : è come la valle di Giosafat. Sentite 

ora la pena. Tutte queste et altre simili male attioni, benché 
siano proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior 
rigore, S. E., per la presente, non derogando, eccetera, ordina 
e comanda che cantra li contravventori in qualsivoglia dei sud- 
detti capi, o altro simile, si proceda da tutti li giudici ordi- 
narii di questo Stato a pena pecuniaria e corporale, ancora di 

et picciola 

relegatione o di galera, e fìno alla morte .... una piccola ba- 
gattella ! all'arbitrio dell'Eccellenza Sua, o del Senato, secondo 

Et 

la qualità dei casi, persone e circostanze. E questo ir-re-mis" 

et 
ù-bil-mente e con ogni rigore, eccetera. Ce n'è della roba, eh? 

_ soscrizioni; 

E vedete qui le sottoscrizioni : Gonzalo Fernandez de Cordova ; 

basso: 

e più in giù : Platonus ; e qui ancora : Vidit Ferrer: non ci manca 
niente. » 

Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente 
coir 

con rocchio, cercando di cavare il costrutto chiaro, e di mirar® prò- 



CAPITOLO III. 61 

prio quelle sacrosante parole, che gli parevano dover essere il suo 

veggendo novello 

aiuto. Il dottore, vedendo il nuovo cliente piCi attento che atterrito, 

diceva tra sé. 

si maravigliava. — Che sia matricolato costui , — pensava tra sé : 

radere 

<c Ah 1 ah I » gli disse poi : « vi siete però fatto tagliare il ciuffo 
Avete avuto prudenza : però, volendo mettervi nelle mie mani, non 

quello 

faceva bisogno. Il caso è serio; ma voi non sapete quel che mi ba- 

al bisogno. » 

fiti l'animo di fare, in un'occasione. » 

questa scappata ricordarsi, 

Per intenderò quest' uscita del dottore, bisogna sapere, o rammen- 
tarsi che, a quel tempo , i bravi di mestiere , e i facinorosi d' ogni 
genere, usavan*» portare un lungo ciuffo, che si tiravan" poi sul volto, 

di nei 

come una visiera, all' atto d' affrontar qualcheduno , ne' casi in cui 
stimassero necessario di travisarsi, e l' impresa fosse di quelle , che 
richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza. Le griJe non erano 
state in silenzio su questa moda. Comanda Sua Eccellenza (il mar- 
chese de la Hynojosa) che chi porterà i capelli di tal lunghezza 
che coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero por- 
terà la trezza, o avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di 
trecento scudi ; et in caso rf' inhabilitày di tre anni di galera , 
per la prima volta, e per la seconda, oltre la. suddetta, maggiore 
ancora, pecuniaria et corporale^ all'arbitrio di Sua Eccellenza. 

Permette però che^ per occasione di trovarsi alcuno calvo^ o per 
altra ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, 
|)e/- maggior decoro e sanità loro , portare i capelli tanto lunghi, 
^ quanto sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; 
avvertendo bene a non eccedere il dovere e pura necessità, per (non) 
incorrere nella pena agli altri contraff adenti imposta. 

E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o 
di tre tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et mag- 
giore anco corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a 
quelli che toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizii. 



^3 I PROMESSI SPOSI 

né capelli più lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle 
hande^ e dopo le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, 
talvo nel caso dei calvi, o altri difettosi, come si è detto. Il ciuffo 

d Ili. armadu a dei 

era dunque quasi una parte dell' armatura, e un distintivo de' bra- 
vacci e degli scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente 
chiamati ciuffi. Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con si- 

avrà alcuno 

gnlficazione più mitigata , nel dialetto : e non ci sarà forse nessuno 

■Tei ricordi inteso 

'!e* nostri lettori milanesi, che non si rammenti d' aver» sentito , 
nella sua fanciullezza , o i parenti , o il maestro , o qualche amico 

Servo gli è 

di casa , o qualche persona di servizio , dire di lui : è un ciuffo , 

gli è 

è un ciuffetto. 

ch'io 

« In verità, da povero figliuolo, » rispose Renzo, « io non ho 
mai portato ciuffo in vita mia » 

« Non facciam'' niente , » rispose il dottore , scotendo il capo , 
con un sorriso, tra malizioso e impaziente. « Se non avete fede in 

bugia 

me, non facciami niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, 

è uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna rae- 

d' 
contar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete eh' io 

vi 

v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore in mano, 
come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui avete avuto 
il mandato : sarà naturalmente persona di riguardo ; e, in questo caso, 

mica, 

io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli dirò, vedete, ch'i 

vi egli: 

sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli dirò che vengo ad 

giovane 

implorar la sua protezione, per un povero giovine calunniato. E con 
Vii prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare lodevolmente. Ca- 
pite bene che, salvando sé, salverà anche voi. Se poi la scappata 
fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio im- 

offesa 

brogli.... Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, 
m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa, intendiamoci. 
Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo la condizione, 



CAPITOLO IH. 53 

la qualità e rumore dell'amico, si vedrà se convenga piU di tenerlo 

di appiccargli qualche criminale. 

a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d'attaccarlo noi in 
criminale, e mettergli una pulce neJl' orecchio j perchè, vedete, a saper 

Quanto 

ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente. In quanto 

in disparte; un 

al curato , se è persona di giudizio, se ne starà zitto ; se fosse una 

cervellino, e' è provvedimento per quelli. uno si può cavare , 

testolina, c'è rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si può uscire; 

serio, 

ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è serio; serÌQ, vi dico, serio: 

dabbe fra 

la grida canta chiaro; e se la cosa si deve decider^ tra la giustizia 
« voi, cosi a quattr'occhi, state fresco. Io vi parlo da amico : le scap- 
pate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, 

obbedire, 

fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far» tutto quello che vi sarà sug- 
gerito. » 

questa chiacchierata, 

Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo 

una 

Slava guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta 

bagattelliere d'aversi 

sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi 
cacciata in bocca stoppa e stoppa- e stoppa, ne cava nastro e nastro 

Quando bene inteso che cosa 

« nastro, che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il 

voleva 

dottore volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il na- 

con queste parole: Oh! ella 

stro in bocca, dicendo: « oh 1 signor dottore, come l'ha intesa? 

la cosa è 

l'è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno ; io nonfo 

questi lavori 

di queste cose, io: e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà 

io 

che non ho mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno 
fatta a me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener 

veduta 

giustizia; e son ben contento d'aver visto quella grida. » 

sbarrando pia 

« Biavolo ! » esclamò il dottore, spalancando gli occhi. » Che pa* 

•triccì fatti 

sticci mi fate ? Tant' è ; siete tutti così: possibile cho non sappiate 

chiaro 

dirle chiare le cose ? » 

Ma. signor dottore. ella mi 

« Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: orale rac- 

come sta. I,a sappia doveva 

conterò la cosa, com'è. Sappia dunque eh' io dovevo sposare oggi, 

doveva giovane 

e qui la voce di Renzo si commosse, < dovevo sposare oggi una giovine, 



51 I PROMESSI SPOSI 

io parlava 

alla quale discorrevo, fino da quest' estate ; e oggi , come le dico, era il 

si messo cosa alla via. 

giorno stabilito col signor curato, e s'era disposto ogni cosa. 
Ecco che il signor curato comincia a cavar fuori certe scuse.... basta, 

come ed egli 

per non tediarla, io l'ho fatto parlar» «hiaro, com'era giusto; e lui 

mi 

m' ha confessato che gli era stato proibito, pena la vita, di far« que- 
sto matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo .... » 

tosto 

€ Eh via I » interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia, ag- 
girnzando il naso rosso, e storcendo la bocca, « eh via! Che mi 
venite a rompere il capo con queste fandonie ? Fate di questi discorsi 
tra voi altri, che non sapete misurar^ le parole; e non venite a 

che cosa le 

farli con un galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non 

diciate: mi impaccio 

sapete quel che vi dite: io non m' impiccio con ragazzi; non voglio 
sentir* discorsi di questa sorte, discorsi in aria. » 
« Le giuro .... » 

dei 

€ Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti» 

fregando 

Io non c'entro: me ne lavo le mani. » E se le andava stropicciando, 

ravvolgendo V una su l'altra, realmente. 

come se le lavasse davvero. « Imparate a 
parlare : non si viene a sorprender® così un galantuomo. » 

« Ma senta, ma senta, » ripeteva indarno Renzo : il dottore, sem- 

baiando sospingeva la porta ; cacciato che 

pre gridando , lo spingeva con le mani verso l' uscio ; e, quando ve 

ve l'ebbe^ la spalancò , 

l'ebbe cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse : « restituito 
subito a quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non 
voglio niente. » 

Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata ia 
quella casa, eseguito un ordine simile : ma era stato proferito con 

ch'ella ad obbedire. 

una tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro po- 

un piglio 

vere bestie , e le diede a Renzo , con un' occhiata di compassione' 

fatto 

sprezzante, che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta 

ben grosso il marrone. 

bella. Renzo voleva far cerimonie; ma il dottore fu 

quegli attonito e trasognato 

inespugnabile; e il giovine più attonito e piiì stizzito che mai, do- 



CAPITOLO III. D5 

ripigliarsi partirsi e tornarsene 

vette riprendersi le vittime rifiutate, e tornar al paese, a 

rifei ire 

raccontar alle donne il bel costrutto della sua spedizione. 

aver cangiate la 

Le donne , nella sua assenza , dopo essersi tristamente levate il 

vesti nuziali coir umile abito quotidiano, 

vestito delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a 
consultar» di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando 

dei 

questa ebbe ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare 

dise , 

dai consigli del dottore , Lucia disse che bisognava veder d' aiutarsi 

tutti i modi 

in tutte le maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da 

dar mano, 

consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di sol- 
levar® poverelli ; e che sarebbe una gran bella cosa potergli far sa- 

che Sì bene en- 

pere ciò ch'era accaduto. « Sicuro , » disse Agnese : e si diedero 

trambe a cercare il modo; 

a cercare insieme la maniera ; giacché andar esse al convento, 

era impresa che elleno avessero voluta ar- 

distante di là forse due miglia, non se ne sentivano il coraggio, in quel 

rischiare quel giorno : ne lor 

giorno: e certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe 

udì 

dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano i partiti, si senti un 

bussare alla porta 

picchietto all'uscio, e, nello stesso momento, un sommesso ma distinto 

» Beo Gratias. » Lucia, immaginandosi chi poteva essere , corse ad 
tosto entrò in- 

aprire; e subito, fatto un piccolo inchino famigliare, venne a- 

fatti colla 

vanti un laico cercatore cappuccino , con la sua bisaccia pendente alla 
spalla sinistra , tenendone l' imboccatura attortigliata e stretta nelle 
due mani sul petto. 
€. Oh fra Galdino ! » dissero le due donne. 

per la 

< Il Signore sia con voi, » disse il frate. < Vengo alla cerca 
delle noci. » 

Vanne pei si 

«Va a prender le noci per i padri, » disse Agnese. Lucia s'alzò, 

di ristette 

e s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro 

dritto posi- 

le spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima posi- 
tura, «Ponendosi l'indice sulla 

tura; e, mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata 

domandava g,j 

che chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche 
con una certa autorità. 



C) 1 PROMESSI SPOSI 

E 

Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse : « e questo 

come una 

matrimonio ? Si doveva pur fare oggi : ho veduto nel paese una certa 

qualche cosa che indichi Che cosa 

confusione, come se ci fosse una novità. Ccs' è stato? » 

<K II signor curato è ammalato, e bisogna differire , » rispose in 

segnale 

fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe 

diss' ella 

probabilmente stata diversa. « E come va la cerca? » soggiunse 

cangiare 

poi, per mutar discorso. 

« Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui. » E, cosi 

dalle spalle fra 

dicendo, si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar' tra le due 
mani. « Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbon- 

bussare 

danza, ho dovuto picchiare a dieci porto. » 

r anno è scarso li- 

« Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a mi- 
tigare col tutto si misura pirt pel sottile. » 

surar il pane, non si può allargar la mano nel resto. » 

buona 

« E per far tornar^ il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna ? 
L' elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci , che avvenne , 

molti 

molt' anni sono, in quel nostro convento di Romagna? » 

contate mo. » 

€ No, in verità; raccontatemelo un poco. » 

v' 

« Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro 

che 

padre, il quale era un santo , e si chiamava il padre Macario. Un 

un viottolo 

giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro 

anch' egli 

benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo 

presso ad 

benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le 

scuri alzate davano dentro 

zappe in aria, che principiavano a scalzar^ la p2V\nta, per metterle le 
radici al sole. — Che fate voi a quella povera pianta ? domandò il 

Eh, 

padre Macario. — Eh ! padre, son'' anni e anni che la non mi vuol 

ed ISon fate, non fate, 

far noci; e io ne faccio legna. — Lasciatela stare, disse il padre; 

porterà 

sappiate che, quest'anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, 
che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò su- 
bito ai lavoratori, che gettassero di nuovo la terra sulle radici ; e, 
chiamato il padre, che continuava la sua strada, — padre Macario, 



CAPITOLO III. 57 

del ricrlto pel Andò attorno 

gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento. Si sparse la 

Infatti 

voce della predizione ; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti^ 

e uria poi noci, noci, a furia. 

a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il 

abbacchiarle, 

buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perchè andò, 

del ricolto merito 

prima della raccolta a ricevere il premio della sua carità. Ma il 
miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva 

indietro al ricolto 

lasciato un figliuolo di stampa ben diversa.JOr dunque, alla raccolta^ 

riscuotere che 

il cercatore andò per riscotere la metà eh' era dovuta al convento; 
ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere 

inteso 

che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. 

che 

Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato 

così 

aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, 

egli dei Quei 

raccontava la storica del noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri 

di ed 

ebber° voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e 

egli condusse al sentite mo: la porta, 

lui li mena su in granaio. Ma sentite : apre l'uscio, va verso il can- 

dove 

tuccio dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice : guardate, 
guarda egli stesso e vede... che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di 

egli per quella 

noce. Fu un esempio questo ? E il convento, invece di scapitare, 

elemosina negata, 

oi guadagnò ; perchè, dopo un così gran fatto, la cerca 

e 

delle noci rendeva tanto, tanto, che uvi benefattore, mosso a compassione 
del povero cercatore, fece al conveiito la carità d'un asino, che aiutasse a 
portar le noci a casa. E si faceva tant'olio, che ogni povero veniva a 
prenderne, secondo il suo bisogno; perchè noi siam^ come il mare, 
che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti 
i fiumi. » 

grembiale a 

Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo 

fatica lo reggeva. i due capi sospesi colle 

reggeva a fatica, teneiidone le due cocche in alto, con le braccia teso 

di collo 

e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia, la 

poneva 

metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante 
elemosina, la madie f<»oe «m x-nlto nttonito « ap-yero a Lucia, per la 



5S I PROMESSI SPOSI 

Tina 

sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi 

augurii, 

giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in augùri, in promesse, 

si 

in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma 

richiamatolo ; « vorrei un servigio da voi. » disse, « vorrei 

Lucia richiamatolo, disse : « vorrei un servilo da voi ; vorrei che 
diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che 

subito, 

mi faccia la carità di venir© da noi poverette, subito subito; perchè 

posso venir io 

non possiamo andar noi alla chiesa. » 

« Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo 
saprà il vostro desiderio. » 

« Mi fido. » 

€ Non dubitate. » E così detto, se n'andò, un po'più cnrvo e più 
contento, di quel che fosse venuto. 

tosa 

Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta 
confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la com- 
missione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun^ si pensi che quel 

Egli era 

Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era 

ai 

anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno ; 

dei paresse 

ma tale era la condizione de'cappuccini, che nulla pareva per loro 

dai 

troppo basso, né troppo elevato. Servir" gl'infimi, ed esser servito da* 

nei nei tugurii collo di 

potenti, entrar» ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno d'u- 
miltà e di sicurezza, esser© talvolta, nella stessa casa, un soggetto di 
passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, 

; cercare la limosina da 

chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano 

via, 

al convento, a tutto era avvezzo un cappuffpino. Andando per la 

egualmente 

strada, poteva ugualnaente abbattersi in un principe che gli baciasse 

, ragazzacci 

riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci 

di fra 

che, fingendo d'esser* alle mani tra loro, gl'inzaccherassero la barba 

frate, in quei tempi era 

di fango. La parola « frate » veniva in que' tempi, proferita col più 

gi-ando 

gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più 
degni altr'ordine, oran" oggetto de'due opposti sentimenti, e prova- 



CAPITOLO III. 59 

rano le due opposte fortune ; perchè, non possedendo nulla, portando 
un abito più stranamente diverso del comune , facendo più aperta 

di umiliazioni, si ed 

professione d'umiltà, s'esponevano più da vicino alla venerazione & 

dai 

al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, o 
dal diverso pensare degli uomini. 

Partito fra Galdino, « tutte quelle noci ! » esclamò Agnes* : < la 
quest'anno! » 

« Mamma, perdonatemi, » rispose Lucia; < ma, se avessimo fatta 

nna 

un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare an-» 

di 
Cora, Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando 

coll« 

sarebbe tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e 
sentite. Dio sa se gli sarebbe rimasto in mente.. . » 

« Mo hai poi 

4. Hai pensato bene ; e poi è tutta carità che porta sempre buon 

coi 

frutto, » disse Agnese^ la quale, co'suoi difettucci, era una gran buona 

sparata quella 

donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica 
figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza. 

giunse * la faccia adirata e ver- 

In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso in- 
gegnosa nello stesso ten.po, gittò 

sieme e mortificato, gettò i capponi sur una tavola ; e fu questa 
l'ultima trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno. 

mi diss'egli Mi 

4. Bel parere che m' avete dato I » disse ad Agnese. « M' avete 
mandato da un buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i pò- 

tosto 

verelli 1 >E raccontò il suo abboccamento col dottore. La donna, stu- 
pefatta di cosi trista riuscita , voleva mettersi a dimostrare che i' 

doveva non Iv^ 

parere però era buono, e che Renzo non doveva aver saputo far la 

cose a dovere quistione, 

cosa come andava fatta ; ma Lucia interruppe quella questione, an- 
ch' ella di migliore aiuto. 

nunziando che sperava d'aver^ trovato un aiuto migliore. Renzo accolse 
anche questa speranza, come accade a quelli che sono nella sven- 

impaccio diss'egli, 

tura e nell' impiccio. « Ma, se il padre, » disse , « non ci trova uà 
ripiego, lo troverò io, in un modo o nell'altro. » 

e e 

Le donne consigliarono la pace» la pazienza, la prudenza. « Do- 



60 I PROMESSI SPOSI 

slcnramento. 

mani, » disse Lucia, « il padre Cristoforo verrà sicuramente ; e ve- 
drete che troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non 
sappiamo nemmeno immaginare. > 

« Lo spero ; » disse Renzo, « ma, in ogni caso, saprò farmi ra- 
gione , o farmela fare. A questo mondo e' è giustizia finalmente. » 

Coi coUoquii colle raccontate, 

Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son» riferite, 

trascorso, ad 

quel giorno era passato ; e cominciava a imbrunire. 

sera che 

« Buona notte, » disse tristamente Lucia a Renzo il quale non 
sapeva risolversi d'andarsene. 

sera egli 

« Buona notte, » rispose Renzo, ancor più tristamente. 

ella. « Usate 

« Qualche santo ci aiuterà, » replicò Lucia: « usate prudenza, e 
rassegnatevi. » 

La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere} e lo sposo 

ne 

se n' andò, col cuore in tempesta , ripetendo sempre quelle strane 

Tanto 

parole : « a questo mondo e' è giustizia , finalmente 1 » Tant' è vero 

da grandi dolori quello 

ehe un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica. 



CAPITOLO IV. 



H sole non era ancor" tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre 
Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla ca- 

dove , terricciuola 

getta dov' era aspettato. È Pescarenico una terricciola , sulla riva 

pochi passi al di sotto del- 

einistra dell'Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal 

ponte : un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e ad- 
dobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento- 
posto, 
ora situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori , e in fac» 

via 

ia all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco con- 

a misura 

duce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno : di mano in mano che il 

si - dei; 

«ole s' alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de' 

le 

ìnonti opposti , scendere , come spiegandosi rapidamente , giù per i 

chine valle: un spiccando dai 

pendii, e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le 

a qualche passo 

foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante 

dritta nei vigneti 

dall' albero. A destra e a sinistra, nelle vigne , sui tralci ancor 

le aiuole lavo- 

tesì, brillavan" le foglie rosseggianti a varie tinte j e la terra lavo- 
rate ep)cca^ ano brune e d stinte fra i 

rata di fresco , spiccava bruna e distinta ne' campi di etoppl© bian- 

per la 

cftstre e luccicanti dalla guazza. La ecena era lieta; ma ogni flgur* 

e! iiiovessa contristava tu AdQi;U> 

d'uomo ch« vi api>an8ge,rattrigtavalo sguardo e il pengiero, Ogni 



«S I PROMESSI SPOSI 

tratto 

tanto, s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel- 

indotti 

mestiere, o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano 

cheti a canta 

zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, 
benché non avesser" nulla a sperar^ da lui , giacché un cappuccino 
non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento^ 

la 

per r elemosina che avevan" ricevuta , o che andavano cercare al 

dei nei non 

<;onvento. Lo spettacolo de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva qual- 

Don si> che di se» 

cosa d' ancor più doloroso. Alcuni andavano gettando le loro se- 
menti quale 
mente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che 

troppo gli preme; altri spingevano la vanga come a stento, e ro- 
vesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo 

smunta « 

per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava 

attentamente, 

innanzi , e si chinava in fretta , a rubarle , per cibo della fami- 
gli uomini, 
glia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli 

potevano pur Queste viste ad 

«omini potevano vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni 

passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo pre- 
di 
sentimento in cuore, d'andar® a sentir® una qualche sciagura. 

pigliava efrli 

— Ma perchè si prendeva tanto pensièro di Lucia? E perchè, 

egli cosi sollecitamente ad 

a,l primo avviso, s' era mosso con tanta sollecitudine, come a una 
<;hiamata del padre provinciale ? E chi era questo padre Cristo- 
foro? — Bisogna soddisfare a tutte queste domande. 

presso 

Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta 

picciola striscia 

tjhe ai cinquant' anni II suo capo raso, salvo la piccola corona 

capegli che lo cingeva al mezzo coma una corona , costume 

<ii capelli, che vi girava intorno < secondo il rito cap- 

ai 
puccinesco, s'alzava di tempo in tempo, con un movimento che la- 
di tosto si 
sciava trasparire un non so che d'altero e d'inquieto; e subito s'ab- 

di grigia 

bassava , per riflessione d'umiltà. La barba bianca e lunga, che gli 
copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme 
rilevate della parte superiore del volto, alle quali un'astinenza, già 

dato 

da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che 



tolto d'' espressione. Due ocohi incavati eran" per lo più chinati 

•^ repentina, 

terra, ma talvolta sfolgoravano , con vivacità repentina; come due 
cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, 

costume , ^*"°° ,. , *'•»"• 

per esperienza, che non si può vincerla, pure tanno, di tempo 

tratto scambietto tos<o 

in tempo, qualche sgambetto, che scontan'^ subito, con una buona 

strappata 

tirata di morso. 

II padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era 

Ludovico. egli 

stato Cristoforo : il suo nome di battesimo era Lodovico. Era lì- 
di"', 
gliuolo d'un mercante di*** (questi asterischi vengon" tutti dalla 

sugli ultimi anni suoi, 

circospezione del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovan- 
dosi assai fornito di beni , e con queir unico figliuolo , aveva ri- 
nunziato al traffico , e s' era dato a vivere da signore. 

ad 

Nel suo nuovo ozio , cominciò a entrargli in corpo una gran 

in a 

vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in 

questa egli ognt 

questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le 

modo che 

maniere di far dimenticare eh' era stato mercante : avrebbe voluto 

egli stesso. * giornale, 

poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il 
braccio , gli comparivano sempre nella memoria , come 1' ombra di 

fra 

Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso 

dei porre 

de' parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver 

quei a schifare 

que'poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allu- 

alla 

siva all'antica condizione del convitante. Un giorno, per raccon- 

una sola, in nei 

tarne una , un giorno , sul finire della tavola , ne' momenti della 
jiù viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire clv 
più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver, 

egli 

apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno 

quei Questi, 

di que' commensali , il più onesto mangiatore del mondo. Questo , 

menoma 

per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, 

di eh. faccio orec- 

proprio col candore d' un bambino , rispose : » eh 1 io fo l'orec- 
chie da tosto 
chio del mercante. » Egli stesso fu subito colpito dal suono della 



64 I PROMESSI SP05I 

parola che gli era uscita di bocca : guardò ^ con faccia incerta^ 

si 

alla faccia del padrone, che s'era rannuvolata : e l' uno e l'altra 
avrehber' voluto riprender® quella di prima ; ma non era possibile. 

per 

Gli altri convitati pensavano, ognun" da sé, al modo di sopire il 

picciolo scandalo 

piccolo Beandolo , e di fare una diversione ; ma, pensando , tace- 

ed scanda'o 

vano, e, in quel silenzio, lo scandolo era più manifesto. Ognuna 
scansava d' incontrar® gli occhi degli altri ; ognuno sentiva chd 
tutti eran^ occupati del pensiero che tutti volevano dissimulare, 

ne il povero innprudente , 

La gioia, per quel giorno, se n'andò ; e l'imprudente o, per parlar» 

disfortunato 

con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il 

Ludovico 

padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continuo, 
temendo sempre d' essere schernito, e non riflettendo mai che il 

comperare 

vendere non è cosa più ridicola che il comprare , e che quella 
professione di cui allora si vergognava , 1' aveva pure esercitata 

tanti 

per tant' anni , in presenza del pubblico, e senza rimorso. Feco 

ragione 

educare il figlio nobilmente, secondo la condizione dei tempi, e 
per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini ; gli 

di eserci^ii 

diede maestri di lettere e d' eserciti cavallereschi ; e morì, lascian- 

giovanetto. 

dolo ricco e giovinetto. 

Ludovico fr* 

Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra 

lo avvezzo 

i quali era cresciuto , 1' avevano avvezzato ad esser® trattato cou 
melto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua 
città , trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato } ^ 

per vivere in 

e vide che, a voler esser della loro compagnia, come avrebbe desi- 
derato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di som- 

ad 

missione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. 

Un tale modo si colla 

Dna tal maniera di vivere non s'accordava, né con l'educazione, n^ 

colla Ludovico. Si 

con la natura di Lodovico. S* allontanò da essi indispettito. Ma pel 

a malincuore 

ne stava lontano con rammarico ; perchè gli pareva che questi ve- 
ramente avrebber" dovuto essere i suoi compagni j soltanto gli avrebbe- 



CAPITOLO IV. fl5 

odio 

Toluto più trattabili. Con questo misto d'inclinazione e di rancore, 
non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far» 

si sfoggio 

con loro in qualche modo, s'era dato a competer® con loro di sfoggi 
e di magnificenza, comprandosi cosi a contanti inimicizie, invidie e 

ad un tempo 

ridicolo. La sua indole ^ onesta insieme e violenta, 1' aveva poi im- 

egli 

barcato per tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spon- 

le pei fenduto 

taneo e sincero per V angherie e per i soprusi : orrore reso ancor 
più vivo in lui dalla qualità delle persone che più ne commettevano 

che ch'egli odiava. 

allagiornatajch' erano appunto coloro coi quali aveva più di quella rug- 

acchetare imi 

gine. Per acquietare , o per esercitare tutte queste passioni in una 

punto egli s'impegnava 

volta, prendeva volentieri le parti d'un debole sopraifatto, si piccava 

a fare 

di farci stare un soverchiatore, s'intrometteva in una briga, se ne 

recava 

tirava addosso un'altra ; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi 

dei 

come un protettore degli oppressi, e un vendicatore de' torti. L'im- 

Ludovico 

piego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico 

nimici incentri egli 

avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi 

interiori a spuntare 

tribolato continuamente da contrasti interni; perchè, a spuntarla 

un impegno 

in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), 

egli stesso mettere in i pera molti mezzi di di 

doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la 

sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon 

tanto ' quanto 

numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne un aiuto 
più vigoroso , doveva scegliere i più arrischiati , cioè i più ribaldi , 

coi 

e vivere co' birboni, per amor^ della giustizia. Tanto che, più d'una 

scoraggiato 

volta, scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pe- 

guardarsi continuo. 

ricolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della 

di- 

sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che se 

Bgocciolavano 

a'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più 

venuta quei 

d'una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate ; che a que' tempi, 

la yia impacci. 

era il ripiego più comune, per uscir» d'impicci. Ma questa , che sa- 
rebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una ri- 

6 



«fl t PROMESSI SPOSI 

per ■ il più terribilo 

■oluzione , a eanaa d* un accidente , il più serio cho 

incontrato 

gli fosse ancor* capitato. 

egli via a4.compagnato da 

Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due 

un antico fattore di bottega, che suo padre aveva trasmutato in maggiordomo, e con due 

bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di 

bravi alla coda. 

bottega e, dopo chiusa questa, di ventato maestro di casa. 

Il maggiordomo, di nome Cristoforo, era de' 

Era un uomo di circa cinquant'anni, af- 

voto al padrone 

fezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere , e 

colla paghe e colla liberalità del quale viveva egli , e faceva vivere la moglie ed otto fi- 
che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere , ma di 

gliuoli. Ludovico 

che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodo vico spuntar da 

soperchiatore 

lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale 

egli 

non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al 

egli dei 

quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio : giacché è uno de' vantaggi 
di questo mondo, quello di poter odiare edesser» odiati, senza conoscersi. 

si ritto 

Costui, seguito da quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo 

colla colla 

con la testa alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. 

Tutti il Ludovico 

Tutt'e due camminavano rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) 

radeva 

lo strisciava col lato destro ; e ciò , secondo una consuetudine , gli 

cacciare 

dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istac- 

che del che 

carsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale 

Il sopravvegnente teneva incontro 

allora si faceva gran caso. L'altro pretendeva, all'opposto, cheque) 

Ludovico 

diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse 

di Scendere; 

d' andar nel mezzo ; e ciò in forza d'un' altra consuetudine. Perocché, 

vigevano 

in questo , come accade in molti altri affari , erano in vigore due 

opposte 

consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la 
tuona; il che dava opportunità di fare una guerra, ogni volta che 

Quei 

una testa dura s'abbattesse in un'altra della stessa tempra. Que'duo 

entrambi 

ei venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di 

muso, a muso il soprav- 

basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor 

vegnente Ludovico 

tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso , gli 

tuono « ritiratevi a basso. » 

disse, in un tono corrispondente di voce: < fate luogo, » 



CAPITOLO IT. «7 

A basso Ludovico. strada 

< Fate luogo voi, » rispose LodoTico. « La diritta è mia. » 

Coi pari vostri la strada 

« Co' vostri pari, è sempre mia. > 

dei pari vostri pei 

4. Si, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei. » 

due accompagnanieDti 

I bravi dell'uno e dell'altro eran^* rimasti fermi, ciascuno dietro U 

capo colle 

suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, pre- 
giungeva nella via , ritraeva 
parati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si tenev» 

ponendosi ad 

in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatoli 

dei 

animava sempre più il puntiglio de' contendenti. 

A basso craans* 

4. Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come 

che son dovute ai 

8i tratta co' gentiluomini. )► 

« Voi mentite eh' io sia vile. » 

€ Tu menti eh' io abbia mentito. » Questa risposta era di pram- 
matica. « E^ se tu fossi cavaliere, come son io, » aggiunse quel 

tu 

signore, « ti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il 

Bei il mentitore. » 

mentitore sei tu. » 

dal coi 

« È un buon pretesto per dispensarvi di sostener® co' fatti l' inso- 
lenza delle vostre parole. » 

Gittate rivolto 

« Gettate nel fango questo ribaldo, » disse il gentiluomo, voltan- 

ai 

dosi a' suoi. 

Ludovico, addietro un passo subitamente, 

« Vediamo ! » disse Lodovico, dando subitamente un passo indie- 
tro, e mettendo mano alla spada. 

queir 

« Temerario ! » gridò l'altro, sfoderando la sua : « io spezzerò 

questa, quando sarà macchiata del tuo vii sangue. » 
si suir 

Cosi s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti si 

dei 

«lanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era disu- 

pel Ludovico 

j guale , e per il numero , e anche perchè Lodovico mirava piuttosto 
a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma 

questi ad modo. Ludovico ri- 

questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ri- 
levata Bcalflt' 
cevuta al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgrafBa- 

tuia. 

tuia leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava 



63. I PROMESSI SPOSI 

flnirlo, 

addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nel- 

Questi 

l'estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, 

colla 

rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A 

Ludovico uscito 

|uella vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ven- 

provocatore ^d 

tre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col 

Gli scherani vedutolo sul terreno, 

povero Cristoforo. I bravi del gentiluomo, visto ch'era finita, si die- 

Ludovico, pur tartassati 

dero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati 

e sfregiati, v'essendo cui 

anche loro, non essendovi più a chi dare, e non volendo trovarsi 

impacciati se la batterono 

impicciati nella gente, che già accorreva , scantonarono dall' altra 

Ludovico quei 

parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due funesti compagni ai 

ad 

piedi, in mezzo a una folla. 

Gli è 

f Com'è andata? — È uno. — Son due. — Gli ha fatto un oc- 
chiello nel ventre. — Chi è stato ammazzato ? — Quel prepotente. 

Un 

— Oh santa Maria , che sconquasso ! — Chi cerca trova. — Una 

moujouto Anch' egli ha finito. 

le paga tutte. — Ha finito anche lui. — Che colpo ! — Vuol essere 
una faccenda seria. — E queir altro disgraziato ! — Misericordia ! 

anch' egli. 

ihe spettacolo ! — Salvatelo, salvatelo. — Sta fresco anche lui. — 

va tutto a sangue. Scappate 

Vedete com' è concio ! butta sangue da tutte le parti. — Scappi , 

pov«r* uomo, scappate! vi lasciate pigliare. » 

scappi. Non si lasci prendere. » 

frastuono 

Queste parole, che più di tutte si facevano sentire nel frastono 

pressa, 

sonfuso di quella folla, esprimevano il voto comune ; e, col consiglio, 

ad 

venne anche l' aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di 

ai 

cappuccini, asilo, come ognun° sa, impenetrabile allora a' birri, e a 
tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giu- 
stizia. L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi 

senso 

fuori di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del po- 
lo a loro, 

polo, che glielo raccomandava, dicendo : « è un uomo dabbene che 
ha freddato un birbone superbo : l'ha fatto per sua difesa : c'è stato 

pe' 

tirato per i capelli. » 

Ludovico versato 

Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e^ benché 



CAPITOLO IV. 69 

quei 

l'omicidio fosse, a que* tempi , cosa tanto comune ^ che gli orecoh i 
d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, 

che 

pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui, 

ed 

e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di 

nimico 

sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l' alterazione i 

quei tratti passavano 

di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal 
furore, all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una- 

cangiò 

vista che cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al 

egli che 

convento, non sapeva quasi dov^e si fosse, né cosa si facesse; e, 

alla memoria , della 

quando fu tornato in sè, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle 

mani del frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno 

aggiustava bende 

in ogni convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite 

che 

eh' egli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego par- 
di ai renda— 

ticolare era d' assistere i moribondi , e che aveva spesso avuto a 

to di questi uflzii via tosto 

render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del 

nella 

combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, 

lattosi Ludovico 

avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, « consolatevi , » gli 

mi 

disse : « almeno è morto bene, e m' ha incaricato di chiedere il vo- 
stro perdono , e di portarvi il suo. » Questa parola fece rinvenire 

Ludovico 

affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più di- 
che ed 
stintamente i sentimenti ch'eran^ confusi e aflfollati nel suo animo: 

dolore dell'amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito 

una 

di mano, e, nello stesso tempo, un'angosciosa compassione dell'uomo 

eh egli 

che aveva ucciso. 

egli 

« E l'altro » domandò ansiosamente al frate. 
« L'altro era spirato, quand' io arrivai. » 

Frattanto , gli accessi e i contorni del convento formicolavano di 
Iiopolo curioso : ma, giunta la sbirraglia, fece smaltire la folla, e si 

pose in agguato ^ > dalle porte ; 

postò a una certs t --^ '"^ -« ita, in modo però ohe nessuno 

potesse uscirne inosserv Jel morto, due fuoi cugini 



70 I PROMESSI SPOSI 

piede 

e un vecchio zio, vennero pure^ armati da capo a piedi, con grande 

posero 

accompagnamento di bravi ; e si misero a far la ronda intorno, guar- 

pìglio quei musHrdi, 

dando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que* curiosi, eh© 

ben gli sta lo sui volti. 

non osavano dire : gli sta bene j ma l'avevano scritto in viso. 

Lodovico 

Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato 
un frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristo- 

deir egli stato 

foro, le chiedesse in suo nome perdono d'esser stato lui la cagione, 
quantunque ben certo involontaria, di quella desolazione , e , nello 

le desse assicurazione si pigliava 

stesso tempo, l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sèii 

ai 

Riflettendo quindi a' casi suoi, senti rinascere piii che mai vivo e 

altrevolte s' girato 

serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato 

stesso lo 

per la mente : gli parve che Dio medesimo 1' avesse messo sulla 

giungere 

strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un 

congiuntura: 

convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chia- 

espose disegno. Ne 

mare il guardiano , e gli manifestò il suo desiderio. N' ebbe in ri- 
posta , che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate ; ma» 

s'egli egli. no- 

che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un no- 

Uio 

taro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch'era tut- 
tavia un bel patrimonio ) alla famiglia di Cristoforo : una somma 

ai tì- 

alla vedova, come se le costituisse una contraddote, e il resto a otto 

gliuoli. 

figliuoli che Cristoforo aveva lasciati. 

Ludovico taglio pei 

La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi 

che a cagione di lai 

ospiti, i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo 

quindi dei 

dal convento, ed esporlo cosi alla giustizia, cioè alla vendetta de 

pure 

tuoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebb* 

ai propri! 

•tato lo stesso che rinunziare a' propri privilegi , screditare il con- 
tatto l'animavversione 

vento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini del- 

ledere 

l'universo, per aver lasciato violare il diritto di tutti, concitarsi 

ooDtra le allora 

contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali si consideravano comò 
tutrici di questo diritto. Dall' altra parte , la famiglia dell' ucciso 



CAPITOLO IV. 71 

forte di 

potente assai, e per ac^ e per le sae aderenze, s'era messa al punto 

volesse por- 

di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s'attentasse di 

vi 

mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto del- 

nè tampoco 

Tucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in 

inflammati 

tutto il parentado : dice soltanto ch'eran° tutti smaniosi d'aver nel-» 

questi 

l'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo 1' abito ili 

certo modo una 

cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, un'e- 
menda, s'imponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in 

ritraeva 

colpa, si ritirava da ogni gara ; era insomma un nemico che depon» 

le 

l'armi. I parenti del morto potevan" poi anche, se loro piacesse, cre- 

spainpanare ch'egli si 

dere e vantarsi che s' era fatto frate per disperazione, e per terrore 
del loro sdegno. E , ad ogni modo , ridurre un uomo a spropriarsi 

pie' sul- 

del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir» sur 

la paglia di 

un saccone, a viver« d'elemosina, poteva parere una punizione com- 
petente, anche all'offeso il più borioso. 

una 

Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fra- 
tello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima 
casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse 

Ludovico 

fattibile , parlò del pentimento di Lodovico , e della sua risoluzione, 

contenta; 

facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, 

ancor più destro modo 

e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, 
piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in 
ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo • 
« è un troppo giusto dolore. » Fece intendere che, in ogni caso, la 

pigliarsi 

sua famìglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cap- 

che che 

puccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente 
richiese , impose come una condizione , che l'uccisor» di suo fratello 

tosto di cappuccina 

partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già deli- 
di far cosi , lo 
berato che questo fosse fatto , disse che si farebbe , lasciando che 

aggradiva di 

.'altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: 



72 I PROMESSI SPOSI 

conchiuso. si togl'eva d" nn impegno, 

e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne uscirà con onore; 
contenti 1 frati , che salvarano un uomo e i loro privilegi , senza 
farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano 
un affare terminarsi lodevolmente ; contento il popolo, che vedeva 

uscir impaccio 

fuor d' impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, am- 
mirava una conversione; contento finalmente, e più di tutti, in 

Ludovico 

mezzo al dolore, il nostro Lod'.4vico, il quale cominciava una vita 

di servigio 

d'espiazione e di servizio, ch^^ potesse , se non riparare, pagare al- 
meno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. 
» lo 

Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura , 1' af- 

tosto si consolò 

flisse un momento ; ma si consolò subito , col pensiero che anche 

castigo di 

quell'ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d'e- 
spiazione. Così, a trent'anni, si ravvolse nel sacco ; e, dovendo, se- 
condo r uso, lasciare il suo nome , e prenderne un altro , ne scelse 

richiamasse ad ch'egli 

uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare : 
e si chiamò fra Cristoforo. 

compiuta 

Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gì' in- 

andrebbe 

timo che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia 

si chinò 

lontano , e che partirebbe all' indomani. Il novizio s' inchinò profon- 

diss'egli. 

damente, e chiese una grazia. « Permettetemi, padre, » disse, « che, 
prima di partir^ da questa città , dove ho sparso il sangue d' un 
uomo, dove lascio una famiglia crudelmente ofiesa, io la ristori al- 
meno dell' affronto , eh' io mostri almeno il mio rammarico di non 

chiedendo 

poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell' ucciso, o 

tolga il consente , 

gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo. » 

atto ad 

Al guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sé, 
servirebbe a riconciliar^ sempre più la famiglia col convento: e andò 

dirtlato 

diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cri- 
stoforo. A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme con la ma- 

'■'*<"">''"'ento misto di coiupiacenza. 

ra Viglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche com- 



CAPITOLO IV 73 

istante diss'ogli; 

piacenza. Dopo aver pensato un momento, « venga domani, » disse ; 

indicò la 11- 

e assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il con- 

«enza desiderata. 

senso deliberato. 

s'avvisò tosto soniraissione 

Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione 
fosse solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito 
presso tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla 

una formula di 

con un' eleganza moderna) una bella pagina nella storia dell 

famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti che, all' indomani, 

mezzogiorno, restassero serviti (cosi si diceva allora) di venir" da 

Al 
lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzc 

brulicava di signori d' ogni età e d' ogni sesso : era un girare, un 

di piarne 

rimescolarsi di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, 

muoversi 

un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe , uno strascico 
intralciato di rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la 

servi 

strada formicolavano di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. 
Fra Cristoforo vide queir apparecchio , ne indovinò il motivo , e 
provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sé: 
— sta bene : l' ho ucciso in pubblico , alla presenza di tanti suoi 

scandalo 

nemici: quello fu scandolo, questa è riparazione. — Cosi, con gli 

a terra, 

occhi bassi , col padre compagno al fianco , passò la porta di 
quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo squa- 
drava con una curiosità poco cerimoniosa ; sali le scale, e, di mezzo 
all' altra folla signorile , che fece ala al suo passaggio , seguito 

casa, 

da cento sguardi , giunse alla presenza del padron® di casa ; il 

da 

quale , circondato da' parenti più prossimi , stava ritto nel mezze 

abbassato 

della sala^ con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, 

sinistra mano 

con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la 
destra il bavero della cappa sul petto. 

V ha una 

C è talvolta, nel volto e nel contegno d' un uomo, un' espressione 



74 I PROMESSI SPOSI 

una dell'interno animo 

cosi immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che ^ 

di 

in una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo 

a tutti gli 

Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, 

ch'egli . quella 

che non s'era fatto frate, né veniva a queir umiliazione per timore 

conciliargli _ gli animi egli 

umano : e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide 

ginoccbione a' incrocicchiò 

l'offeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò 

sua 

le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole : < io 

io 

sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a 
costo del mio sangue ; ma, non potendo altro che farle inefficaci a 

di 

tarde scuse, la supplico d' accettarle per l^amor di Dio. » Tutti gli 
occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli par- 

tntte le orecchie erano tese. si levò 

lava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, 
^per tutta la sala, un mormorio di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, 
che stava in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu tur- 
bato da quelle parole; e. Inchinandosi verso l'inginocchiato, « alza- 

alterata. L' 

tevi, » disse, con voce alterata ; <( l'offesa .... il fatto veramente .... 
ma r abito che portate .... non solo questo, ma anche per voi .... 

Si 

>^S' alzi, padre .... Mio fratello .... non lo posso negare .... era un 

precipitoso 

cavaliere .... era un uomo .... un po' impetuoso .... un po' vivo. 
Ma tutto accade per disposizion« di Dio. Non se ne parli più ... . Ma, 

ella debbe 

jpadre, lei non deve stare in codesta positura. » E, presolo per le 
braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, ri 

eh' ella mi accordato 

spose: « io posso dunque sperare che lei m'abbia concesso il sua 

deggio 

perdono I E se 1' ottengo da lei , da chi non devo sperarlo ? Oh l 
s'io potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono! » 

Ella 

€ Perdono? » disse il gentiluomo. € Lei non ne ha più bisogno. 

ella 

Ma pure, poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, 
e tutti .... » 

ad 

« Tutti I tutti I » gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del 



CAPITOLO rv. T5 

si aperse ad alla 

frate s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva 

nna 

però ancora un'umile e profonda compunzione del male a cui la re- 
missione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto 

gittò la 

da quell'aspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò 

braccia al collo dì Cristoforo, 

le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace. 
Un € bravo ! bene ! > scoppiò da tutte le parti della sala ; tutti 

Servi 

si mossero, e si strinsero intomo al frate. Intanto vennero servi- 
tori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al no- 

accomiatar« 

stro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli 

cosuccia ; di 

disse : « padre , gradisca qualche cosa ; mi dia questa prova d' a- 

in atto di rttra- 

micizia. > E si mise per servirlo prima d'ogni altro ; ma egli, riti- 

endosi un certo i<.odo di 

randosi, con una certa resistenza cordiale, « queste cose, > disse, 

tolga il cielo 

€ non fanno più per me ; ma non sarà mai eh' io rifiuti i suoi doni. 

porrai 

Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, 

di di 

perchè io possa dire d'aver goduta la sua carità, d'aver mangiato 

tenuto 

il suo pane, e avuto un segno del -suo perdono. » Il gentiluomo, 

tosto maggiordomo- 

commosso, ordinò che così si facesse; e venne subito un cameriere, 

bacile 

in gran gala, portando un pane sur un piatto d'argento, e lo pre- 
padre, pose sua 
sento al padre ; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta. 

licenza. 

Chiese quindi licenza e, abbracciato di nuovo il padrona di casa, e 

presso ► 

tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronir- 

8 viluppo nel!» 

sene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter^ nel- 

dai servi ed dai 

ranticamere, per isbrigarsi da' servitori, e anche da' bravi, che gli 
baciavano il lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò* 

via ed 

nella strada, portato come in trionfo , e accompagnato da una folla 

ad città , d'onde 

di popolo, fino a una porta della città; donde usci, cominciando il 
«no pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato. 

si preparati ad 

H fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati d'as- 
saporare in quel giorno la trista gioia dell' orgoglio , si trovarono 



W l PROMESSI SPOSI 

Invece 

in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. 

brigata 

La compagnia si trattenne ancor* qualche tempo, con una bonarietà 
« con una cordialità insolita , in ragionamenti ai quali nessuno era 

venendo qbivi Invece soprammani 

preparato, andando là. In vece di soddisfazioni prese, di soprusi 
vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, 
la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, 
per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio 
suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far« stare a 

quel che 

dovere il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun"' sa, 
parlò invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Si- 

molti Sciolta la brigata 

mone, morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, 
ancor* tutto commosso, riandava tra sé , con maraviglia, ciò che 

fra 

aveva inteso, ciò ch'egli medesimo aveva detto ; e borbottava tra i 
denti : — diavolo d' un frate I (bisogna bene che noi trascriviamo le 

Diavolo ancor lì per 

sue precise parole) — diavolo d' un frate ! se rimaneva li in ginoc- 

qualche momento in ginocchio , domandava io scu- 

chio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa 

fla egli mi 

io, che m' abbia ammazzato il fratello. — La nostra storia nota 

egli 

espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un po' 

rovinoso 

man'' precipitoso, e un po' più alla mano. 

quali» 

Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non avev.. 

provata mai 

mai pln provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta 

Ai novìzii era imposto il silenzio 

la sua vita doveva essere consacrata. Il silenzio eh' era imposto 

ed egli serbava senza stento questa legge, tutto assorto 

a'novizi.l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero 

privazioni, delle du- 

delle fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sof- 

rate 

ferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, 

egli 

presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane 

risparmiò un tozzo onda 

del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per 

■erbario 

tenerlo, come un ricordo perpetuo. 
"Hou ò nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale; 



CAPITOLO IV. 77 

di grnn 

diremo soltanto che, adempiendo , sempre con voglia , e con gran 

uflci 

cura, gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare 

di ai una 

e d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione di 

esercitare ulci ch'egli si ^ coinpoire dis- 

esercitarne due altri, che s' era imposti da sé ; accomodar diffe- 

sidii senza che egli se ne 

renze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte, 

avvedesse, per qualche parte , 

senza eh' egli se n' avvedesse , quella sua vecchia abitudine , e un 

resticciuolo le 

resticeiolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni non 
avevano potuto spegner* del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente 

piano ed umile ; 

umile e posato ; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità com- 

si in 

battuta, l'aomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che, 

misto una 

secondato e modificato da un' enfasi solenne', venutagli dall' uso del 
predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il 
suo contegno , come l' aspetto , annunziava una lunga guerra, tra 

subita 

un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vitto- 
riosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. 

lo 

Un suo confratello ed atnico , che lo conosceva b«ne , l' aveva una 
volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma 

quantunque costumati nel resto, quando la pascione tra- 

naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la pas- 

bocca, pronunziano mutata, 

sione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata ; parole che, 

in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva. 

Se una poverella sconosciuta , nel tristo caso di Lucia , avesse 

domandato accorso 

chiesto l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediata- 

egli tanto più di 

mente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta piìi sollecitu- 

ed aveva tre- 

dine, in quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in 

mate pei provata una viva indignazione 

pensiero per i suoi pericoli, e sentiva un* indegnazione santa, per la 

laida A tutto ciò si ag- 

turpe persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di 

giungeva che. egli lo migliore 

ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar 
nulla, e di starsene quieta, temeva ora cheli consiglio potesse aver» 

che 

prodotto qualche tristo effetto ; e alla sollecitudine di carità, eh' era 



73 I PROMESSI SPOSI 

ai 

In lai eome ingenita, s'aggiungeva ^ in questo easo^ quell'angustia 
ficrupolosa che spesso tormenta i buoni. 

frattanto 

Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre 

egli é giunto, si alia porta; 

Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; eie donne, lasciando 
il manico dell' aspo che facevano girare e stridere , si sono alzate, 

ad 

(iicendo, a una voce: « oh padre Cristoforo! sia ^benedetto! » 



I 



CAPITOLO V. 



Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena ebbe 

traguardate le 

data un' occhiata alle donne , dovette accorgersi che i suoi pre- 

fallaci. tuono 

sentimenti non erano<» falsi. Onde , con quel tono d' interrogazione che 

ad levando 

va incontro a una trista risposta , alzando la barba con un moto 

e bene ! 

leggiero della testa all' indietro, disse : « ebbene ? » Lucia rispose 

fare scusa 

con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse 

dell'avere osato .., egli si postosi 

d'aver osato..., ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur 

deschetto .atte le scuse 

un panchetto a tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: 

quietatevi 

« quotatevi, povera figliuola. E voi, » disse poi ad Agnese, « rac- 

che cosa 

contatemi cosa e' è ! » Mentre la buona donna faceva alla me- 

trista 

glio la sua dolorosa relazione, il frate diventava di mille colori, 

quando quando 

« ora alzava gli occhi al cielo, ora batteva i piedi. Terminata 

coperse ambe e 

la storia, si copri il volto con le mani, ed esclamò: « o Dio 

compiere ri- 

benedetto ! fino a quando .... ! » Ma, senza compir la frase, vol- 

voho 

tandosi di nuovo alle donne : « poverette ! » disse : « Dio vi ha 
visitate. Povera Lucia! » 

sini.hiozzando Lucia. 

« Non ci abbandonerà, padre? » disse questa, singhiozzando. 

rispose egli. Gran Dio I e con che chie- 

de Abbandonarvi f » rispose. « E con che faccia potrei io chie- 
dergli qualche cosa io vi voi 

der a Dio qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata? Voi in 



80 I PRGM5SSI «PO'?! 

Voi, che 

questo stato ! voi , ch'Egli mi confida ! Non vi perdete d'animo: 

vi assisterà. 

Egli v' assisterà: Egli vede tutine : Egli può servirsi anche d' uà 

8on' isconfondere 

uomo da nulla come son io, per eonfondere un ... . Vediamo, pen- 
siamo qael che si possa fare. » 

in sol 

Cosi dicendo , appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio , chinò 
fa fronte nella palma, e con la destra strinse la harba e il mento, 
tome per tener ferme ed unite tutte le potenze dell'animo. Ma la più 
attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più di- 

ed intricato 

stintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto 

incerti, Incutere 

scarsi , quanto incerti e pericolosi i ripieghi. — Mettere un 

egli 

po' di vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al 

«gli 

suo dovere ? Vergogna e dovere sono un nulla per lui , quando 
ha paura. E fargli paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una 

eh' egli 

che superi quella che ha d' una schioppettata? Informar^ di tutto 
il cardinale arcivescovo, e invocare la sua autorità? Ci vuol tempo: 

infelice mo- 

e intanto ? e poi ? Quand'anche questa povera innocente fosse ma- 
gli» sarebb' egli uomo... ? 

ritata , sarebbe questo un freno per quell' uomo ? Chi sa a qual 

egli 

segno possa arrivare? •••• E resistergli? Come? Ah! se potessi; 
pensava il povero frate, se potessi tirar dalla mia i miei frati 

qnei 

di qui, que' di Milano ! Ma ! non è un afiare comune ; sarei ab- 
bandonato. Costui fa r amico del convento, si spaccia per parti- 
dei scherani sono essi 

giano de' cappuccini : e i suoi bravi non son venuti più d'una 

Mi troverei 

volta a ricoverarsi da noi ? Sarei solo in ballo ; mi buscherei an- 

del torbido che 

che dell' inquieto , dell' imbroglione, dell'accattabrighe ; e, quel ch'ó 
più, potrei fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar 
la condizione di questa poveretta. — Contrappesato il prò e il con- 
tro di questo e di quel partito, il migliore gli parve d' affrontare 

smuoverlo 

don Rodrigo stesso, tentar" di smoverlo dal suo infame proposito, 

colle •upplicazioni di questa anche 

con le preghiere, coi terrori dell'altra vita, anche di questa, se 
fosse possibile. Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per 



CAPITOLO V. 81 

questa via^ più distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo 

qualche cosa delle 

sporco impegno, scoprire di più le sue intenzioni, e prender 

consiglio da ciò. 

Mentre il frate stava cosi meditando, Renzo, il quale, per tutte 
le ragioni che ognun» può indovinare, non sapeva star lontano da 

in sulla porta; as- 

quella casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra 

sorto , 

pensiero , e le donne che facevan" cenno di non disturbarlo , si 

teneva Levando 

fermò sulla soglia, in silenzio. Alzando la faccia, per comunicare 

disegno 

alle donne il suo progetto, il frate s'accorse di lui, e lo salutò 

che una 

in nn modo eh' esprimeva un' affezione consueta , resa più intensa 
dalla pietà. 

una 

« Le hanno detto . . . , padre ? » gli domandò Renzo, con voce 
commossa. 

« Pur troppo; e per questo son qui. » 

ella 

« Ohe dice di quel birbone ? » 

che È lontano: a 

« Che vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che giove- 
rebbero le mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in 

ti 

Dio, e che Dio non t'abbandonerà. » 

Ella 

€ Benedette le sue parole! » esclamò il giovane. « Lei non è 

coloro danno ai poverelli. 

di quelli che dan sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e 

dottore .. » 

quel signor dottor delle cause perse .... » 

« Non rivangare quello che non può servire ad altro che a 

crucciarti quello 

inquietarti inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel 

poco eh* io sono 

che ho detto a queste donne : per quel che posso, non v'abbandonerò.» 

ella Disutilacci! 

« Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni t Chi avesse 
creduto alle proteste che mi facevano costoro, nel buon tempo ; eh eh! 

mi centra 

Kran° pronti a dare il sangue per me ; m'avrebbero sostenuto contro 

ch'io 

B diavolo. S'io avessi avuto un nemico ? . . . . bastava che mi lasciassi 

e' non avrebbe mangiato molto pane. s'ella 

intenderò; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse 

il parlante, levando 

come si ritiraao.... » A questo punto^ alzando gli occhi al volto del 

6 



83 I PROMESSI SPOSI 

■no ascoltatora, ana 

padre, vide ches'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò 

minchioneria. rattopparla. intricando 

che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando « 

avvilappando: voleva inica... voleva 

imbrogliando: « volevo dire..;, non intendo dire.... cioè, volevo 
dire . . . . > 

che cosa 

€ Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar 

ch'ella 

r opera mia, prima che fosse intrapresa 1 Buon per te che sei stato disin • 

Che! di 

gannato in tempo. Che! tu andavi in cerca d'amici.... quali a- 

ti pur potato aiutare 

mici!... che non t'avrebbero potuto aiutare, neppur volendo! E 
cercavi di perder Quel solo che lo può e lo vuole ! Non sai tu 

dei 

che. Dio è l'amico de' tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu 

spiegar 2e unghie non fa prò al debole? 

che a metter fuori l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando 

egli 

pure.... » A questo punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: 

di si di 

il SUO aspetto, senza perder^ d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione 

si 

solenne, gli occhi s'abbassarono, la voce divenne lenta e come sot- 

il faccia, egli prò! 

terranea: « quando pure.... è un terribile guadagno I Renzo l vuoi 

uomiciattolo 

tu confidare in me?... che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi 
tu confidare in Dio? » 

Quegli da vero. » 

< Oh si! » rispose Renzo. « Quello è il Signore davvero. > 

E bene ; 

< Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nes- 

lascierai 

8uno, che ti lascerai guidar^ da me. > 

< Lo prometto. > 

mise un peso le venisse tolto da doi- 

Lucia fece un gran respiro , come se le avesser levato un peso 
80 : 
d'addosso; e Agnese disse: < bravo figliuolo. » 

ripigliò 

« Sentite, figliuoli, » riprese fra Cristoforo: < io anderò oggi a par- 
lare a quell'uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie pa- 

q uando che no, 

role, bene : se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi 

\ mostrate. 

intanto, statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere. 

Questa sera, . 

Stasera , o domattina al più tardi , mi rivedrete. » Detto questo, 

troncò tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S'avviò al con- 
giunse sa'meggiare, pranzò 

vento, arrivò a tempo d'andar^ in coro a cantar sesta, desinò, e si 



CAPITOLO V. 8S 

tosto aveva tol- 

mise subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva pro- 
to ad 
varsi d' ammansare. 

/ n palazzotto di Don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'untk 

dei promontorii 

bicocca, sulla cima d* uno de' poggi ond' è sparsa e rilevata quella 

sito 

costiera. A questa indicazione V anonimo aggiunge che il luogo 
(avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su 
del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quat- 

promontorio, all' in- 

tro dal convento. Appiè del poggio, della parte che guarda a mezzo- 
fuori casipole 

giorno, e verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate 

e quivi picciola 

da contadini di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del 

picciolo 

SUO piccol regno. Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione 

dei Gittando 

e de' costumi del paese. Dando un'occhiata nelle stanze terrene, dove 

appesi alle muraglie archibugi 

qualche uscio fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, 

taschette 

tromboni, zappe, rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da 

fanti 

polvere, alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tar- 

ed 

chiati e arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso 

reticella, 

in una reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan" sempre pronti, 

appena gì' inzigasse gengive, 

chi nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive ; donne con certe 
facce maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in 

alla prima occorrenza: nei negli 

aiuto della lingua, quando questa non bastasse : ne' sembianti e nelle 

atti dei giucavano via appariva 

mosse de' fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un 

arrischiato 

non so che di petulante, e di provocativo. 

casale nn sentiernolo 

Fra Cristoforo attraversò il villaggio, sali per una viuzza a 

picciola dinanzi 

chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palaz- 
zotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, 

rade, picciolo guardavano 

6 non voleva esser» frastornato. Le rade e piccole finestre che davan 

nella via cadenti per vetustà 

sulla strada, chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, 

grosse tanto elevate 

eran*' però difese da Inferriate, e quelle del pian» terreno tant' alte 

un uomo avrebbe appena potato afTacciarvisi salendo 

che appena vi sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d' un altro. 
— Regiiava quivi un gran silenzio; e un passeggiero avrebbe pò- 



84 1 PROMESSI SPOSI 

ch'ella 

tuto credere che fosse una casa abbandonata, se quattro creatore, 

poste al 

due vive e due morte , collocate in simmetria ^ di fuori, non avessero 

di grandi colle 

dato un indìzio d'abitanti. Due gran(^'avoltoi, con l'ali spalancate, 

coi spenzolati consiintu 

e co'teschi penzoloni, l' uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo, » 
ralti'o ancor saldo e pennuto , erano inchiodati ^ ciascuno iur un 
battente del portone; e due bravi , sdraiati, ciascuno sur una dell& 

diritta 

panche poste a destra e a sinistra, facevano* la guardia, aspettando 

i rilievi 

d' esser* chiamati a godere gli avanzi della tavola del signore. E 
padre si fermò ritto , in atto di chi si dispone ad aspettare; ma 

dei si 

un» de' bravi s'alzò, e gli disse: « padre, padre, venga pure avanti: 
qui non si fanno aspettare i cappuccini ; noi siamo amici del con- 

ed Ti al di 

vento; e io ci sono stato in certi momenti che fuori non era troppo 
buon* aria per me ; e se mi avesser" tenuta la porta chiusa , la 

l)attè colpi del 

sarebbe andata male. » Cosi dicendo , diede due picchi col mar- 
tosto le urla i guai 

tello. A quel suono risposero subito di dentro gli urli e le strida 

cagnolini, 

di mastini e di cagnolini ; e , pochi momenti dopo , giunse borbot- 
tando un vecchio servitore; ma , veduto il padre , gli fece un 

grande acquetò colle colla 

grand' inchino , acquietò le bestie , con le mani e con la voce, in- 
trodusse r ospite in un angusto cortile , e richiuse la porta. Ac- 

Scortolo certa cera 

compagnatolo poi in un salotto, e guardandolo con una cert' aria 

maravigliata rispettosa ella.... 

di maraviglia e di rispetto , disse : < non è lei ... ^ il padre Cri- 
Itoforo di Pescarenico? » 
€ Per r appunto. » 

£1 a 

* Lei qui ? » 

€ Come vedete, buon uomo. » 

•gli 
€ Sarà per far del bene. Del bene , » continuò mormorando 

fra' rimettendosi in via, da 

tra i denti , e rincamminandosi, « se ne può far^ per tutto.» Attra- 

Scorsi giunsero alla porta 

versati due o tre altri salotti oscuri, arrivarono all'uscio della 

frastuono 

«ala del convito. Quivi un gran frastono confuso di forchette , di 

piatti di stagno 

coltelli, di bicchieri, di piatti, e sopratutto di voci discordi, che 



CAPITOLO V. 85 

ritrarsi 

cercavano a vicenda di soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi , e 

litigando sulla porta servo di 

ita va contrastando dietro l' uscio col servitore, per ottenere d* esser 
iasciato in qualche canto della casa ^ fin che il pranzo fosse ter* 

la porta si aperse. 

minato j quando l'uscio s'aprì. Un certo conte Attilio, che stavf 

di contro ed 

seduto in faccia ( era un cugino del padron® di casa; e abbiam*» già 
fatta menzione di lui , senza nominsirlo ) , veduta una testa rasa 

della 

una tonaca, e accortosi dell'intenzione modesta del buon frate , 
« ehi ! ehi I > gridò : « non ci scappi, padre riverito : avanti, avanti.» 
Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto di quella 

quale ne 

visita, pure, per non so qual presentimento confuso , n' avrebbe fatto 

senza. 

di meno. Ma , poiché lo spensierato d* Attilio aveva fatta quella 
gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro; e disse: 

Questi si 

« venga, padre, venga. » Il padre s'avanzò, inchinandosi al pa- 

ad ambe alle salutazioni dei 

drone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de' commensali. 
L'uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non 

colla collo 

dico a tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, 
col petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto 

quella richieggono 

però , per fargli prender queir attitudine , si richiedon molte circo- 

ò che riscontrino 

stanze, le quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non 
vi maravigliate se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua 
coscienza, col sentimento fermissimo della giustizia della causa 

ch'egli e 

che veniva a sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di com- 

peritansa 

passione per don Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione 

sommisaione al cospetto che 

e di rispetto , alla presenza di quello stesso don Rodrigo , eh' era 

seduto a scranna di 

li in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d'amici, 

e degli imlizii nna cera 

d'omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far 

che domanda 

morire in bocca a chi si sia una preghiera, non che un consiglio, 

A destra di lai 

non che una correzione, non che un rimprovero. Alla sua destra 
sedeva quel conte Attilio suo cugino, e se fa bisogno il dirlo, 
•uo collega di libertinaggio e di soverchieria, il quale era venuta 



80 : PROMESSI SPOSI 

da Milano a villeggiare , per alcuni giorni ^ con lui. A sinistra , 

ad an 

e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto, tem- 

quale quale 

perato però d' una certa sicurezza-, e d' una certa saccenteria, il 

quegli al quale, secondo le gride, 

signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato 

di di applicare a don Rodrigo una di 

a far giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don 

quelle tali pene> Di rincontro 

Rodrigo , eome s''è "risto di sopra» In faccia al podestà, in atto 
d'un rispetto il più puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor 
Azzecca-garbugli , in cappa nera , e col naso più rubicondo de{ 

rinipetto dei 

solito; in faccia ai due cugini , due convitati oscuri , de' quali la 
nostra storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare > 

inchinare ed 

chinare il capo , sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un 
commensale, e a cui un altro non contraddicesse. 

servo 

€ Da sedere al padre , » disse don Rodrigo. Un servitore pre- 
scranna pose 
Bentò una sedia , sulla quale si mise il padre Cristoforo , facendo 

dell' 

qualche scusa al signore , d' esser venuto in ora inopportuna.^ 
€ Bramerei di parlarle da solo a solo, con sao comodo , per un 

egli. 

affare d' importanza, > soggiunse poi , con voce più sommessa , 
all'orecchio di don Rodrigo. 

questi : 

< Bene , bene , parleremo ; » rispose questo : < ma intanto si 
porti da bere al padre. » 

schermirsi, evando 

Il padre voleva schermirsi ; ma don Rodrigo , alzando la voce ^ 

che 

in mezzo al trambusto ch'era ricominciato, gridava: « no, per 

la 

bacco, non mi farà questo torto; non sarà mai vero che un cap< 

si parta 

puccino vada via da questa casa, senza aver gustato del mio vino, 

assaggiato della dei 

BÒ tm creditore insolente , senza aver° assaggiate le legna de' miei 

furono susseguite da 

tK>8chi> Queste parole eccitarono un riso universale, e interrup- 

quistione si fra 

pero un momento la questione che s' agitava caldamente tra i 

servo un bacile 

conamensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa, un'ampolla 

bicchiero a foggia 

di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo presentò al 

f^àre, ad 

padre ; il quale, non volendo resistere a u»» l'avito tanto pressante 



CAPITOLO V. 87 

egli arev» tJtnto bisogno 

dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò a me- 

pose 

Bcere, e si mise a sorbir^ lentamente il vino. 
€ L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà 

sta ad 

riverito; anzi è contro di lei; » riprese a urlare il conte Attilio: 

< perchè quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a me- 
di 
nadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d'Ar- 
di domandi 

gante, prima d' esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza 
al pio Buglione .... » 
« Ma questo, » replicava, non meno urlando, il podestà, < que- 

sopra sopra 

sto è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacché 
il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, 
jure gentium : e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il pro- 

proverbii 

Terbio: ambasciator non porta pena. E , i proverbi , signor conte 
sono la sapienza del genere umano. E , non avendo il messaggiero 
detto nulla in suo proprio nome , ma solamente presentata la sfida 
in iscritto .... » 

ella 

« Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino 
temerario , che non conosceva le prime ....?» 

dello signorie loro 

€ Con buona licenza di lor signori, » interruppe don Rodrigo, il 

quistione oltre 

quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti: 
« rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza. » 
€ Bene, benissimo, » disse il conte Attilio, al quale parve cosa 

una quistione 

molto garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cap- 

qui- 

puccino; mentre il podestà, più infervorato di cuore nella que- 

atlone t'acchetava una smorfia leggiera 

Btione, si chetava a stento, e con un certo viso, che pareva volesse 
dire: ragazzate. 

inteso 

« Ma, da quel che mi pare d' aver» capito, » disse il padre, « non 

debba aver cognizione. » 

ion* cose di cui io mi deva intendere. > 

€ Solite scuse di modestia di loro padri; » disse don Rodrigo: 

eh' ella 

€ ma non mi scapperi. Eh via! sappiami bene che lei non è venuta 



83 I PROMESSI SPOSI 

lo 

al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto 

^ia Ecco quistione. » 

Via, viaj ecco la questione. » 
€ Il fatto è questo, > cominciava a gridare il conte Attilio. 
< Lasciate dir a me, che son" neutrale, cugino, » riprese don 

spagnnolo 

Rodrigo. « Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida 

ad 

a un cavalier milanese; il portatore, non trovando il provocato 

&d 

in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qua! 
fratello legge la sfida , e in risposta dà alcune bastonate al porta- 
tore. Si tratta . . . . > 
« Ben date, ben applicate, » gridò il conte Attilio. « Fu una 

inspirazione. » 

vera ispirazione. > 
« Del demonio , » soggiunse il podestà. « Battere un ambascia- 

Anch' ella 

torel persona sacrai Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione 
da cavaliere. » 

Signor si , 

« Si, signore, da cavaliere, » gridò il conte: < e lo lasci dire a 

debbo compete 

me, che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, 
se fossero stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone 

il 

non isporca le mani a nessuno. Quello che non posso capire è perchè 
le premano tanto le spalle d' un mascalzone. » 

mai Ella 

« Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa 
dire spropositi che non mi sono mai passati per la mente. Ho par- 

delle leggi 

lato del carattere, e non di spalle, io. Parlo sopratutto del diritto 

della cavalleria. po' in 

delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi 

romani ad doroandavano 

Romani mandavamo a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan 

di po' 

licenza d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittora 
che faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato. » 

a oficiali romani! 

« Che hanno ha far con noi gli ufìziali degli antichi Romani? gente 
che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro. 

che 

Ala, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico o 

ad 

sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a an cava- 



CAPITOLO r. 19 

liere ana sfida senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, yio- 

labile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo , . . , > 
po' 
€ Risponda un poco a questo sillogismo. > 

€ Niente, niente, niente. » 

Percuotere 

« Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato à 

proditorio . Atqtit arme. Ergo .... » 

atto proditorio; atqui il messo de quo era senz'arme; ergo,,,, » 
« Piano, piano, signor podestà. » 

Come, 

« Che piano? » 

che vien ella contare! 

« Piano, le dico : cosa mi viene a dire ? Atto proditorio è ferire 

colla 

uno con la spada , per di dietro , o dargli una schioppettata nella 

ponno darsi 

schiena : e. anche per questo, si possono dar certi casi.... ma stiamo 

qnistione 

nella questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi 

ad paltoniere I 

atto proditorio ; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone ! Sa- 
rebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si di- 

ad Ed ella, 

rebbe a un galantuomo : mano alla spada. — E lei, signor dottor® ri- 
invece dei darmi ad intendere che 

verito, in vece di farmi de'sogghigni, per farmi capire eh' è del mio 

colla 

parere, perchè non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, 

f^r entrare la ragione in capo a 

per aiutarmi a persuader questo signore ? » 

« Io ... . » rispose confusetto il dottore: « io godo di questa dotta 

ad 

disputa; e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una 
guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sen- 
tenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice... qui 
y padre . . . > % 

« È vero ; » disse don Rodrigo : < ma come volete che il giudice 

tacere t 

parli, quando i litiganti non vogliono stare zitti? » 

fece pur cenno che 

« Ammutolisco, » disse il conte Attilio. Il podestà strinse le lab- 

tacerebbe. 

bra, e alzò la mano, come In atto di rassegnazione. 

finalmente! 

<c Ah sia ringraziato il cielo ! A lei, padre, » disse Don Rodrigo, con 

beffarda. 

una serietà mezzo canzonatoria. 

ne 

« Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo, » rispose 

ad servo. 

fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore. 



00 I PROMESSI SPOSI 

« Scuse magre: * gridarono i due cugini: « vogliamo la sen- 
tenza. > 

< Quand'è cosi, » riprese il frate, € il mio debole parere sarebbe 
che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate. » 

I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati. 

< Oh questa è grossa! » disse il conte Attilio. « Mi perdoni, pa* 

la ella 

dre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo. » 

Egli! Rodrigo. Ahi Ahi 

« Lui? » disse don Rodrigo: < me Io Tolete far ridire v 

lo conosce, cugino mio, quanto voi : non è vero, padre ? Dica, dica 
se non ha fatta la sua carovana? » 

questa benevola interpellazione. 

In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse 
una parolina in segreto a sé medesimo: — queste vengono a te; ma 
ricordati, frate, che non sei qui per te, e tutto ciò che tocca te solo, 
non entra nel conto. 

€ Sarà, » disse il cugino : « ma il padre . . . come si chiama i] 
padre? » 

« Padre Cristoforo » rispose più d'uno. 

« Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue 

ella sossopra. 

massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! 
Senza bastonate! Addio "il ponto d'onore: impunità per tutti i ma- 
scalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile. » 

« Alto sa 

« Animo, dottore, > scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre 

alto 

più divertire la disputa dai due primi contèndenti, « animo, a voi, 

po- 
che, per dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come 

farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo. » 

€ In verità, » rispose il dottore, tenendo brandita in aria la for- 
chetta, e rivolgendosi al padre, « in verità io non so intendere come 
il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo 

posto mente 

di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e 

vale 

di giusto peso sul pulpito, non vai niente, sia detto col dovuto ri- 



CAPITOLO y. « 

ipetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa^ meglio di me^ 

ed 

ihe ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo, che, questa volta- 
abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire un» 
lentenza. » 

Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sa- 
pienza così antica, e sempre nuova? Niente: e cosi fece il nostro 
frate. 

quistione 

Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a 

diss' egli, inteso 

^suscitare un'altra. « A proposito, » disse, « ho sentito che a Milana 

di 

correvano voci d'accomodamento. » 

Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al 
ducato dì Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, 

maschile 

che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso 
il duca di Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia 

voleva sostenervelo, perchò 

il cardinale di Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, 

e naturalizzato francese : Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, co- 
ve lo voleva, 

mnnemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse 

ragioni, 

ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era 
feudo dell'impero, cosi le due parti s'adoperavano, con pratiche, con 
istanze, con minacce, presso l'imperator Ferdinando II, la prima perchè 
accordasse l'investitura al nuovo duca; la seconda perchè gliela negasse^ 
anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato. 

« Non son lontano dal credere, » disse il conte Attilio, « che la 

aggiustare. argomenti... » 

cose si possano accomodare. Ho certi indizi .... » 
€ Non creda, signor conte, non creda, » interruppe il podestà. 

cantoucello 

€ Io, in questo cantuccio, posso saperle le cose ; perchè il signor ca- 

spagnuolo degnazione 

stellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, 
e per esser figliuolo d'un creato del conte duca, è informato d'ogni 
cosa .... » 

occorre 

€ le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano 



02 1 PROMESSI SPOSI 

con ben altri personaggi} e so di buon luogo che il papa, interessa- 
tissimo, com'è, per la pace, ha fatto proposizioni . . . , > 

debb'essere , regola , 

« Così dev'essere ; la cosa è in regola ; sua santità fa il suo do- 

dee 

vere; un* papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; 
ma il conte duca ha la sua politica, e . . . . » 

ella , 

4C E, e, e ; sa lei signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo 

ella , 

momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo 

da provvedersi son molte, ella 

mondo? Le cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, 

fidarsi in questo momento 

per esempio, fino a che segno l' imperatore possa ora fidarsi 

come che lo Ghia- 
di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai, o come lo chia- 
mino 
mano, e se ... . » 

« Il nome legittimo in lingua alemanna, » interruppe ancora il 

inteso 

podestà, <c è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir» più volte 

spagnuolo. 

dal nostro signor castellano spagnolo. Ma stia pur^ di buon a- 
nimo, che .... » 

« Vuol ella insegnarmi ... .t> insorgeva conte, 

« Mi vuole insegnare .... ? » riprendeva il conte ; ma don Ro- 

disse col ginocchio 

drigo gli die d'occhio, per far§;ll Intendere che, per amor suo, 

dal Quegli na> 

cessasse di contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un ba- 

viglio disimpaccialo 

stimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso 
della sua eloquenza. « Vagliensteino mi dà poco fastidio ; perchè il conte 

da 

duca ha l'occhio a tutto e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il bel- 

egli andar colle colle 

l'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le cal- 
da 
tive. Ha r occhio per tutto, dico, e le mani lunghe ; e, se ha fisso il 

lo eh' egli 

chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che 
il signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il signor 

ve 

duca di Nivers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù 
farà un buco nell'acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale^ 
a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero^ 

che 

che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentire cosa diranno i 
posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia j testa 
vuol essere: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una soU 



CAPITOLO V. PS 

al mondo. Il conte duca, signori miei, » proseguiva il podestà, sem- 

anch' egli 

pre col vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non 
incontrar mai uno scoglio: < il conte duca è una volpe vecchia, 

che 

parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia v 

sicuro 

e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sini- 
stra: ond'è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e 

debbono 

quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi cb* 
scrivono i dispacci, non ne capiscono niente. Io posso parlare con 
qualche cognizione di causa ; perchè quel brav'uomo del signor ca- 
stellano si degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il 

che 

conte duca, viceversa, sa appuntino cosa bolle in pentola di tutte 

le politiconi, che ve n' ha dritti 

r altre corti ; e tutti que' politiconi (che ce n' è di diritti assai, 

negare , 

non si può negare) hanno appena immaginato un disegno, chp: ti 

lo 

conte duca te V ha già indovinato, con quella sua testa, con quelle 

qnei da 

sue strade coperte, con que' suoi fili tesi per tutto. Quel pover'uomo 

che 

del cardinale diRiciliù tenta di qua, fiuta di là, suda s'ingegna: © 

èf a 

poi? quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contram- 
mina già belFe fatta dal conte duca .... » 

Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Ro- 
dane smorfie del 

drigo, stimolato anche da' ^ersacci cbe faceva il cugino, si toIcò 
•ll^lmproTTlso^ come se gli venisse un** lspirazion<> 

accennò ad un servo 

n nn servitore^ e gli accennò che portasse un certo fiasco. 

podestà. » disse d ))■ Rodrigo,* e signori uiìei; 

« Signor podestà , e signori miei ! » disse poi : « un brindisi 

duca. poi 

al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del per- 
sonaggio. » Il podestà rispose con un inchino, nel quale traspariva 

parricolare , 

un sentimento di riconoscenza particolare; perchè tutto ciò che si 

egli 

faceva o si diceva in onore del conte duca , lo riteneva in parte 

per 

eome fatto a sé. 

€ Viva miir anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca 
di san Luov, gran privato del re don Filippo il grande, nostra 



M I PROMESSI SPOSI 

egli, innalzando 

fiig^ore ! > esclamò^ alzando il bicchiere. 

noi ... ^"'^ tempo 

Privato , chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi^ 

di 

per significare il favorito d'un principe. 

< Viva miir anni ! > risposero tutti. 

€ Servite il padre, > disse don Rodrigo. 

perdoni, quegli 

€ Mi perdoni; » rispose il padre: « ma ho già fatto nn di- 
fiordine , e non potrei .... » 

€ Come! » disse don Rodrigo: « si tratta d'un brindisi al conte 
duca. Vuol dunque far credere eh' ella tenga dai navarrini ? » 

Coni dicevano ai partigiani de' francesi: 

Cosi si chiamavano allora, per I scherno, i Francesi, 

« la parola era nata probabilmente nel tempo che al re di Navarra Enrico IV si con- 

dai principi di Navarra, che avevan 

tendeva la snccessione al trono di Francia, e veniva anch' egli da' suoi avversarli 

cominciato, con Enrico IV, a regnar 

chiamato il navarrese> 

sopra di loro. 

A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero 

lodi 

in eselamazionl, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col 

sollevar del capo, coli' intendere degli occhi, col serrar delle labbra, diceva, tacendo, 

capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva 

d'ogni altro. 

molto più che non avrebbe potuto far con parole. 

ve ne pare 

« Che ne dite eh, dottore? > domandò don Rodrigo, 

fuori dal 

Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di 
quello, il dottore rispose , battendo con enfasi ogni sillaba : « dico , 

dei 

proferisco , e sentenzio che questo è 1* Olivares de' vini : censui , et 
in eam ivi sententiam^ che un liquor simile non si trova in tutti i 

dif- 

ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e de- 

tìnisco 

finisco che i pranzi dell' illustrissimo signor don Rodrigo vincono le 

di 

cene d' Eliogabalo ; e che la carestia è bandita e confinata in per- 

regna siede 

petuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza. » 

diftinito ! » in coro 

< Ben detto ! ben definito ! » gridarono, a una voce, i commen- 

ch' egli gittata 

sali : ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori 
a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; 
e tutti parlarono della carestia. Qui andavan (atti d' accordo, al- 



CAPITOLO V. 83 

vi 

meno nel principale ; ma il fracasso era forse più grande che se ci 

Tutti parlavano in nna volta. 

fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. < Non c'è carestia, » 

gli ammassatori che ...» 

diceva uno : « sono gì* incettatori . . . . > 

altro, 

< E i fornai, > diceva un altro : « che nascondono il grano, 
Impiccarii. > 

Si bene, 

«Appunto; impiccarii, senza misericordia. » 

l>ei 

€ De* buoni processi , )► gridava il podestà. 
« Che processi ? » gridava più forte il conte Attilio : « giusti- 
zia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli 

la 

che* per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più 
cani, e impiccarli. » 

Esempìi! Esetnpii! esempii 

4. Esempi ! esempi ! senza esempi non si fa nulla. » 

scaturirà 

« Impiccarli! impiccarli! ; e salterà fuori grano da tutte le 
parti. > 
Chi, passando per una fiera, s* è trovato a goder» l'armonia che 

brigata 

fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'al- 
tra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto 

romore 

più può, afiSne di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli 
altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può 

Si 

dire , discorsi. S' andava intanto mescendo e rimescendo di quel 
tal vino ; e le lodi di esso venivano , com* era giusto , frammi- 

economica, cosicché 

schiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le pa- 

si 

role che s' udivan<» più sonore e più frequenti, erano : ambrosia , 
e impiccarli. 

adocchiava di tempo in tempo il frate ; 

Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo cbe stava vitto ; 

e Io vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d* impazienza né di 

pressa eh' egli quivi 

fretta, senza far® atto che tendesse a ricordare che stava 

volersi partire 

aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d'essere stato 

Lo egli senza 

ascoltato. L'avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno 
di quel colloquici ma congedare un cappuccino, senza avergli dato 



so I PROMESSI SPOSI 

' Bec- 

nJienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la seo-> 

saggine risolse tosto 

catara non si poteva scansare , si risolvette d' aiTrontorla subito , t 

8i levò di 

di liberarsene ; s' alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, 

gridio. Egli , chiesta si 

senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'av- 

si tosto 

vicinò, in atto contegnoso, al frate, che s' era subito alzato con gli 

ai ordini p^idie, » seco 

litri; gli disse:<te«:coiiil a' :>uol comandi) » e lo condusse in 
un'altra sala. 



I 



CAPITOLO VI. 



obbedirla t 

< In che posso ubbidirla? » disse don Rodrigo, piantandosi in 
piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale ; ma il 

chiaramente : cai tn 

modo con cui eran" proferite, voleva dir® chiaramente, bada a chi sei 

stai dinanzi , ine 

davanti, pesa le parole, e sbrigati. 

animo v' 

Per dar« coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più 

apcNtrofarlo piglio 

sicuro e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che 

fra 

stava sospeso,^ cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le 

pallottoline del rosario qualcuna 

ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna 

esordio, contegno 

di quelle sperasse di trovare il suo esordio ; a quel fare di don Rodrigo, 

tosto su le cose da dire che non facesse mestieri. 

ci senti subito venir® sulle labbra più parole del bisogno. 

tosto 

Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, 

che 

ciò ch'era assai più, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che 
oli si eran° presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltà: 

*' supplicai la 

« vengo a proporle un atto di giustizia , a pregarla d' una carità. 

Certi 

Cert' uomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vessi- 

ad stornarlo 

gnoria illustrissima, per far paura a un povero curato, e impedirgli 

dal _ ^ dovere; sopraffare Ella 

di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, 

rimetter tutto nell' ordine , 

con una parola, confonder» coloro, restituire al diritto la sua forza. 



"T 



va 1 PROMESSI SPOSI 

fatto gran torto. 

« sollevare quelli a cui è fatta urna cosi crudel violenza. Lo può; e 
potendolo la coscienza, l'onore . . , . > 

Ella qtiand' io crederò di chiederlene 

« Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confes- 

consiglio. Quanto ella 

sarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne 

ed ingerirsi a divider 

Bon° io, e io solo ; e che chiunque ardisce entrare a parte con me 

io 

di questa cura, lo riguardo come il temerario che l'offende. » 

Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cer- 
cava di tirare al peggio le sue , per volgere il discorso in contesa, 

gli dar 

e non dargli luogo di venire alle strette, s' impegnò tanto più alla 
sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all'ai - 

tosto tuono 

tro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: « se ho detto 

certo, ciò è accaduto contra ogni 

cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. 
Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene, 
ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui 

tutti dobbiamo 

cospetto dobbiam tutti comparire ... » e, cosi dicendo, aveva preso 

fra mano poneva dinanzi 

tra le dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascol- 

appeso al suo rosario si 

tato re il teschietto di legno attaccato alla sua corona, « non s'ostini 

dei 

a negare una giustizia cosi facile, e cosi dovuta a de'poverelli. Pensi 

gli occhi Sempre imprecazioni 

che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, I 

ascoltate 

loro gemUi sono ascoltati lassù. L'innocenza è potente al suo... » 
« Eh, padre! » interruppe bruscamente don Rodrigo: « il rispetto 

che 

eh' io porto al suo abito è grande : ma se qualche cosa potesse far- 
ad 
melo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di 

venire a farmi la spia in casa. » 

salire una fiamma sulle guance 

Questa parola fece venire le fiamme sul viso del frate : Il quale 

ma inghiotte nn' amarissima medicina, 

però, col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara 

gli ella Ella 

riprese: « lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente 

r atto faccio 

in cuor suo, che il passo eh' io fo ora qui, non è né vile né spre- 

Ml faccia cielo, 

gevole. M'ascolti, signor don Rodrigo ; e voglia il cielo che non 
venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia 



CAPITOLO VI. W 

rìpor 

metter la sua gloria .... qual gloria, signor don Rodrigo I qual 

Ella 

gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio ! Lei può molto quag- 
giii ; ma ... . » 

ella, disse, interrompendo con istizza ma non senza 

V « Sa lei, » disse don Rodrlg^o, interrompendo, con istizza, ma noi? 

' ■ qualche raccapriccio, d«n Rodrigo, ella il ghi- 

senza qualche raecapriccio, « sa ki eie, quando mi viene lo schi 

ribizzo 

* ribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come 
fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh! > e continuò^ con un sorriso 

ella per eh' io non 

forzato di scherno : « lei mi tratta da più di quel che sono. Il predi- 
catore in casa! Non l'hanno che i principi. » 

domanda 

« E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa lor 

intendere roggie, fa 

sentire, nelle loro regge; quel Dio che le usa ora un tratto di mi- 
sericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un 
suo ministro, a pregar^ per una innocente .... » 

di parti- 

« In somma, padre, » disse don Rodrigo, facendo atto d'andar- 

re , quello, eh' ella bì 

sene, « io non so quel che lei voglia dire : non capisco altro se non 

vi debb' assai. 

che ci dev 'essere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a 

sicnrtà 

fare le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertà d'in- 
fastidir" più a lungo un gentiluomo. » 

muoversi s' era mosso, gli si era posto 

Al moversi di don Rodrigo, il «tostvo frate gli s'era messo davanti, 

riverentemente dinanzi^ levate 

ma con gran rispetto ; e, alzate le mani , come per supplicare e 
per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: « la mi preme, è vero, 

entrambe 

ma non più di lei; son<* due anime che, l'una e l'altra, mi premon"» 
più del mio sangue. Don Rodrigo ! io non posso fare altro per lei, cha 
pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no : non voglia 

poverella 

tener® nell'angoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola 
di lei può far tutto. » 

E bene, eìtA che 

« Ebbene, » disse don Rodrigo, « giacché lei crede ch'io possa 
far molto per questa persona ; giacché questa persona le sta tanto a 
cuore .... » 

E bene? 

« Ebbene? » riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale 



100 I PROMESSI SPOSI 

di 

l'atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbando- 
narsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole. 

E bene, venirsi mettere 

4L Ebbene, la consigli di venire a naettersi sotto la naia protezione 
Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io 
non son cavaliere. » 

proposta siffatta compressa 

A siffatta proposta, T indegnazione del frate, rattenuta a stento 

qoei 

fin® allora, traboccò. Tutti qua' bei proponimenti di prudenza e di 

svanirono; 

pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col 

qoei 

nuovo ; e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due, 

egli ^ ap- 

< La vostra protezione! » esclamò, dando indietro due passi, po- 

poggiandosi 

standosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, 

levando coir 

alzando la sinistra con l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli 

Bene sta 

in faccia due occhi infiammati : « la vostra protezione ! È meglio che 
abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. 
Avete colmata la misura; e non vi temo più. » 

€ Come parli , frate ? ... » 

€ Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può 

Io sapeva 

più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene ehe quella inno- 
cente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire 

ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a par- 
cella 
larvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la 

cogli 

fronte aJta, e con gli occhi immobili. » 
€ Come! in questa casa ... ! » 
« Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra 

rispetto 

sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo 

a scherani. 

1 quattro pietre, e sasgezfonc di quattro sgherri. Voi avete creduto 

• ^'' 

che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il pia- 
cere di tormentarla ! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difen- 
derla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. U 

indurato vostro , 

cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo 



CAPITOLO VI. 101 

«pezzarlo. Lucia é sicura da voi : ve lo dico io povero frate ; e la 

quello che 

quanto a voi, sentite bene quel eh' io vi prometto. Verrà uo 
giorno .... » 

;3on Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia^ 
iittonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una pre- 

un loutano e misterioso spavento s' aggiunse alla stizza. 

dizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento. 

levando 

Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando 

levamiti 

la voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: « escimi <tì 

dinanel , 

tra piedi, villano temerario, poltrone incappucciato. » 

preciso , 

Queste parole cosi chiare acquietarono in un momento il padre 
Cristoforo. All' idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente, 
cosi bene, e da tanto tempo, associata l' idea di sofferenza e di si* 

di 

lenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d'ira e d' on- 
di 
tusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d'udire tran- 
di 
quinamonte ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere. Onde, 

ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò 

il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della 

l'antica pianta 

burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e 

gragnnola la manda il cielo. 

riceve la grandine come il ciel la manda. 

Villan rifatto! 

€ Villano rincivilito ! » proseguì don Rodrigo : « tu tratti da par 

paltoniere 

tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, 

ai pari tuoi , 

€ ti salva dalle carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro 

colle 

a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta ; e la vedremo. » 

^ _ _ una porta opposta 

Cosi dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a 

<!"«''» ed n- 

quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e sq 

sci , concitati 

n' andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campe 
di battaglia. 

Quando il frate ebbe serrato 1' uscio dietro a sé, vide nell' altra 

tirar lunghesso la 

stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il 

parete 

muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e ri- 



102 I PROMESSI SPOSI 

che della 

conobbe il vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di 

stava ftn da 

strada. Era costui in quella casa, forse da quarant'anni, cioè prima 

don Rodrigo nascesse; ai servigi 

che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale 

un tutt'altr' uomo. Lui morto . 

era stato tutt' un' altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo 

nuova brigata , 

sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ri- 

serro p«rchè d' 

tenuto quel servitore, e per esser già vecchio, e perchè, sebben di 

ingegno _ _ ricomperava 

massime e di costume diverso interamente dal suo, compensava però 

alto concetto 

questo difetto con due qualità: un'alta opinione della dignità della 

grande 

casa, e una gran pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio 

di 

d'ogni altro, le più antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In 
faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato 

di di^ 

d'accennare, non che d'esprimere la sua disapprovazione di ciò che 
vedeva tutto il giorno : appena ne faceva qualche esclamazione, qual- 

fra ai 

che rimprovero tra i denti a' suoi colleghi di servizio; i quali se no 

ùivertìvano lo mettevano anzi talvolta sul discorso , 

ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel 

provocandolo a fare una predica 

tasto, per fargli dir di più che non avrebbe voluto, e per sentirlo 

a 

ricantar® le lodi dell' antico modo di vivere in quella casa. Le sue 

venivano 

censure non arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate 

baie 

dal racconto delle risa che se n'eran» fatte ; dimodoché riuscivano 

Nei 

anche per lui un soggetto di scherno, senza risentimento. Ne' giorni 
poi d' invito e di ricevimento , il vecchio diventava un personaggio 
serio e d'importanza. 
Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la 

fece accosto si poi» 

!ua strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, misf 

ricdica sulla coli' indice d' invito 

U dito alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invi- 
ai seco oscuro. Trattolo quivi 

^arlo a entrar* con lui in un andito buio, Quando furon lì, gli dÌ3S(? 

inteso parlarle. 

sotto voce: « padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlare. » 

su tosto 

€ Dite presto, buon uomo. » 

potrò saper 

€ Qui no : guai se il padrone s' avvede. . . . Ma io so molt© 

cose ; e vedrò di venir domani al convento. » 



CAPITOLO VI. 103 

« C'è qualche disegno ? » 

Qualche cosa neir 

« Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accor- 

avviso saprò tufo. 

gere. Ma ora starò sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a 

dì di 

me. Mi tocca a vedere e a sentir cose .... ! cose di fuoco ! Son(? 
in una casa ... ! Ma io vorrei salvar» l'anima mia. » 

Dio sommessamente 

« Il Signore vi benedica I » e, proferendo sottovoce queste parole^ 

pose servo 

il frate mise la mano sul capo del servitore, che, quantunque più 
vecchio di lui, gli stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. 

Dio 

<(c II Signore vi ricompenserà, » prosegui il frate: « non mancate di 
venir domani. » 

servo : ella tosto 

« Verrò, » rispose il servitore; « ma lei vada via subito e... per 

tradisca. guatando 

amor del cielo .... non mi nomini. » Cosi dicendo , e guardando 

egli altro capo met- 

intorno, uscì, per l'altra parte dell'andito, in un salotto, che ri- 
leva al veduto 
spondeva nel cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon 

frate , il volto del quale rispose a queir ultima parola più chiaro 

che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli 

ed egli /are motto , 

additò l'uscitaf e il frate, senza dir altro, parti. 

Quel servo ad origliare 

Queir uomo era stato a sentire all' uscio del suo padrone : aveva 

•gli lodamelo? 

fatto bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Se- 
più acconsentite. la 

condo le regole più comuni e men contraddette , è cosa molto 

disonesta ; una 

brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come un'eccezione? 

V" ha egli delle più acconsen- 

E ci sono dell' eccezioni alle regole più coiunni e men contrad- 

titet Sono quistioni 

dette? Questioni Importanti; ma che il lettore risolverà da sè^ 

giudizii : di 

se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d'a- 
ver dei fatti da raccontare. 

nella via , volte caverna 

Uscito fuori , e voltate le spalle a quella casaccia , fra Cristo- 
si affrettò giù discesa 

toro respirò più liberamente , e s' avviò in fretta per la scesa , 

rimescolato 

tutto infocato in volto , commosso e sottosopra , come ognuno può 

inteso 

immaginarsi , per quel che aveva sentito , e per quel che avevi 

proferta cosi inaspettata servo 

detto. Ma quella cosi inaspettata esibizione del vecchio era stata 

cordiale 

nn gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato 



104 I PROMESSI SPOSI 

egli, 

un segno visibile della sua protezione. — Ecco un filo, pensava, 
un filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa 

che pure 

medesima! E senza ch'io sognassi neppure di cercarlo! — Cosi 

levò 

ruminando , alzò gli occhi verso V occidente , vide il sole inclinato , 

ben poc« 

che già già toccava la cima del monte , e pensò che rimaneva ben 

rimaneva 

poco del giorno. Allora , benché sentisse le ossa gravi e fiaccate 

dai varii 

da' vari strapazzi di quella giornata , pure studiò di più il passo , 

eh' ei ai 

per poter riportare un avviso, qual si fosse, a* suoi protetti , e ar- 
rivar poi al convento , prima di notte: che era una delle leggi 

assolute 

più precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco. 
Intanto, nella casetta di Lucia , erano stati messi in campo e 

dei 

ventilati disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la 

partenza del frate , i tre rimasti erano stati qualche tempo in si- 
ammanendo in fra due. 
lenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto 

movendosi ad ogni istante togliersi dallo spettacolo 

d' andarsene ogni momento , per levarsi dalla vista di lei cosi ac- 
■corata , e non sapendo staccarsi ; Agnese tutta intenta , in appa- 

nel vero ella * 

renza, all' aspo che faceva girare. Ma, in realtà, stava maturando 

una pensata matura 

un progetto ; e , quando le parve maturo , ruppe il silenzio in 
questi termini : 

« Sentite, figliuoli I Se volete aver cuore e destrezza, quanta 

fa mestieri , fece trasalir» 

bisogna , se vi fidate di vostra madre , > a quel vostra Lucia si 

Lucia. a questo 

riscosse, € io m' impegno di cavarvi di quest' impiccio, meglio forse , 

egli eh' e(rli 

e più presto del padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che 

ristette che 

è. » Lucia rimase lì , e la guardò con un volto eh 'esprimeva più 
maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo 
disse subitamente: « cuore? destrezza? dite, dite pare quel cha 
6i può fare. » 

egli voi 

« Non è vero, > prosegui Agnese, « che, se foste maritati, st 

beli* innanzi} 

sarebbe già un pezzo avanti ? E che a tutto il resto si troverebbe 
jj^iù facilmenta ripiego? /< 



CAPITOLO VI. lOi 

Tutta 

< C è dubbio ? » disse Renzo : « maritati che fossimo .... tutto 

su quel di Bergamo , 

il mondo è paese; e^ a due passi di qui, sul bergamasco, chi la- 
vora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte fior- 
ini andarvi 

tolo mio cugino m'ha fatto sollecitare d'andar là a star con luì 

come e^li: 

che farei fortuna, com' ha fatto lui: e se non gli ho mai dat« 
retta, gli è . . . . che serve? perchè il mio cuore era qui. Maritati , 

fa colà , 

si va tutti insieme , si mette su casa là , si vive in santa pace , 
fuor deir unghie di questo ribaldo , lontano dalla tentazione di faro 
uno sproposito. N'è vero. Lucia? » 

come . . • . ! 

« Si, » disse Lucia: « ma come .... ? » 

ripigliò Agnese: lestezza; 

« Come ho detto io , > riprese la madre : « cuore e destrezza j 
« la cosa è facile. » 

ad una quei 

« Facile I » dissero insieme que' due, per cui la cosa era dive- 
nuta tanto stranamente e dolorosamente difiàcile. 

< Facile, a saperla fare , > replicò Agnese. « Ascoltatemi bene , 

udito 

che vedrò di farvela intendere.. Io ho sentito dire da gente che 
sa, e anzi ne ho veduto io un caso , che ^ per fare un matrimonio, 
ci vuole bensì il curato, ma non é necessario che voglia; basta 
che ci sia. > 

€ Come sta questa faccenda? > domandò Renzo. 

testimonii 

* Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben 

parroco : improv- 

d' accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all' improv- 
vista , 

viso , che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor cu- 
rato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è 

testimoni! 

mìo marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; 
e il matrimonio è beli' e fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il 
papa. Quando le parole son dette , il curato può strillare , strepi- 

tutto è niente, 

tare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie. > 

Possibile! 

< Possibile? » esclamò Lucia. 

« Come! » disse Agnese: « state a vedere che « in trent' anni 



106 1 PROMESSI SPOSI 

sono stata al di 

ohe ho passati in questo mondo, prima eh© naseeste voi altri , 

io niente. tal io 

non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per 

torre centra 

segno tale che una mia amica ^ che voleva prender uno contro la 

dei a quel modo 1' 

volontà de' suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il huo 
intento. Il curato, che ne aveva sospetto , stava all'erta; ma i 

pulito arrivarono 

due diavoli seppero far così bene, che lo colsero in un punto giusto, 
dissero le parole , « furono marito e moglie: benché la poveretta 

di 

se ne pentì poi, in capo a tre giorni. » 

La cosa stava di fatto come Agnese l'aveva rappresentata: le nozze contratta aqnel 

Agnese diceva il vero , e riguardo 

modo erano in allora , e furono fino ai nostri giorni tenute per valide. Siccome pe- 

alla possibilità, e riguardo al pericolo di non ci riuscire : che, sie- 
ro ricorreva ad chi 

come non ricorrevano a un tale espediente « se non persone che 

avesse 

avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, così i parro- 

ponevano 

chi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e ^ 
quando un d'essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie^ 

testiiQonii tentava ogni via di 

accompagnata da' testimoni , faceva di tutto per Iscapolarsene , 
come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare 
per forza. 

adocchiandola una cera 

« Se fosse vero, Lucia! » disse Renzo, guardandola con un'aria. 

di 

d' aspettazione supplichevole. 

ripigliò 

« Come I se fosse vero ! » disse Agnese. « Anche voi credete 

mi 

ch'io dica fandonie. Io m'affanno per voi, e non sono creduta: bene 

impaccio 

bene; cavatevi d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani. » 

€ Ah no I non ci abbandonate, » disse Renzo. « Parlo così, perchè 
1a cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre manij vi considera 

se mi foste la madre da vero » 

come se foste proprio mia madre. » 

cruccio istantaneo 

Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e di- 
proponimento, che di parole 
menticare un proponimento che, per verità, non era stato serio. 

con quel suo contegno som. 

€ Ma perchè dunque, mamma , » disse Lucia, con quel suo con- 

ivpfso Lucia , 

tegno sommesso , « perchè questa cosa non è venuta in mente al 
pa^re Cristoforo? » 



CAPITOLO VI. 107 

« In mente? » rispose Agnese: « pensa se non gli sarà venuta- 
in mente! Ma non ne avrà voluto parlare. » 

dimandarono ad 

< Perchè? » domandarono a un tratto i due giovani. 

« Perchè .... perchè, quando lo volete sapere , i religiosi dicono 
che veramente è cosa che non istà bene. » 

quando 

€ Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand' è 
atta? > disse Renzo. 

che vi dica io! 

< Che volete ch'io vi dica? » rispose Agnese. « La legge l' hanno 

gli altri , è piaciuto loro , 

fatta loro , come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir 

gli ^ 
tutto. E poi quante cose. . . . Ecco ; è come lasciar andare un pugna 

non glielo 

a un cristiano. Non istà benej ma, dato che gliel abbiate, né anche- 

può tor via uè anche il papa. • 

il papa non glielo può levare. > 

< Se è cosa che non istà bene , » disse Lucia , « non bisogna^ 
farla. > 

io contra 

€ Che! » disse Agnese, < ti vorrei forse dare un parere contro 

contra dei 

il timor di Dio ? Se fosse contro la volontà de' tuoi parenti , per 

torre uno scavezzacollo. . . torre 

prendere un rompicollo .... ma, contenta me, e per prender questo 

tutto il disturbo 

figliuolo ; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone ; e il si- 
gnor curato .... » 

come il sole, » 

« L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno, > disse Renzo. 

cosa; 

« Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa, »- 
prosegui Agnese: « ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu 

sia per dirti 

che ti dirà il padre? — Ah figliuola! è una scappata grossa; me- 

debbono 

y avete fatta. — I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che ^ 

ne anch' egli contento. » 

in cuor suo, sarà contento anche lui. > 
Lucia , senza trovar che rispondere a quel ragionamento , non no 

molto capace: quan- 

sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: « quan- 
do 

d'è cosi, la „ cosa è fatta. » 

testimonii? 

< Piano, » disse Agnese, «e E i testimoni? Trovar dae che' 



108 I PROMESSI SPOSI 

E trovaro tt verso 

▼Offllano^ e cbe Intanto sappiano stare zittii E poter 

4i curato , 

cogliere il signor curato che , da due giorni, se ne sta rintanato in 

che, gravacelo 

«asa? E farlo star lif che , benché sia pesante di sua natura , vi 
«0 dir io che , al vedervi comparire in quella conformità , diventerà 
lesto come un gatto, e scapperà come il diavolo dall' acqua santa. » 

Ho 

€ Mi ho trovato io il verso, l' ho trovato, » disse Renzo , battendo 

tal che feoo trasaUare 

il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate 

pel 

per il desinare, li) seguitò esponendo il suo pensiero , che Agnese 
approvò in tutto e per tutto. 

Sono garbugli le nette. 

« Son imbrogli, » disse Lucia: « non son cose lisce. Finora 

iunanzi fede; 

abbiamo operato sinceramente : tiriamo avanti con fede , e Dio 

lo 

■ci aiuterà: il padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere.» 
€ Lasciati guidare da chi ne sa più di te , > disse Agnese con 

domaudar 

volto grave. <: Che bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, 

«ha ti aiuterò. dopo il fatto. 

ch'io t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte. » 

€ Lucia, » disse Renzo, « volete voi mancarmi ora? Non ave- 
tutto buoni 
vamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani ? Non dovremmo 

egli stesso dato 

•esser già marito e moglie ? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno 
« l'ora? E di chi è la colpa- se dobbiamo ora aiutarci con un 

^ ^ colla 

po' d' ingegno ? No , non mi mancherete. Vado e torno con la ri- 
supplicazione, 
.sposta. » E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese , 

una cera 

<;on un' aria d' intelligenza, partì in fretta. 

i.a vessazione, suol dirsi, dà intelletto : 

Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sen- 
tiero retto e piano di vita percorso da lui fin» allora, non s'era 

nella di 

mai trovato nell' occasione d' assottigliar molto il suo , ne aveva , 

ad 

in questo caso, immaginata una, da far^ onore a un giureconsulto. 

a dirittura divisato '-he 

Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un 

era li presso d' un certo Tonio ; 

«erto Tonio , eh' era li poco distante ; e lo trovò in cucina , che , 

appoggiato sulla predella 

<jon un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con 

li destra una pentola posta vi tramestava 

«ina mano, V orlo d' un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava. 



CAPITOLO VI. f09 

picciola gi^ieì» 

col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran" saraceno, 

stavano stdut) alla nienaa; 

La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre 

flglìuolet i all' intorno. 

o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando , 

alla pentola rovesciarla. 

con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare, 

v' pranzo 

Ma non c'era quell'allegria che la vista del desinare suol pur dar© 

l'ha colla 

a chi se l'è meritato con la fatica. La mole della polenta era in 

dei tempi dei 

ragion* dell'annata, e non del numero e della buona voglia de' com- 

aftJsando un guardo 

mensali: e ognuno d'essi, fissando, con uno sguardo bieco d'amor* 

collerico di 

rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appe- 

scambiava 

tito , che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti 

colla riversò sul tagliere 

con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferia di faggio, 

apparecchialo piccio'a 

che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna* in 
un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortese- 
mente a Renzo: « volete restar servito? » complimento che il con- 
tadino di Lombardia, « ehi sa di qaanO altrK paesi! no» 

questi 

lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quand'anche questo 

levatosi ' ed egli su 

fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse al- 
l' ultimo boccone. 

io veniva 

€ Vi ringrazio, » rispose Renzo: «venivo solamente per dire una 
parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbarle tue donne, 

noi 

possiamo andar® a desinare all'osteria, e lì parleremo. » La pro- 
posta fu per Tonio tanto più gradita, quanto meno aspettata; eie 
donne, e anche i bimbi (giacche* su questa materia, 
prlnelplan presto a ragionare) non videro mal volentieri 
che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più formidabile, 

parti 

L' invitato non istette a domandar® altro, e andò con Renzo. 

a tutto loro agio 

Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà., in una 

svezzati 

perfetta solitudine, giacché la miseria aveva divezzati tutti i fre- 

ddizie, rec»re 

quentatori di Quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si 

trovava, ^ vino , 

trovava j votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero. 



110 1 PROMESSI SPOSI 

picciolo servigio ne voglio 

disse a Tonio: « se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne vo- 
tare un grande a te » 
^lio fare uno grande. » 

€ Parla, parla j comandami pure, > rispose Tonio, mescendo. < Oggi 

io andrei 

mi butterei nel fuoco per te. » 

sei in 

« Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto 
del suo campo, che lavoravi, 1' anno passato. » 

Che mi vieni tn ora 

« Ah, RenBo, Renzo! tu mi guasti il benefìzio. Con che cosa mi 

a menzionare? passare la buona voglia. » 

■vieni fuori ? M' hai fatto andar via il buon umore. » 

Renzo: egli 

« Se ti parlo del debito, » disse Renzo, « è perchè, se tu vuoi, 
io intendo di darti il mezzo di pagarlo. » 

Dì tu da vero? » 

€ Dici davvero? » 

Da vero 

« Davvero. Eh? saresti contento? » 

« Contento ? Per diana, se sarei contento i Se non foss* altro, per 

qnelle smorlie quei segni del 

non veder più que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il si- 
gnor curato, ogni volta che e' incontriamo. E poi sempre: Tonio, ri- 

segao tale 

•cordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno 
<;he quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi 

ch'egli 

in timore che abbia a dirmi, li in pubblico : quelle venticinque lire ! 

maladette sieno mi 

-Che maledette siano le venticinque lire ! E poi, m' avrebbe a resti- 

cangerei 

tuir® la collana d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta po- 
lenta. Ma .... » 

servigetto 

€ Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire 

apparecchiate. »• 

^on" preparate. » 
« Di su. » 

ponendosi l' indice a croce su le labbra. 

«; Ma ....!» disse Renzo, mettendo il dito alla bocca. 

egli 

« Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci. » 

« Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per 

ed 

tirare in lungo il mio matrimonio; e io lnTcce vorrei spicciarmi. 

mo andandogli dinanzi 

Mi dicono di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con 

testimoni! 

•due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo 
è mio marito, il matrimonio è beli' e fatto. M' hai tu inteso? » 



CAPITOLO VI. lU 

« Tu vuoi eh' io venga per testimonio? » 

Si bene. ► 

« Per r appunto. > 

« E pagherai per me le venticinque lire? » 

la 

« Così r intendo. » 

« Birba chi maaco. » 

< Ma bisogna trovare un altro testimonio. » 

martorello 

« L' ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà 
quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere? » 

« E da mangiare, » rispose Renzo. « Lo condurremo qui a stare 

egli 

allegro con noi. Ma saprà fare? » 

che 

« GÌ' insegnerò io ; tu sai bene eh' io ho avuta anche la sua parto 
dì cervello. » 
€ Domani .... » 
« Bene. » 

Sulla bass* ora. . » 

« Verso sera ....)> 
« Benone. » 

ancora 1' indice sullo labbra. 

« Ma! ...» disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca. 
« Poh! ...» rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, 

levando sinistra mano atto del volto 

e alzando la mano sinistra, con un viso che dicava: mi fai 

torto. 

dimanda senza dubbio ti doman 

« Ma se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza 

derà . . » 

dubbio .... » 

€ Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che 
non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la 
troverò, da metterle il cuore in pace. » 

ci accorderemo meglio , 'ar 

« Domattina, » disse Renzo, e discorreremo con più comodo, per in- 
andar la cosa pulito. » 
tenderei bene su tutto. » 

Con questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a cassi, e stu- 
diando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render 

dei 

conto de' concerti presi. 

mezzo 

In questo tempo Agnese, s' era affaticata invano a persuader» ia 



:it I PROMKSSI SPOSI 

figlia. ad ogni ragione rppoDendo or or 

figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora 

si vuol 

l'altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna 

comunicarla 

farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo? 
Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò coi» 

milanese 

un ahn ? interiezione che significa : sono o non sono un uomo 

ella mente ? , 

io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e 
cento cose simili. 

scrollava 

Lucia tentennava mollemente il capoj ma i due infervorati le ba- 
si di» 
davano poco , come si suol fare con un fanciullo , al quale non s\ 

spera si 

spera di far® intendere tutta la ragione d'una cosa, e che s' indurrà 

oolle colla vuole 

poi) con le preghiere e con l'autorità, a ciò che si vuol da lui. 

< Va bene, » disse Agnese: « va benej ma .... non avete pen- 
sato a tutto. » 

Che 

< Cosa ci manca? » rispose Renzo. 

Ella lascerà ben en- 

€ E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fra- 

trar Tonio e soo fratello; 

tello, li lascierà entrare; ma voli voi duet pensate! avrà ordine di 

i frutti 

tenervi lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte 

maturi » 

mature. » 

entrato in pensiero. 

< Come faremo ? » disse Renzo, un po' imbrogliato. 

Vedete ino 1 ci penso io. voi , ed io 

« Ecco : ci ho pensato io. Verrò io con voi ; e ho un segreto per 

eh' ella si 

attirarla, e per incantarla di maniera che non s' accorga di voi 

voi 

altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una 
corda . . . vedrete. » 

voi 

« Benedetta voi! » esclamò Renzo: « l'ho sempre detto che 

il 

siete nostro aiuto in tutto. » 

« Ma tutto questo non serve a nulla , » disse Agnese, « se noo 
ti persuade costei, che si ostina a dire che è peccato. » 

pose anch' egli in cannpo 

Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non 
si lasciava smovere. 

dire ragioni; diceva el'Ai 

« Io non 80 che rispondere a queste vostre ragioni, » diceva! 



CAPITOLO Vi. 113 

« ma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar» 

innanzi soppiatterie 

avanti a f»ria di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non 
abbiam" cominciato cosi. Io voglio esser» vostra moglie, » e non 

ch'ella quella 

e' era verso che potesse proferir^ quella parola, e spiegar® queir in- 

farsi tutta di fuoco in volto : 

tenzione, senza fare il viso rosso : « io voglio esser vostra moglie, 

via dritta 

ma per la strada diritta, col timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare 

Quel di eh' Egli sappia trovare 

a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d' aiu- 
tarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie ? 
E perchè far misteri al padre Cristoforo? » 

prèiso a risolversi 

La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando 

calpestio remore 

un calpestio affrettato di sandali, e un rumor di tonaca sbattuta. 

bufrt 

somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti 

fece silenzio ; 

del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e 

il 

Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio di Lucia; 

guardati 

« bada bene ve*, di non dirgli nulla. » 



CAPITOLO VII 



r padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d' un buon capitano che, 
perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non 

{scorato istordito a 

ficoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga, 

ove 

6i porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, 

rassettare 

a raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini. 

diss' egli entrando t* è 

4. La pace sia con voi, » disse, nell' entrare. « Non e' è nulla 
da sperare dall' uomo : tanto più bisogna confidare in Dio : e già ho 
gualche pegno della sua protezione. > 

Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padr» 

recedere soperchieria 

Cristoforo, giacché il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria, 

essere sopraffatto da un'altra forza, 

«enza esserci costretto , e per mera condiscendenza a pre- 

nullaroeno 

ghiere disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nuUadimeno la 
trista certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo, 
ma nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento. Queir an- 

•^d accanito una seguenza di 

cunzio lo trovava già amareggiato da tante sor- 

di falliti , di 

prese dolorose, da taali tentativi andati a voto , da tante spe^ 

sopra inacerbito 

ranze deluse, e, per di più, esacerbato, in quel momento, dalle ri- 
pulse di Lucia. 



ne I PROMESSI SP0S4 

PgH, ed 

« Vorrei sapere,»gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, 

dinanzi al 

quanto non aveva mai fatto prima d* allora, alla presenza del 

Cristoforo , 

padre Cristoforo; « vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, 

debb* 

per sostenere .... per sostenere che la mia sposa non dev' essere 
la mia sposa. » 

nn accento di pie- 

€ Povero Renzo? » rispose il frate, con una voce grskve e pie- 
Iosa, e con uno sguardo che comandava amorevolmente la paca- 
tezza : « se il potente che vuol commettere l' ingiustizia fosse sempre 
obbligato a dir« le sue ragioni, le cose non andorebbero come vanno. » 

dunque, il 

« Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perchè non vuole? > 
4t Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora 
un vantaggio se , per commetter^ l' iniquità, dovessero confessarla 
apertamente > 

qualche co-i» che cosa ^ 

€ Ma qualcosa ha dovuto dire : cos' ha detto quel tizzone d in- 
ferno? » 

le intese 

< Le sue parole, io 1' ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le 

^ Egli può 

parole dell' iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi 
che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire 
che quello di che tu sospetti è certo : può insultare e chiamarsi of- 

domandar 

feso, schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfac- 

oltre. 

ciato e irreprensibile. Non chieder^ più in là. Colui non ha profe- 

* mostrato pur 

rito il nome di questa innocente, nò il tuo, non ha figurato nemmen 

nulla, 

di conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma ... . ma pur 
iroDPO ho dovuto intendere eh' è irremovibile. Nondimeno, confi- 

*^*^ animo, 

denzain Diol Voi, poverette, non vi perdete d'animo; e tu, Renzo . . . 

vestirmi i • i.» • x n 

oh l eredi pure, eh' io so mettermi ne' tuei panni, eh io sento quella 
che pfcssa nel tuo cuore. Ma, pazienza! È una magra parola, ^na 

crede : 

pAFola amara, per chi non crede; ma tu ... ! aon vorrai tu concedere 

eh' Egli vuol 

a IHo Hn giorno, due giorni, il tempo che vorrà prendere, per far 

veair* al disopra la buon» ragione? ed Eirli ne 

tj/iarx'? *» gi'iatizia? Il tempo è suo; e ce n ha promesso 



CAPITOLO VU. l" 

tengo 

tanto! Lascia fare a Lui, Renzo ; e sappi.... sappiate tutti ch'io ho .già 
in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non posso dirvi di più. 

debbo 

Pomani io non verrò quassù ; devo stare al convento tutto il giorno, 

fa venirvi 

per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per caso impensate-, 
tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello di giudizio, 

p*l quello , 

per mexz» del quale io possa farvi sapere quello che occorrerà. 

notte ; convien 

Si fa buio; bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio e 

buona sera. » 

addio.^ > 

frettolosamente ne 

Detto questo, usci in fretta, e se n'andò, ««rrende, e quasi 

quel viottolo tirfo ssssoso gingner 

saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar 
tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel 

lo 

che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gì' impedisse, 

domani 

il giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richie- 

servigio dei 

dere il bisogno de' suoi protetti. 

inteso ch« cosa eh' 

«Avete sentito cos' ha detto d' un non so che . . . d'un filo che 

et; li tiene di 

ha, per aiutarci? » disse Lucia. « Convien fidarsi a lui; è un uomo 
che, quando promette dieci.... » 
« Se non c'è altro... 1 » interruppe Agnese. « Avrebbe dovuto pàr- 

almeno tirar in disparte che 

lar più chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia 

questo .... » 

alla sua 

« Chiacchiere! la finirò io: io la finirò! » interruppe Renzo, que- 

Tolta ReDEo , furiosamente innanzi e indietro 

6ta volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una 

volto 

voce, con un viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle paj^ole. 
« Oh Rena»! > esclamò Lucia. 

Ohe 

< Cosa volete dire? » esclamò Agnese. 

< Che bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur» cento, mill» 

e d' ossa anch' egli. » 

diavoli nell' amma, finalmente è di carne e ossa anche lui .... » 

Lucia , 

< No, HO, per amor dal^^o ... ! » cominciò Lucia ; ma il pianto 
le troncò la voce. 

f»re n* anche bai* ripi^rli* 

< r^'on san discorsi da farsi, neppur per burla, » disse Agnesa. 



118 I PROMESSI SPOSI 

baJa? 

< Per burla? » gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnes» 

baia! 

seduta, e piantandole in faccia due occhi stralunati. « Per burlai 

baia, » 

vedrete se sarà burla. » 

fra l singhiozzi , « 

« Oh Renzo! » disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: « non v» 

veduto 

ho mai visto cosi. » 

di ripigli^'. 

« Non dite queste cose, per amor del cielo, > riprese ancora io 
fretta Agnese, abbassando la voce. € Non vi ricordate quante braccia 

egli tiene ai snoi comandi . ancor cba con- 

ba al suo comando colui? E quand'anche .... Dio liberi !. . . cen- 
tra 
tro i poveri e' è sempre giustizia. » 

€ La farò io, la giustizia, io ! E orrn ai tempo. La cosa non è fa- 

E' si «ta 

Cile: lo so anch' io. Si guarda bene, il cane assassino : sa come sta; 

Pazienza, e risoluzione... 

ma non importa. Risoluzione e pazienza. ... e il momento arriva. 
Si, la farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi 

E quattro 

benedirà ... 1 e poi in tre salti ....!» 
L'orrore che Lucia senti di queste più chiare parole, le sospese il 

animo a la faccia la- 

pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso la- 

grimosa 

grimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: « non 

di ad 

v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io m'era promessa a un 

giovane 

giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse .... 

2egli di fosse 

Fosse al sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anelio 
il figlio del re. ... » 

una faccia stravolta 

< E benel > gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: 

vi etili. 

* io non v' avrò ; ma non v' avrà nò anche lui Io qui senza di voi 

ed egli 

e lui a casa del .... » 

misericordia, 

« Ah no! per carità , non dite cosi, non fate quegli occhi: no, non 

piangendo, iinploraudo, {liun 

posso vedervi così, > esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con 

gendo le mani, Lucia; ripetatamente giovane 

le mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine 

rabbo- 

per nome, e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquie- 

""*<'• immobile, pensoso, quasi smosso un momento 

tarlo. Stette egli immobile o pensieroso, qualche, tempo, a contem- 

tutto ad 

piare quella faccia supplichevole di Lucia j poi, tutt' a un tratto , 



CAPITOLO VII. 119 

2 affisò torvamente indietro 

la guardò torvo, diede addietro, tese il braccio e V indice verso di 

proruppe : 

essa, e gridò: « questa! si questa egli vuole. Ha da morire! » 

Ed v'ho fatto di male, 

« E io che male v' ho fatto, perchè mi facciate morire? » disse 

gettandosi alle sua ginocchia. 

Lucia, buttandoseg:li inginocchioni davanti. 

diss' egli che 

€ Voi ! » rispose, con una voce eh' esprimeva un' ira ben diversa, 

mi 

ma un ira tuttavia: « voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'a- 

^**°' a , Ho io potuto ottenere...! 

vete data? Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no ! no! » 
« Si sì, » rispose precipitosamente Lucia • « verrò dal curato, 

adesso, volete, 

domani, ora, se volete; verrò. Tornato quello di prima; verrò. » 

una cera 

« Me lo promettete? » disse Renzo, con una voce e con un viso 

divenuta ad umana. 

divenuto, tatt^ a un tratto, piti umano. 
« Ve lo prometto. » 

lo 

€ Me l'avete promesso. > 

Ah! Signore, 

« Signore, vi ringrazio! > esclamò Agnese, doppiamente contenta. 

escandescenza, Renso aveva egli avvertito 

In mezzo a quella sua grar collera, aveva Renzo pensato di che 
profitto poteva essser« per lui la spavento di Lucia? E non aveva 

egli di artiricio crescerlo 

adoperato un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare ?!! 

ed 

nostro autore protesta di non ne saper nulla; e io credo che nem- 

Fatto eh' egli fuor 

men Renzo non lo sapesse bene. Il fatto sta eh' era realmente infu- 

de' gangheri centra 

riato contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso 
di Lucia; e quando due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor 

di né acche discernere 

d'un uomo, nessuno, neppure il paziente , può sempre distinguer 

1' quale 

chiaramente una voce dall'altra, e dir« con sicurezza qual sia quella 

dei 

che predomini. 

promesso ; accento '' 

€ Ve l'ho promesso, » rispose Lucia, con un tono di rimprovero 

ei voi pure 

timido e affettuoso: « ma anche voi avevate promesso di non fare 

scandali 

scandoli, di rimettervene al padre .... » 

io voi ora tirar-, 

« Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare in- 

vene indietro! E 

dietro, ora? e farmi fare uno sproposito? > 

pronta a ricadere nello spavento. 

€ No no, » disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. < Ho prò- 



120 



I PROMESSI SPOSI 



messo e non mi ritiro. Ma vedete voi come m» *Yete fatto promet- 
tere. Dio non voglia .... » 

d«i aogurii, 

< Perchè volete far» de' cattivi angùri, Lucia? Dio sa che noa 

torto 

facciam'' male a nessuno. » 

« Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima. » 

« Ve lo prometto, da povero figliuolo. » 

€ Ma, questa volta, mantenete poi, » disse Agnese. 

Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, 

assolatamsnte ogni parte essersi trovata costretta 

in tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsen- 
tire. Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio. 

coUoqaio divisare partlta- 

Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte 

jjjeQte il da farsi nel di seguente; notte scura, 

a parte, quello che si doveva fare il giorno dopo ; ma era già notte, 
e le donne gliel' augurarono buona ; non parendo loro cosa conve- 

ch'egl dimorasse più a lungo in quell'ora. 

niente che, a quell'ora, si trattenesse più a lungo. 

tutti 

La notte però fu a tutt* e tre cosi buona come può essere quella 

ad di agitazione 

che succede a un giorno pieno d' agitazioni e di guai, e che ne pre- 

ad una di 

cede uno destinato a un' impresa importante^ e d' esito incerto. 

fece l<Bo II mattino colle 

Renzo si lasciò vedere di buon' ora, e concertò con le donne, o piut- 

grande 

tosto con Agnese, la grand' operazione della sera, proponendo e scio- 

antivegpendo 

gliendo a vicenda difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, 

•r or 

ora l'uno, ora 1' altra , a descriver^ la faccenda, come si racconte- 
rebbe una cosa fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con pa- 
role ciò che non poteva ap^vare in cuor suo, prometteva di far» 

meglio che saprebbe. 

« Andrrete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, 

•gli vi * 

come v' ha detto ier sera ? » domandò Agnese a Renzo. 

Zuccka ! questi 

« Le zucche! » rispose questo; € sapete che diavoli d'occhi ha 

• %'<o ' qualche cosa 

il padre: mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c'è qualcosa 

ii.-U' degli interrogatorii 

per aria ; • se cominciasse a farmi dell' interrogazioni, non potrei 

ho a alla cose. 

uscirne a bene. E poi, io devo star qui, per accudire all' affare. Sarà 

un 

Bieglio che mandiate voi qo^-'cneduno. > 



CAPITOLO VII. 121 

« Manderò Menico, » 

S{ alle 00 se 

« Va bene, » rispose Renzo ; e parti < per accudire all' affare, 
come aveva detto. 

alla dimandare di Menico: 

Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un 

garzoncello dodici anni circa, svegliato assai 

ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via 

ad nipote della donna. 

di cugini e di cognati, veniva a essere un po' suo nipote. Lo chiese 
ai parenti, come in prestito, per tutto quel giorno, « per un certo 

servigio tlla. cucina; 

servizio, » diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede 

gì' impose ne mo 

da colazione, e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse 

strasse 

vedere al padre Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una 
risposta, quando sarebbe tempo. « Il padre Cristoforo, quel bel vec- 

colla quel 

chic, tu sai, con la barba bianca, quello che chiamano il santo .. . » 

quegli 

« Ho capito, > disse Menico: « quello che el accarezza sempre, 

i che loro di teit pò in tempo immagine. » 

noi altri ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino. » 

s' egli tempo 

« Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, li 

presso cogli altri ra- 

vicino al convento, non ti sviare: bada di non andare con de' com- 

gazzi a far saltellare le piastrelle nell* acqua, nò 

pagni, al lago, a veder pescare, nò 

giuocare colle appesa nò... 

a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, uè a far 
€|aell* altro tao gioclietto solito. . . . > 

Bisosna sap«r cbe Menico era bravissimo per fare 
a rimbalaello ; e si sa che tutti^ grandi e pleeoli^ fa- 
elam volentieri le cose alle quali aliblamo abilitai 
WkOWk dico quelle sole. 

€ Poh ! zia; non son° poi un ragazzo. » 

colla 

€ Bene , abbi giudizio ; e, quando tornerai con la risposta . . • 
guarda; queste due belle sparpagliale nuove son» per te. » 

che... » 

4. Datemele ora, eh' è lo stesso. » 

giuchereati. bene, ne 

« No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n' avrai an- 
che di pili. » 

mattina 

Xsel rimanente di quella lun^a mattinata, ai videiro certe novità 



.2S 1 PROMESSI SPOSI 

che mìsero non poco in sospetto l'animo già conturbato delle donne. 

sfinito 

Un mendico, né rifinito né cencioso come i suoi pari, e con un non 

di domandare per Dio, 

80 che d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la ca- 

gettando ^ <=•«■»' ooe|>i . sporto 

rità dando In qua e In là cert' occhiate da spione. Gli fu dato un 

' ch'egli ^ una 

pezzo di pane^ che ricevette e ripose, con un' indifferenza mal 

' impudensa 

dissimulata. Si trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello 

inchieste 

stesso tempo, con esitazione, facendo molte domande, alle quali 

si 

A-gnese s'affrettò di risponder* sempre il contrario di quello che era. 

partire errare la porta p^r 

Movendosi, come per andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in 

quella quivi die d' occhio 

quello che metteva alla scala, e li diede an^ altra occhiata in 

qnanto 

fretta, come potè. Gridatogli dietro: « ehi ehi! dove andate galan> 

per di qua, per la porta 

tuomo? di qua' di qaà! » tornò Indietro, e usci dalla parte 

sommessione 

che gli veniva indicata , scusandosi, con una sommissione , con 

nna rubesti e 

un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti 

duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi vedere, di 

tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini fossero, noa 

trovar facilmente , 

si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder neppure 

Quale 

che fossero quegli onesti viandanti che volevan** parere. Uno entravrv 

chiedere della via: giunti dinanzi ali i 

col pretesto di farsi insegnar la strada ; altri, passando davanti al- 

porta soggnardavano a trarerso 

r uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott^onehio nella stanza» 

il cortile nella stanza, 

a traverso il cortile, come chi vuol vedere senza dar sospetto. Fi- 
nalmente, verso il mezzogiorno , quella fastidiosa processione fini. 

si dì tempo in tempo. si faceva 

Agnese s' alzava ogni tanto, attraversava il cortile, s' affacciava al- 

guatava dritta 

r uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e tornava dicendo : 

eh* ella 

4( nessuno: > parola che proferiva con piacere, e che Lucia con pia- 

intendeva 

cere sentiva, senza che ne 1* una né l' altra ne sapessero ben chia- 

d<l entrambe pertarbaxioue 

ramente il perché. Ma ne rimase a tutt' e due una non so quale 

indaterminata portò lor via, figlia 

inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran 
parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera. 

qualche cosa 

Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno 



CAPITOLO VII. 183 

quei inforniarnelo ordinatamente, noi 

a que' ronzatori misteriosi : e, per informarlo di tutto , dobbiam* 

addietro 

tornare un passo indietro, e ritrovar^ don Rodrigo, che abbiam" la* 

dopo il pranzo, soletto 

«ciato ieri, solo in una sal^ d^l suo palazzotto, al 

partire jel padre Cristoforo. 
Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro » 

gran passi 

passi lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti 

muso ad 

di famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a un» 

dava di volta, 

parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero^ 

dei l coTit 

terrore de' nemici e de* suoi soldati, torvo nella guardatura, co'ca- 

capegli irti sulla fronte, le basette tirate e appuntate 

pelli corti e ritti, coi baffi tirati e a punta, che sporgevano dalle 

il colle 

guance, col mento obliquo : ritto in piedi 1' eroe , con le gambiere^ 

coi colla coi coi ferro, 

co* cosciali, con la corazza, co' bracciali , co' guanti, tutto di ferro' 

colla compressa manca rrauo 

con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. 

guardava, 

T)on Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voi' 

tava, ecco in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de* liti- 
seduto un'alta scranna 

ganti e degli a%Toc>atl, a sedere sur una gran seggiola eopert» 

involto nera. 

di velluto rosso, ravvolto in un' ampia toga nera; tutto nero, fuor- 

facciuote 

che un collare bianco, con due larghe facciole, e una fodera di zi^ 

dei 

bellino arrovesciata (era il distintivo de' senatori, e non lo porta-^ 

il verno; 

van® che l'inverno, ragiono per cui non si troverà mai un ritratto» 

squallido. colle 

di senatore vestito d' estate) ; macilento, con le ciglia aggrottate ^ 
teneva in mano una supplica, e pareva che dicesse: vedremo. Dr 

damigelle. 

qua una matrona, terrore delle sue cameriere ; di là un abate, ter-- 
rore de* snol monaci • tutta gente in somma che aveva fatto ter-- 

immagini. 

rore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla presenza di tali memo- 

. si 

rie, don Rodrigo tanto piili s'arrovellava, si vergognava, non poteva- 

colla 

darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso con la proso- 

lo 
popea di Nathan. Formava un disegno di vendetta , 1' abbandonava^ 

ad un tetrpo eh' egli 

pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chia-- 

po'l rifischiare 

mava onore j e talvolta (vedete -un poco-) sentendosi fischiare •■»-• 



184 I PROMESSI SPOSI 

quel comlnciamento rabbrividiva Istan 

•cova agli orecchi queir esordio di profezia, si sentiva venir, come 

-taneamence , 

«i dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due 

servo 

«oddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, 

alla brigata ch'egli 

« gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dióendo eh' era 

il servo 

'trattenuto dà un'affare urgente. Quando quello tornò a riferire che 

ossequii 

^ae' signori eran» partiti, lasciando i loro rispetti : « e il conte At* 

passeggiando 

*ilio? > domandò, sempre camminando, don Rodrigo. 

quei signore. » 

« È uscito con que' signori, illustrissimo. » 

pel passeggio 

« Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La 
jgpada, la cappa, il cappello: subito. » 

servo stante, 

Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò, 

colla colla ch'egli 

portando la ricca spada, che il padrone si cinse ; la cappa, che 

gittò col grandi piume , ch'egli si pose 

£i buttò sulle spalle ; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò, 

palmata gonfiata. 

■con una manata, fieramente sul capo : segno di marina torbida. Si 

sulla soglia cagnotti 

mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali, fatto ala 

ed inchino, tennero 

^ inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più superbioso, più 
a,ccigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso Lecco. I con- 

riiraevano il 

'tadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan rasente al muro, 

quivi egli 

-e di li facevano scappellate e inchini profondi, ai quali non rispon- 

lo pur 

•deva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli eh© da questi eran 

tutto il contorno ve 

«letti signori; che, in que' contorni, non ce n' era uno che potesse, 

gran pezza di 

A mille miglia, competer» con lui, di nome, di ricchezze, d'aderenze 

istar 

^ della voglia di servirsi di tutto ciò, per istare al di sopra de- 
jli altri. E a questi corrispondeva con una degnazione contegnosa. 

ch'egli 

miei giorno non avvenne, ma quando avveniva che s'incontrasse 

■'»^' . spagnuolo egualmente 

*ol signor castellano spagnolo, 1' inchino allora era ugualmente pro- 
fondo dalle due parti; la cosa era come tra due potentati, i quali 
iion abbiano nulla da spartire tra loro ; ma, per convenienza, fanno 
onore al grado 1' uno dell' altro. Per passare un poco la mattana, 
^ per contrapporre all' immagine del frate che gli assediava la fan- 



Capitolo vii. 125 

volti fd atti dirers: 

tasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò, quel giorno^ 

dov'era raccolta una brigata 

in una casa, dove andava, per 11 solito, molta gente, e dove fo? 

riverente che 

ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, eh' è riser- 

finalraente 

bata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere ; e, 

a notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era aiir-. 

rientrato punto servita 

Che lai tornato in quel momento; e fu messa In tavola la cena^ 

alla quale sedette 

durante la quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò- 
poco. 

una cer» 

« Cugino, quando pagate questa scommessa? » disse, con un fare- 

maliziosa beffarda levate appena le tavole 

di malizia e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, » 

partiti servi. 

andati via i servitori. 

« San Martino non è ancor passato. » 

Tanto fa tosto 

« Tant' è chela paghiate subito; perchè passeranno tutti i santr 

taccuino 

del lunario, prima che ...» 

quello ha da vedere. » 

« Questo è quel che si vedrà. » 

taotcr 

« Cugino, voi volete fare il politico ; ma io ho capito tutto, e so»- 

son di 

tanto certo d' aver vinta la scommessa, che son pronto a farn^ 
un'altra. » 

Che? » 

« Sentiamo. » 

< Che il padre .... il padre .... che so io? quel frate in somma- 
vi 
v' ha convertito. » 

La è veramonte una pensata 

« Eeecme un' altra delle vostre. » 

« Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo.- 

00- 

Sapete che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e co» 

gli 

gli occhi bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a 

mica ' ogni giorno, 

casa gonfio e pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni^ 

ogni rete. 

né con tutte le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e^ 

dei 

quaado andcrà a far qualche missione un po' lontano , parlerà de*" 

nel 

fatti vostri. Mi par di sentirlo. » E qui, parlando col naso, e ac- 

tuono 

cempagaando le parole con gesti caricati, continuò, in tono di pre- 
dica; < ia «na parte di questo mondo , che, per degni rispettt, no» 



129 I PROMESSI SPOSI 

nomino, viveva, uditori carissimi, e vive tuttavia, un cavaliere 
scapestrato, amico più delle femmine, che degli uomini dabbene, il 

, pjsto 

ijuale, avvezzo a far d ogni erba an fascio, aveva messo gli occhi.... » 

< Basta, basta, » interuppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e 

io sono 

mezzo annoiato. « Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto 
anch'io. > 

< Diavolo ! che aveste voi convertito il padre ! > 

«Non mi parlate di colui: e In quanto alla scommessa, san Mar- 

egli non fece 

tino deciderà. > La curiosità del conte era stuzzicata; non gli ri- 
risparmio d' inchieste, 
fiparmiò interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, ri- 

difdnizions 

mettendosi sempre al giorno della decisione, e non volendo comuni- 

sua parte 

«are alla parte avversa disegni che non erano né incamminati, né 

fermati. 

Assolutamente fissati. 

Al mattino vegnente Quel po'di coni- 

La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L' appren- 

fxignimento il messo avi- 

«ione che quel verrà un giorno gli aveva messa in corpo, era sva- 
nito coi la stizza sola rima- 
rita del tutto, co' sogni della notte ; e gli rimaneva la rabbia 

Bava dal rimorso 

sola, esacerbata anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. 

I.e camminata 

L' immagini più recenti della passeggiata trionfale, degl' inchini, 

delle avevano 

dell'accoglienze, e il canzonare del cugino, aveva contribuito non poco 

reintegrargli 

A rendergli 1' animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso. 

*ervo 

— Cose grosse, — disse tra sé il servitore a cui fu dato l'ordine; 
perchè l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che 

dei quegli faccende arrischiale 

il capo de' bravi, quello a cui s' imponevano le imprese più rischiose 

— nsolenti; devoto a lui a tutte prove, 

;. più inique, il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, 

Reo di publico omicidio, per sottrarsi alla cac- 

per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, 

( ia della giustizia, egli venuto 

in piazza, era andato ad implorare la protezione di don Ro- 

queiti prendendolo al suo servigio, lo 

drigo; e questo, vestendolo della sua livrea, 1' aveva messo al co- 

parsecuziono. coll'impegnarsi ad 

perto da ogni ricerca della giustizia. Cosi, impegnandosi a ogni de- 

s' 

litto che gli venisse comandato colui si era assicurata 1' impunità dtl 
primo. Per don Rodrigo, 1' acquisto non era stato di poca impor- 



CAPITOLO VII. 12» 

il più valente. senza para* 

tanza; perchè il Griso, oltre all'essere^ senza paragone « il più va* 

Kone, mostra 

lente della famiglia, era anche una prova di ciò che il suo padrona 

contra 

aveva potuto attentar^ felicemente contro le leggi j di modo che la 

nella 

sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione. 
« Griso! » disse don Rodrigo: « in questa congiuntura^ si vedrà 

dobbe, 

luel che tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in 
questo palazzo. > 

« Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando 
dell* illustrissimo signor padrone. > 

« Piglia quanti uomini (I possono bisognare, ordina e disponi^ 

meglio ti pare; 

come ti par meglio ; purché la cosa riesca a buon fine. Ma bada so- 
pratutto che non le sia fatto male. » 

« Signore, un po' di spavento , perchè la non faccia troppo stre- 
pito . . . no.i n potrà far di meno. » 

4. Spavento ... . capisco . . .è inevitabile. Ma non le si torca 
un capello ; e sopra tutto, lo si porti rispetto in ogni maniera. Hai 
inteso? » 

« Signore, non si può levare un fiore dall?k pianta, e portarlo a 

trassinarlo nulla nulla 

vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro ne- 

cessario. > 

« Sotto la tua sicurtà. E . . . . come farai ? > 

stava 

« Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in 

capo del postare : 

fondo al paese. Abbiam bisogno d' un luogo per andarci a postare : 

v' discosto 

e appunto e* è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo^ 
in mezzo ai campi, quella casa . . . vossignoria non saprà niente di 

è bruciata 

queste cose . . . una casa che bruciò pochi anni sono , e non hanno 

rassettarla vi 

avuto danari di riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le 
streghe : ma non è sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni 

vi 

d' ubbie , non ci bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana , 

un tesoro: andarci porre coli 

per tutto l'oro del mondo : sicché possiamo andare a fermarci là^ 

sicuramente certo 

«MI sicurezza che nessuno verrà a fi:uastaie i fatti nostri. » 



128 I PROMESSI SPOSI 

€ Va bene? e poi ? » 

Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere , finché d' ac- 

concertato il modo di 

cordo ebbero concertata la maniera da condurre a fine V impresa^ 

il modo 

senza che rimanesse traccia degli autori, la maniera anche dirivol- 

i sospetti a un'altra parte con indizi! fallaci, 

gere, con falsi indizi, i sospetti altrove, d' impor silenzio alla po- 
vera Agnese, d'incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare 

voglia 

il dolore, e il pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà 

le 

di lagnarsi; e tutte 1' altre bricconerie necessarie alla riuscita della 

quei 

bricconeria principale. Noi tralasciamo di riferire que' concerti, per- 

necessarii 

che, come il lettore vedrà, non son" necessari all' intelligenza della 

storia, e' incresce di trattenerci e di trattenerlo 

storia j e siam contenti anche noi dì non doverlo trattener più lun- 

qnei 

gamente a sentir parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, 

ne 

mentre il Griso se n' andava, per metter mano all' esecuzione, dpn 

ascolta: 

Rodrigo lo richiamò, e gli disse: « senti: se per caso, quel tanghero 
temerario vi desse nell' unghie questa sera, non sarà male che gli 
8ia dato anticipatamente un buon ricordo sulle spalle. Cosi, l'ordine 

star 

che gli verrà intimato domani di stare zitto, farà più sicuramente 

lo 

l'effetto. Ma non 1' andate a cercare, per non guastare quello che 

mi 

più importa: fu m' hai inteso. » 
« Lasci fare a me, » rispose il Griso, inchinandosi, con un atto 

sì spendetu 

d'ossequio e di millanteria; e se ubando. La mattina fu spesa In 

a 

^irl, per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s'ora inoltrato 

altri 

a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il quale 
veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran" suoi 
ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una cogni- 

leggiera 

zione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s'eran più 
lasciati vedere, per non dar troppo sospetto. 

rendette fermp 

Tornati che furon" tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e fissò 

imp'-esa, 

definitivamente il disegno dell'impresa; assegnò le parti;, diede istru- 



CAPITOLO VII. iW 

lioni. Tutto ciò non si potè fare, senza che quel vecchio servitore, 

ad ad levati , 

il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi , s* accorgesse che 

d' aitendtre di- 

qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare attento e di do- 

inandare, 

mandare ; accattando una mezza notizia di qua , una mezza di là , 

chiosando un motto oscuro 

commentando tra sé una parola oscura, interpretando un andare mi- 

a chiarii si 

sterioso , tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si doveva ese- 

iu ne chistìto, 

guir« quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già poco lon- 

picciola scherani sortita in campagna e avviata 

tana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata 

ad 

a imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque 

giucava con ciò temesse 

sentisse bene a che rischioso giuoco giocava , e avesse anche paura 

non sotto 

di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: usci, con la 

pigliare avviò 

scusa di prendere un po' d' aria , e s' incamminò in fretta in fretta 
al convento, per dare al padre Cristoforo 1' avviso promesso. Poco 

scherani a uno, a due, alla spicciolata, 

dopo* si mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, 

da poi, 

per non parere una compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase 

lettiga e fu 

indietro che una bussola, la quale doveva esser» portata al ca- 

avaiizata. • Ragunaii 

solare, a sera moltrata; rome fa fatto. Radunati che furono 

quivi, villaggio: 

In quel luogo , il Griso spedì tre di coloro all'osteria del paesetto: 

sulla porta td i niovimenti della 

uno che si mettesse sull'uscio, a osservar» ciò che accadesse nella 

via, vigilare il momento in cui ogni abitante sarebbe ritirato: 

strada , e a veder quando tutti gli abitanti fossero ritirati : gli altri 

g.ucare 

due che stessero dentro a giocare e a bere , come dilettanti; e 

spiare, vi 

attendessero intanto a spiare se qualche cosa da spiare ci fosse. 
Egli, col grosso della truppa, rimase nell' agguato ad aspettare. . 

ancora. 

Il povero vecchio trottava ancora ; i tre esploratori arrivavano al 

f osto loro. cadeva, disse 

oro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse s 

' loro: soQ qua vado a cenare al»- 

« Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a 

l'osteria; al tocco dell' 

mangiare un boccone ; e, quando sonerà l'ave maria, verremo a pren- 
<iervi. Su, coraggio, Lucia! tutto dipende da un momento. » Lucia 

rispose : « oh si. 

fiospirò, e ripetè: « coraggio, » con una voce che smentiva la parola. 

compagnoni 

Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovarono 



130 I PROMESSI SPOSI 

quel tale già piantato ia sentinella, che ingombrava mezzo il vano 

colla ad colle 

della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite , con le braccia 

incrocicchiate petto, sguaraguatava dritta 

incrociate sul petto ; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra, 
facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni. 

Una berretta piatta cher nisino, posta per traverso, 

Un berretto piatto di velluto cherurisi , messo storto, gli copriva la 
Boetà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca , girava, da 
una parte e dalPaltra, sotto g;ll orecchi, e terminava in 
trecce, fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano 

mostra , 

un grosso randello ; arme propriamente, non ne portava in vista ; ma, 

immaginato 

solo a guardargli in viso , anche un fanciullo avrebbe pens ato che 

soppanno ve capire. primo 

doveva averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch'era 

dei tre gli fu presso, e mostrò di volere 

innanzi agli alti-i, fu li per entrare, colui, senza scomodarsi, lo 

fiso fiso giovane schifare quistione 

guardò fìsso fìsso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come 

da condurre a termine, 

suole Ognuno che abbia un' impresa scabrosa alle mani, non 

pure : 

fece Tlsta d^aeeorgerAene^ non disse neppure : fatevi in là ; e, ra- 

in 

sentando l'altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l'aper- 
tura lasciata da quella cariatide, I due compagni dovettero far» la 

dei 

stessa evoluzione, se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali 

fciià avevano intesa quei 

avevan già sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un 

deschetto giucavano tutti ad 

canto della tavola , giocavano alla mora, gridando tutt'e due in- 

un fiato versaDdosi 

Bieme (lì, è 11 s'"<>®<> ^^^ 1<* richiede), e mescendosi or l'uno 

a d' posto fra adoc- 

or l'altro da bere, con un gran fiasco ch'era tra loro. Questi pure guar- 

chiai-ouo i sopravvegntìu i; uno dei 

daron fìsso la nuova compagnia ; e un de' due specialmente, tenendo 

«ospesa in aria la destra grosse dita sparpagliate, e 

una mano in aria, con tre ditacci tesi e allargati , e avendo la 

squarciata ne 

\>occa ancora aperta» per un gran « sei > che n'era scoppiato fuori 

ben bene , indi fece 

'n quel momento, squadrò Renzo da capo a piedi ; poi diede d'occhio 

collega della porta , 

al compagno, poi a quel dell'uscio, che rispose con un cenno del capo. 
Renzo insospettito e incerto guardava ai suoi due convitati, come se 

nei una tutte quelle smorfie; 

vqle ise cercare ne' loro aspetti un' interpretazione di tutti que' segni: 

ostiere 

ma i loro aspetti non indicavano altro che un buon appetito. L'oste 



■ CAPITOLO VII. 131 

faccia att.-^nder 

guardava in viso a lui, come per aspettar gli ordini: egli lo fece ye- 

Gomandò 

nir» con sé in una stanza vicina, e ordinò da cena. 

quei chiese 

< Chi sono que' forestieri? » gli domandò poi a voce bassa, quando 

quegli 

quello tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco 
Va mano. 

ostiere , 

€ Non li conosco, » rispose 1' oste, spiegando la tovaglia. 
« Come? nò anche uno? » 

ad ambe 

«'Sapete bene, » rispose ancora colui, stirando, con tniVe due le 

sul desco, 

mani, la tovaglia sulla tavola, « che la prima regola del nostro me- 

cercare dei altrui: infìno alle 

stiere, è di non domandare i fatti degli altri : tanto che, fin le no- 

donne, le 

8tre donne non son" curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente 

gli anni 

che va e viene: è sempre un porto di mare: quando le annate son 

discreti pure ud po' di 

ragionevoli^ voglio dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon 

tempo. A noi basta che gli avventori oiano galantuomini: chi siano 
poi, o chi non siano, non fa niente. E ora vi porterò un piatto di 
polpette, che le simili non le avet'e mai mangiate. > 

volete 

€ Come potete sapere ... ? » ripigliava Renzo ; ma l'oste, già av- 

Quivi dava di mano al 

viato alla cucina, seguitò la sua strada. E li, mentre prendeva il 

si chetamente 

tegame delle polpette summentovate, gli s'accostò pian piano quel bra- 

giovane 

vaccio che aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: 

quei 

« Chi sono que' galantuomini ? » 

rovesciando 

« Buona gente qui del paese, » rispose l'oste, scodellando le pol- 
pette nel piatto. 

€ Va bene; ma come si chiamano? chi sono? » insistette colui^ 

aspretta. 

con voce alquanto sgarbata. 
« Uno si chiama Renzo, » rispose 1' oste, pur sottovoce: un buon 

giovane 

giovine, assestato ; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere. L'altrf 
è un contadino che ha nome Tonio : buon camerata, allegro : peccato 

ne ha- 

che n' abbia pochi ; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro è un semr 



I3J 1 PROMESSI SPOSI 

ciocco 

pliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con 

licenza. 

permesso. ^ 

scambietto iuterrogante, 

E, con uno sgambetto, usci tra il fornello e Hnterrogante ; e andò 

cui volete rap 

a portare il piatto a chi si doveva. « Come potete sapere, » riat- 

piccd sieno 

tacco Renzo, quando lo vide ricomparire, « che siano galantuomini, 
gè non li conoscete? » 

aUe 

« Le azioni , caro mio : 1* uomo si conosce all' azioni. Quelli che 

mostrano sai banco la faccia del re 

vono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza 

ccolare, attaccano quistjoni 

are, che non mettono su lite con gli altri avventori, e se hanno una 

di 

oltellata da consegnare a uno , lo vanno ad aspettar fuori ^ e lon- 
tano dall' osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli 

palito 

sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci 

fra 

conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia 
di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt' altro in 

dinanzi risuscitare 

testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un 
morto? » Così dicendo, se ne tornò in cucina. 
Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel 

inchieste ch'egli 

soddisfare alle domande, dice eh' era un uomo cosi fatto , che, in 

dei 

tutti i suoi discorsi , faceva professione d'esser® molto amico de* ga- 
lantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior 
compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di bir- 

Era, come ognun vede, un uomo d'un carattere ben singolare . 

boni. Che carattere singolare! eh? 

La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto 

assapporarne lentamente il diletto: il convitante 

^dersela con tutto loro comodo; ma l' invitante, preoccupato di ciò 

inquieto anche un po' 

che il lettole sa, e infastidito, « anche un po' inquieto del contegno 

strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si par- 
rispetto di quelli; 
lava sottovoce, per causa loro ; ed eran" parole tronche e svogliate. 

su un tratto 

« Che bella cosa, » scappò fuori di punto in bianco Gervaso, « che 

tor bisogno. ...» 

Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno...! » Renzo gli feca 



CAPITOLO VII. J33 

tn tacere, bestia ! » 

on viso brusco. « Vuoi stare zitto, bestia? » gli disse Tonio, accom- 
andò lan- 
pagnando il titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più 

gnendo osservando una stretta so- 

fredda, fino alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare come nel 

brietà , lestiinonii modo da 

bere, attese a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di 

baldanza, andar fuori 

dar loro un po'di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, 

lo scotto 

pagato il conto da colui che avea fatto men guasto, dovettero tutt* 

nuovamente dinanz/* 

€ tre passar novamente davanti a quelle facce , le quali tutte si 

rivolsero la prima volta. Quand' egli ebbe fatti 

voltarono a Renzo , come quand' era entrato. Questo , fatti eh' ebbe 

guardò 

pochi passi fuori dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che 

seguivano : coi 

aveva lasciati seduti in cucina, lo seguitavano : si fermò allora, co' 

che 

suoi compagni, come se dicesse : vediamo cosa voglion" da me co- 
storo. Ma i due , quando s' accorsero d'essere osservati , si ferma- 
rono anch' essi , si parlarono sottovoce , e tornarono indietro. Se 

presso rilevarne le 

Renzo fosse stato tanto vicino da sentir le loro parole, gli sarebbero 

■queste parute strane assai. 

parse molto strane. « Sarebbe però un beli' onore , senza con- 

dei 

tarala mancia, » diceva uno de'. malandrini, « se , tornando al pa- 

di costure 

lazzo , potessimo raccontare d'avergli spianate le costole in fretta in 

per 

fretta, e così da noi, sex ^a che il signor Griso fosse qui a regolare. 

Ecco 

« E guastare il negozio principale! » rispondeva l'altro. « Ecco: 

8i addato Ih , 

s'è avvisto di qualche cosaj si ferma a guardarci. Ih! se fosse più 

Torniamcene 

tardi! Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente 

ogni parte : 

da tutte le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio. > 

V' brulichìo ronao 

C'era in fatti quel brulichio , quel ronzio che si sente in un vil- 

sul far della 

iaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete 
solenne della notte. Le donne venivan" dal campo, portandosi in collo 

traendo figliuoletti adulti 

i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini , ai quali 

ripetere orazioni colid 

facevano ^[^q Iq divozioni della sera; venivano gli uomini, con le 

colle in su le 

▼anghe, e con le zappe sulle spalle. All' aprirsi degli usci , si vede- 

udivaiio 

van° luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva 



JU I PROMESSI spos: 

ria salati dati e rendati e colloqui! brevi e tristi scarsezza del 

■ella strada barattare i saluti, e qualche parola, sr^Ja scarsità della 

ricolto, anno: udivano 

raccolta, e sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano 

squilla 

i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il finir» 
del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti s' eran» ritirati, 

a bassa voce 

continuò la sua strada nelle tenebre crescenti , dando sottovoce ora 

Ginn- 

un ricordo, ora un altro, ora all'uno, ora all'altro fratello. Arri va- 
lere eh' egli (atta. 
rono alla casetta di Lucia, eh' era già notte. 

concetto 

Tra il primo pensiero d* una impresa terribile, « 1* esecuzione di 
essa, {ÌÌ& detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo 
è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore, 

■elle la stessa Agnese , 

nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, 1' autrice 
del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per rin- 

del in 

corare la figlia. Ma, al momento di destarsi , al momento cioè di 

«ni sì vuol por mano acione. 

dar principio all' opera , l' animo si trova tutto trasformato. Al 

ed contendevano ' 

terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore 

si 

• u» altro coraggio : l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova 

più si apprendeva da prima . 

apparizione : ciò ohe prima spaventava di più, sembra talvolta dive- 
in un punto agevole s'ingradisce 

nuto agevole tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo 

che appena si ora avvertito : si arretra spaventata, 

a cui s'era appena badato; l'immaginazione dà indietro sgomentata; 

negano il loro uncio , 

le membra par die ricusino d'ubbidire; e il cuore manca alle pro- 
messe che aveva fatte con più sicurezza. Al picchiare sommesso di 

presa 

Renzo, Lucia fu assalita da tanto terrore, che risolvette, in quel 

esser 

momento, di sofi'rire ogni cosa, di star sempre divisa da luì, piuttosto 

the la risoluzione presa; egli mostrato , 

ch'eseguire quella risoluzione; ma quando si fu fatto vedere, ed 
ebbe detto : « son qui, andiamo ; > quando tutti si mostrarono pronti 

irrevocabile. 

ad avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia 

spazio cuore d' intromettere 

non ebbe tempo né forza di far difficoltà , e^ come strascinata , 
prese tremando un braccio della madre, un braccio del promesso sposo, 

colla 

e bì mosse con la brigata avventuriera. 



CAPITOLO vn. 185 

d'Ila porta 

Zitti zittì, nelle tenebre, a passo misurato, uscii'ono dalla casetta', 

di «t- 
e presero jg, strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata d'at- 
traversarlo , per divenire ■ili' altro capo dove era la 

traversarlo: che s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma 

queir .iltra veduti. viottoli 

scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e i 

giunsero presso quivi 

campi, arrivaron vicino a quella casa, e li si divisero. I due pro- 
messi rimasero nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro, 

ad incontrare 

ma un po'più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, 

ad col disuiiliccio 

e a impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non 

si 

sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla, s' 

toccarono il martello. 

rfTacciaron*' bravamente alla porta, e picchiarono. 

alla si a> 

€ Chi è, a quest' ora? » gridò una voce dalla finestra, che s' a- 

perse Malati 

prì in quel momento: era la voce di Perpetua. « Ammalati non ce 
n'è, eh* io sappia. È forse accaduta qualche disgrazia? » 

Son' 

« Son io, » rispose Tonio, « con mio fratello, che abbiam° biso- 
gno di parlare al signor curato. » 

risDOSe 

< È ora da cristiani questa? »* disse bruscamente Perpetua. « Che 
discrezione? Tornate domani. » 

riscossi 

€ Sentite; tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, 

veniva 

e venivo a saldar^ quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque 
belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come 

ne 

spenderli, e tornerò quando n' abbia messi insieme degli altri. » 

vado 

« Aspettate , aspettate : vo e torno. Ma perchè venire a que^ 
st' ora? » 

«Gli liorlccTatl^ancb^io, poco fa ; e ho pennato, come 
\i flieo, ehe, se li (engo a dormir con me, non so eli 

Se potete mutarla, 

Che parere sarò domattina. Però, se 1* ora non vi pìace^ 

io non mi oppongo : vado. » ^ 

non so che dire: per me, son qui; e 83 non mi volete, me ne vo. » 
« No, no, aspettate un momento: torno con la risposta. » 

spìccd 

Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò 



13f I PROMESSI SPOo* 

Sotto voce 

dai promessi, e, dotto sottovoce a Lucìa: « coraggio; è un mo- 
gli è venne ad unirsi 

mento; è come farsi cavar-^ un dente , » si riunì ai due fratelli, 

dinanzi alla porta. 

davanti all' uscio ; e sì mise a ciarlare con Tonio, in maniera che 

tornando e veggendola quivi ella passava per 

Perpetua, venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbat- 

di là, aveva 

tuta li a caso, e che Tonio V avesse trattenuta un momento. 



CAPITOLO Vili. 



Chi 

Cameade! chi era costui ? — ruminava tra sé don Abbondio se- 
ai di sopra . 
doto sul SUO seggiolone , in una stanza del piano superiore , con un 

libricciuilo dinanzi i-i»» 

libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli 1 im- 

^ ' ^ ^ di intesa 

basciata. — Cameade 1 questo nome mi par bene d' averlo letto o 

latto; 

sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo 
antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? Tanto il 

p iver nomo 

pover' uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si adden- 

in 

^asse sul capol 

qnalche ri- 

Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pò- 

^•a giorno. ed 

chino ogni giorno ; e un curato suo vicino, che aveva un po' di li- 
breria, gli prestava un libro dopo 1' altro, il primo che gli veniva 
alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, 
convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto 
alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in 
onore di san Carlo , detto con molta enfasi , e udito con molta am« 

vi 

mirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v' era pa- 
dello 
ragonato, per l'amore allo studio, ad Archimede ; e fin qui don Ab- 
bondio non trovava inciampo; perchè Archimede ne ha fatte di cosi 

belle 

curiose, ha fatto dir tanto di sé , che, per saperne qualche cosa, 

mestieri una 

non c'è bisogno d' un' erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, 



38 1 PROMESSI SPOSI 

quivi 

roratore chiamava a paragone anche Cameade : e li il lettore era 

questa , annunziò 

rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar 
la visita di Tonio. 

anch' egli 

€ A quest' ora? » disse anche don Abbondio, com'era naturale. 

Che vuol ella,? Non 

€ Cosa vuole? non hanno discrezione: ma se non lo piglia al 

volo .... » 

S« pigliare. 

€ €iià: se. non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fa< 

vgii, Tonio?» 

telo venire . . . EhiI ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui? » 

scese , aperse la porla , 

« Diavolo! » rispose Perpetua, e scese; apri l'uscio, e disse: 

luustrò ; in quella si 

« dove siete? » Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne 

mostiò pure 

avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome. 

donde 

« Buona sera, Agnese, > disse Perpetua: « di dove si viene, a 
quest' ora? » 

« Vengo da .... > e nominò un paesetto vicino. « E se sape- 

iiidugiaia 

sta ... » continuò: < mi sono fermata di più , appunto in grazia 
vostra. > 

ri''olt» ai 

« Oh perchè? » domandò Perpetua; e voltandosi a' due fratelli, 
« entrate, » disse, « che vengo anch' io, » 

ripigliò 

« Perchè, » rispose Agnese, « una donna di quelle che non sanno 

si 

le cose, e voglion" parlare . . . credereste ? s'ostinava a dire che voi 

sposata Beppe 

non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lun- 

vi sosteneva 

ghigna, perchè non v' hanno voluta. Io sostenevo che «lete stHta 

voi die gli avete rifiutati, l'uno e l'altro ...» 
€ Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei? » 
« Non me lo domandate, che non mi piace metter male. » 

lo 

« Me lo direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda! » 

Basta ... ; saputo mal» 

€ Basta .... » ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto 

conoscer 

di non saper bene tutta la storia, per confonder colei. » 

m È una bugiscciaccia , » disse Perpe;ua, « la più infame ! 

« Guardate se si può inventare, a questo modoi » esclamò di 

Quanto Beppo 

naovo Perpetua; e riprese subltok in quanto a Beppe, tutti 



CAPITOLO Vili. 13f 

socchiudete la porta 

sanno, e hanno potuto vedere . . . Ehi, Tonio! accostate 1* uscio, e 

ch'io rispose di dentro che sì, 

ialite pure, che vengo. » Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua 

proseguì 

continuò la sua narrazione appassionata. 

alla porta si 

In faccia all' uscio di don Abbondio, s' apriva, tra due casipole ^ 

la quale non correva diritta più che la lunghezza d' quelle e vo'ee^'i 

una stradetta, che, finite quelle, voltava 

nei campi. tra-si 

m un campo. Agnese vi s'avviò, come se volesse tirarsi alquanto in di- 

liberamente. Quando 

sparte, per parlar» più liberamente ; e Perpetua dietro. Quand'ebbero 

volt itn il canto, 

voltato , e furono in luogo, donde non si poteva piti vedere ciò che 

dinanzi 

accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossi forte. Èra 

spgno : inte'<e. animo 

vi segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta 

braccio, ed entratribi voltarono anch'essi il loro can*o, 

di braccio; e tutt'e due, in punta di piedi, vennero avanti, ra- 

strisciaron quatti qnat'i r'sente il muro, vennero alla porta, l'ap-iron-» dilicata- 

sentando il muro, zitti zitti; arrivarono all'uscio. Io spinsero adagino 

mente; uno e due, furono andito: quivi 

adngino; cheti e chinati, entraron nell'andito, dov'erano i 

aspettare abb'ssd pian piano il saMscendo nel monachetto: 

due fratelli, ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l'uscio pian piano; 

tutti pur romore due. 

e tutt'e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per imo. 

si fecero ali» porta 

Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s'avvicinarono all'uscio della 

che _ sUa parete. 

stanza, eh* era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro. 

spiegata. 

« Beo gratias, » disse Tonio, a voce chiara. 

€ Tonio, eh? Entrate, » rispose la voce di dentro. 

schiuse le imposte era necessario 

n chiamato apri l'uscio, appena quanto bastava per poter 

'gli !.d riga 

passar® lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì 

scorse a'travcrso il 

d' improvviso per quella apertura, e si designò sul pavimento oscuro 

trepidire s' eli» scoverta. 

del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati 

chiuse r uscio dietro : 

1 fratelli, Tonio si tirò dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili 

le ' romore 

nelle tenebre, con 1' orecchie tese , tenendo il fiato : il rumore più 
forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia. 
Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, rav« 

imbacuccato in un vecchio berretto a foggia di camaur*V 

volto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, 

pic- 
che gli faceva cornice intomo alla faccia, al lume scarso d'una pic- 

eiola 

còla lucerna. Due folte ciocche di eapellf^ che gli scappavano faof 



140 I PROMESSI SPOSI 

del berre'to inn«ta echi , 

^ella papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi , un folto pizzo^ 

^el lungo del mento , brunazza 

tutti canuti^ e sparsi su quella faccia bruna e rugo- 

nevicosi 

•sa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da 

chiarore della 

<in dirupo, al chiaro di luna. 

cavava gH 

« Ah! ah! » fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li 

libricciuolo. 

riponeva nel libricciolo. 

€ Dirà il signor curato, che son venuto tardi, > diss© Tonio, in- 
chinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso. 

che 

« Sicuro eh' è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che 
dsono ammalato? > 

oh me ne spìace! » 

« Oh! mi dispiace. » 

inteso dire, 

€ là avrete sentito dire ; sono ammalato , e non so quando potrò 

tirato 

fasciarmi vedere .... Ma perchè vi siete condotto dietro quel . . . • 
.quel figliuolo ì » 

< Cosi per compagnia, signor curato. » 
€ Basta, vediamo. » 

berlinghe 

« Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a 

cavandosi gruppetto 

xa vallo, > disse Tonio, levandosi un involtino di tasca. 

il gruppetto 

« Vediamo, » replicò don Abbondio: e, preso l'involtino, si ri- 
io spiegò, volse rivolse 

«nesso gli occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le 

noverò irreprensibili. 

j'i voltò, le trovò senza difetto. 

< Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla. » 

e ad e cae- 

« L giusto, rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levi 

.fiata una chiave , 

••ma chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani 

aperse d' imposta . colla 

;gli spettatori, apri una parte di sportello, riempì l'apertura con la 

introdusse riti- 

|)ersona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per pren- 

lare il pe^^no ; lo ritirò, chiuse svolse il cartoocino, disse ' 

.der la collana; la prese, e, chiuso 1' armadio, 

« va bene! » lo ripiegò e lo consegnò a Tonio. 

da consegnò a Tonio, dicendo: « va bene? » 

questi, 

< Ora, > disse Tonio, « si contenti di mettere un po' di nero sol 
4)ianco. » 



CAPITOLO Vlil. 141 

« Anche questa! » disse don Abbondio: le sanno tutte. Ih!com*àr- 
divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me? » 

Ella Ma . 

« Come, signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma sic-- 
Dome il mio nome è sul suo libraccio, della parte del debito . , 

ella 

dunque, giacché ha già avuto l'incomodo di scrivere una volta^ 
cosi . . . dalla vita alla morte .... » 

< Bene bene, » interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé' 

un cassetto ne tolse 

una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si 

pose ti misura 

mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano» 

ad 

che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno^ 

posero in piedi dinanzi modo di to 

Gervaso , si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d'impe- 

g'iere scrittore della porta; 

dire allo scrivente la vista dell' uscio; e, come per ozio, andavano- 

soffregando coi 

stropicciando, co' piedi, il pavimento, per dar segno a queicU'c- 

di che entrassero fo- 

rano fuori, d'entrare, e per confondere nello stesso tempo il ru- 
more a tuffato 
more delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scritturay- 

Al fruscio dei 

non badava ad altro. Allo stropiccio de' quattro piedi, Renzo prese 
un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, 

traendosela per si 

tirandosela dietro tutta tremante, che da sé non vi sarebbe potuta 

condurre. comprimeDdo re- 

venire. Entraron° pian piano, in punta di piedi, rattenendo il re- 
spiro, collocarono 
spiro j e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio,- 

sollevar 

finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla^ 

sarete contento orai » 

carta ; la piegò in quattro, dicendo : « Ora, sarete contento ?» e, 

levatisi sporse con 1' altra il foglio 

levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con l'altra a 

la faccia. stendendo la destra a pren- 

Tonio, alzando il viso Tonio, allungando la mano per prender la 

derlo, parte, ad 

carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dall'altra; 

ed ecco apparire nel mezzo 

e, nel mezzo, come al dividersi d' una scena, apparvero Renzo & 

intravvide, 

Lucia. Don Abbondio, vide confusamente, poi vide eliiaro, si spa- 
ventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto 
questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: « si-^ 

testimonii 

gnor curato, in ^presenza di questi testimoni, qtiest' è mia mojglie. »- 



142 I PROMESSI SPOSI 

in riposo. 

Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio^ 

aveva già lasciata quitanza, colla manca e 

lasciando cader^ la carta, aveva già afferrata e alzata, con la 

sollevata destra che copriva 

mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavo- 
la tavola gittando a 

lino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, cala- 
la tavola 

maio e polverino ; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s' era 
avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e al- 
lora tutta tremante, aveva appena potuto proferire : « e questo ...» 

giitato 

che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla 

volto 

testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E 

tosto, si 

subito, lasciata cader^ la lucerna che teneva nell'altra mano, s'aiutò 

ravvolgerle quel drappo intorno alla faccia, 1' affo- 

anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffo- 

gava ; _ a testa colie un toro ferito: Perpetua, 

gava; e intanto gridava quanto n'aveva in canna: « Perpetuai 

Perpetua tradimento, morente 

Perpetua! tradimento ! aiuto! » Il lucignolo, che moriva sul pavi- 
mento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la 

pure svilupparsi 

quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva 

sbozzata git_ 

parere una statua abbozzata in creta, sulla quale l'artefice ha get- 
tato 

tato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la po- 
lentone 1* porta ad 
veretta, e andò cercando a tastoni l'uscio che metteva a una stanza 

interna, la vi entrò . 

più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando 

Perpetua, tradimento, aiuto, casa, 

tuttavia : « Perpetua ! tradimento ! aiuto ! fuori di questa casa ! 

casa. » 

fuori di questa casa I » Nell'altra stanza, tutto era confusione : Renzo, 

cogliere remigando colla 

cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se fa- 
gatta giunto alla porta . bussava 

cesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio, e picchiava, gridando: 

apra, 

< apra, apra,* non faccia schiamazzo. » Lucia chiamala Renzo, con 

supplicando : 

voce fioca, e diceva, pregando : « andiamo , andiamo, per l'amor di 

scopand') colle 

Dio. > Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, 

adunghiare quitanza. 

per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gri- 

trasalcava, la porla della 

dava e saltellava, cercando 1* uscio di scala, per uscire a salva- 
mento. 

arrestarci 

In mezzo a questo serra serra, non possiam° lasciar^ di fermarci 



CAPITOLO Vili. 143 

il quale 

un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in 

tramesso 

casa altrui, che vi sera introdotto di soppiatto, e teneva il padrone 
stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppres- 

■ del fatto egli 

fiore ; eppure, alla fin® de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sor- 
preso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente 

ai egli 

a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che fa» 

torto. sovente 

ceva un sopruso. Cosi va spesso il mondo .... voglio dire, cosi an- 
dava nel secolo decimo settimo. 

veggendo sgomberare 

L'assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, 

aperse in sul sagrato, 

apri una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede 

Batteva la piU bella luna del mondo; 

a gridare : « aiuto ! aiuto I » Era il più bel chiaro di luna ; l'ombra 
della chiesa, e più in fuori l'ombra lunga ed acuta del campanile, si 

iimu9bil3 e netfa del sasrrato : 

stendeva bruna, e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza* 

discernere 

ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin 

giungeva 

dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. 
Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che 

guardava * picciolo 

rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un 

questi quello 

bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel 

sformato fé' baizo in sul letto, ne scese in fretta, aperse 

disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, april'impan- 

rìnestrella , la testa fuori, colle palpebre incollale tuttavia, 

nata d'una sua fìnestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra' peli, 

« che 

e disse : « cosa e' è ? » 

< Correte, Ambrogio l aiuto ! gente in casa, » gridò verso lui don 

quegli; 

Abbondio. « Vengo subito, rispose quello; tirò indietro la testa, ri- 
trasognato 
chiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra'l sonno, e più che 

uno 

mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto 

che non gliene venisse dimandato, cacciarsi egli qual 

di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale 

eh' ei letioi caccia- 

si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto ; se le cac- 

sele 

eia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per 
una scaletta di legno ; corre al campanile, afferra la corda della 

v' 

più grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello. 



144 I PROMESSI SPOSI 

gar- 

Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i gio* 

gfixi e s'alzano in piedi.«Che è ♦" 

vinetti sdraiati sul fenile, tendon<' l'orecchio, si rizzano. « Cos'è?^ 

Che Fuoco? Ladri? Banditi? 

Cos'è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi? » Molte donne 

si muovere , 

consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli 

si 

altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si 

si rappiattano sotto le colti i: 

arrendessero alle preghiere, ritornan sotto : i più curiosi e piìi 

torre archibugi ro- 

oravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al ru- 
more 
more: altri stanno a vedere. 

Ma, prima che quelli fossero all' ordine, prima anzi che fosser" 

romore 

ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d'altre persone che ve- 

in piedi 

gliavano, non lontano, ritte e vestite j i bravi in un luogo, Agnese e 

Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser" 

coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare- 
tutte le porte chiuse 
e parte all'osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e^ 

via uscirono , 

la strada deserta, uscirono In fretta, eomc se si fossero av- 

mostrando di andarsene lontana , 

visti d'aver fatto tardi, « dicendo di voler andar subito a casa 

pian piano pel villaggio, onde chiarirsi 

diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro s& 

ognuno era ritirato ; iscontrarono viva 

tutti eran ritirati ; e in fatti , non incontrarono anima vivente, né 

intesero picciolo e più pianamente, di- 

sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, da-^ 

aanzi 

vanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacché non> 

vi diritto , 

c' era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la 

Tosto egli pose 

loro relazione al signor Griso, Subito, questo si mise in testa ui> 

in su 1« 

cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di' 

arselle , in mano 

conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: <c andiamo d* 

si mosse 

bravi : zitti, e attenti agli ordini, » s' incamminò il primo, gli altri 

breve divennero 

dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada- 
opposta a quella per cui se n'era allontanata la nostra brigatella, 
andando anch'essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa,, 
alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto 

al que' 

deserto e tranquillo di fuori, fece venire avanti due di quei tristi^ 



CAPITOLO Vili. U5 

chetamente chiudea 

diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il corti 

di appiattarsi dopo una folta 

letto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folt 

itcaia ch'egli aveva appostata il niat'iuo. 

fico, sul quale aveva messo l'occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò 

so'i iiif-ssiiii'euie, dcnian- 

pian piano , con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chie- 
davi 
deva ricovero, fino a giorno. Nessun° risponde : ripicchia un po' più 

De un egli 

forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo ma- 

calare al modo degli coli' 

landrino , lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con 1' or- 

sconflccar bel bello chiavisrello per di dentro onde 

dine di sconficcare adagio il paletto, per aver libe. o 

si 

r ingresso e la ritirata. Tutto s'eseguisce con gran cautela, e con pro- 

Vassene 

spero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar® con sé, li 

rimpiattarsi a canto ai primi, rabbatte l'uscio dolce dolce 

manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l'uscio di 

posa al dentro, dritto all\ psria 

Strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all'uscio 

Bussi quivi; 

del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e' poteva ben aspettare. 

quel! ' porta ; 

Sconficca pian pianissimo anche quell'uscio : nessuno di dentro dice : 

là: 

chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti 

della ficaia, 

dunque : « st, » chiama quei del- fico, entra con loro nella stanza 

il mattino 

terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel 

tozzo pietra focaia, 

pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, ac- 

mette piede 

cende un suo lanternino, entra nell'altra stanza più interna, per ac- 

vi Ritorna , 

certarsi che nessun" ci sia: non c'è nessuno. Torna indietro, va 

della orecchi ; 

all'uscio di scala, guarda, porge l'orecchio: solitudine e silenzio. La- 
ai 
scia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, 

_ che 

cn'era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo do\!eva 

minacciare, acchetare, comandare, essere insomma il dicitore, affin- 

H sua loqueli 

che il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedi- 
zione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro 
il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni sca- 

pedotA 

lino che scricchiolasse , ogni passo di que' mascalzoni che facesse 

remore. 

rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge molle- 

U porta stanza. l'imposta 

mente 1 uscio che mette alla prima stanza; l'uscio cede, si fa spi- 



U6 1 PROMESSI SPOSI 

scuro 

raglio: vi mette 1' occliio; è buio: vi mette l'orecchio, per sentire 
se qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro j niente. Dunque avanti: 

jiousi dinanzi muso 

si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, ' 

la porta, scorge 

spalanca l'uscio, vede un letto j addosso: il letto è fatto e spianato, 

colla distesa 

con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezMile. Si stringe 

v'olge eh' egji 

nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a veder 

all' tengan vi va, 

neir altra stanza , e che gli vengan dietro pian piano ; entra , fa le 
stesse cerimonie, trova la stessa cosa. « Ohe diavolo è questo?» dice 

egli spiegatamente: 

allora: «che qualche cane traditore abbia fatto la spia?» 

dauuo 

Si metton tutti, con men cautela, a guardare , a tastare per ogni 

cantone, inetion sossopra tale t'acceuda, 

canto, buttan sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, 

vegliano alla porta della via , venire per quelli, 

i due che fan la guardia all' uscio di strada, sentono 

dal di fuori del villaggio, avvicinarsi e spesseggiare uua picciola peda- 

un calpestio di passini frettolosi, che s'avvicinano in 

ta: che quel dritto; stanno 

fretta ; s' immaginano che , chiunque sia , passerà diritto ; stan 

cheti tengono Ed ecco che la pedata 

quieti, e, a buon conto, si mettono all'erta. In fatti, il calpestio si ferma 

alla porta , in fretta 

appunto all'uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre 
Cristoforo ad avvisar» le due donne che, per l'amor del cielo, scap- 

tosto rifuggissero 

passero subito di casa, e si rifugiassero al convento , perchè .... il 

cateuaccio, bussare 

perchè lo sapete. Prende la maniglia del paletto , per picchiare , e 

traballar nella scassinato. 

se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. — Che è 

questo?, egli, l'imposta atterrito; quella s'apre, egli 

questo? — pensa; e spinge l'uscio con paura: quello s' apre. Me- 

ua piò ad 

nico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto 

brancare due 

acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a si- 
tuono taci, E^ii 
Distra, che dicono, in tono minaccioso: « zitto I o sei morto. » Lui 

air opposto alza uno strido : degli alTerratori dà d' una gran zampa 

in vece caccia un urlo: uno di que' malandrini gli mette una mano 

in suUa bocca, mette mano ad 

alla bocca ; 1' altro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il 

pur 

garzoncello trema come una foglia , e non tenta neppur di gridare ; 

ad in sua vece. tuono, scoppia 

ma, tutt' a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir 

squilla 

quel primo tocco di campana cosi fatto, e dietro una tempesta di 

alla 

rintocchi iu fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio mi- 



CAPITOLO Vlir. 147 

qaei 

lanese : all'uno e all' al%ro furfante parve di sentire in que' tocchi il 
suo nome, cognome e soprannome : lasciano andar® le braccia di Me- 

il 

meo, ritirano le loro in furia, spalancan*» la mano e la bocca, si 

cera 

guardano in viso, e corrono aHa casa, dov' era il grosso della com- 

fuora, é contraila 

pagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campa- 
vi 
nile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri fur- 

rovistavano all' e 

fanti che frugavan la casa, dall'alto al basso, il terribile tocco fece 

sconfondoJPo si 

la stessa impressione : si confondono , si scompigliano , s' urtano a 

via breve gittarsi alla porta. 

vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all'uscio. 

eir 
Eppui>e era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso ; ma 

oontra 

non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non 
s' era fatto vedere un po' da lontano , prima di venir loro addosso. 

Vi la 

Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che 

un gregge 

fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di 

sbandano, 

porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno 

un' orecchia in. ischiera, muso . 

per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; 

ad momento, 

abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; cosi il pelle- 
grino acciuffa un° di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa 

indietro, v'eran 

indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan 

già presso , scorrazzano, 

da quella parte: grida agli altri che corron qua e là , senza saper 

dove, Alto! 

dove ; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. « Presto 

Alto! 

presto ! pistole in mano , coltelli in pronto, tutti insieme : e poi an- 
dcremo: così si va< Chi volete che ci tocchi, se stiam" ben insieme, 

gagliofloni? 

sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i vil- 

Dietro 

lani ce ne daranno. Vergogna ! dietro a me , e uniti. » Dopo questa 

pose 

breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come ab- 

capo del 

biam" detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che 

tennero 

metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine. 

addietro pigliare 

Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese 

piantate al di là d' un certo canto. 

e Perpetua, che abbiami lasciate in una certa stradetta. Agnese 



14S I PROMESSI SPOSI 

ili slontanar 

aveva procurato d'allontanar l'altra dalla casa di don Abbondio, il 

ad 

più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata 

ad dell-» porta ri 

bene. Ma tutt* a un tratto, la serva s' era ricordata dell' uscio ri- 

m n s • n n pe "t a . 

masto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che ridire: 
Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar 

soprattenerla 

con lei, e andarle dietro, cercando però di trattenerla, ogni volta che 

iifervorat» quei mafrimoiiii 

la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que' tali matrimoni 

una grande di te > pò in tempo, 

andati a monte. Mostrava di dai 1* molta udienza, e, ogni tanto , 

cicalio 

per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalio, diceva: « si- 

la e?li? 

curo : adesso capisco : va benissimo: è chiara : e poi ? e lui? e voi? » 

ma 

Ma intanto, faceva un altro discorso con sé stessa. — Saranno 

O allocchi 

usciti a quest' ora ? o saranno ancor dentro ? Che sciocchi cl«e siamo 

tutii dare avviso » me 

stati tutt' e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi , 

la 

quando la cosa fosse riuscita! E stata propria grossa I Ma è fatta: 

il ineplio è di il si possa : 

ora non c'è altro che tener costei a bada, più che posso : alla peggio, 

pose scorserelle, s'e'-an<i. 

sarà un po' di tempo perduto. — Cosi, a corserelle e a fermatine, eran 

fico -dotte lontano 

tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non 

quel tal cn'o' 

vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi 

ad della narrazione , 

a un punto importante del racconto , s' era lasciata fermare senza 

avvedersene. repente s' 

far resistenza, "anzi senza avvedersene; quando, tutt'a un tratto, si 

adi 

senti venir rimbombando dall' alto, nel vano immoto dell' aria, per 
l'ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Ab- 
bondio: « aiuto! aiuto! » 

che cosa è 

«Misericordia! cos'è stato?» gridò Perpetua, e volle correre. 

f ho che rifene' dola gonna. 

€ Cosa e'é? cosa e* è? » disse Agnese, tenendola per la sottana. 

inteso? 

« Misericordia! non avete sentito? » replicò quella, svincolandosi. 

Che che 

« Cosa c'è? cosa «'è? » ripetè Agnese, afferrandola per un 
braccio. 

ributtandola 

« Diavolo d'una donna! » esclamò Perpetua, respingendola, per 

a correre. Tu quella. sonile, 

mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, 

s'ode lo strillo 

più istantaneo, si sente 1' urlo di Menico, 



CAPITOLO Vili. i« 

a 

«Misericordia! » grida anche Agnese; e di galoppo dietro l'altra. 

Itìvate le calcagna, 1 squilla iniouò: 

Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana : 

una seguenza : 

un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne 

giunse di due passi la piima ; 

avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell'altra; 

vuol lanciare la luano alle imposte e spalancarle, ecco le si spalancano per 

mentre vuole spinger l'uscio, 1' uscio si spalanca di 

dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, 

n' salielloni, 

che, trovata la scala, eran» venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel 

luarlellairenio 

terribile scampanio, correvano in furia, a mettersi in salvo. 

che (.he 

- Cosa c'è ? cosa c'è? » domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le 

Come! 

risposero con un urtone, e scantonarono. « E voi! come! che fate qui 
voi? » domandò poscia all' altra coppia , quando V ebbe raffigurata. 
Ma quelli pure usciron" senza rispondere. Perpetua, per accorrere 

do-' era maggior bisogno, chiese si gettò a l'uria 

dove il bisogno era maggiore , non domandò altro , entrò in fretta 

galoppò a tentone 

neir andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. 
I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arri» 

iraiiibasciata e atfannosa. diss' e la traendo 

vava tutt'affannata. « Ah siete qui! » disse questa, cavando fuarl 

siei.io. L Olire che cos' è 

la parola a stento : com' è andata? cos'è la campana? mi par d'a- 

inteso .... » 

vere sentito ..." 

la 
« A casa, a casa, » diceva Renzo, « prima che venga gente. » E 

a tutta si pone dinanzi a loro 

s'avviavano; ma arrivaMenico di corsa, li riconosce, li ferma, 

colla Hiezzo spenta, 

e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: 4. dove andate? 
indietro , indietro ! per di qua, al convento ! » 
€ Sei tu che .... ? » cominciava Agnese. 

che è I » 

« Cosa c''è d^ altro ? » domandava Ronzo. Lucia, tutta smarrita^ 
taceva e tremava. 

anelante. vedati 

« C'è il diavolo in casa, » riprese Menico ansante. Gli ho visti io: 
m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche 

Reiiao; \eduti 

voi, Renzo, ha dotto che veniate subito : e poi gli ho visti io : prov- 

tuiii : 

▼idenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori. » 



no I PROMESSI SPOSI 

che Cervello 

Renzo, ch'era il più in sé di tutti, pensò che, di qua o di là, con- 
accorresse , 
veniva andar subito, prima che la gente accorresse j e che la più si- 

colla 

cura era di far^ ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la 

del garbuglio e 

forza d'uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, aJ 

chiedere garzoncello 

potre.bhe domandare alragazzo una spiegazione più chiara. « Cammina 

iunanz*- Si volsero, 

avanti, » gli disse. « Andiam" con lui, » disse alle donne. Voltarono, 

tirarono il sagrato, 

s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron^ l? piazza^ 

v' viva , 

dove per grazia del cielo, non c'era ancora anima vivente ; entrarono 

passava 

in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbon- 

alla prima callaìetta che trovarono, dentro ; pei 

dio; al primo buco che videro In una siepe, dentro, e via per i 

campi. 

ancora dilungati 
Non »' eran" forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente 

a trarre sul sagrato; £d ogni niomento ingrossava. 

cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si 
guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una do- 
manda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati cor- 
sero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di 

ad finestrucolo, a 

fuori ; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di 

balestriera ; 

feritoia, cacciò dentro un: « che diavolo c'è?» Quando Ambrogio 

intese fatto certo 

sentì una voce conosciuta, lasciò andare la corda; e assicurato dal 

ronzio che 

ronzio, eh' era accorso molto popolo, rispose : « vengo ad aprire. » Si 

adatto per 

mise in fretta l'arnese che aveva portato sotto il braccio , venne, dalla 

aperse. 

parte di dentro, alla porta della chiesa, e l'aprì. 

« Che cosa — Che cosa è? 

€ Cos' è tutto questo fracasso ? — Cos'è? — Dov'è? — Chi è? » 

un' im- 

« Come, chi è? » disse Ambrogio, tenendo con una mano un bat- 

posta , abbiglian:ent8 

tento ,della porta, e, con l'altra, il lembo di quel tale arnese. 

Non Gente 

Me s'era messo così in fretta : » come ! non lo sapete ? gente in casa 

Alto, 

del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto. » Sivoltan" tutti a quella 

guardano, vi si »ppressano in frotta, ancora pò gon le oiec- 

casa, vi s' avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orec- 

chie : alla f.orta 

Dhi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove e* era l'uscio: 

della via: chiusa e sprangata; Guardano 

è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano 



CAPITOLO VITI. 151 

v' 

m su auoìieloro: non c'è una finestra aperta: non si sente uno 
zitto. 

< Chi è là dentro? — Ohe, ohe! — Signor curatol — Signor cu 
rato! » 

Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl'invasori, 
s'era ritirato dalla finestra, e l'aveva richiusa, e che in questo mo- 

battagliar sotto voce 

mento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l'aveva lasciato 

quel viluppo. 

solo in quell'imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di 
popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si 

invocato. 

pentì d'averlo chiesto. 

Che cosa 

< Cos' è stato? — Che le hanno fatto? — Chi sono costoro? 
— Dove sono? » gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto. 

« Non c'è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa. » 
4. Ma chi è stato? — Dove sono andati? — Che è accaduto? » 

< Cattiva gente, gente che gira di notte ; ma sono fuggiti : tornata 
A casa; non c'è più niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del 

litrasse , 

vostro buon cuore. » E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra. 

belfare be- 

Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a sa- 

stemraiare; s' avviava. io 

grare ; altri si stringevano nelle spalle, e se n'andavano : quando ar- 
riva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava co- 

ro- 

stui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al ru- 
more, fatto quel 
more, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello 

rimescolamento dei si rannodai li. 

scompiglio de' bravi , quando il Griso s' affannava a raccoglierli. 

riovuto il 

Quand'ebbe ripreso fiato, gridò: « che fate qui, figliuoli? non è qui 

coDlrj du. , di 

il diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d'Agnese Mondella: 

armata, dentro, 

gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pelle- 
grino; chi sa che diavolo c'è! » 

« Che? — Che? — Che? » E comincia una consulta tumultuosa* 
« Bisogna andare. — Bisogna vedero. — Quanti sono? — Quanti 
siamo? — Chi sono? — Il console! il console! » 

« Son qui, » risponde il console, di mezzo alla folla ' - son qui; 



ir.8 I PROMESSI SPOSI 

obbedire 

ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto : dov'è il sagrestano? 
Alla campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cer- 
car soccorso : venite qui tutti .... » 

Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto 
era grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in 

alla sua volta: 

fretta, e grida: « correte,figliuoli: ladri, o banditi che scappano 

qua- 

con un pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso! » A que- 
sto muovono 
st'avviso, senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, 

cmtrada; a misu'a 

e giù alla rinfusa per la strada; di mano in mano che 1' esercito 

procede , molti allentano 

s'avanza, qualcheduno di qael della vanguardia rallenta il passo, 

lisciano ficcano 

si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia : gli ultimi 
spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo in- 

recenti , la porta aper- 

dicato. Le tracce dell'invasione eran" fresche e manifeste : l'uscio spa- 

ta i chiavistelli sconficcati: Si 

lancato, la serratura sconficcata; ma gl'invasori erano spariti. S'en- 

alla porta aperta, scontìccata an- 

tra nel cortile; si va all'uscio del terreno: aperto e sconficcato an- 
ch'essa: domanda; 

che quello : si chiama : « Agnese I Lucia ! Il pellegrino ! Dov'è il pel- 
legrino ? L'avrà sognato Stefano, il pellegrino. — No, no : l'ha visto 
anche Carlandrea. Oh-e, pellegrino! — Agnese! Lucia!» Nessuno ri- 

V'ebbe 

sponde. « Le hanno portate via I Le hanno portate via I » Ci fu al- 
levando 
lora di quelli che, alzando la voce, proposero d'inseguire i rapitori: 

r una nefandità ; la pel 

che era un'infamità ; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni 

portarne 

birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il 

disabitato. 

nibbio i pulcini da un'aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa : 
ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata 

poste 

una* voce, che Agnese e Lucia s'eran" messe in salvo in una casa. La 

credenza, 

voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar 

fuggitivi, 

la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, anA^iido ognuno a 

bussare 

casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir 

di pone , 

d'usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne 

via. 

dalle finestre, un i ispondere dalla strada. Tornata questa deserta e 



CAPITOLO Vili 158 

tacita 

silenziosa, i discorsi continuaron" nelle case, e moriron" negli sbadi- 

il domani. ve n" ebbe 

gli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; 

al niatiino di quel domani, 

se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, 

appoggialo sulle mani, e le mani 

col mento in una mano, e il gomito appojpf^lato sul manico della 

mezzo confitta 

vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile ; stando, 
dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla ra- 

a lui s'aspettasse , 

gion® composta di ciò che gli toccasse a fare, e di ciò che gli 

di venire alH sua volta di 

convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d'assai gagliarda 

dei 

presenza, chiomati come due re de' Franchi della prima razza, e 
somigliantissimi nel resto a que' due che cinque giorni prima ave- 

qnei 

vano affrontato don Abbondio , se pur non eran" que' medesimi. 

tratto 

Costoro, con un fare ancor men** cerimonioso, intimarono al console 

si av- 

che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell'acca- 

verutò ' 

d uto , di non rispondere il vero , caso che ne venisse interrogato, 

dei 

di non ciarlare , di non fomentar le ciarle de' villani, per quanto 
aveva cara la speranza di morij'® di malattia. 
I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in sìlen- 

volgendosi or or 

zio, voltandosi, ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'in- 

pel battimento 

seguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, perii batticuore 

patitct, pel cruccio 

e per la sospensione In cui erano stati, per il dolore 

mala 

della cattiva riuscita, per l'apprensione confusa del nuovo oscuro peri- 
vie quei 
colo. E ancor più in affanno li teneva l'incalzare continuo di que' 

r 
rintocchi, i quali, quanto, per allontanarsi, venivan" più fiochi e 

più 

ottusi, tanto pareva che prendessero nn non so che di lugubre 

di nialauroso. Il martellare cessò analmente Queglino 

e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora» trovandos 

zitto 

in un campo disabitato, e non sentendo un alito all'intorno, rallen- 

raccol-o il 

tarono il passo ; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe 

chiedendo chiedendo 

il silenzio, domandando a Renzo com'era andata , domandando a 

j che 

Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò breve- 
tutti volsero 
mente la sua trista storia ; e tutt' e tre si voltarono al fanciullo» 

narrò 

il quale riferì più espressamente l'avviso del padre, e raccontò qnell» 



!51 1 PROMESSI SPOSI 

eh' egli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confer- 
mava l'avviso. Gli ascoltatori compresero più di quel che Menico 

non rivelazione furon presi da uh niio' o brivido, 

avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si 

ristettero mtti momento nel mezzo del cammino, ricambiarono fra loro 

fermaron tutt'e tre a un tratto, si guardarono in viso 

uno sguardo di spavento; tosto 

l'un con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, 

tutti quale quale 

tutt'e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo» 

ch'egli 

come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per 

significargli sentivano. 

loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano 

e quasi per chiedergli scusa dell'angoscia da lui sotferta e del pericolo corso 

dell'angoscia da lui soflferta, e del pericolo corso per la loro salvezza ; e 

per la loro salvezza 

quasi per chiedergliene scusa. « Ora torna a casa, perchè i tuoi non 

angustia rlcordan- 

abbiano a star più in pena per te, » gli disse Agnese; e rammen- 

dosi cavò quattro . 

tandosi delle due parpagliole promes<5e, se ne levò quattro di tasca, 
e gliele diede, aggiungendo: « basta; prega il Signore che ci ri- 
vediamo presto: e allora.... » Renzo gli diede una berlinga nuova, 

lo pregò ben bene 

e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal 

padre; lo accorata, e 

frate ; Lucia 1' accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata ; il 

tutto intenerito, si 

ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero 

ravviarono pensosi, alle spalle, 

la loro strada, tutti pensierosi ; le donne innanzi, e Renzo dietro, 

custodia. si teneva 

come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e 

giovane 

scansava dolcemente, e con destrezza, l'aiuto che il giovine le of- 

nel 

friva ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada ; vergognosa 

dflir 
in sé, anche in un tale turbamento, d' essere già stata tanto sola con 

d' essera fra pochi 

lui, e tanto famigliarmente, quando s'aspettava di divenir sua moglie, 

ir.omenti sua moglie. ella 

tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si 

di trascorsa così oltre, fra tre- 

pentiva d'essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tre- 
pidare, trepidala pur 
mare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista 

scienza del male, per quel pudore che ignora sé stesso, somigliante 

alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che. 

cura 

« E la casa? » disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la de- 
che le «trappava quella escIamssiQne 

manda fosse importante nessuno rispose, perchè 



CAPITOLO Vili. 155 

nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in si- 
li lor cammino sbucarono ad una 

lenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla 

dinanzi 

piazzetta davanti alla chiesa del convento. 

si fece della chiesa, 

Renzo s'affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta 

si aperse , 

di fatto s' apri; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la fac- 
cia pallida, e la barba d'argento del padre Cristoforo, che stava 

aspettazione, nes uno vi mancava, 

quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, « D ic 

diss'egli, che A can'ò 

sia benedetto I » disse , e fece lor cenno eh' entrassero. Accanto 

cappuccino, 

a lui, stava un altro cappuccino ; ed era il laico sagrestano, ch'egli, 
con preghiere e con ragioni , aveva persuaso a vegliar con lui , 

starvi 

a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere 

quei 

que* poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell' autorità del 

condurre il *d 

padre, e della sua fama di santo, per ottener dal laico una con- 
pericolosa, 
discendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il 

richiuse pian piano la porta. 

padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagre- 
tratto in disparte, 
stano non potè più reggere, e, .chiamato il padre da una parte, gli 

andava susurrando all'orecchio : « ma padre, padre ! di notte ... in 

chiesa . . . con donne . . . chiudere ... la regola . . . ma padre I » E 

crollava egli articolava 

tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, — 

po' J, 

vedete un poco! — pensava il padre Cristoforo, — se fosse un ma- 
fi: ondo, 
snadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; 

e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo . . . — 

volgendosi repentinamente 

€ Omnia munda mundis^ » disse poi, voltandosi tutt'a un tratto a fra 

questi di 

Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale 

dimenticaggine 

dimenticanza fu appunto quella che fece l'efletto. Se il padre si fosse 

quistionare 

messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebbero mancate 

contrapporre, 

altre ragioni da opporre ; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe 

all'udire 

finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d'un senso misterioso, e pro- 
ferite cosi risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi 

dubbii. S'acquetò, va bene; ella 

la soluzione di tutti j suoi dubbi. S'acquietò, e disse: < basta! lei ne 
•a più di rne. < 



1M I PROMES SI SPOSI 

al dubbio 

€ Fidàteri pare, » rispose il padre Cristoforo ; e, all'incerto chiarore 

dinanzi si 

della lampada che ardeva davanti all'altare, s'accostò ai ricove- 

attendendo , 

rati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: « figliuoli! 

vi 

ringraziate il Signore, che v'ha scampati da un gran pericolo. Forse 

fece 

in questo momento . . . ! » E qui si mise a spiegare ciò che aveva 

mandato accennando pel pcciol ch'eglino 

fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava ch'essi ne 
gapessero pj^ di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tran- 

alle case loro , vi gli scherani. 

quilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo di- 
ana rimordeva segretamente 

singannò, nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto 

di uomo: dei vi- 

d'una tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl'im- 

luppi e delle innnie. 

brogli e de' sotterfugi. 

questo 

« Dopo di ciò, » continuò egli, « vedete bene, figliuoli, che ora 

paese non è ora vostro, nati, 

questo paese non è sicuro per voi. E il vostro ; ci siete nati; non avete 

torto , 

fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. E ima prova, figliuoli: sop- 

rauuore , ceni 

portatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che 

chiamerete 

verrà «n tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. 
Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, 

ad 

io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra ; a ogni modo. Dio 

provvedera a voi pai ed 

vi provvedera, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non 

eh Egli a ser- 

mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel ser- 
vigio 
vizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi, » continuò volgendosi alle 

Quivi 

«lue donne, « potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d'o- 

daila vostra 

gni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa 

casa. cola domandare 

rostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guar- 

egli 

iiano, dategli questa lettera : sarà per voi un altro fra Cristo- 

tn pure 

bro. E anche tu. Il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in 

altrui . 

•alvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al pa- 

porta ori>:n- 

dre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orien- 
tale darà indirizzo , 

tale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà , ti troverà del 

nii tanto 

lavoro, per fin che tu non possa tornar* a viver qui tranquil- 



Capitolo viii. lò^ 

presso Rione , 

lamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione. » 

poca distanza del conven'o. « 'vi 

É un torrente a pochi passi da Pescarenico. « Li vedrete un bat- 
tello fermo} direte: barca j vi sarà domandato per chij rispondete: 

accoglierà, 

san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all'altra riva, 

a dirittura 

dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***. » 

tosto 

Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua di- 

quei mostre» 

sposizione que' mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe 

rebbe di 

vedere di non conoscere qual fosse il potere d'un cappuccino tenuto 
in concetto di santo. 

di 

Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette 

coloro , ed 

le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese 

consegnando 

gl'indicarono. Quest'ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran 

il di- 

sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c'era' 

avolo vi era stato , che vi 

stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodirei 

padre: 

« Prima che partiate, » disse il padre, « preghiamo tutti insieme 

calumino 

il Signore, perchè sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra 
tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch'Egli ha voluto. » Così 
dicendo s'inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. 

Poi orato pochi egli 

Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con 
voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: « noi vi pre- 
ghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. 

domandas- 

Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedes* • 

Simo 

Simo di cuore per lui: ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribo- 

voi 

lazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci 

avete posti : 

avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un- 

egli! Egli nimico. svemurato! egli 

guadagno. Ma lui!... è vostro nemico. Oh disgraziato ! compete 

voi! 

con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rende- 
telo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare 
a noi stessi. » 

Levatosi 

Alzatosi poi, come in fretta, disse: « via, figliuoli, non c'è tempo 



158 I PROMESSI SPOSI 

Angelo vi ^ 

da perdere : Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni : andate. » E 

eglino si 

mentre s'avviavano, con quella commozione che non trova parole, 

com- 

e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce aite- 
mossa: 
rata: « il cuor^ mi dice che ci rivedremo presto. » 

Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire 

egli 

su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello 
che è già accaduto. 

si ritirò a gr*n passo; 

Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i 

uscirono ; 

viaggiatori usciron di cfalesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando 

colla anch' egli alterata. Quaglino pian 

loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s'avviarono zitti 

piano quivi il battello , 

zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto, 

ricambiata V barcaiuolo, pontando 

e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando un 

raccolto 

remo alla proda, se ne staccò ; afferrato poi l'altro remo, e vogando 
a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non 

parato 

tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso 

tremolare, 

immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della 
luna , che vi si specchiava da mezzo il cielo. S' udiva soltanto il 

gorgoglio 

fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglio più 
lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di 

quei 

que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, usci- 

ad 

vano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla barca, 

si 

riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s'an- 

colla faccia rivol- 

dava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa vol- 
ta le montagne, 

tata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, 

svariato grandi discernevano 

e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i villaggi, le 

colla 

case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua terre 
piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promon- 

sopra 

torio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una com- 

di giacenti 

pagnia d' addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo 

discese coli' a traverso 

vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al suo pae- 



CAPITOLO Vili. l.sj 

>iso alla scerse scerà* 

Bello, guardò fìsso all'estremità, scopri la sua casetta, scopri la chioma 

sulla cinta scerse 

folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scopri la fine- 
stanza; mi 
stra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della barca, 

appoggiò gomito chinò su quello 

posò il braccio sulla sponda,», posò sul braccio la fronte, come per 
dormire, e pianse segretamente. 

montagne dalle erette ineguali 

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo ; cime inuguali, 
note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno 

dei dei egli 

che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue 
lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e bian- 

peiidio 

cheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti ; addio ! Quanto 
è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana ! Alla fanta- 
sia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla 
speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, 
i sogni della ricchezza ; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, 
e tornerebbe allora indietro , se non pensasse che, un giorno, tor- 

ritrae 

nera dovizioso. Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritira, 

fastidito quella aere simiglia gra- 

disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme ; l'aria gli par gra- 
voso e senza vita; tumultuose, 

vosa e morta ; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose ; le 

vie vie 

case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che 

t©lgaiio dinanzi editìzii 

gli levino il respiro ; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, 

egli cainperello 

pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla ca- 

egli posti 

succia a cui ha già messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che 
comprerà, tornando ricco a' suoi monti. 

né pure 

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desi- 
sfuggevole, avve- 
derio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avve- 
nir» ; ne strappato ad 

nire, e n' è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a 

allrt 

un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care spe- 

quei stranieri 

ranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che 

colla 

non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione 

trascorrere ad pel natale, 

arrivar© a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natia, 



IfiO I PROMESSI SPOSI 

dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal 

remore delle orme romore <\i un' oiina aspettata 

rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un mi- 
sterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante 
volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore ; nella quale la mente 

corD}>iaceva di figurarsi 

si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa.Addio, 

chiesa, dove 1' animo tornò tante volte sereno , cantando le lodi del 

dove 

Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro se- 
greto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore ve- 

yuegllche 

nir comandato, e chiamarsi santo ; addio ! Chi dava a voi tanta gio- 

da ed Egli dei 

condita è per tutto ; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non 

maggiore. 

per prepararne loro una più certa e più grande. 
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco 

dissimili 

diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli an- 

destra riva 

iaya avvicinando alla riva destra dell' Adda. 



CAPITOLO IX. 



alla 

L'urtar" che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale, 

rasclutte lagrime, si alzò da 

dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se 

dormire. porse 

8i svegliasse. Renzo uscì il primo, e diede la mano ad Agnese, la 

porse tutti rendettero 

quale, uscita pure, la diede alla figlia; e tutt' e tre resero trista- 

barcaiuolo. < Niente, niente ; siamo quaggiù per aiutarci 

mente grazie al barcaiolo. « Di ci^e cosa? » rispose quello: « Siam" 

1' un 1' altro, > rispose egli; 

quaggiù per aiutarci l'un con l'altro, > e ritirò la mano, quasi 

quando 

con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare, allorché Renzo 

tramettervl dei 

cercò di farvi sdrucciolare una parte de' quattrinelli che si trovava 

portati con so ad riconoscere 

indosso, e che aveva presi quella sera, con intenzione di regalar 

questi Io 

generosamente don Abbondio, quando questo l'avesse, suo malgrado, 

quivi preparato; 

servito. 11 baroccio era lì pronto; il conduttore salutò itreaspet- 

sferzata 

tati, li fece salire, diede una voce alla bestia, una frustata, e via. 

U nostro autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome 
del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi 
protesta espressamente di non lo voler dire. Dal progresso della 
storia si rileva poi la cagione di queste reticenze. Le avventure di 

con 

Lucia in quel soggiorno, si trovano avviluppate in un intrigo tenebroso 

attenente 

di persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, 
al tempo che l'autore scriveva. Per render ragione della strana con- 

n 



jg2 I PROMESSI SPOSI 

dotta di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche do- 
vuto raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famigliaci fa 
quella figura che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospe- 
zione del pover' uomo ci ha voluto sottrarre, le nostre diligenze ce 
l'hanno fatto trovare in altra parte. Uno storico milanese * che ha 

la Do- 

avuto a far menzione di quella persona medesima, non nomina, è 

^ina, è vero, . ,. , , 

?ero, né lei, né il paese; ma di questo dice eh era un borgo antico 

e nobile, a cui di città non mancava altro che il nome; dice al- 
vi scorre V 

trovo, che ci passa il Lambro; altrove, che c'è un arciprete. Dal ri- 
dei quali estremi 

scontro dd questi dati noi deduciamo che fosse Monza senz' altro. 

delle ve 

Nel vasto tesoro dell'induzioni erudite, ce ne potrà ben essere delle 

proporre 

più fine, ma delle più sicure, non crederei. Potremmo anche, sopra 

sul quantunque 

congetture molto fondate, dire il nome della famiglia; ma, sebbene 

la congetturata da noi gran tempo, stimiamo sop- 

sia estinta da un pezzo, ci par meglio lasciarlo 

primerle, né anche 

nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure ai morti, 
e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca. 

giunsero 

I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il le- 

voltò quivi, 

var del sole: il conduttore entrò in un'osteria, e li, come pratico 

dell'ostiere, te' loro assegnare 

del luogo, e conoscente del padrone, fece assegnar loro una stanza, 

Fra 

e ve gli accompagnò. Tra i ringraziamenti, Renzo tentò pure di 

mercede; quegli barcaiuolo 

fargli ricevere qualche danaro; ma quello, al pari del barcaiolo, 

ne aveva in mira un' altra e 

aveva in mira un'altra ricompensa, più lontana, ma più abbondante: 

tirò anch'egli indietro le mani, 

ritirò le mani, anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la 
sua bestia. 
Dopo una sera quale l'abbiam'* descritta, e una notte quale ognuno 

quei 

può immaginarsela, passata in compagnia di que' pensieri, col so- 

. 1-1. frizzo un' 

spetto incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d'una 

aria_ ... ^''^ B" spessi trabalzi 

brezzolina più che autunnale, e tra le continue scosse della disa- 



• «OMphi Bipamoatii. uistoriae Patri», Deoadis V, Lib. VI, cap ili, pag. 358 et s»«. 



CAPITOLO IX. IW 

riscotevaao il poveretto che pura 

giata vettura, che ridestavano sgarbatamente chi di loro comin- 

comlnciasse parve loro assai buono il 

ciasse appena a velar l'occhio, non parve vero a tutt' e tre di se- 
panchetta riparata, come che 
dersi sur una panca che stava ferma, in una stanza, qualunque 

quivi uu po' di carità insieme, comportavano dei 

fosse. Fecero colazione, come permetteva la penuria de' 

dei 

tempi, e i mezzi scarsi in proporzione de' contingenti bisogni d'un av- 

lo scarso L'uno dopo l'altro si ricordarono tutti e tre del 

venire incerto, e il poco appetito. A tutt'e tre passò per la mente, il 

alla sua 

banchetto che, due giorni prima, s'aspetta van' di fare; e ciascuno 

volta quivi 

mise un gran sospiro. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno 

ser- 

tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi ser- 
vigi tosto 
vizi; ma il padre aveva raccomandato a queste di mandarlo subito 

Allegarono 

per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli ordini, e cento 

altre ragioni; che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritar- 
dare e ad 
data sarebbe più dolorosa, ch'egli potrebbe venir presto a dar nuove 

intender novelle; il giovine risolvè Furono presi |pid 

e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si concertaron, 

partitamente i concerti; 

come poterono, sulla maniera di rive- 
dersi, più presto cbe fosse possibile. Lucia non nascose 

lagrime rortlsslmamente 

le lacrime; Renzo trattenne a stento le sue, e, stringendo forte forte 

ad soffocata 

la mano a Agnese, disse con voce soffogata : « a rivederci, » e parti. 

impacciate, 

Le donne si sarebber" trovate ben impicciate, se non fosse stato 

conduttore, il quale convento, 

quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al conventa 

quell'indirizzo e quell' 

de' cappacciiii, e di dar loro ogn'altro aiuto che potesse 

abbisognare. Colla sua scorta s'avviarono dunque al convento 

bisognare. S'avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come 

al di fuori di Monza un breve passeggio. Giunti 

Ognun sa, era pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, 
U conduttore tirò il campanello, fece chiamare il padre guardiano; 

questi comparve, 

questo venne subito^ e ricevette la lettera, sulla soglia. 

diss'egli, tuono 

< Oh! fra Cristoforo! > disse, riconoscendo il carattere. Il tono 

j 11 • . ch'egli 

della voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che 

grande 

proferiva il nome d'un grand'amico. Convien poi dire che il nostro 
buon Cristoforo avesse, in quella lettera, raccomandate le donne 
con molto calore, e riferito il loro caso con molto sentimento, per- 



iól 1 PROMESSI SPOSI 

di tratto In tratto faceva In- 

die il guardiano, faceva, di tanto in tanto, atti di sorpresa e d'in- 

bugnazione, levando sopra le 

dignazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donile 

Bigniflcazione interessamento. 

con una certa espressione di pietà e d'interesse. Finito ch'ebbe di 

pensoso, disse tra sé: 

leggere, stette lì alquanto a pensare; poi disse: «non c'è che la 

pigliarsi questo 

signora : se la signora vuol prendersi quest'impegno.... » 

Trasse qualche passo lontano piazzetta dinansl con- 

Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al con- 
vento; ella 
7ento, le fece alcune interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, 

ad entrambe: 

tornato verso Lucia, disse a tutt'e due: « donne mie, io tenterò; 
e spero di potervi trovare un ricovero più che sicuro, più che ono- 

per abbia provveduto a voi modo. 

rato, fin che Dio non v'abbia provvedute in miglior maniera. Vo- 
lete venir con me ? 

riverentemente che continaò : 

Le donne accennarono rispettosamente dì sì; e il frate riprese: 

venite meco 

< bene; io vi conduco subito al monastero della signora. State 
però discoste da me alcuni passi, per. he la gente si diletta di dir 

storie 

male; e Dio sa quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse 

via giovane... femine 

il padre guardiano per la strada, con una bella giovine... con donne 
voglio dire. > 

Innanzi. arrossò; conduttore 

Cosi dicendo, andò avanti. Lucia arrossi; il barocciaio sorrise, 

pure lasciò scappare un sogghigno momen- 

guardando Agnese, la quale non potò tenersi di non fare altret- 

taneo; tutti ebbe preso alquanto deUa via, 

tanto ; e tutt'e tre si mossero, quando il frate si fu avviato ; e 

tennero chiesero 

gli andaron dietro, dieci passi discosto. Le donne allora domanda- 
conduttore 
rono al barocciaio, ciò che non avevano osato al padre guardiano, 

chi fosse la signora. 

qu'glì 

< La signora, > rispose quello, « è una monaca; ma non è una 

le mica che ella 

monaca come l'altre. Non è che sia la badessa, né la 

priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani: ma è 

Adamo, 

della costola d'Adamo ; e i suoi del tempo antico erano gente grande, 

ciò 

venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la 

che ella è 

chiamano la signora, per dire ch'ò una gran signora; e tutto 

per 

il paese la chiama con quel nome, perchè dicono che in quel mo- 



CAPITOLO IX. I«5 

nastero doq hanno avuto mai una persona simile; e i suoi d'adesso, 

assai 

laggiù a Milano, contan° molto, e son di quelli che hanno sempra 

ancor 

ragione; e in Monza anche di più, perchè suo padre, quantunque 

paese, anch'essa 

non ci stia, ò il primo del paese; onde anche lei può far* alto e 

portano 

basso nel monastero; e a ch3 la gente di fuori le porta un gran 

s'ella piglia poi a 

rispetto; e quando prende un impegno, le riesce anche di spun- 

però ch'è 

tarlo; e perciò, se quel buon religioso lì, ottiene di mettervi 

ch'ella vi so 

nelle sue mani, e che lei v'accetti, vi posso dire che sarete sicure 
come sull'altare. » 

aiunto in 

Quando fu viciuo alla porta del borgo, fiancheggiata allora da 

un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di ca- 
de! 
stellacelo, diroccato aucli^ esso, che forse dieci de' miei lettori 

ricordarsi 

possono ancor rammentarsi d'aver veduto in piedi, il guardiano si 

volse era seguitato; entrò quindi 

fermò, e si voltò a guardar* se gli altri venivano; quindi entrò, 
s'avviò al monastero; dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, 

conduttore 

aspettando la piccola brigata. Pregò il barocciaio che, fra un par 

volesse venire al convento questi 

d^ore, tornasse da lui, a prender* la risposta: questo lo 

accomiatò 

promise, e si licenziò delle donne, che lo caricaron" di ringrazia- 

commissione pel 

menti, o di commissioni per il padre Cristoforo. Il guardiano 
feee entrare la madre e la figlia nel primo cortile del monastero, le 

rattora, alla quale le accomandò; 

introdusse nelle camere della fattoressa; e andò solo 

fare richiesta. pochi momenti, 

a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo, a dir 

innanzi e giunse a tempo, 

loro che venissero avanti con lui; ed era ora, perchè la figlia ^ 

dalle 

• la madre non sapevan" più come fare a distrigarsi dall'in- 

fattora. 

terrogasioni pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo 

nn PO* di lezione 

•ortile, diede qualche avvertimento alle donne, sui modo di 

colla Blia é 

urtarsi con la signora. « E ben disposta per voi altre, > 

dlss'egii, può farvi assai 

fisse, < e vi può far del bene quanto vuole. Siate umili e rispet- 
tose, rispondete con sincerità alle domande che le piacerà di farvi, 

• quando non siete interrogate, lasciate fare a me. » Entrarono im 



180 1 PROMESSI SPOSI 

una stanza terrena, dalla quale si passava nel parlatorio: prima di 

porvi la porta, sotto voce 

mettervi il piede, il guardiano, accennando l'uscio, disse sottovoce 

« ella far loro risovvenire di gli 

alle donne: « è qui, » come per rammentar loro tutti quegli 

che aveva lor dati. veduto 

avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un mo- 

entrata intorno 

nastero, quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove fosse la si- 
gnora a cui fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava 

smemorata; veduto andar verso un angolo, 

come incantata; quando, visto il padre e Agnese 

tenergli dietro, guardò colà avvisò un pertugio 

andar verso un angolo, guardò da quella parte, e vide una finestra 

quasi quadrato, somigliante a una mezza finestra, sbarrato da 

d'una forma singolare, con due grosse e fitte grate 

di ferro, distanti Tana dall'altra un palmo; e dietro quelle una mo- 

in piedi mostrava un'età di 

naca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque 

dava giunta una 

anni, faceva a prima vista un' impressione di bellezza, ma d'una 

sconcertata. 

bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, 

sopra la cascava, a dritta e a manca^ 

sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, 

volto 

discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda 
ài lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d'in- 

la faccia 

feriore bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso, e 

al 

terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto 

l'imboccatura di 

sai petto, a coprire lo scollo d'un nero saio. Ma quella fronte si 

tratto tratto, 

raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora 

nerlssimi 

due soppraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movi- 

pur nerissimi s'affisavano volto 

mento. Due occhi, neri neri anch' essi, si fissavano talora in viso 

altrui una superba, 

lille persone, con un'investigazione superba; talora si chinavano in 
fretta, come per cercare un nascondìglio; in certi momenti, un at- 

domandassero affezione, 

tento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, cor- 

altra volta cogliervi 

rispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivela- 

invecchiato d'un quale 

«ione istantanea d'un odio inveterato e compresso, un non so che 

talento feroce: 

di minaccioso e di feroce; quando restavano immobili e fissi senza 

altri vi 

attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, 

altri sospettarvi 

chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d'un pensiero nascosto. 



CAPITOLO IX. 167 

:a sopraffazione d'una cura famigliare 

d'una preoccupazione familiare all'aninao, e più forte su quello che 

guance 

gli Oggetti circostanti. Le gote pallidissime scendevano con un con- 

delicato, soverchiamente scemo e alterato 

torno delicato e israzioso, ma alterato e reso mancante da una 

suffase 

lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d'un roseo 

dilavato, spiccavano pure 

sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore: i loro moti erano, come 

di 

quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d'espressione e di mistero. 

L' altezza nella cascaggine 

La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo 

abituale 

abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse 

a 

repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che 

a V qualche cosa 

per una monaca. Nel vestire stesso c'era qua e là qual cosa di 
studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare : la vita 

succinta industria 

era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva 

l'estremità d'una ciocchetta capegli, il 

sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimo- 
strava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di 

tener mozze le chiome recise 

tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella 

della professione 

cerimonia solenne del vestimento. 

caso nella mente delle 

Queste cose non facevano specie alle due donne, non eser- 

discernere 

citate a distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che 
non vedeva la signora per la prima volta, era già avvezzo, come 

t^ntl nei modi, 

tant altri, a quel non so che di strano, che appariva nella sua 

e • nell' abito di lei. 

^persona, come nelle sue maniere. 

Ella stava in piedi presso la 

Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla 

appoggiata languidamente a quella con una mano, intrec- 

grata, con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bian- 

ciando le bianchissime dita nei fori, con la faccia alquanto curvata, osservando 

cnissime dita intrecciate ne' vóti; e guardava 

quelli che si avanzavano. 

fìsso Lucia, che veniva avanti esitando. « Reverenda madre, e si- 

con la fronte china, destra 

gnora illustrissima, > disse il guardiano, a capo basso, e con la mano 

•tesa sul la giovane ella mi 

al petto:* questa è quella povera giovine, perla quale m'ha 
fatto sperare la sua valida protezione ; e questa è la madre. » 

_ , ■ , » grandi fece lor cenno 

Le due presentate facevano grand inchini: la signora accennò loro 

della rivolta 

con la manoy che bastava, e disse, voltandosi» al padre: « è una 



163 I PROMESSI SPOSI 

buona ventura far cosa di aggradimento ai 

fortuna per me il poter fare un piacere a' nostri buoni amici 

continuò, 

i padri cappuccini. Ma, » continuò: « mi dica un po' più particolar- 

• giovane, ond'io vegga che 

mente il caso di questa giovine, per veder meglio cosa si possa 

essa. » 

fare per lei. » 

arrossò, ciiinò faccia sul seno. 

Lucia diventò rossa, e abbassò la testa. 

< Deve sapere, reverenda madre....» incominciava Agnese; ma 

ruppe una la parola 

il guardiano le troncò, con un'occhiata, le parole in bocca, e rispose: 

giovane 

« questa giovine, signora illustrissima, mi vlen raccomandata, come 

partirsi na- 

lo ho detto , da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di 

Ecostaraente 

nascosto dal suo paese, per sottrarsi a de' gravi pericoli; e ha bi- 
sogno, per qualche^empo, d'un asilo nel quale possa vivere scono- 
sciuta, e dove nessuno ardisca venire a disturbarla, quand'anche . . . . > 
€ Quali pericoli? » interruppe la signora, e Di grazia, padre guar- 

enigraa. Elia 

diano, non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre 

siamo vaghe d'intendere 

monache, ci piace di sentir le storie per minuto. » 

alle 

« Sono pericoli, » rispose il guardiano, « che all'orecchie puris- 

vogliono 

sime della reverenda madre devon essere appena leggermente ac- 
cennati .... » 

arrossando 

€ Oh certamente, » disse in fretta la signora, arrossendo al- 
quanto. Era verecondia? Chi avesse osservata una rapida espres- 
sione di dispetto che accompagnava quel rossore, avrebbe potuto 

lo tratto 

dubitarne; e tanto più se l'avesse paragonato con quello che di tanto 

tratto diffondeva guance 

in tanto si spandeva sulle gote di Lucia. 
« Basterà dire, > riprese il guardiano, « che un cavalier* prepo- 

niondo, 

tento non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di 

a fa la signora 

Do a gloria sua, e in vantaggio del prossimo, come vossignoria 

d' lun- 

illustrissima: un cavalier* prepotente, dopo aver perseguitata qual- 

gamente veggendo ch'elie 

che tempo questa creatura con indegne lusinghe, vedendo eh' erano 
Inutili, ebbe cuore di perseguitarla apertamente con la forza, di 
modo che la poveretta è stata ridotta a fuggir da casa sua. » 



CAPITOLO IX. IW 

giovane 

< Accostatevi, quella giovine, » disse la signora a Lucia, facendole 
cenno col dito. « So che il padre guardiano è la bocca della verità; 

su questa faccenda. 

ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest'afifare. 

A voi tocca di , ,. 

Tocca a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso. > 

Quanto obbedì tosto: i! 

In quanto all'accostarsi. Lucia ubbidì subito; ma rispondere era 

inchiesta 

un'altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand'anche le 

venuta messa In confusione; 

fosse stata fatta da una persona sua pari, l'avrebbe imbrogliata 

un certo vezzo 

non i>oco: proferita da quella signora, e con una cert'aria di 

tolse baldanza 

dubbio maligno, le levò ogni coraggio a rispondere. « Signora.... 

ella, accennava di 

madre .... reverenda .... * balbettò , e non dava segno d'aver 
altro a dire. Qui Agnese, come quella che, dopo di lei, era certa- 

Boccorso. 

mente la meglio informata, si credè autorizzata a venirle in aiuto. 

dìss'ella, buon testimonio 

€ Illustrissima signora, » disse, « io posso far testimonianza che 
questa mia figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l'acqua 

egli ella 

santa: voglio dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo 

come Dio vuole. Fatto 

male, perchè noi Siam" gente alla buona. Il fatto sta che questa 

ad 

povera ragazza era promessa a un giovine nostro pari, timorato 
di Dio, e ben" avviato; e se il signor curato fosse stato un po' più 

come voglio dir 

an uomo di quelli che m'intendo io . . . , so che parlo d'un religioso, 
ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano, è religioso 

pari 

al par di lui, e quello è 
potrebbe attestare » 

Benza 

t Siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata, > interruppe la 

ed del volto, lo parer 

eignora, con un atto altero e iracondo, che la fece quasi 

quasi deforme. Tacete: 

parer brutta. « State zitta voi : già lo so che i parenti hanno sempre 

prepa'-ata dei 

una risposta da dare in nome de' loro figliuoli! » 
Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che voleva dire: 

pel tuo non saper parlare. Il 

vedi quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il 

pure con l'occhio e col muover del capo alla 

guardiano accennava alia giovine, dandole d'occhio e tentennando 

giovane, snighittirsl 

il capo, che quello era il momento di sgranchirsi^ e di non lasciare 

donna. 

in secco la povera masiina. 



pari 

al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se fosse qui. 



170 I PROMESSI SPOSI 

4 Reverenda signora, > disse Lucia, » quanto le ha detto mìa 

giovane parlava si 

madre è la pura verità. Il giovine che mi discorreva, > e qui di- 
fece di porpora, toglievo perdoni 

ventò rossa rossa, « lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo 

sfacciata; gli é 

da sfacciata, ma è per non lasciar pensar male di mia madre. E li» 
quanto a quel signore (Dio gli perdoni !) vorrei piuttosto morire, che 

ella 

cader* nelle sue mani. E se lei fa questa carità di metterci al si- 

dlmandare 

curo, giacché siam** ridotte a far questa faccia di chieder ricovero, 
e ad incomodare le persone dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; 
sia certa, signora, che nessuno potrà pregare per lei più di cuore 
che noi povere donne. » 
« A voi credo, » disse la signora con voce raddolcita. < Ma avp^ 

sola sola. m'abbisognino 

piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d'altri 
schiarimenti, né d'altri motivi, per servire alle premure del padre 

ella tosto 

guardiano^ » aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza 

il meglio 

studiata. «Anzi, » continuò, « ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi 

che per ora mi sovviene di poter fare. fattora 

pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha 
collocata 

maritata, pochi giorni sono, l'ultima sua figliuola. Queste donne po- 

stanza libera supplirla 

tranno occupar' la camera lasciata in libertà da quella, e supplire 

nei servigi ch'ella pel monastero. 

a que' pochi servizi che faceva lei. Veramente....» e qui accennò 

si sottovoce: 

al guardiano che s'avvioinasse alla grata, e continuò sottovoce: «ve- 
de! tempi 
ramente, attesa la scarsezza dell'annate, non si pensava di sostituir* 

giovane ad 

nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e una 
mia parola .... e per una premura del padre guardiano ... la 

dò 

somma do la cosa per fatta. » 

render grazie 

Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l'interruppe : 
« non occorron" cerimonie; anch'io, in un caso, in un bisogno, 

del 

laprei far capitale dell'assistenza de' padri cappuccini. Alla fine, > 

ella, di 

continuò, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d'i- 

beffardo 

Tonico e d'amaro, « alla fine, non siam noi fratelli e sorelle? > 

, suora 

Cosi detto, chiamò una conversa, (due di queste erano, per 



CAPITOLO IX. 17i 

servigio ira- 

ana distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato) e le or- 
pose fatta poi vealr la fattora alia porta 
dinò che avvertisse di ciò la badessa, e 

del chiostro, con lei e con Agnese i concerti 

prendesse poi i concerti opportuni, con la fattoressa & 

opportuni. congedò 

con Agnese. Licenziò questa, accommiatò il guardiano, e ritenne 
Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla porta, dandole nuove 

per via, ne preparare relazione 

Istruzioni, e se n'andò a scriver la lettera di ragguaglio al- 

cervelliiia 

ramico Cristoforo. — Gran cervellino che è questa signora! — pen- 

in cammino: pi- 

sava tra so, per la strada: — curiosa davvero! Ma chi la sa pren- 

gllare pel 

dere per il suo verso, le fa far* ciò che vuole. Il mio Cristoforo non 

si 

s'aspetterà certamente ch'io l'abbia servito così presto e bene. Quel 

ch'egli pigli 

brav'uomo! non c'è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche 
impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha tro- 
vato un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato, 
senza tante faccende, ha condotto l'affare a buon porto, in un batter 

Vorrà esser 

d'occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s'accorgerà che, 

da 

anche noi qui, siam® buoni a qifalche cosa. — 
La signora, che, alla presenza d'un provetto cappuccino, aveva 

rlmasa testa testa giovane 

studiati gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine 

forese 

contadina inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi 

strani!, invece 

discorsi divennero a poco a poco così strani, che, in vece di rife- 

narrare 

rirli, noi crediam" più opportuno di raccontar brevemente la storia 
antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render 
ragione dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a 

nei fatti dovremo 

far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne 

raccontare. 

dopo. 

figliuola un 

Era essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese^ 

il quale fra il concetto inde* 

che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l'alta opinion» 

finito ch'egli 

che aveva del suo titolo gli faceva parer' le sue sostanze 

scarse ami tutte le 

appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il 

sue cure erano rivolte a i± • 

SUO pensiero era di conservarle, almeno ftua^li erano, unite m 



172 I PROMESSI SPOSI 

egli B' 

perpetuo, per quanro oipendeva da lui. Quanti figliuoli avesses 

Don appare chiaramente dalla storia; si rileva soltauto eh' ei^li 

la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che 
aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altre 
sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a 

perpetuare del 

conservar la famiglia, a procrear* cioè de' figliuoli, per tormentarsi 

nello stesso modo. stava 

a tormentarli nella stessa maniera. La nostra infelice era ancor* 
ixascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già ir- 

s'ella 

revocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe 

mestieri 

un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, 

assenso ella comparve, 

non 11 suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce, il 
prìncipe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse imme- 
diatamente l'idea del chiostro, e che fosse stato portato da una 

di 

santa d'alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca fu- 

posero fra le mani; immagini vesti- 

rono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rap- 

te da monaca, accompagnando U dono ^ coir 

presentavan monache; e que' regali eran seinpre accompagnati con 

ammonizione tenerne di 

Sran raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa pre- 
ziosa, e con quell'i nterrogare affermativo: e bello eh? » Quando il 

dei 

principe, o la principessa o 11 principino, che solo de' maschi veniva 
allevato In casa, volevano lodar* l'aspetto prosperoso della fanciul- 
llna, pareva che non trovasser* modo d'esprimer bene la loro idea, 

colle 

se non con le parole: « che madre badessa! > Nessuno però le disse 

Ella era una 

mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un'idea sottintesa e 

discorso, rìB^juardasse 

toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi de- 
si lasciava andare 

stini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche 

tracotante 

atto un po' arrogante e imperioso, al che la sua Indole la portava 

assai questi 

molto facilmente, « tu sei una ragazzina, > le si diceva: e queste 

modi si confanno la 

maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora 
comanderai a bacchetta, farai alto e basso. » Qualche altra volta il 

certe 

principe, riprendendola di cert'allre maniere troppo libere e fami- • 

pure ella assai volentieri, 

gliarl alle quali essa trascorreva con uguale facilità, cebi! ehi' > 



CAPITOLO IX. 173 

son vezzi da una tua pari : 

le diceva; « non è questo il fare d'una par tua: se vuoi che un 

si conviene, 

giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d'ora a 

più in contegno: 

star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima 
del monastero; perchè il sangue si porta per tutto dove si va. > 

inducevano 

Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della 

implicita eh' ella aveva ad 

fanciullina l'Idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle 

che venivan" dalla bocca del padre, facevan" più effetto di tutte 

la Le maniere erano quelle 

l'altre insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d'un 

austero, dei 

padrone austero; ma quando si trattava dello stato futuro de' suoi 

una 

figli, dal suo volto e da ogni "sua parola traspariva un'immobilità 
di risoluzione, una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il 
sentimento d'una necessità fatale. 

A sei anni, Gertrude fti collocata, per educazione e ancor più 
per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove 
l'abbiamo veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. 11 
buon conduttore delle due donne .ha detto che il padre della si- 
gnora era il primo in Monza: e, accozzando questa qualsisia testi- 
monianza con alcune altre indicazioni che l'anonimo lascia scap- 
ai leggieri egli 

pare sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire che 

egli 

fosse il feudatario di quel paese. Comunque sia, vi godeva d'una 

,. . ivi 

grandissima autorità; e pensò che lì , meglio che altrove , la sua 
figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con quelle finezze 
«he potessero più allettarla a scegliere quel monastero per sua per- 

d'allora, 

petua dimora. Nò s'ingannava: la badessa e alcune altre monache 

suol dirsi, la mestola trovan- 

faccendiere, che avevano, come si suol dire, il mestolo in mano, 

dosi avvolte In certe gare con no altro monastero, e con qualche famiglia del paese, fu- 

esul- 

rono molto lieto d' acquistare uà tanto appoggio^ 

tarono nel vedersi offerto il pegno d'una protezione tanto utile in 

ri- 

ogni oecorrensca, tanto gloriosa in ogni momento; ac- 

cevettero con grande 

eettaron la proporla, con espressioni di riconoscenza, 

ronoTe che veniva loro compartito, 

non esagerate, per quanto fo»- 



174 I PROMESSI SPOSI 

alle 

«ero l'orti; e corrisposero pienamente air intenzioni che il principe 

aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliuola: in- 
dex resto assai consonanti col loro interesse 

tenzioni che andavan cosi d'accordo con le loro. Gertrude, appena en- 
trata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la signorina; posto 

alla mensa, alle 

distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all'altre 

dolci 

per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con quella fa- 

rivetente, 

migliarità un po' rispettosa, che tanto adesca i fanciulli, quando la 

Teggiono 

trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli con un contegno 
abituale di superiorità. Non che tutte le monache fossero congiurate 

trarrà molte ve ne aveva di ed alìe- 

a tirar la poverina nel laccio: ce n'eran molte delle semplici e lon- 

ne sagridcare 

tane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di sacrificare una figlia a 
mire interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle 

si 

loro occupazioni particolari, parte non s'accorgevano bene di tutti 

quei discernevano reo, 

qua' maneggi, parte non distinguevano quanto vi fosse di cattivo, 

8i tacevano 

parte s'astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte, per 

scandali Qualcuna ricordandosi 

non fare scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d'essere 
stata, con simili arti, condotta a quello di cui s'era pentita poi, sen- 

compatlmento lo 

tiva compassione della povera innocentina, e si sfogava col farle ca- 

nialinconiche, sotto 1« quali ella lunga 

rezze tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare 
che ci fosse sotto mistero; e la faccenda camminava. Sarebbe forse 
camminata così fino alla fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza 

dì ve era 

in quel monastero. Ma, tra le sue compagne d'educazione, ce n'erano 
alcune che sapevano d'esser* destinate al matrimonio. Gertrudina, 

nodrita dei 

nudrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente de' suoi 

ad 

destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni 
conto esser per le altre un soggetto d'invidia; e vedeva con maravi- 
glia e con dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. AI- 

\e 

l'immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare 

elle 

il primato in un monastero, contrapponevano esse le immagini varie 

sposo, conviti, veglie, 

« luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come 



CAPITOLO IX. 175 

ville, di toraci di corteggi ab. ti, 

dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di 

carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude, quel 

bollore 

movimento, quel brulichio che produrrebbe un gran paniere di liori 

collocato aJ un' amia. le 

appena colti, messo davanti a un alveare. I parenti e l'educatrici 
avevano coltivata a accresciuta in lei la vanità naturale, per farle 

parer buono 

piacere il chiostro; ma quando questa passione fu stuzzicata da 

afflili ben tosto in 

idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con un ar- 

dore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto di 
quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al 

ella al far dei 

suo nuovo genio, rispondeva che, alia fin de' conti, nessuno le 

porre assenso, ella 

poteva mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei 

torre uno sposo, 

poteva maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di 

lo 

tutte loro; che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, 

che lo voleva; e lo voleva infatti. L'idea della necessità del suo con- 
fino allora inavvertita 

senso, idea che, fino a quel tempo, era stata come inosservata a 

vi si svolse 

rannicchiata in un angolo della .sua mente, si sviluppò allora, e si 

ad ogni 

manifestò, con tutta la sua importanza. Essa la chiamava ogni mo- 

tratto soccorso, le 

mento in aiuto, per godersi più tranquillamente l'immagini d'un 
avvenire gradito. Dietro questa idea però, ne compariva sempre in- 
fallibilmente un'altra: che quel consenso si trattava di negarlo al 
principe padre, il quale lo teneva già, o mostrava dì tenerlo per 

figliuola 

dato; e, a questa idea, l'animo della figlia era ben lontano dalla si- 
curezza che ostentavano le sue parole. Si paragonava allora con le 

che 

compagne, ch'erano ben altrimenti sicure, e provava per esse dolo* 
rosamente l'invidia che, da principio, aveva creduto di far loro 

si 

provare. Invidiandole , le odiava: talvolta l'odio s' esalava in di- 

la conformità del- 

epetti, in isgarbatezze, in motti pungenti; talvolta l'uniformità del- 
ie una ap< 
l'inclinazioni e delle speranze lo sopiva, e faceva nascere un'intrin- 

parente e transitoria intrinsichezza. 

eichezza apparente e passeggiera. Talvolta, volendo pure godersi 

reaie, 

intanto qualche cosa di reale e di presente, si compiaceva della 



ira I PROMESSI SPOSI 

preferenze che le venivano accordate, e faceva sentire all'altre 
quella sua superiorità; talvolta, non potendo più tollerar* la solitu- 

del del desidera raumlliata, 

Une de' suoi timori e do' suoi desidèri, andava, tolta buona, in 
cerca di quelle, quasi ad implorar® benevolenza, consigli, coraggio. 

gueniccluole altrui, ella 

Tra queste deplorabili guerricciole con so e con gli altri, aveva 

quella 

rarcata la puerizia, e s'inoltrava In quell'età cosi critica, nella quale 
par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa, che solleva, 

le le 

adorna, rinvigorisce tutte rinclinazioni, tutto l'idee, e qualche volta 

ad 

le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò che Gertrude 

quel 

aveva fino allora più distintamente vagheggiato in quo' sogni del- 
l'avvenire, era lo splendore esterno e la pompa: un non so che di 

di 

molle e d'affettuoso, che da prima v'era diCfuso leggermente e come 

svolgersi 

in nebbia, cominciò allora a spiegarsi e a primeggiare nelle sue 

SI ella 

fantasie. S'era fatto, nella parte più riposta della mente, come uno 

quivi rifuggiva quivi 

splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli oggetti presenti. Ivi acco- 
glieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie della 

ella 

puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, lU 

appreso nel colloquil colle 

ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva 

quivi 

con essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava 

comandi terapo tempo 

ordini, e riceveva omaggi d'ogni genere. Di quando in quando, ì 
pensieri della religione venivano a tflsturbare quelle feste brillanti 

quale era stata 

e faticose. Ma la religione, come l'avevano insegnata alla nostra 

quale ella proscriveva 

poveretta, e come essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, 
anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una 

Spogliata 

felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la Teli- 
le Negli 

glene, ma una larva come l'altre. Negl'Intervalli in cui questa larva 
prendeva il primo posto, e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, 
l'Infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa 
idea di doveri, s'immaginava che la sua ripugnanza al chiostro, e la 

renitenza alla del 

resistenza all' insinuazioni de' suol maggiori, nella scelta dello stato» 



CAPITOLO IX. m 

colpa. di 

fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d'espiarla, chiudendosi 
volontariamente nel chiostro. 

giovane 

Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, 

■6 non era 

prima d'essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il 

a ciò deputato, 

vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò affinchè 

constasse cti'ella vi si conduceva elezione : 

fosse certo che ci andava di sua libera scelta; e questo esame 

che con 

non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch'ella avesse esposto 

una supplica in iscritto esposto a quel vicario il suo desiderio. 

a quel vicario il suo desiderio, con una supplica, in iscritto. Quelle 

pigliato s« 

monache che avevan" preso il tristo incarico di far che Gertrude s'ob- 

colla 

bligasse per sempre, con la minor possibile cognizione di ciò che 

uno del 

faceva, colsero un de' momenti che abbiam detto, per farle trascrivere 

soscrlvere tale di 

e sottoscrivere una tal supplica. E a fine d'indurla più facilmente a 

ciò che era vero, che quella 

ciò, non mancarono di dirle e di ripeterle, che finalmente era una 

Analmente era una mera formalità la quale 

mera formalità, la quale (e questo era vero) non poteva aver' 
efllcacia, se non da altri atti posteriori, che dipenderebbero dalla 
volontà. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo 

scritta. 

destino, che Gertrude s'era già pentita d'averla sottoscritta. Si pen- 
di quei pentimenti, tina 

tiva poi d'essersi pentita, passando cosi i giorni e i mesi in un'in- 

volerl e di disvoleri. 

cessante vicenda di sentimenti contrari. Tenne lungo tempo nascosto 

suo fatto, di 

alle compagne quel passo, ora per timore d'esporre alle contraddi- 

manifestare un mar- 

fioni una buona risoluzione, ora per vergogna di palesare uno spro- 

rone. di 

posito. Vinse finalmente il desiderio di sfogar l'animo, e d'accattar 

V' a quell'esame della vo- 

consiglio e coraggio. C'era un'altra legge, che una giovine non fosse 

cazione una giovane non fosse ricevuta 

ammessa a quell'esame della vocazione se non dopo d'aver dimorato 
almeno un mese fuori del monastero dove era stata in educazione. 

L'anno dell'invio della supplica era quasi trascorso; 

Era già scorso l'anno da che la supplica era stata mandata: e Cer- 
erà stata fra ella tolta 
trude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal mona- 

istarvl 

Btero, e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e 

necessarll ch'ella 

far* tutti i passi necessari al compimento dell'opera che aveva di 

incominciata. 

fatto cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutt« 



I7g I rKOJCESEI SPOSI 

tali non #r»no pi* I 

ciò per certo, come se fosse già aTvenuto; ma la giovine aveva 

conti della giovane: invece ,. . . ,. ... «Ha al mo- 

tutt'altro in testa: in vece di far' gii altri passi, pensava alla ma- 

«o . strette risolvè 

niera di ticare indietro il primo. In tali angustie, si risolvette d'a- 
prirsi con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempra 

vigorosi. per 

a dar consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude d'informar® con 

padre, come ella aveva mutato pensiero; 

■ina lettera il padre della sua nuova risoluzione; giacché non le ba- 

cantargli a suo tempo 

stava l'animo di spiattellargli sul viso un bravo : non voglio. E 

rari assai, 

perchè i pareri gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consi* 
gliera fece pagar questo a Gertrude con tante beffe sulla sua dap- 

fra tre quattro 

pocaggine. La lettera fu concertata tra quattro o cinque confidenti, 

soppiatto, di artiflzii 

scritta di nascosto, e fatta ricapitare per via d'artifizi molto studiati 

grande 

Gertrude stava con grand'ansietà, aspettando una risposta che non 

tiratala 

venne mai. Se non che, alcuni giorni dopo, la badessa, la fece venir 

in disparte, reticenza, 

nella sua cella, e, con un contegno di mistero, di disgusto e di com- 

toccò motto 

passione, le diede un cenno oscuro d'una gran collera del principe, e 

una scappata fatta . , , 

d'un fallo ch'ella doveva aver commesso, lasciandole però intendere 

ella si dimenticherebbe. 

che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe dimenticato. 

chiedere 

La giovinetta intese, e non osò domandar più in là. 
Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque 

ch'ella ad del 

Gertrude sapesse che andava a un combattimento, pure l'uscir* di 

l'oltrepassar otto 

monastero, il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott'anni rin- 
chiusa, lo scorrere in carrozza per l'aperta campagna, il riveder* la 

per lei 

città, la casa, furon" sensazioni piene d'una gioia tumultuosa. 

Quanto ella colla 

In quanto al combattimento, la poveretta, con la direzione di quelle 

pigliate come 

confidenti, aveva già prese le sue misure, e fatto, com'era sì direbbe, 

far violenza, ella; terrò 

il SUO piano. — mi vorranno forzare, — pensava, — e io stard 

ituro, negherò: 

dura; sarò umile, rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che 

proferire proferirò 

di non dire un altro si; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno 

colle ed 

con le buone; e io sarò più buona di loro; piangerò, pregherò, li 

domando 

moverò a compassione: finalmente non pretendo altro che di non esser* 



CAPITOLO IX. 179 

•agrldcata. sovent» a{ 

«acriflcata. — Ma, come accade spesso di simili previdenze, non ar- 

jivverò r uno Taltro supposto- scorrevauo 

venne né una cosa né l'altra. I giorni passavano, senza che il 

padre né altri le parlasse della supplica, né della ritrattazione, 

vezzi 

«enza che le venisse fatta proposta nessuna, né con carezze, né con 

. ser" ^ . ,. , , . , . articolarne 

minacce. I parenti eran" sew, tristi, DurDeri con lei, senza mai dirne 

capiva 

il perchè. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, 

una 

•come un'indegna: un anatema misterioso pareva che pesasse sopra 
•di lei, e la segregasse dalla famiglia, lasciandovela soltanto unita 

era duopo soggezione. 

<luanto bisognava, per farle sentire la sua suggezione. Di rado, e 

eMa dei 

«olo a certe ore stabilite, era ammessa alla compagnia de*pa- 

Nei colioqui di questi tre sembrava regnare 

renti e del primogenito. Tra loro tre pareva che regnasse una gran 

dolorosa la proscrizione di 

confidenza, la quale rendeva più sensibile e più doloroso l'abbandono 
in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le rivolgeva il discorso; 

Je parole che ella inetteva timidamente innanzi, quando non avessero un 

« quando essa arrischiava timidamente qualche parola, che non fosse 

oggetto di evidente necessità, o cadevano inavvertite, o venivano corrisposte 

per cosa necessaria, o non attaccava, o veniva corrisposto con uno 

con uno con un se ella. 

Sguardo distratto, o sprezzante, o severo. Che se, non po- 

sofferire ed 

(tendo più sofifrire una così amara e umiliante distinzione, insisteva, 

addomesticarsi, di udiva 

e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po' d'amore, si sentiva 

tosto gittar qualche motto indiretto ma chiaro sulla ele- 

subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto della 

zione intendere v' 

scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c'era 

riconquistare Allora, ella 

-un mezzo di riacquistar l'affetto della famiglia. Allora Gertrude, che 

Io 

non l'avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi in- 
4ietro, di nflutar quasi i primi segni di benevolenza che avevi 

per 

-tanto desiderati, di rimettersi da sé al suo posto di scomunicata; 

vi rimaneva per soprappiù 

-^^er di più, vi rimaneva con una certa apparenza del torto. 

di urtavano dolorosamente 

Tali sensazioni u oggetti presenti facevano un contrasto doloroso 
■con quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s'era già tanto occupata, 

ella 

e s'occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che, 
Jiella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere al- 

al 

meno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del tutta 



180 I PROMESSI SPOSI 

in casa 

ingannata. La clausura era stretta e intera come nel monastero; 

di uscire a diporto né pure; una tribuna 

d'andare a spasso non si parlava neppure: e un coretto che, dalla 
casa, guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l'unica neces- 

vi di metter piede nella via. 

sita che ci sarebbe stata d'uscire. La compagnia era più 

svariata Ad 

trista, più scarsa, meno variata che nel monastero. A ogni annunzio 

di a 

d'una visita, Gertrude doveva salire airaUimo pzano^ per chiu- 

Bervigio: quivi pranzava 

dersi con alcune vecchie donne di servizio: e lì anche desinava,. 

ogni volta che vi fosse convito. La famiglia dei serventi si conformava 

quando c'era inv^ito. 1 servitori s'uniformavano, nelle 

nei alle della famiglia padrona: 

maniere e ne'discorsi, all'esempio e all' intenzioni de' padroni : e 
Gertrude, che, per sua inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una 

dimestichezza e incomposta, 

famigliarità signorile, e che, nello stato in cui si trovava» 

dibe- 

avrebbe avuto di grazia che le facessero qualche dimostrazione d'af- 

nevolenza alla 

fetto, come a una loro pari, e scendeva anche a mendi- 
carne^ rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi corri- 
sposta con una noncuranza manifesta, benché accompagnata da ud 
leggiero ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio, 
ben diverso da coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una 
compassione d'un genere particolare. Il contegno di quel ragazzetto 

ancora veduto slmigliante o di pia 

era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante 

prossimo 

a quell'ordine di cose tanto contemplato nella sua immagina- 

e 

tiva, al contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si 

scoperse , . . ■■ 

scoprì ni\ non so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una 

una 

tranquillità e un'inquietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha 

ad 

trovato qualche cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni 

altrui 

momento, e non lasciar vedere agli altri. Le furon" tenuti gli occhi 

e an bel mattino 

addosso più che mai : che è che non è. una mattina, fu sorpresa da 
una di quelle cameriere, mentre stava piegando alla sfuggita una 
carta, sulla quale avrebbe fatto meglio a non iscriver nulla. Dopo 

venne . , 

on breve tira tira, la carta rimase nelle mani della cameriera, e da 

nelle mani 

lueste passò in quelle del principe. 



CAPITOLO IX. 181 

calpestio del deaeri- 

li terrore di Gertrude, al rumor de' passi di lui, non sì può descri- 
vere, ed ella 
vere né immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si sentiva 

apparire sopracciglio, 

colpevole. Ma quando lo vide comparire, con quel cipiglio, con quella 

ella sotterra, 

carta in mano, avrebbe voluto esser* cento braccia sotto terra, 
non che in un chiostro. Le parole non furon° molte, ma terribili: il 

castigo al momento un rlnchiudimento 

gastigo intimato subito non fu che d'esser rinchiusa in quella 

stanza cameriera 

camera, sotto la guardia della donna che aveva fatta la scoperta; 

saggio, provvedimento istantaneo; 

ma questo non era che un principio, che un ripiego del momento; 

neir castigo 

si prometteva, si lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, 
indeterminato, e quindi più spaventoso. 

tosto come dovere; gli fa 

Il paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu minacciato 

minacciato qualche cosa pur nessun 

anch^ a lui qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse 
osato fiatar nulla dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il prin- 

quella 

cipe gli appoggiò due solenni schiaffi, per associare a quell'avventura 
un ricordo, che togliesse al ragazzaccio ogni tentazion* di vantarsene. 

espulsione d' 

Un pretesto qualunque, per coonestare la licenza deta a un paggio, 

da - ch'ella 

non era difficile a trovarsi; in quanto alla figlia, si disse eh* era 
incomodata. 

Si rimase ella battimento, 

Rimase essa dunque col batticuore, con la vergogna, col rimorso, 
col terrore dell'avvenire, e con la sola compagnia di quella donna 

ch'ella odiava 

odiata da lei, come il testimonio della sua colpa, e la cagione della 
sua disgrazia. Costei odiava poi a vicenda Gertrude, per la quale si 
trovava ridotta, senza saper* per quanto tempo, alla vita noiosa d{ 
carceriera, e divenuta per sempre custode d'un segreto pericoloso. 

quel si acquetò 

Il primo confuso tumulto di que' sentimenti s'aquietò a poco poco; 

ognun d' essi, tornando alla sua Ingrandiva, 

ma tornamlo essi poi a uno per volta nell'animo, vi s'ingrandivano, 

fermava ed 

e si fermavano a tormentarlo più distintamente e a bell'agio. Che 

nube ? 

poteva mai esser* quella punizione minacciata in enimmal Molte e 
varie e strane se ne affacciavano alla fantasia ardente e Inesperta 
di Gertrude. Quella che pareva più probabile, era di venir ricondotta 



18S I PROMESSI SPOSI 

al monastero di Monza, di ricomparirvi, non più come la signorina, 

fla 

ma in forma di colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! 

contingenza 

chi sa con quali trattamenti! Ciò che una tale immaginazione, tutta 

per lei di più doloroso, era forse 

piena di dolori, aveva forse di più doloroso per lei, era Tapprensione 

sclau- 

della vergogna. Le frasi, le parole, le virgole di quel foglio sciagu- 
rato 
rato, passavano e ripassavano nella sua memoria: le immaginava 

osservate, pesate da un lettore tanto impreveduto, tanto diverso da 

in risposta; fantasticava 

quello a cui eran" destinate ; si figurava che avessero potuto 

pur 

cader sotto gli occhi anche della madre o del fratello, o di chi sa 
altri: e, al paragon* di ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un 

che 

nulla. L'immagine di colui ch'era stato la prima origine di tutto lo 

scandalo anch'essa sovente 

scandolo, non lasciava di venire spesso anch'essa ad infestar* la 

non è da dire facesse 

povera rinchiusa: e pensate che strana comparsa doveva far quel 

dissimili seri! 

fantasma, tra quegli altri così diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. 

perciò appunto che 

Ma, appunto perchè non poteva separarlo da essi, né tornare un 

tosto 

momento a quelle fuggitive compiacenze, senza che subito non le 

si ne 

s'affacciassero i dolori presenti che n'erano la conseguenza, cominciò 

tornarvi rispingerne 

a poco a poco a tornarci più di rado, a respingerne la rimembranza, 
a divezzarsene. Né più a lungo, o più volentieri, si fermava in quelle 

splendide 

liete e brillanti fantasie d'una volta: eran» troppo opposte alle cir- 
ad 

costanze reali, a ogni probabilità dell'avvenire. Il solo castello nel 
quale Gertrude potesse immaginare un rifugio tranquillo e onorevole, 

ella 

e che non fosse in aria, era il monastero, quando si risolvesse 

di entrarvi tale ella 

d'entrarci per sempre. Una tal risoluzione ( non poteva dubi- 

racconciato can- 

tarne) avrebbe accomodato ogni cosa, saldato ogni debito, e cam- 

Ìiata 
lata in un attimo la sua situazione. Contro questo proposito, insor- 

una età : 

gè vano é vero, i pensieri di tutta la sua vita: ma i tempi eran» 

nel fondo 

mutati; e nell'abisso in cui Gertrude era caduta, e al paragone di 
ciò che poteva temere in certi momenti, la condizione di monaca 

obbedita zucchero. 

festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino. Due sen- 



Capitolo IX. 183 

per 

timenti di ben diverso genere contribuivano pure a intervalli a 
scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, 

«d 

e una tenerezza fantastica di divozione; talvolta l'orgoglio amareg- 

«d dal modi dir 

giato e irritato dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire 

col farle 

il vero, provocata da lei) si vendicava, ora facendole paura di quel 

castigo col farle vergogna 

minacciato gastigo, ora svergognandola del fallo. Quando poi voleva 

tuono 

mostrarsi benigna, prendeva un tono di protezione, più odioso ancora 

la voglia pro- 

dell'insulto. In tali diverse occasioni, il desiderio che Gertrude sen- 

vava di dalle 

tiva d'uscir* dall'unghie di colei, e di comparirle in uno stato al di 

questa voglia 

opra della sua collera e della sua pietà, questo desiderio abituale 

viva 

diveniva tanto vivo e pungente, da far parere amabile ogni cosa che 

appagarla. 

potesse condurre ad appagarlo. 

di 

In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina, 

stomacata oltre modo uno quei tratti 

Gertrude stuccata e invelenita all'eccesso, per un di que' dispetti 

si cacciare stanza, 

della sua guardiana, andò a cacciarsi In un angolo della camera, e 

quivi col volto nascosto nelle palme, si 

li, con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a 
divorar' la sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere 

altre facce, udire di 

altri visir ^i sentire altre parole, d'esser trattata diversamente. 
Pensò al padre, alla famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato. 

sovvenne da lei dipendeva 

Ma le venne in mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli 

amici, subita gioia. 

amici; e provò Una gioia improvvisa. Dietro questa, una confusione 

egual 

e un pentimento straordinario del suo fallo, e un ugual desiderio 

di fosse fermata a tale 

d'espiarlo. Non già che la sua volontà si fermasse in quel propo 

vi s' piegata cosi vicino. Si levò 

nimento, ma giammai non e' era entrata con tanto ardore. S'alzò 

quivi, ad 

di li, andò a un tavolino, riprese quella penna fatale, e scrisse al 

di di di 

padre una lettera piena d'entusiasmo e d'abbattimento, d'afflizione e 
di speranza, implorando il perdono, e mostrandosi indeterminata- 
mente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva accordarlo. 



CAPITOLO X. 



V ha del del 

Vi sou de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è 

di ad tutto 

disposto in maniera clie ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni cosa 

bene, sacrificio 

che. abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un flore appena 

sbucciato si 

sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a 

prima attorno. 

concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto d'intorno. 
Questi momenti, che si dovrebbero d2.^li altri ammirare con timido 
rispetto, son quelli appunto che l' astuzia interessata spia attenta- 
mente e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda. 

di tosto 

Al legger* quella lettera, il principe"* vide subito lo spiraglio 

dicendo 

aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude 

ch'ellft 

che venisse da lui; e aspettaudola, si dispose a batter' il ferro, 

mentre levar volto 

mentr'era caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso 

gettò a' piedi, 

al padre, gli si buttò in ginoccliioiii davanti, ed ebbe appena 

da perdono, k Quegli si 

flato di dire: « perdono! > Egli le fece cenno che s'alzasse; ma, con 
una voce poco atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava 

chiederlo, ch'ella 

desiderarlo né chiederlo; eh' era cosa troppo agevole o troppo na- 
turale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in 
somma bisognava meritarlo, Gertrude domandò, sommessamente e 

A. questo il soffre 

tremando, che cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il 



CAPITOLO X. 185 

cnore di dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose 

direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: 

e quelle parole frizzavano sull'animo della poveretta, come lo scorrere 

d'una mano ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che, quand'an- 
che egli da 
che... caso mai... che avesse avuto prima qualche intenzione di 

ella aveva ora posto a ciò 

collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo ora un ostacolo insu- 

ad quale egli era 

perabile; giacché a un cavalier d'onore, com'era lui, non sarebbe 

il cuore ad 

mal bastato l'animo di regalare a un galantuomo una signorina che 
aveva dato un tal saggio di sé. La misera ascoltatrice era annichilata: 

ed il discorso, 

allora il principe, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole, 

a dire ad v' 

proseguì dicendo che però a ogni fallo c'era rimedio e misericordia; 

pei 

che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente in- 

ch'ella 

dicato: ch'essa doveva vedere, in questo tristo accidente, come un 
avviso che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei.... 
« Ah! sì! » esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla 
vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.' 

ripigliò 

« Ah! lo capite anche voi, » riprese incontanente il prìncipe. « Eb- 
bene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso 
il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perchè 

di buoQ garbo di 

l'avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a 

.a me tocca di 

farvelo riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tor- 

la 

nare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io 

cura io. 

la cura. » Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, 

servo 

e al servitore che entrò, disse: « la principessa e il principino 8u« 

prosegui tosto 

bito. » E seguitò poi con Gertrude: « voglio metterli subito a parte 

tosto 

della mia consolazione; voglio che tutti comincin" subito a trattarvi 

UQ po' del 

come si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma 
da qui innanzi proverete tutto il padre amoroso. > 

smemorata. 

A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava 
come mai quel si che le era scappato, avesse potuto significar tanto, 



188 I PROMESSI SPOSI 

Ti un modo ripigliarlo 

ora cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il 
senso; ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia 
cosi gelosa, la benignità cosi condizionata, che Gertrude non osò prò» 
ferire una parola che potesse turbarle menomamente. 

Sopravvennero In breve veggendo ivi 

Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude^ 

r affisarono con nn volto incerto e maravigliato. 

la guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con uà 

Bimigliante 

contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante» 

intendo che sia 

ecco, » disse, < la pecora smarrita: e sia questa l'ultima 

tristi 

parola che richiami triste memorie. Ecco la consolazione della fa- 

quello 

miglia. Gertrude non ha più bisogno di consigli; ciò che noi dèside- 

ella 

ravamo per suo bene, l'ha voluto lei spontaneamente. È risoluta^ 

mi ella 

m'ha fatto intendere che è risoluta.... > A questo passo, alzò essa 

al 

verso il padre uno sguardo tra atterrito e supplichevole, come per 

chiedere ch'egli 

chiedergli che sospendesse, ma egli proseguì francamente: « che * 
risoluta di prendere il velo. » 

ad 

< Brava! bene ! » «sciamarono, a una voce, la madre e il Aglio, e 

Gertrude, qupste 

l'uno dopo r altra abbracciaron" Gertrude ; la quale ricevette quelle 

lagrime 

accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di con- 

allargò ch'egli 

solazione. Allora il principe si diffuse a spiegar* ciò che farebbe per 
render* lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle distinzioni 

eh' ella avrebbe ch'ella vi 

di cui godrebbe nel monastero e nel paese ; che, là sarebbe com» 
una principessa, come la rappresentante della famiglia; che, ap- 

lo concesso ella assunta 

pena l'età l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima di- 
gnità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa 

ad tratto 

e il principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli 

posseduta 

applausi: Gertrude era come dominata da un sogno. 
« Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far* la 

domanda 

richiesta alla badessa, > disse il principe. « Come sarà contenta! vi 
80 dire che tutto il monastero saprà valutar* l'onore che Gertrude^ 

vi oggi medesimo? pi- 
gli fa. Anzi perchè non ci andiamo ogSLìì Gertrude pren- 

gllerà 

derà volentieri un po' d'aria. » 



CAPITOLO X. IW 

< Andiamo pure^ » disse la principessa. 

< Vo a dar' gli ordini, » disse il principino. 

< Ma.... » proferì sommessamente Gertrude. 

ripigliò 

< Piano, piano, > riprese il principe: « lasciam" decidere a lei: forse 

amerebbe meglio 

oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar 

Dite, voi 

fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani? » 

debole voce 

< Domani, » rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva 

pigliando 

ancora di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo. 
« Domani, > disse solennemente il principe:* ha stabilite» cne si 

vado a chiedere al che 

vada domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a 

mi dia 

fissare un giorno per l'esame. » Detto fatto, il principe uscì, e andò 

picciola vicàrio, ne 

veramente (che non fu piccola degnazione) dal detto vicario; e con- 

ebbe promessa pel posdomani. 

certarono che verrebbe di lì a due giorni. 

due minati 

In tutto il testo di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuta 

quiete. eUa 

di bene. Avrebbe desiderato riposar Tanimo da tante commozioni, 

- . _ ^ chiarificare 

lasciar , per dir così, chiarire, i suoi pensieri, render conto a sé 

, j. . V *"■* farsi, 

Stessa di ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere 

ella si 

ciò che volesse, rallentare un momento quella macchina che, 

camminava 

appena avviata, andava cosi precipitosamente; ma non ci fu verso. 

Le 

l'occupazioni si succedevano senza interruzione, s'incastra#ano l'una 

*'*'|', Depo quei solenne colloquio ella 

con i altra. Subito dopo partito il principe, fu condotta nel ga-. 

K* i* j 11 quivi, rl- 

Dinetto della principessa, per essere, sotto la sua direzione, pet- 

Testlta, assettata, per mano della 

tinata e rivestita dalla sua propria cameriera. Non era ancor 

, venne l'avviso esser servita la 

terminato di dar l'ultima mano, che furon avvertite ch'era in ta- 

, fra gì' del servi 

vola. Gertrude passò in mezzo agl'inchini della servitù, che accen- 
navano 
nava di congratularsi per la guarigione, e trovò alcuni parenti più 

che In fretta convitati 

prossimi, ch'erano stati invitati in fretta, per farle onore, e per ral- 

. delle buone notizie 

tegrarsi con lei de' due felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la 
•piegata vocazione. 
La sposina (cosi si chiamavano* le giovani monacande, e Gertrude 



188 1 PROMESSI SPOSI 

Al SUO apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe 

che assai di ai erano indirizzati. 

da dire e da fare a rispondere a complimenti che le floccavan 

ben ella di quelle 

da tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte 

una 

«ra come un'accettazione e una conferma; ma come rispondere di- 
Levate le mense, poco si stette che del passeggio 

versamente? Poco dopo alzati da tavola, venne l'ora della trottata. 

una colla che 

Gertrude entrò in carrozza con la madre, e con due zii ch'erano 

del convito. 

«tati al pranzo. Dopo un solito giro, si riuscì alla strada Marina, eh© 

dai giardini pubblici, 

allora attraversava lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed 

raddotto cocchio 

^ra il luogo dove i signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fa- 

molto era 

tiche della giornata. Gli zii parlarono anche a Gertrude, come por- 

convenevole essi che più del- 

tava la convenienza in quel giorno: e uno di loro, il qual pareva 

r altro pareva conoscere 

^he, più dell'altro, conoscesse ogni persona, ogni carrozza, ogni li- 
ed qua4che cosa 

vrea, e aveva ogni momento qualcosa da dire del signor tale e 

tale, s' interruppe ad volto alla nipote: 

della signora tal altra, sivoltò a leitutt'aun tratto,e le disse: 

fui-betta '. > le disse: miachionerie 

4C ah furbetta! voi date un calcio a tutte queste corbellerie; 

dritta negli an- 

«iete una dirittona voi; piantate negl'impicci noi poveri mondani, vi 

date far vi portate 

ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso in carrozza. » 

Suirimbrunire servi col 

Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con 

doppieri annunziarono 

le torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era 

Si 

«orsa; em parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entrò 
nella sala della conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il trastullo, 
la vittima. Ognuno la voleva per sé: chi si faceva prometter dolci, 
chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi 
<lella madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, 

del primato che ivi ella avrebbe 

ehi discorreva, con gran sapore, della gran figura ch'essa avrebbe 

goduto. 

fatta là. Altri, che non avevan" potuto ancora avvicinarsi a Gertrude 

agguatando prova- 

C08Ì assediata, stavano spiando l'occasione di farsi innanzi, e senti- 
vano 
vano un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A 

brigata si partirono 

poco a poco, la compagnia s'andò dileguando; tutti se n'andarono 

con la famiglia. 

cenza rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori e il fratello. 



Capitolo x. 18»- 

avuta 

« Finalmente, > disse il principe, « ho avuto la consolazione di ve- 
la sua pari. confessare, an- 

dor* mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che an- 

rh'ella impacciata 

che lei s'è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a 
f ir la prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia. * 

presto on ' In pronto di buon'ora 

SI cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser* pronti presto 

il domani 

la mattina seguente. 

A indispettita, un po' gonfiata nello stesso tem- 

Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po' gojt 

pò quel tanti corteggiamenti della giornata sovvenne momen- 

fiata da tutti que' complimenti, si rammentò in quel punto- 

lo di veesendo 

ciò eh 3 aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre 
così disposto a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle ap* 

soddisfare , 

profittare dell'auge in cui si trovava, per acquietare almeno una 
delle passioni che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripu- 

de' suoi modi. 

gnanza a trovarsi con colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.. 

vi 

« Come! > disse il principe: « v'ha mancato di rispetto colei! Do- 
lo in maniera che le starà bene. 

mani, domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare 

ne avrete soddisfazione intera. 

a me, che Je farò conoscere c3ii è lei, e 

Frattanto 

chi siete toì. E a ogni modo, una figlia della quale io son° con- 

dftbbe attorno 

tento, non deve vedersi intorno una persona che le dispiaccia »■ 

alla quale 

Così detto, fece chiamare un'altra donna, e le ordinò di servir* 

Gertrude, 

Gertrude ; la quale intanto, masticando e assaporando la soddisfa- 

trovarvl gusto 

zione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco sugo, ir>' 

ne a 

paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo mal- 

Impadroniva tutta la sua riflessione, dei 

grado, s'impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de'gra» 

ella quel giorno via 

progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada dei 

ritrarsene di gran lunga 

chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più 
forza e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima^ 

ella si 

e che pure non s'era sentita d'avere. 

venne nella sua stanza 

La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia. 

cui ella 

di casa, stata già governante del principino, che aveva ricevuto ap 

biacci!) della nutrice, 

pena uscito dalle fasce, e tirato su fino all'adolesceoz^ 



100 ., I PROMESSI SPOSI 

e nel quale aveva riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, 

lieta 

la sua gloria. Era essa contenta della decisione fatta in quel giorno, 

a compimento della giornata 

come d'una sua propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, 

sentire vecchia. 

dovette succiarsi le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia. 

Le parlò essa 

e senlir parlare di certe sue zie e prozie, le quali s'eran" trovate 

ben contente d' esser monache, perchè, essendo di quella casa, ave- 
goduto de' 
van® sempre goduti i primi onori, avevan® sempre saputo tenere 

una mano al erano uscite vittoriose 

uno zampino di fuori, e, dal loro parlatorio, avevano ottenuto cose 

da Impecni nei quali le più gran dame erano rimaste 

che le più gran dame, nelle loro sale, non c'eran potute arri- 

al di sotto. verrebbe 

vare. Le parlò delle visite che avrebbe ricevute: un giorno poi, 

«n glprno aveva cer- 

verrebbe il signor principino con la sua sposa, la quale doveva es- 

tamente a essere dama; 

fler certamente una gran signorona; e allora, non solo il monastero, 

movimento. 

ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia aveva parlato men- 

coricata, 

tre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto ; parlava an- 
cora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano state 

delle cure. 

più forti de' pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di sogni 

stridula 

penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia, che 

di buon mattino riscuoterla apparecchiasse alla 

venne a svegliarla, perchè si preparasse per la gita di 

Monza. 

« Alto, alto, perch' ella 

« Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che 

assettata, anche 

eia vestita e pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora prin- 

alzando 

«ipessa si sta vestendo; e l'hanno svegliata quattr'ore prima del so- 
lito. Il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, 

di che un lepratto 

ed è all'ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre, quel 

egli era tale posso beu io, 

diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo, che l'bo 

tenuto nelle mie braccia. quando è alla via, si vuol 

portato in collo. Ma quand'è pronto, non bisogna farlo aspettare, 
perchè, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora s'impazien- 

compatlrlo, effetto di temperamento; 

tisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo naturale; 
e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè s'incomoda 

Guarda, in quei momenti, chi lo toccasse! rispetto a 

per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo per nes- 



CAPITOLO X. W» 

at 

fiUDO, fuorché per il signor principe. Ma, un giorno, il signor prin- 

egli; il 

cipe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta, signo* 

ella 

rina! Perchè mi guarda cosi incantata? À quest'ora dovrebbe esser 

del uido. 

fiior' della cuccia. » 
All'immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che 

tosto 

«'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron** subito, 

passere, di uno spauracchio. Obbedì 

come uno stormo di passere all'apparir* del nibbio. Ubbidì, si vesti 

acconciare, parenti 

in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove 1 genitori 

adagiare brac- 

e il fratello eran** radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a brac- 
hinoli tazza cioccolatte quei 

cioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que' tempi, 

era ^' romani 

era quel che già presso i Romani il dare la veste virile. 

si annutiziò che la carrozza era pronta, trasse 

Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò la 
figlia in disparte, e le disse: « orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore: 

far 

Oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare ana comparsa 
solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la 

Vi ( É 

prima figura. V'aspettano .... > E inutile dire che il principe aveva 

antecedente.) vi 

spedito un avviso alla badessa, il giorno avanti. « V'aspettano, e 
tutti gli occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La ba- 

che cosa affare di 

4essa vi domanderà cosa volete : è una formalità. Potete rispondere 

domandate 

che chiedete d'essere ammessa a vestir l'abito in quel monastero, 
■dove siete stata educata così amorevolmente, dove avete ricevute 

Porgete 

tante finezze: che è la pura verità. Dite quelle poche parole, con un 

disimpacciato: 

fare sciolto: che non s'avesse a dire che v'hanno imboccata, e che 

dei- 

non sapete parlar® da voi. Quelle buone madri non sanno nulla del- 
l' occorso: debbe famiglia. 

l'accaduto: è un segreto che deve restar sepolto nella famiglia; e 

Però 

perciò non fate una faccia contrita e dubbiosa, che potesse dar quat 

Mostrate 

■che sospetto. Fate vedere di che sangue uscite: manierosa, modesta; 

v ò 
ina ricordatevi che, in quel luogo, fuor' della famiglia, non ci sarà 

nessuno sopra di voi. » 

mosse, 

Senza aspettar risposta, il principe si mosso; Gertrude, la prin- 



193 I PROMESSI SPOSI 

gli tennero dietro, Reale; 

cipessa e ìlprincipiao lo seguirono; scesero tutli le scale, e mon» 
tarono in carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata 
del chiostro, principalmente per le giovani di sangue nobilissimo» 
furono il tema della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della 

via le figliuola 

strada, il principe rinnovò l'istruzioni alla figlia, e le ripetè più volte 

quel paese, 

la formola della risposta. All'entrare in Monza, Gi3rtrude si senti 

Istantaneamente 

stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante 

signori, 

da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non 

che si più lentamente 

EO qual complimento. Ripreso il cammino, s'andò quasi di passo al 

del 

monastero, tra gli sguardi de' curiosi, che accorrevano da tutte le 

vìa. dinanzi 

parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura» 

dinanzi ben 

davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si 

fra servi 

smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare indietro. 

le imponevano di 

Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l'obbligavano a studiar* 

ad ogni momento 

continuamente il suo contegno: ma più di tutti quelli insieme, la te- 
soggezione ai quali ella 
nevano in suggezione i due del padre, a' quali essa, quantunque ne 
sentisse ad 

avesse così gran paura, non poteva lasciar* di rivolgere i suoi, ogni 

1 sembianti di lei 

momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, 

redine 

come per mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, 

8i nel secondo, quivi appari interiore 

s'entrò in un altro, e li si vide la porta del chiostro interno, spalan- 

in 

caia e tutta occupata da monache. Nella prima fila« la badessa cir- 
condata da anziane; dietro, altre monache alla rinfusa, alcune in 

sollevate sgabelli 

punta di piedi; in ultimo le converse ritte sopra panchetti. Si vede- 
van" pure qua e 1j\ luccicare a mezz'aria alcuni occhietti, spuntar 

faccette fra cocolle: ani- 

qualche visino tra le tonache: eran" le più destre, e le più corag- 

mose delle 

giose tra l'educande, che, ficcandosi e penetrando tra monaca e mo- 
naca, eran" riuscite a farsi un po' di pertugio, per vedere anch'esse 
qualche cosa. Da quella calca uscivano acclamazioni; si vedevan* 

di esultazione. 

molte braccia dimenarsi, in segno d'accoglienza e di gioia. Giunsero 

faccia faccia colla 

jlU porta; Qertrade si trovò a viso a viso con la madre b de sa. Dopa 



CAPITOLO X. IfS 

un modo 

i primi complimenti, questa, con una maniera tra il giulivo e il solenne, 

la interrogò: che ella . , , , ^ì , 

le domandò cosa desiderasse in quel luogo, dove non cera ciu 
le potesse negar nulla. 

« Son qui..., » cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le pa- 
li 
role che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, 

su la 

esitò un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava 

dinanzi. 

davanti. Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, 

una cera mista di compassione e di malizia, 

che la guardava con un' aria di compassione e di malizia insieme, © 

incappata 

pareva che dicesse: ah! la c'è cascata la brava. Quella vista, risve- 
gliando più vivi nell'animo suo tutti gli antichi sentimenti, le re- 

ella 

stituì anche un po' di quel poco antico coraggio: e già stava cer- 
cando una risposta qualunque, diversa da quella che le era stata 

dettata. Quando 

dettata; quando, alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi per 

una 

esperimentar' le sue forze, scorse su quella un'inquietudine così 

una tema 

cupa, un'impazienza così minaccevole, che, risoluta per paura, eoe \^ 

con 

stessa prontezza che avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto ter- 

domandare 

pibile, proseguì: « son qui a chiedere d'esser® ammessa a vestii 
l'abito religioso, in questo monastero, dove sono stata allevata così 

dolerle assai 

amorevolmente. > La badessa rispose subito, che le dispiaceva molto, 

quel caso i regolamenti le vietassero 

in una tale occasione, che le regole non le permettessero di dare 

suffraRJi 

immediatamente una risposta, la quale doveva venire dai voti co- 
dei 
munì delle suore, e alla quale doveva precedere la licenza de'supe« 

conosceva abbastanza si 

rieri. Che però Gertrude, conoscendo i sentimenti che s'ave» 

per 

van" per lei in quel luogo , poteva preveder® con cei'Ie/zo 

«luale questa risposta sarebbe; nessun regolamento imppAvj;. 

qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola proibiva 
alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che sen- 

domanda. I.evossi frastuono 

tivano dì quella richiesta. S'alzò allora un frastono confuso di 

di tosto grandi baerfc 

congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran guantiere 

colmi poset» 

colme di dolci, che furon° presentati, prima alla sposina, e dopo at 

delle se la rapivano, 

parenti. Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altro 

13 



la, I PROMESSI SPOSI 

facevano complimenti alla al 

complimentavan la madre, altre il principino, la badessa fece pre- 

ell» 

gare il principe che volesse venire alla grata del parlatorio, dove 

]« anziane, 

l'attendeva. Era accompagnata da due anziane; e quando lo vide com- 

diss'ella : obbedire 

parire, « signor principe, > disse : < per ubbidire alle regole .... per 

»<l«M|>lere 

ailèmpire una formalità indispensabile, sebbene in questo caso.... 

debbo domandi 

pure devo dirle .... che, ogni volta che una figlia chiede d'essere 

alla vestizione.... 

ammessa a vestir l'abito, la superiora, quale io sono indegna- 

tiene obbligo di parenti 

mente,... è obbligata d'avvertire i genitori ... . che se, per caso.... 
forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. 
Mi scuserà . . ; . » 
« Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è 

ella 

troppo giusto Ma lei non può dubitare » 

< Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso»... 
del resto — > 

« Certo, certo, madre badessa. » 

Barattate queste poche parole, i due interlocutori s'inchlnarona 

ad entrambi 

vicendevolmente, e sì separarono, come se a tutt'e due pesasse di 

prol«i8*re queUdisoorso, ■> ^ ^ ^ ^ . 

rimaiier li testa testa; e andarono a riu- 

brigata al di aljdl della 

nirsi ciascuno alla sua compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la 
soglia claustrale. 

avrà ogni comodità <U 

« Oh via,» disse il principe: < Gertrude potrà presto 

sua voglia ab- 

godersi a suo bell'agio la compagnia di queste madri. Per ora le ab- 
bia» tenute abbastanvca a disagio. E fatto Inchino di6 (egao 

biamo incomodate abbastanza. » Cosi detto, fece un inchino; 

di votar partire; mosse, 

la famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i cosi' 

ritorno volontà 

plimienti, e si parti. Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia 

)>arlare. dal vergognata 

di discorrere. Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa dellA 

contra altri, contra 

sua dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sé stessa, fo- 

delle 

ceva temutamente il conto dell'occasioni, che le rimanevano ancora 
di dis ^ no; e prometteva debolmente e confusamente a so tstortfli» 

ella 

/)he» in questa, o in quella, o in quell'altra» sarebbe pttt dostra O 



CAPITOLO X. 105 

del tutto 

più forte. Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto 

Stpevento per , . . 

terrore di quel cipiglio del padre; «talché, quando, con un occhiata 

iflttata sfuggiaeca sul volto dì lui, potè chiarirsi che v' 

datagli alla sfuggita, potè chiarirsi che sul volto di lui non c'era più 

ch'egli 

alcun vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddi- 

un b^l che 

fi-fattissimo di leij le parve una bella cosa, e fu, p.er un istante, tutta 
contenta. 

giunti, una lutvga assettatura, pranzo. 

Appena arrivati, bisognò rivestirsi e pilisciarsi ; poi il desinare, poi 

il passeggio. Sul' 

alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena. Sulla 

fluire sol tappeto 

fine di questa, il principe mise in campo un altro afifare, la scelta 

a ciò dai 

della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata da' 

parenti 

genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel 

domanda la vestizione; 

tempo tra la richiesta e l'entratura nel monastero; tempo che veniva 
speso in visitar* le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le 

santuaril 

ville, i santuari: tutte le cose in somma più notabili della città e de' 
contorni ; affinchè le giovani, prima di proferire un voto irrevocabile, 

che 

vedessero bene a cosa davano un calcio. € Bisognerà pensare a 

una madrina, > disse il principe: « perchè domani verrà il vicario 

delle monache, per la formalità dell'esame, e subito dopo, Gertrude 

Pro- 
verrà proposta in capitolo, per esser* accettata dalle madri. » Nel 

ferendo queste parole egli 

dir questo, s'era voltato verso la -principessa; e questa, cre- 

vl 

dendo che fosse un invito a proporre, cominciava: «ci sarebbe.... » 

< no, 

Ma il principe interruppe: « No, no, signora principessa: la madrina 

dee gradire 

deve prima di tutto piacere alla sposina; e benché l'uso universale 

aggiu- 

dia la scelta ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assen- 

statezza, d' esser cavata dell' ordinario. 

natezza, che merita bene che si faccia un'eccezione per lei. »E qui, 

rivolto 

voltandosi a Gertrude, in atto di chi annunzia una grazia singolare, 
continuò : « ognuna delle dame che si son" trovate questa sera alla 

possedè le condizioni necessarie 

conversazione, ha quel che si richiede per esser madrina d'una figlia 

ognuna, mi do a credere, sarà per tenere ad 

della nostra casa; non ce n'è nessuna, crederei, che non sia per te- 
onore di essere la preferita : 

acrei onorata della preferenza: scegliete voi. » 



1^6 1 PROMESSI SPOSI 

sentiva lo scegliere 

6*y»Pttde vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo con- 
sens»; ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, 

avrebbe avuto sembiante,di e lo sca- 

per quanto fosse umile, poteva parer ' disprezzo, 

earsi disconoscenza o di fastidiosaggìDe, ella 

o almeno capriccio e leziosaggine. Fece dunque anche quel 

geuio, 

passo ; e nominò la dama che, in quella sera, le era andata più a genio ,■ 

fatte 

quella cioè che le avea fatto più carezze, che l'aveva più lodata, che 

quel modi affettuosi, premurosi, 

l'aveva trattata con quelle maniere famigliari, affettuose e premurose, 

nel una 

che, ne' primi momenti d'una conoscenza, contraffanno un'antica ami- 

sclamò ed 

ci?ia. « Ottima scelta, > disse il principe, che desiderava e aspettava 

^:^'Ua appunto. giuo- 

appTi©to quella. Fosse arte o caso, era avvenuto come quando il gio- 

cator mano dinanzi 

cator di bussolotti facendovi scorrere davanti agli occhi le carte 

ed egli 

d'un mazzo, vi dice che ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà; 

modo voi reggiate 

ma le ha fatte scorrere in maniera che ne vediate una sola. Quella 

attorno 

dama era stata tanto intorno a Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto 

abbisognato 

occupata di sé, che a questa sarebbe bisognato uno sforzo di fan- 
tasia per pensarne un'altra. Tante premure poi non eran*» senza mo- 

posto 

tivo: la dama aveva, da molto tempo, messo gli occhi addosso al 

ella rlsguardava 

principino, per farlo suo genero : quindi riguardava le cose di 
quella casa come sue proprie; ed era ben naturale che s'interessasse 

del 

per quella cara Gertrude, niente meno de'suoi parenti più prossimi. 

Al domani colla Immaginazione 

1 giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell'esaminatore 

pensando e come ella 

che doveva venire ; e mentre stava ruminando se potesse co 

dare addietro 

gliere quella occasione così decisiva, per tornare indietro, e il» 
]||ual maniera, il priiicipe la fece chiamare, e Orsù, figliuola, > le 

egli: 

disse t < finora vi siete portata egregiamente: oggi si tratta di co- 

quello si si 

renar l'opera. Tutto quel che s'è fatto finora, s'è fatto di vostro con- 
mezzo 
senso. Se in questo tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pen- 

tlmeatuccio, grilli di gioventù, avreste dovuto spiegarvi ; ma al punto 

da 

a cai sono ora le cose, non è più tempo di far ragazzate. Qaeiruomo 

ha da questa mattina, interrogazioul 

dabbene cbe deve venire stamattina, vi farà cento domaod» 



CAPITOLO X. 197 

andate buona voglia, 

sulla vostra vocazione: e se vi fato monaca di vostra volontà, e il 

tentennate 

perchè e il per come, e clie so io ? Se voi tiiubate nel rispondere, 

egli un fastidio e uno sfini- 
vi terrà sulla corda chi sa quanto. Sarebbe un'uggia, un tor- 
mento per voi; ma ne potrebbe anche venire un altro guaio più 
?erio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche che si son fatte, ogni 

plcclola porrebbe 

inù piccola esitazione che si vedesse in voi, metterebbe a repentaglio 

che 

il mio onore, potrebbe far credere ch'io avessi presa»una vostra 

ch'io fossi corso a furia, 

leggerezza per una ferma risoluzione, che avessi precipitato la cosa, 
che avessi che so io? In questo caso, mi troverei nella neces- 

fra 

sita di scegliere tra due part'ti dolorosi: o lasciar' che il mondo 
formi un tristo concetto della mia condotta: partito che non può 

ch'io debbo 

stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. svelare il vero 

veggendo 

motivo della vostra risoluzione e . . . . » Ma qui, vedendo che Ger- 

s'era fatta tutta di fiamma, l suoi occhi si gonfiavano, volto 

trude era diventata scarlatta, che le si gonflavan gli occhi, e il viso 
sì contraeva, come le foglie d'un flore, nell'afa che precede la bur- 

ruppe voito sereno, ripigliò: 

rasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: « via, via, 

ne 

tutto dipende da voi, dal vostro giudizio. So che n'avete molto, e 

11 ben fatto in sulla fine; 

non siete ragazza da guastar' sulla fine una cosa fatta bene; ma io 
doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d'ac- 

in questo modo 

cordo che voi risponderete con franchezza, in maniera di non 

dubbil 

far nascer dubbi nella testa di quell'uomo dabbene. Così anche voi 

d' 

ne sarete fuori più presto. » E qui, dopo aver suggerita qualche ri- 

alle contingenti Interrogazioni, 

sposta all'interrogazioni più probabili, entrò nel solito discorso 

dolcezze, dei che mo- 

delle dolcezze e de' godimenti ch'eran" preparati a Gertrude nel mo- 

oastero, e in ciò la trattenne, tanto un servo venne 

nastero; e la trattenne in quello^ fin che venne un servitore ad an- 

l'esnminatore. dopo un breve rinnovare dei ricordi 

nunziare il vicario. Il principe rinnovò in fretta gli avvertimenti più 

come 

importanti, e lasciò la figlia sola con lui, com'era prescritto. 

di 

L'uomo dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che Ger- 
trude avesse una gran vocazione al chiostro: perchè cosi gli aveva 

ad Ben è 

detto il principe, quando era stato a invitarlo. E vero che il buon 



198 I PROMESSI SPOSI 

esser la difldenza 

prete, il quale sapeva che la difftdeaza era una delle virtù più no- 
di 
cessarle nel suo ufizio, aveva per massima d'andar* adagio nel cre- 

contra 

dere a simili proteste, e di stare in guardia contro le preoccupa- 
zioni; ma ben di rado avviene che le parole affermative e sicure 
d'una persona autorevole, in qualsivoglia genere , non tingano del 
loro colore la mente di chi le ascolta. 

convenevoli: diss'egll: 

Dopo i pHmi complimenti, « signorina, » le disse, « io vengo a 

diavolo, perre 

far la parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua 

ella certo, innanzi 

supplica lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi 

ella 

le difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti 
ch'io le faccia qualche interrogazione. » 
« Dica pure, » rispose Gertrude. 

ad 

Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta 

dai regolamenti. ella _ 

dalle regole. « Sente lei m cuor suo una libera, spontanea risolu- 
zione di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusin- 
ghe? Non s'è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo! 

** ad 

Parli senza riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di 
conoscere la sua vera volontà, per impedire che uon le venga 

fatta 

usata violenza in nessun modo. > 

ad si tosto 

La vera risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla mente 

una 

di Gertrude, con un'evidenza terribile. Per dare quella risposta, bi- 

ad ella 

sognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata. 

La 

raccontare una storia . L'infelice rifuggì spaventata da questa 

idea, e corse tosto a cercare una qualunque altra risposta, 

idea; cercò in fretta un' altra risposta; ne troTÒ una sola 

quella che meglio e più la togliesse quello stento. 

che potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più 

Vado a diss*ella, 

contraria al vero. « Mi fo monaca, » disse, nascondendo il suo 

vado a 

turbamento, « mi fo monaca, dì mio genio, liberamente. > 

venuto questo 

« Da quanto tempo le è nato codesto pensiero ? domandò aaoora 
il buon prete. 
< L'ho sempre avuto, > rispose Gertrude, divenata* dopo ^««i 

centra 

primo passo, più franca a mentire contro so stessa. 



CAPITOLO X. l» 

< Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca? » 

corda 

Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude 

nel volto 

si fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto 

dlss'ella, 

che quelle parole le producevano neiranimo. « Il motivo, > disse, « è 
di servire a Dio, e di fuggire i perìcoli del mondo. » 

«Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche.... mi scusi..., 

una 

capriccio? Alle volte, una cagione momentanea può fare un'impres- 

serabra dovere essere perpetua; 

sione che par che deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, 
e l'animo si muta, allora .... » 

« No, no, » rispose precipitosamente Gertrude : « la cagione è quella 
che le ho detto. » 

adempiere al debito, perchè 

Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per la 

egU stimasse esservene nelle inchieste ; 

persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande; ma 

deliberata 

Gertrude era determinata d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le ca- 
gionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel 
grave e dabben prete, che pareva cosi lontano dal sospettar tal cosa 

lei, 

di lei; la poveretta pensava poi anche ch'egli poteva bene impedire 

ella fosse questo era il termine della 

che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei, 

della ch'e' ella si 

e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col prin- 

che che ella 

cipe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon 

uè 

prete non n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua 

più compiangerla 

buona intenzione, non avrebbe potuto far altro che 
aTer compassione di lei, 4iue11a compassione tran- 
quilla e misurata, che, in generale, s^accorcl», come 
per cortesia, a cbi abbia dato cagione o pretesto al 
male ebe gli fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'Inter- 

ed egli 

rogare, che la sventurata di mentire: e, sentendo quelle risposte 

per 

sempre conformi, e non avendo alcun motivo di dubitare della loro 

linguaggio, 

schiettezza, mutò finalmente linguaggio; si rallegrò con lei, le 
cbiese, li> certo nitodo, scusa d'aver tardato tanto a 



jOo I PROMESSI SPOSI 

e disse 

far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più atto 

rallegrandosi con lei, prese commiato. 

a confermarla nel buon proposito; e si licenziò. 

si 

Attraversando le sale per uscire, s'abbattè nel principe, il quale 

passare 

pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle 

che 

buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe 

noiosa: 

era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella no- 
tizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi 

a 

di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, 
con un giubilo cordiale, con una tenerezza In gran parte sincera: 
così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano. 

terremo dietro a 

Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli 

Né descriveremo tampoco 

e di divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per or- 
tratto dì ' 
dine, i sentimsnti dell'animo suo in tutto quel tempo: sa- 

rebbe una storia di dolori e di fluttuazioni, troppo monotona , e 

slmile dei siti, il mu- 

troppo somigliante alle cose già dette. L'amenità de' luoglii, la va- 

tare quel rallegramento dello scorrazzare 

rietà degli oggetti, quello svago che pur trovava nello scorrere 
in qua e in là all'aria aperta, le rendevano più odiosa l'idea del 

al 

luogo dove alla fine si smonterebbe per l'ultima volta, per sempre. 

le ch'ella adu- 

Pìù pungenti ancora eran° l'impressioni che riceveva nelle conver- 

oaaze feste cUtadine. 

sazioni e nelle feste. La vista delle spose alle quali si dava 

questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un'in- 
vidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto di qualche altro 
personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel titolo, do- 

, ..11 ., <1®1 palagi, 

vesso trovarsi il colmo d ogni felicità. Talvolta la pompa de' palazzi, 

brulichio clamore festevole 

lo splendore degli addobbi, il brulichio e il fracasso giulivo delle 

conversazioni, una 

teste, le comunicavano un'ebbrezza, un arder tale di viver lieto, 

ch'ella ridirsi tutto soffrire più tosto 

che prometteva a sé stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che 
tornare all'ombra fredda e morta del chiostro. Ma tutte quelle riso- 
luzioni sfumavano alla considerazione più riposata delle difficoltà, 

sul volto del 

al solo fissar gli occhi in viso al principe. Talvolta anche, il pensiero 



CAPITOLO X. 201 

ch'ella doveva abbandonar quei le ne 

di dover abbandonare per sempre que' godimenti, gliene rendeva 

picciol 

amaro e penoso- quel piccol saggio; come l'infermo assetato guarda 

rancore 

con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il cucchiaio d'acqua che 
il medico gli concede a fatica. Intanto il vicario delle monache ebbe 
rilasciata l'attestazione necessaria, e venne la licenza di tenere il 

tenne, 

capitolo per l'accettazione di Gertrude. Il capitolo si tenne; concor- 

come dei che 

sero, com'era da aspettarsi, i due terzi de' voti segreti ch'eran* ri- 
dai regolamenti. Ella 

chiesti da' regolamenti ; e Gertrude fu accettata. Lei medesima, stanca 

di al 

di quel lungo strazio, chiese allora d'entrar* più presto che fosse 

v' certo op- 

possibile, nel monastero. Non c'era sicuramente chi volesse fre- 

|)orsi ad premura. volontà, ed ella, 

nare una tale impazienza. Fu dunque fatta la sua volontà; e, con- 

vl prese 

dotta pomposamente al monastero, vestì l'abito. Dopo dodici mesi 
di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al mo- 
mento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire 
un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripe- 
tere un sì tante volte detto; lo 'ripetè, e fu monaca per sempre. 

ed 

È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cri- 
questa: di dare indirizzo e quiete a 
stiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia 

congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato 

v' presta 

c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per 

V' 

metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo 

l'uomo della 

di far* realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di ne- 

che 

cessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato in- 

leggerezza, 

trapreso per leggerezza; piega l'animo ad abbracciar* con propen- 

ad elezione 

6ione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta 

tutto il 

che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la 

consiglio, 

saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. 

via fatta, labirinto 

È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque 

si metta, 

precipizio^ l'uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d'allora 

, , giunger 

in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar lieta- 



202 I PROMESSI SPOSI 

mente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto 
essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. 
Ma l'infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva 

lo schiacciamento. repetto 

più forte il peso e le scosse. Un rammarico incessante della libertà 

vagamento 

perduta, l'abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro 

desideril soddisfatti mai, 

a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali 
occupazioni dell'animo suo. Rimasticava quell'amaro passato, ricom- 

era giunta là dov'era, 

poneva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; 
e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto 

altrui 

con l'opera; accusava so di dappocaggine, altri di tirannia e di per- 
fidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, de- 
plorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e 
invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque condi- 
zione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel 

quel 

mondo que'doni. 

cooperato condurla 

La vista di quelle monache che avevan** tenuto di mano a tirarla 

quivi entro, le gì' ingegni 

là dentro, le era odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan* 

ne tante fanta- 

messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti di- 

Btìcaggiui, ed il 

spetti, e anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le piò 

sovente 

volte mandar giù e tacere: perchè il principe aveva ben voluto ti- 
ranneggiar* la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; 

patito 

ma ottenuto l'intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri 

contra ro- 

pretendesse d'aver ragione contro il suo sangue: e ogni po' di ru- 
more ch'elle . loro cagione di 

more che avesser" fatto, poteva esser cagione di far loro perdere 

cangiare nl- 

quella gran protezione, o cambiar per avventura il protettore in ne- 
mico, eh' ella 
mico. Pare che Gertrude avrebbe dovuto sentire una certa propen- 

le messo mano quella sporca pasta 

lione per lialtre suore, che non avevano avuto parte in quegl' 
d' 
intrighi, e che, senza averla desiderata per compagna, l'amavano come 

tale, 

tale; e pie, occupate e ilari, le mostravano col loro esempio come an- 

quivl goaere. 

che là 4leiitro.8i potesse qq solo vivere, rng^ starci bene. Ma cueste 



CAPITOLO X. 20a 

I loro sembianti 

pure le erano odiose, per un altro verso. La loro aria di pietà 9 

riuscivano 

di contentezza le riusciva come un rimprovero della sua inquietu- 

dei suoi portamenti bisbetici; ed ella 

dine, e della sua condotta bisbetica; e non lasciava sfuggire occa- 
sione di deriderle dietro le spalle, come pinzochere, o di morderle 
come ipocrite. Forse sarebbe stata meno avversa ad esse, se avesse 

quelle che s'eran 

saputo o indovinato che le poche palle nere, trovate nel bos- 

V' poste 

solo che decise della sua accettazione, c'erano appunto state messe- 
da quelle. 

comando, 

Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar* nel comandare^ 

al di dentro, visitata adulatoriamente da 

nell'esser* corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento 

alcuno 

da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere 
la sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali conso- 

1,'animo che sentiva la loro Insaffioienza, 

lazioni! Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto- 
di quando in quando aggiungervi, e goder' con esse le consola- 
zioni della religione; ma queste non vengono se non a chi trascura 

quelle a volere 

quell'altre: come il naufrago,- se vuole afferrar® la tavola che 

su la dee sciogliere 

può condurlo in salvo sulla riva, deve pure allargare il pugno, e 

le e gli sterpi, abbrancati 

abbandonar* l'alghe, che aveva prese, per una rabbia d'i- 

stinto. 

destinata a del- 

Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra del- 

e giovanetto 

l'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sottO' 

tale antiche sue compagne 

una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran° tutte uscite; ma 

ella riteneva modo, 

lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo O' 

neir le sentirne 

in un altro, l'allieve dovevan" portarne il peso. Quando le veniva in 

esse quel genere di vita di 

mente che molte di loro eran* destinate a vìvere in quel mondo dal' 

cui ella aveva perduta ogni speranza, sentiva centra poverette 

r[uale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine ìin- 

rancore, aspreg- 

astìo, un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrat- 

giava, 

tava, faceva loro scontare anticipatamente ì piaf-ori che avrebber* 

udito quel iracondia 

goduti un giorno. Chi avesse «entito, in que' momenti, con che sdegno- 

sgridava plcctola 

magistrale le gridava, per ogni piccola scappatella, l'avrebbe ore- 



«04 1 PROMESSI SPOSI 

-duta una donna d'nna spiritualità salvatica e indiscreta. In altri 

pel obbe- 

momentij lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per Tubbi- 

dienza, 

dienza, scoppiava in accessi d'umore tutto opposto. Allora, non solo 

ella la 

sopportava la svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma lecci- 

mesceva ai giuochi 

iava; si mischiava ne' loro giochi, e li rendeva più sregolati; an- 
dai portava al di delle 

trava a parte de' loro discorsi, e li spingeva più in là dell'intenzioni 

alcuna toccava 

con le quali esse gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva 

un motto del cicalio 

^ina parola sul cicalio della madre badessa, la maestra lo imitava 

commedia, 

lungamente, e ne faceva una scena di commedia; contraffaceva il 

di il portamento 

Tolto d'una monaca, l'andatura d'un' altra: rideva allora sganghe- 

andavano poco In giù. 

ratamente; ma eran" risa che non la lasciavano più allegra dì prima. 

ella agio 

■Così era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, nò occasione di 

sventura ^ una 

far di più; quando la sua disgrazia volle che un' occasione si pre- 
sentasse. 

Fra le franchigie distinzioni state accordata 

Tra l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per 

v' quella alloggiare 

compensarla di non poter esser' badessa, c'era anche quello di stare 

ad 

in un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una 

giovane del 

•casa abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de' tanti, 

quell* epoca coi scherani le alleanze di 

che, in que' tempi, e co' loro sgherri, e con l'alleanze d'altri scel- 

ad 

1 erati, potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica 

più. 

■« delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar 

fln estretta 

43el casato. Costui, da una sua flnestrina che dominava un cortiletto 

alcuna 

ci quel quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o 

ronzare quivi 

.girandolar lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli d 

dalla intraprendlmento, la parola. 

-dall'empietà dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorsoL 

La sventurata rispose. 

•l***', . ^'1* 11 contento ischietto 

In que primi momenti, provò una contentezza, non schietta, al 

vivo. accidioso ad 

.certo, ma viva. Nel vóto uggioso dell'animo suo, s'era venuta a in- 

ona continua, come 

fondere un occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita 

quel contento ristorante 

jpotente; ma quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa 



CAPITOLO X. 20b 

che la crudeltà ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per 

Invigorirlo il martorio. Comparve allo una 

dargli forza a sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, dv 

« tutti i suoi portamenti : ella ad 

gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, pii!t 

cessò dagli scherni, dal rammarichio, 

regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolio, si mostrò- 

dl modo che 

anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a 
vicenda del cambiamento felice; lontane com'erano dall'immaginarne 

altro non 

il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era 

era alle Quella mostra 

altro che ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza 
però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran 

tosto 

tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto 

a dare in fuori le solita fantasticaggini, 

tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a 

Intendere le l dileggiamenti centra 

farsi sentire l'imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, 
e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche 

ogni scappuccio teneva 

in quella bocca. Però, ad ognuna di queste scappate veniva dietr» 

farlo piace- 

un pentimento, una gran cura di farle dimenticare, a forza di moine e 

volezze. comportavano tutte queste vicissi- 

buone parole. Le suore sopportavano alla meglio tutti questi alfa 

tudlni, le 

bassi, e gli attribuivano all'indole bisbetica e leggiera della signora. 

alcuna 

Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma 

suora 

un giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per 

svillaneggiarla 

non so che pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo 

senza posa, un poco e ro- 

e non la finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essers» 

80 II freno, rinnegata gittò 

morse le labbra un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò- 

un motto, ch'ella suo 

là una parola, che lei sapeva qualche cosa, e che, a tempo e 

punto 

luogo, avrebbe parlato. Da quel momento in poi, la signora no» 

andò uà 

ebbe più pace. Non passò però molto tempo, che la conversa fa 

mattino fu aspettata invano ai uflci andò 'Jlercaila 

aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi consueti: ai va & veder 

vi rinvenne; alte voci, 

nella sua cella, e non si trova: è chiamata ad alta voce; non ri- 
fruga, rifruga, rimugina, di qua, di là, di su, di giù, cantina solaio, 

sponde : cerca di qua, cerca di là, gira e rigira, dalla cima al fonie;. 

v'è 

non c'è in nessun luogo, E chi sa quali congetture si sarebber* fatte,. 

un gran foro nella muraglia 

06» appunto nel cercarei non si fosse scoperto una buca nel muro 



.q; I PKO.Miis'SI SPOSI 

Il che areomentare ad ognuna ella 

dell'orto; la qua! cosa fece pensare a tutte, che fosse sfrattata 

di là. Si fecero gran ricerche in ÌVIouza e ne"" contorni, 

« principalmente a Meda, di doir''era quella conversa ; 

Si spedirono tosto corrieri su diverse vie per darle dietro e raggiungerla, fecero grandi 

si scrisse' in 

ricerche al di fuori: ae plcclpte. 

varie parti : non se n'ebbe mai la più piccola notizia. Forse se ne 

invece ' 

sarebbe potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fossf 
scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perchè nessuno l'avrebbe 

stimata colei donna da argomenti conchiuse ch'ella 

creduta capace di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che do- 

ben ben una suora aveva 

veva essere andata lontano, lontano. E perchè scapò detto 

detto un tratto: ella rifuggita 

a una suora : « s'è rifugiata in Olanda di sicuro, » si disse subito, 

poi sempre ella ^ 

e si ritenne per un pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse 

rifuggita In quella 

rifugiata in Olanda. Non pare però che la signora fosse di questo 

credenza. ch'ella discredere, 

parere. Non già che mostrasse di non credere, o combattesse 1 opi- 
nion* comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva, certo, ra- 

V* ella 

gioni non fiirono mai così ben dissimulate; né c'era cosa da cai 

si" 

s'astenesse più volentieri che da rimestar* quella storia, cosa di cui 
si curasse meno che di toccare il fondo di quel mistero. Ma quanto 

manco vi pensava più. il 

meno ne parlava, tanto più ci pensava. Quante volte al giorno l'im- 

glttarsl 

magine di quella donna veniva a cacciarsi d'improvviso nella sua 

vi Bi piantava^ muoversi! ella 

mente, e si piantava li, e non voleva moversi ! Quante volte avrebbe 

più tosto 

desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che averla sempre 

flccata 

fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno e notte, in 
compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile! Quante volte 

udire espressamente vera quel suo garrito, 

avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qua- 

che che 
lunque cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre 

nell'intimo dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa 

udirne alle quali non valeva rispondere, 

voce, e sentirne parole ripetute con una per- 

una 

tinacia, con un'insistenza infaticabile, che nessuna persona vivente 

glammall 

non ebbe mai! 

da queiravvenlimento, 

Era scorso circa an anno dopo quel fatto, quando Lucia fu pre- 



CAPITOLO X. 21)7 

jentata alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale Siam* 

inchieste 

rimasti col racconto. La signora moltiplicava le domande intorno 

ed 

Alla persecuzione di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con 

peggio 

una intrepidezza, che riuscì e doveva riuscire più che nuova a 
Lucia, la quale boh aTev« mai pensato che la curiosità delle mto- 

gindizii 

nache potesse esercitarsi intorno a simili argomenti. I giudizi poi 

ob'ell« alte 

che quella frammischiava all'interrogazioni, o che lasciava trasparire, 

terrore 

non eran meno strani. Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo 

provato s'egli 

che Lucia aveva sempre avuto di quel signore, e domandava se era 

deforme tanto trovata 

nn mostro, da far tanta paura: pareva quasi che avrebbe trovato 

colei ritrosia, 

irragionevole e sciocca la ritrosia della giovine, se non avesse 

ftvuta 

avuto per ragione la preferenza data a Renzo. E su questo pure 

si allargava le quali ed arrossare 

s'avanzava a domande, che facevano stupire e arrossire l'interro- 

dl essersi andare con la 

gaisi. Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr la lingua dietro 
agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e d'interpretare in 
meglio quelle sue ciarle; ma non potè fare che a Lucia non ne ri- 

una maraviglia disaggradevole 

manesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso spavento. E 

ne aperse 

appena potè trovarsi sola con la madre, se n'aprì con lei-, ma Agnese, 

sperimentata, quei dubbii chiari 

come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que' dubbi e spiegò 

diss'ella: 

tutto il mistero. « Non te ne far maraviglia, » disse : « quando avrai 

io. 

conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose da farsene 
maraviglia. I signori, chi più, chi meno, chi per un verso, chi per 
un altro, han^o tutti un po' del matto. Convien* lasciarli dire, prin- 

roostra di 

cipalmente quando s'ha bisogno di loro; ta.r vista d'ascoltarli sul 

inteso ella mi 

serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m'ha 

quasi che io grosso 

dato sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io 

stupita niente. 

non me ne son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia 

ella ti amo- 

ringraziato il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a ben 
re, 

▼olere, e voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola 

incontrerà di 

mia, e se t*accaderà ancora d'aver che fare con de* signori^ ne senti- 
rait ne sentirai, ne sentirai. » 



SOS I PROMESSI SPOSI 

di obbligarsi del 

n desiderio d'obbligare il padre guardiano, la compiacenza di pro- 
teggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la prote- 

sresa piamente ed 

zione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia, e 

ad 

anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente, 
nel soccorrere e consolare oppressi, avevau" realmente disposta la 

fuggiasche. Per rl- 

signora a prendersi a petto la sorte delle due^povere fuggitive. A sua 

spetto degli ordini ch'ella diede, e delle premure ch'ella mostrò, esse 

richiesta e a suo riguardo, furono alloggiate nel 

fattora 

quartiere della fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fos- 

al servigi 

aero addette al servizio del monastero. La madre e la figlia si ral- 

tosto ed 

legravano insieme d'aver trovato così presto un asilo sicuro e ono- 

caro assai 

rato. Avrebber" anche avuto molto piacere di rimanervi ignorate da 
ogni persona; ma la cosa non era facile in un monastero: tanto pia 

v' deliberato di 

che c'era un uomo troppo premuroso d'aver notizie d'una di loro, e 
nell'animo del quale, alla passione e alla picca di prima s'era ag- 
giunta anche la stizza d'essere stato prevenuto e deluso. E noi, la- 
sciando le donne nel loro ricovero, torneremo al palazzotto di costui, 

egli 

nell'ora in cui stava attendendo l'esito della sua scellerata spe- 
dizione. 



CAPITOLO XI. 



d' tracciata indarno 

Come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, 

sbaldanziti coi colle 

tornano mortificati verso il padrone, co' musi bassi, e con le code 

■penzolate, 

ciondoloni, così, in quella scompigliata notte, tornavano 1 bravi al 

passeggiava 

palazzotto di don Rodrigo. Egli camminava innanzi e indietro, al 

del piano superiore, guardava 

buio, per una stanzaccia disabitata dell'ultimo piano, che rispondeva 

Tratto tratto a tender a traguardare 

sulla spianata. Ogni tanto si fermava, tendeva l'orecchio, guardava 

per le delle sdruscite, scevro 

dalle fessure dell'imposte intarlate, pieno d'impazienza e non privo 
d'inquietudine, non solo per l'incertezza della riuscita, ma anche per 

eli' 

le conseguenze possibili; perchè era la più grossa e la più arri- 

valentuomo Sì 

schiata a cui il brav'uomo avesse ancor messo mano. S'andava però 

perchè non rimaness» 

rassicurando col pensiero delle precauzioni prese per distrug- 

alcun indizio del fatto suo. — Quanto 

ger gì' indizi, se nou i sospetti. — In quanto ai sospetti 

quell'appe- 

— pensava — me ne rido. Vorrei un po' sapere chi sarà quel vo- 

titoso voglia venir qua su chiarirsi giovane. 

glioso che venga quassù a veder se c'è o non c'è una ragazza ^ 
Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga il frate 
venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustiziai Poh la 

mica 

giustizia! Il podestà non è un ragazzo, né un matto. E a Milano? 

darebbe lor 

Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che 

sieno ? 

ci alano ? Son" come gente perduta sulla terra : non hanno né anch» 

li 



210 I PROMESSI SPOSI 

un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura. Come rimarrà 

Bonuomoda davanti. 

Attilio, domattina! Vedrà, vedrà s'io fo ciarle o fatti. E poi.'... 

nimico 

Be mai nascesse qualche imbroglio.... che so io? qualche nemico che 

questa 

volesse cogliere quest'occasione,... anche Attilio saprà consigliarmi: 
c'è impegnato l'onore di tutto il parentado. — Ma il pensiero sul 
quale si fermava di più, perchè in esso trovava insieme un acquie- 

dei dubbil 

tamento de'dubbi, e un pascolo alla passion' principale, era il pen- 

Ch'egli adopererebbe ad imbonire 

siero delle lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire 
Lucia. — Avrà tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, 
a queste facce, che.... il viso più umano qui son io, perbacco che 

piegarsi ella 

dovrà ricorrere a me, toccherà a lei a pregare; e se prega.... — 

ode calpestio, 

Mentre fa questi bei conti, sente un calpestio, va alla finestra, apre 

pociietto, dessi lettiga? dove 

un poco, fa capolino; son loro. — E la bussola? Diavolo! dov'è 

lettiga t 

la bussola? Tre, cinque, otto: ci son tutti; c'è anche il Griso; la 

lettiga 

bussola non e' è : diavolo ! diavolo ! il Griso me ne renderà conto. — 

depose 

Entrati che furono, il Griso posò in un angolo d'una stanza ter- 

depose 

rena il suo bordone , posò il cappellaccio e il sanrocchino, e, come 

portava 

richiedeva la sua carica, che in quel momento nessuno gì' invidiava, 

Questi capo 

sali a render quel conto a don Rodrigo. Questo l'aspettava in cima 

della 

alla scala; e vistolo apparire con quella goffa e sguaiata presenza del 

signor 

birbone deluso, « ebbene, » gli disse, o gli gridò : < signore spaccone, 

lasci- fare-a-me f * 

signor capitano, signor lascifareame ? » 

< L' è dura, » rispose il Griso, restando con un piede sul primo 

riscuoter dei 

scalino, « l'è dura di ricever de' rimproveri, dopo aver lavorato fe- 
delmente, e cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la 
pelle. > 

< Com'è andata? Sentiremo, sentiremo, » disse don Rodrigo, e s'av- 

stanza tosto fece sua 

rio verso la sua camera, dove il Griso lo seguì, e fece subito la 

ch'egli In- 

relazione di ciò che aveva disposto, fatto, veduto e non veduto, sen- 

ceso, 

tito, temuto, riparato; e la fece con quell'ordine e con quella confu- 



CAPITOLO XI. «1 

stordimento 

0ione, con quella dubbiezza e con quello sbalordimento, che dovevano 
per forza regnare insieme nelle sue idee. 
« Tu non hai torto, e ti sei portato bene, > disse don Rodrigo: 

queste tegole 

« hai fatto quello che si poteva; ma.... ma, che sotto questo tetto ci 
fosse una spia! Se c'è, se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se 

Io aggiusto pel 

c'ò, te r accomodo io; ti so dir io, Griso, che lo concio per il dì delle 
feste. » 

questi, corso 

« A.nche a me, signore, » disse il Griso, < è passato per la mente un 

tale 

tal sospetto: e se fosse vero, se si venisse a scoprire un birbone di 

l'ha da 

questa sorte, il signor padrone lo deve metter" nelle mie mani. Uno, 
che si fosse preso il divertimento di farmi passare una notte come 

di dal tutt^ insieme paruto 

questa! toccherebbe a me a pagarlo. Però, da varie cose m'è parso 

debb' garbuglio 

di poter rilevare che ci dev'essere qualche altro intrigo, che per ora 

vedrà l'acqua chiara. » 

non si può capire. Domani, signore, domani se ne verrà in chiaro. > 
< Non siete stati riconosciuti almeno? » 

egli no, conchiusione colloquio 

11 Griso rispose che sperava, di no; e la conclusione del discorso 

pel domani 

fu che don Rodrigo gli ordinò, per il giorno dopo, tre cose che colui 

anche al mattino per tempissimo 

avrebbe sapute ben pensare da sé. Spedire la mattina presto 

due uomini a fare al console quella tale intimazione, che fu poi 

per ronzarvi d'attorno, 

fatta, come abbiam** veduto; due altri al casolare a far la ronda, 

onde quivi ad 

per tenerne lontano ogni ozioso che vi capitasse, e sottrarre a ogni 

lettiga sarebbe mandata 

«guardo la bussola fino alla notte prossima, in cui si manderebbe a 

prendere, 

prenderla; giacché per allora non conveniva fare altri movimenti da 

egli alla scoperta, dei 

dar sospetto; andar poi lui, e mandare anche altri, de' più 

disinvolti e di buona testa, a mescolarsi con la gente, per 

saper qualche cosa delle cagioni e della riuscita del guazzabuglio 

scovar qualcosa intorno all' imbroglio di quella notte. 

ne vi 

Dati tali ordini, don Rodrigo se n'andò a dormire, e ci lasciò andare 
anche il Griso, congedandolo con molte lodi, dalle quali traspariva 

ristorarlo e in certo »nodo di fargli scusa Im- 

evidentemente l'intenzione di risarcirlo degl'iiii' 

properii 

properi precipitati coi quali lo aveva accolto. 



21« I PROMESSI SPOSI 

dormi, dei averne 

Va a dormipe, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero 
Grisol la faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza 

neir dei acquistarti 

contare il pericolo di cader sotto l'unghie de' villani, o di buscarti 

in aggiunta eia 

una taglia per rapto di donna honesta, per giunta di quelle che hai 

tiai a quel modo! 

già addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! cosi pa- 

eli uomini sovente. occa- 

gano spesso gii uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circo- 

sionn si fa ragione secondo li merito • 1 conti si aggiusiano» 

biauza, che qualche volta 

la giuslizia, se noo arriva alla prinaa, arriva, o presto o 

dormi 

tardi anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno 

tu 

avrai forse a somministrarcene un altra prova, e più notabile di 
questa. 

Al mattino vegnente attorno 

La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, 

si Cercò tosto 

quando don Rodrigo s'alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, 

da beffa, 

il quale, vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e 

Incontro: 

gli gridò: « san Martino! » 

che gingneodogli a canto. 

« Non SO cosa wi dire, » rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto: 
« pagherò la scommessa; ma non ò questo quel che più mi scotta. 

vi aveva lo mi pensava stor- 

Non v'avevo detto nulla, perchè, lo confesso, pensavo di farvi ri- 
dire dirò 
manere stamattina. Ma .... basta, ora vi racconterò tutto. » 

e' è una mano di questo negozio, 

« Ci ha messo un zampino quel frate in quest'alfare, » disse il cu- 

tutto ascoltato con sospensione, con maraviglia e di 

gino, dopo aver sentito tutio, con più se- 

rietà che non si sarebbe aspettato da un cervello cosi balzano. « Quel 

egli, quel 

frate, » continuò, « con quel suo fare di gatta morta, e con quelle 

Kuo parlare a sproposito, brigante dritto. 

sue proposizioni sciocche, io l'ho per un dirittone, e per un impiccione. 

mi bene sciiiettamente 

E voi non vi siete fidato di me, non m'avete mai detto chiaro 

che 

cosa sia venuto qui a impastocchiarvi l'altro giorno. » Don Rodrigo 

colloquio. sofferto Tanto? 

riferi il dialogo. « E voi avete avuto tanta sofferenza? » esclamò 

lo partire come 

il conte Attilio: < e l'avete lasciato andare com'era venuto? » 

volevate, 

« Che volevate ch'io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d'I- 
talia? » 



■-^tit'(..^jvr <-*<)f^J£la. 



CAPITOLO XI. 213 

« Non so, »'dìsse il conte Attilio, < se, in quel momento, mi sarei 

vi fosse 

ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel te- 
pure 
merario birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca 

Il modo 

la maniera di prendersi soddisfazione anche dun cappuccino? Bi- 
aogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e 

uua mano ad 

allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro. 

scansata pigilo 

Dasta; ha scansato la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo 

lo 

lo sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d'insegnar- 

al 

gli come si parla co' pari nostri. > 
< Non mi fate peggio. » 
« Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico. » 

Che cosa 

€ Cosa pensate di farei » 

4L Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò, 

consiglio- secreto quegli m'ha da 

o il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare 

aervlgio. 

il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che 

Posdo 

lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro! Doman 

raaoi in * modo un altro, 

l'altro sarò a Milano, e, in una maniera o In un'altra, il frate sarà 
servito. > 

colezìone 

Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso d'un 

quella a cuor II- 

aflfare di quell'importanza. Il conte Attilio ne parlava con disinvol- 

bero, VI richiedevano 

tura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la sua 

pel 

amicizia per il cugino, e l'onore del nome comune, secondo le idee 

ch'egli di di tratto tratto 

che aveva d'amicizia e d'onore, pure ogni tanto non poteva tenersi 

trovare aa po' da ridere nella mala ventura dell'amico parente. 

di non rider sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo, 

che pensandosi chetamente 

ch'era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran 

r nvpva istreplto, 

colpo, gli era. andato fallito con fracasso, era agitato da passioni pii) 

noiosi. bei chlacchleramentl, 

gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. « Di belle ciarle, » 

«gli. 
diceva, « faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che 

Quanto 

m'importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n'è; 

egualmente 

quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho 



2J4 I PROMESSI SPOSI 

si 

fatto stamattina avvertire il console che guardi bene di non fai* 

chiacchiere 

deposizione dell'avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, 

, Basta bene 

quando vanno in lungo, mi seccano. È anclie troppo ch'io sia stato 
burlato così barbaramente. » 

< Avete fatto benissimo, » rispondeva il conte Attilio. € Codesto 

busa 

vostro podestà , . . . gran caparbio, gran testa vota, gran seccatore 
d'un podestà .... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere 
e appunto quando s'ha che fare con persone tali, bisogna aver più 

cura l8 mettere paltoniere 

riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa 
una deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna 
pure che . . . . > 

< Ma voi, » interruppe, con un po' di stizza, don Rodrigo, « voi gua- 
state le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli 
sulla voce, e canzonarlo anche, all'occorrenza. Che diavolo, che un 
podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è 
un galantuomo! » 

con un occhio di m&raviglia beffarda 

« Sapete, cugino, » disse guardandolo, maravigliato, il 

voi, lo 

conte Attilio, « sapete, che comincio a credere che abbiate un po' 

pigliate 

dì paura? Mi prendete sul serio anche il podestà » 

tener conto ?» 

« Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di 
conto? » 
« L'ho detto: e quando si tratta d'un affare serio, vi farò vedere 

che 

che non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l'animo di far® per 
voi? Son uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. 

egli 

Ah! sarà contento dell'onore? E son uomo da lasciarlo parlare por 

spagnuolo 

mezz'ora del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e 'la 

sterminate. 

dargli ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. 

Getterò io consiglio-segreto: 

Butterò poi là qualche parolina sul conte zio del Consiglio segreto: 

TOl 

e sapete che effetto fanno quelle paroline nell'orecchio del signor 

fine delle flnl, egli 

podestà. Alla fin de' conti, ha più bisogno lui della nostra protezione, 



CAPITOLO XI. 215 

vi 

che voi della sua condiscendenza. Farò di buono, e ci anderò, e ve 
lo lascerò meglio disposto che mai. > 

qualche a cac- 

Dopo queste e altre simili parole, il conte Attilio usci, per andare 

cjare, con ansietà aspettando 

a caccia; e don Rodrigo stette aspettando con ansietà il ritorno del 

pranzo 

Griso. Venne costui finalmente, sull'ora del desinare, a far* la sua 
relazione. 

Il garbuglio 

Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la spari- 
cosi gran fatto, 
zione di tre persone da un paesello era un tal avvenimen^, che le 

interessamento 

ricerche, e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente es- 
ser molte e calde e insistenti; e dall'altra parte, gl'informati di qual- 

tutto tacere. 

che cosa eran" troppi, per andar tutti d'accordo a tacer tutto. Per- 
mettere 11 capo all' 
petua non poteva farsi veder sull'uscio, che non fosse tempestata da 

colui colei, 

quello e da quell'altro, perchè dicesse chi era stato a far quella gran 

riandando e raccozzando 

paura al suo padrone: e Perpetua, ripensando a tutte le cir- 

comprendendo come 

costanze del fatto, e raccapezzandosi finalmente ch'era stata in- 

stizza 

finocchiata da Agnese, sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che 

ch'ella si la- 

aveva proprio bisogno d'un po' di sfogo. Non già che andasse la- 
mentando del modo tenuto 
raentandosi col terzo e col quarto della maniera tenuta per infinoc- 

dl ciò ella 

chiar lei: su questo non fiatava; ma il tiro fatto al suo povero pa- 

onninamente 

drone non lo poteva passare affatto sotto silenzio, e sopra tutto, 

quella quietina, da 

che un tiro tale fosse stato concertato e tentato da quel giovine dab- 

quel giovane dabbene, buona vedova. 

bene, da quella buona vedova, da quella madonnina infilzata. Don 
Abbondio poteva ben* comandarle risolutamente, e pregarla cordial- 

tacesse; ella me- 

mente che stesse zitta; lei poteva bene ripetergli che non faceva bi- 

stierl d' inculcarle 

sogno di suggerirle una cosa tanto chiara e tanto naturale; certo è 

tanto 

che un così gran segreto stava nel cuore della povera donna, come,^ 

cavato giovane 

in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che 

cocchiume vi sL 

grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per aria, gli 

travaglia tanto che ne esce 

geme all'intorno, e vien fuori iti ischiuma, e trapela tra doga e 

berne 

doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e 



216 I PROMESSI SPOSI 

dire a uu di presso che vino è. Gervaso, a cui non pareva vero d'es- 

picclola 

sere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola 

grossa 

(gloria l'avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano 

ad sapeva 

a una cosa che puzzava di criminale, pareva d'esser diventato un 
uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. E quan- 

alle 

tunque Tonio, che pensava seriamente all'inquisizioni e ai pro- 
facesse, colle pugna 
cessi possibili e al conto da rendere, gli comandasse, co' pugni 

muso, di gran precetti, 

sul viso, di non dir nulla a nessuno, pure non 

soffocargli 

ci fu verso di soflfogargli in bocca ogni parola. Del resto Tonio, 

anch' egli, assente 

anchy lui, dopo essere stato quella notte fuor di casa in ora ìnso- 

tornando a casa 

lita, tornandovi, con un. passo e con un sembiante insolito, e con 

una 

un'agitazion' d'animo che lo disponeva alla sincerità, non potè dis- 
simulare il fatto a sua moglie; la quale non era muta. Chi parlò 

egli parenti 

meno, fu Menico; perchè, appena ebbe raccontato ai genitori la 

V oggetto cosi 

storia e il motivo della sua spedizione, parve a questi una cosa 

terribil cosa fosse stato dentro guastare 

cosi terribile che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare al- 

una faccenda 

l'aria un'impresa di Don Rodrigo, che quasi quasi non lasciaron" fi- 
la sua narrazione. tosto 

nìre al ragazzo il suo racconto. Gli fecero poi subito i più forti e 

comandamenti si dar pure 

minacciosi comandi che guardasse bene di non far neppure un 

al mattino ' vegnente di 

cenno di nulla: e la mattina seguente, non parendo loro d'essersi 
abbastanza assicurati, risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel 

eglino stessi novel- 

giorno, e per qualche altro ancora. Ma che? essi medesimi poi, chiac- 

lando 

chierando con la gente del paese, e senza voler mostrar* di saperne 

che altri, del 

più di loro, quando si veniva a quel punto oscuro della fuga de' no- 
stri tre poveretti, e del come, e del perchè, e del dove, aggiunge- 

quasi una nota a Pescarenico s' erano rifuggiti. 

vano, come cosa conosciuta, che s'eran rifugiati a Pescarenico. Cosi 

nel discorso comune. 

anche questa circostanza entrò ne' discorsi comuni. 
Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e uniti come 

8t suole, vi appicca vi 

s'usa, e con la frangia che ci s'attacca naturalmente nel cucire, c'era 

<!' di più che comunale, • 

da tare una stona d una certezza e d'una chiarezza 



217 

Galle, da esserne pago ogni intelletto più critico. Ma quella invasion* 

dai romoroso esserne 

de' bravi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser la- 
sciato fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po'posi- 

più rendeva la storia scura e ingarbugliata. 

tiya, quell'accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Si 

tutti andavan 

tri or morava il nome di Don Rodrigo : in questo andavan tutti d'accordo; 

dissenso. 

nei-resto tutto era oscurità e congetture diverse. Si parlava molto 

dei via 

de' due bravacci ch'erano stati veduti nella strada, sul far della sera, 

sulla porta 

e dell'altro che stava sull'uscio dell'osteria; ma che lume si poteva 

egli 

ricavare da questo fatto così asciutto ? Si domandava bene all'osto 

antecedeute ; 

chi era stato da lui la sera avanti; ma l'oste, a dargli retta, 

ricordava pure 

non si rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera; e 

conchludevu sempre 

badava a dire che l'osteria è un porto di mare. Sopra^itutto, confon^ 
deva le teste, e disordinava le congetture quel pellegrino veduto da 
Stefano e da Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano 

partito eglino 

ammazzare, e che se o' era andato con loro, o che essi avevan portato 

Che egli buona 

via. Cos'era venuto a fare ? E^ra un'anima del purgatorio, 

cattiva 

comparsa per aiutar* le donne; era un'anima dannata d'un pellegrino 

ad 

birbante e impostore, che veniva sempre di notte a unirsi con chi 

egli 

facesse di quelle che lui aveva fatte vivendo; era un pellegrino vivo 
e vero, che coloro avevan" voluto ammazzare, per timor che 

perchè si disponeva a svegliare che 

gridasse, e destasse il paese; era (vedete un po' cosa 

si va a pensare!) uno di quegli stessi malandrini travestito da pel- 
legrino; era questo, era quello, era tante cose che tutta la sagacità 

egli 

e l'esperienza del Griso non sarebbe bastata a scoprire chi fosse, 

dai 

se il Griso avesse dovuto rilevar" questa parte della storia da'di- 
doorsi altrui. Ma, come il lettore sa, ciò che la rendeva imbrogliata 
agli altri, era appunto il più chiaro per lui: servendosene Ci»me 
di chiave per interpretare le altre notizie raccolte da lui immedia 

e 

tamente, o col mezzo degli esploratori subordinati, potè di tutto 
comporne per don Rodrigo una relazione bastantemente distinta. Si 



218 I PROMESSI SPOSI 

tosto gli disse 

chiuse subito con lui, e l'informò del colpo tentato dai poveri sposi, 
il che spiegava naturalmente la casa trovata vota e il sonare a mar- 

mestlerl 

tello, senza che facesse bisogno di supporre che in casa ci fosse 

traditori (come quei galantuomini) in casa. Dia- 

qnalche traditore, come dicevano que' due galantuomini. L'in- 

sa di trovare più d'una cagione: 

formò della fuga; e anche a questa era facile trovarci le sue ragioni: 

sorpresi coipa delia 

il timore degli sposi colti in fallo, o qualche avviso dell'invasione^ 

quando ella levato. 

dato loro quand' era scoperta, e il paese tutto a soqquadro. Dìsso 

riparati 

finalmente che s'eran* ricoverati a Pescarenico; più in là non an- 
dava la sua scienza. Piacque a don Rodrigo ri)8ser certo che nessuno 
l'aveva tradito, e il vedere che non rimanevano tracce del suo fatto; 
ma fu quella una rapida e leggiera compiacenza. « Fuggiti insieme! » 

egil* . 

gridò: « insieme! E quel frate birbante! Quel frate! » la parola 

strozza fra 1 

gli usciva arrantolata dalla gola, e smozzicata tra' denti, che mor- 
devano il dito: il suo aspetto era brutto come le sue passioni. « Quel 
frate me la pagherà. Griso! non son chi sono.... voglio sapere, voglio 
trovare.... questa sera, voglio saper* dove sono. Non ho pace. A Pe- 
scarenico, subito, a sapere, a vedere, a trovare Quattro scudi su- 
bito, e la mia protezione per sempre. Questa sera lo voglio sapere. 

B 

E quel birbone....! quel frate ! » 

Il Griso di nuovo in campo; e, la sera di quel giorno medesimo» 

egli 

potè riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed 

per modo 

ecco in qual maniera. 

grandi amicizia, 

Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una 
delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un se- 

son divisi per coppie I coniugi; 

greto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno» 
generalmente parlando, ne ha più d'uno : il che forma una catena, di 

il capo. adunque 

cui nessuno potrebbe trovar* la fine. Quando dunque un amico si 
procura quella consolazione di deporr© un segreto nel seno d'un altro, 

alla sua Tolta. 

dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui. 
Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno •, e una tal condizione 



CAPITOLO XI. «819 

chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe im- 
mediatamente il eorso delle consolazioni. Ma la pratica generale ha 

ch'ella che ad 

voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi 

egualmente condizione medesima. 

«ia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione» 

quel- 
Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quel- 

a giunge 

l'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro 
a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo 

giunger 

arrivar mai. Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in 

via 

cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice,. 

V ha 

e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini pri- 

ad 

vlleglatl che 11 contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a 
ano di questi uomini, l girl dlvengon" sì rapidi e sì moltiplici, ch& 

tener loro dietro. 

Qon è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha 

corso 

potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il 
Griso aveva ordine di scovare- il fatto sta che 11 buon uomo da cui 

col suo baroccio 

erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitré,. 

a Pescarenico sull'ora del vespero, dì toccar la soglia di 

eoi SUO baroccio, a Pescarenico, s'abbattè, prima d'arrivare a casa» 

credenza, la buona 

in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confiilenza, l'opera 

opera compiuta, seguito; 

buona che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso 
potè, due ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo 
che Lucia e sua madre s'eran" ricoverate In un convento di Monza^ 
e che Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano. 

scelerala 

Don Rodrigo provò una scellerata allegrezza di quella separazione,. 

scelerata di giungere ai 

e sentì rinascere un po' di quella scellerata speranza d' arrivare al 

suoi fini. al modo notte, si 

f!uo Intento. Pensò alla maniera, gran parte della notte; e s'alzA 

di buon mattino fermato 

presto, con due disegni, l'uno stabilito, l'altro abbozzato. Il 

spedir tosto 

primo era dì spedire immantinente 11 Griso a Monza, per aver plii 

chiara contezza e qnal cosa si potesse tentare. 

chiare notizie di Lucia, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa. 

tosto pose 

Fece dunque chiamar subito quel suo fedele, gli mise in mano l quat- 

rilodò della che 

tro scadi, lo lodò di nuovo dell'abilità con cui gli aveva guadagnati, 
e gli diede l'ordine che aveva premeditato. 



520 I PROMESSI SPOSI 

4t Signore.... » disse, tentennando, il Griso. 
« Che ? non ho io parlato chiaro? » 

Sella qnalche 

4i Se potesse mandar* qualcbedun altro.... » 
4. Come? » 

dar pel 

« Signore illustrissimo, lo son pronto a metterci la pelle per il mio 

e gli eh* ella 

padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arri- 

del 

schiar troppo la vita de' suoi sudditi. » 
« Ebbene? > 

dì 

€ Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie eh' lo ho 

protezione di vossignoria; 

addosserò Qui son" sotto la sua protezione; siamo una brigata; 

il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan* rispetto; ean- 

pel quieto vìvere . 

ch'io è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto li tratto 

da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in 

vi Invece. dico 

Monza.... ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo 

vantarmi, 

per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia 
testa, farebbe un bel colpo ? Cento scudi l'un sull'altro, e la facoltiì 
di liberar due banditi. » 

diavolo? » 

« Che diavolo! » disse don Rodrigo: « tu mi riesci ora un can da 
pagliaio che ha cuore appena d' avventarsi alle gambe di chi passa 

su la 

sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, o 

s'assicura di allontanarsi quattro passi! » 

■aov si sente d'allontanarsi! » 

di dato 

« Credo, signor padrone, d'aver date prove . . . . r 
« Dunque! » 

< Dunque, » ripigliò francamente il Griso, messo così al punto, 
* dunque vossignoria faccia conto eh' io non abbia parlato: cuor di 
icone, gamba di lepre, e son pronto a partire. » 

< E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de' 

migliori.... Tira-dritto, 

■meglio... . lo Sfregiato, e il Tira-dritto; e va di buon animo, e sii 

tacca passano tran- 

ci Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i 

qalllamente, 

fdttl loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Riso- 



CAPITOLO XI. 22i 

ai la vita fosse ben venuta a noia, 

gnerebbe che a' birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per 

contra giuoco 

metterla su contro cento scudi a un gioco così rischioso. E poi, e 

di sconosciuto colà, 

poi, non credo d'esser* cosi sconosciuto da quelle parti, che la qualità 

vi 

di mio servitore non ci si conti por nulla. » 

Patto al Griso questo po' di vergogna, ■» 

Svergognato cosi un poco il Griso, gli diede poi più ampie e par- 

tolse una cera 

ticolari istruzioni. Il Griso prese i due compagni, e partì con faccia 

nel segreto del cuore 

allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le taglie 

le fantasie dei 

e le donne e i capricci de' padroni; e camminava come il lupo, cho 

del digiuno, colla ventraia raggrinzata, e i solchi del costolame imp essi 

spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli si 

nel bigio vello, cala dai tutto ft pro- 

potrebber contare, scende da' suoi monti, dove non c'è elle neve, s'a- 

cede s' arresta tratto tratto 

vanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una 

spelazzata, 

zampa sospesa, dimenando la coda spelacchiata, 

Leva il muso, odorando il vento infido, 

sentore drizza 

86 mai gli porti odore d'uomo o di ferro, rizza gli orecchi acuti, » 
^ira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme l'ardore della preda,^ 
e il terrore della caccia. Del rimanente, quel bel verso, chi volesse 
saper* donde venga, ò tratto da una diavoleria inedita di crociate e 

romoro 

di lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel rumore: » 

pigliato taglio, e d'onde l'ho tolto, lo dico 

io l'ho preso, perchè mi veniva a taglio; e dico dove, pernoa 

dell' non pensasse taluno eh' ella 

farmi bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che 

arte 

sia una mia astuzia per far sapere che l'autore di quella diavoleria 

mia voglia 

ed io siamo come fratelli, e ch'io frugo a piacer mio ne' suoi mano-- 
iscritti. 

L'altro macchtnamento di sul modo di far 

L'altra cosa che premeva a don Rodrigo era di trovar la maniera 

Renzo, staccato che s'era da Lucia, le tornasse più vicino, 

che Renzo non potesse più tornar con Lucia, 

mettesse più paese i)ivisava 

né metter piede in paese; e a questo fine, macchinava di fare 

giungendo a colui 

sparger* voci di minacce e d'insidie, che, venendogli all' orecchio, per 

togliessero volontà 

mezzo di qualche amico, gli facessero passar la voglia di tornar* da 

bande. trovasse modo di 

quelle parti. Pensava però che la più sicura sarebbe se si potesse 



«22 



I PROMESSI SPOSI 



sentiva 

fiirlo sfrattar' dallo stato; e per riuscire in questo, vedeva che più 

assai che la ..... 

della forza gli avrebbe potuto servir la giustizia. Si poteva, per 
«sempio, dare un po' di colore al tentativo fatto nella casa parroc- 

UDa 

•chiale, dipingerlo come un'aggressione, un atto sedizioso, e, per mezzo 

ch'egli spiccare con- 

<lel dottore, fare intendere al podestà eh' era il caso di spedir con- 

t,-a '1 deliberante senti tosto 

tro Renzo una buona cattura. Ma pensò che non conve- 

rimescolare quello sporco negozio; 

ni va a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star* altro a 

beccarsi deliberò di 

iambicarsl il cervello, si risolvette d'aprirsi col dottor* Azzecca-gar- 
bugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo desiderio. 

pensava don Rodrigo 

— Le gride son tante! — pensava: — e il dottore non è un'oca: 

qualclie cosa mio caso 

qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da 

galuppo birbone il Ma, 

Azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome. — Ma (come 

faccende 

Tanno alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava 
n\ dottore, come all'uomo più abile a servirlo in questo, un altr'uomo, 
l'uomo che neHsano s'iomagin crebbe, Renzo medesimo, per dirla, la- 

ben speditivo 

Torava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di 

divisare. 

iutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. 

veduto a dir 

Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più 
del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un 

galantuomo, l'ho, dico, veduto cac- 

galantuomo ; l'ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a man- 

ciare 

dare al coperto un suo gregge di porcellini d'India, che aveva la- 

spaziare Avrebb'egli 

«ciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto 

di brigata l'era indarno: 

fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si 

picciolo 

«bandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo 

in iBChlera, 

nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. 

Di modo che modo loro. 

Dimodoché, dopo essersi un po' impazientito, s'adattava al loro genio, 

quei che presso 

«plngeva prima dentro quelli ch'eran più vicini all'uscio, poi andava 

pigliar veniva fatto. giuoco 

a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco 

è forza di coi 

simile ci convien fare co' nostri personaggi: ricoverata Lucia, slam 

ed dar rlca- 

corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar die- 

pito ci si para dinanzi. 

tro a Renzo, che avevam perduto di vista. 



CAPITOLO XI. 223 

Dopo la separazione dolorosa che abbiam" raccontata, canaminava 

«ava eoa quell' 

Renzo da Monza verso Milano, in quello stato d^animo che ognuno 

figurarsi di leggieri. Allontanarsi dalla 

può immaginarsi facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il nie- 

3 quel ch'ó piCi dal paese che è ancora, 

stiere, e quel ch'era più di tutto, allontanarsi da 

, , , ^' , posare il 

t..ucia, trovarsi sur una strada, senza saper dove anderebbe a posarsi; 

capo, quella immagine si 

e tutto per causa di quel birbone! Quando si tratteneva col pen- 

presentava alla fantasia di Renzo, egli 

siero sull'una o sull'altra di queste cose, s'ingolfava tutto nella 

alla 

rabbia, e nel desiderio della vendetta; ma gli tornava poi in mente 

egli pure aveva proferita 

quella preghiera che aveva recitata anche lui col suo buon frate, 

tornava a venir 

nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva: gli si risvegliava an- 

8U veggendo una egli traeva 

Cora la stizza^ ma vedendo un'immagine sul muro, si levava il cap- 
pello, e si fermava un momento a pregar di nuovo : tanto che, in quel 

egli 

viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, ai- 
via tutta sepolta allora 

meno venti volte. La strada era allora tutta sepolta tra due alte 
rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una 

rigagnoli, dove quelle non erano letto bastante alle acque, 

pioggia, divenivan"* rigagnoli; e in certe parti più basse, 

inondata 

s'allagava tutta, che si sareltbe potuto andarci in barea. 

e ridotta a pozzanghera, e presso che impraticabile. quei sentle- 

A que' passi, un piccol sen- 

ruolo guisa di scaglione su la 

tiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri 

via nei quei 

s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un** di que' 

guardò dinanzi a sé, 

valichi sul terreno più elevato, vide quella gran mac- 

ad 

china del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, 

deserto, ristette dimentico di 

ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando 
tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava mara- 

inteso dall' infanzia. 

viglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin" da bambino. Ma dopo 

volgendosi 

qualche momento, voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella 

giogaia ed fra quelli 

cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle 
il suo Resegone^ si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì al- 
quanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si 

rivolse il suo cammino. 

voltò, e seguitò la sua strada. A poco a poco cominciò poi a sco- 



224 I PROMESSI SPOS 

via 

prir campanili e torri e cupole e tetti; scese allora nella strada, 

si pres- 

camminò ancora qualche tempo, e quando s'accorse d'esser ben vi- 
so ad 
cine alla città, s'accostò a un viandante, e, inchinatolo, con tatto 

in cortesia 

quel garbo che seppe, gli disse: « di grazia, quel signore. > 

giovaDe? k 

< Che volete, bravo giovine? » 

ella 

« Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al con- 

dei 

ntó de' cappuccini dove sta il padre Bonaventura? » 

si addirizzava 

L'uomo a cui Renzo s' indirizzava, era un agiato abitante del con- 

sue faccende, 

torno, che, andato quella mattina a Milano, per cerU suoi a,^'*Ti, 

che 

se ne tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, che non vedeva 
l'ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di quella 
fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d'impazienza, rispose molto 

piacevolraente : 

gentilmente" « flgliuol caro, de' conventi ce n'è più d'uno: bisognerebbe 
che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi cercate. » Renzo 

trasse mo- 

allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo, e la fece 

strò 

vedere a quel signore, il quale, lettovi, porta orientale, gliela ren- 

giovane; 

dette dicendo: « siete fortunato, bravo giovine; il convento che cor- 
questo viottolo 
cate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a mancina: 

dopo non molto vi troverete ad un canto 

è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata d'una 

Lazzeretto; 

fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato che lo 

alla 

circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre o quat- 

aprlrsi ivi 

trecento passi, vedrete una piazzetta con de' begli olmi; là è il 

convento, che uno non lo può fallare. vi giovane. » 

convento: non potete sbagliare. Dio v'assista, bravo giovine. » E, 

le 

accompagnando l'ultime parole con un gesto grazioso della mano, se 

ne ed dei 

n'andò. Renzo rimase stupefatto e ediflcato della buona maniera de' 

i foresi; ch'egli 

cittadini verso la gente di campagna; e non sapeva eh' er^ua 

s'umiliava 

giorno fuor' dell'ordinario, un giorno In cui le cappe s'inchin^van 
Danzi via 

ai farsetti. Fece la strada che gli era stata insegnata, e si rova 
alta 
a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore 

le associata. 

si lasci correre alla fantasia l'immagini che ora vi sono asscci^ite^ 



CAPITOLO XI. 5:33 

qaeirampia e dritta strada Qancheggiata di pioppi, al di fuori; quel varco spazioso tra duo 

fabbriche comiuclate, se noa altro, con pretensione; nel primo ingresso quelle duo sr.* 

lite laterali allo spalto del bastioni, inclinate regolarmente, spianate, o late d'alberi; 

quel giardino da una parte, più in là quei palazzi a destra e a sinistra della gran via 

•del borgo. via 

Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori 

Lazzeretto, clie per 

non andava diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; 

quel tratto non poteva far di meno; sghemba fra 

poi scorreva serpeggiante e stretta, tra 
due siepi. La porta consisteva In due pilastri, con sopra una tettoia, 

le imposte, dall' un lato casipola pei gabellieri . 

per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia peri gabelliui. 

Le imboccature dei pendio lo spazzo 

I bastioni scendevano in pendio irregolare, e il terreno 

ineguale glttati 

era una superficie aspra e inuguale di rottami e di cocci buttati là 

via del borgo si 

a caso. La strada che s'apriva dinanzi a chi entrava per quella 

assomiglierebbe s' affaccia 

porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi 

per la 

entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva nel mezzo, fino a 

pochi passi partiva 

poca distanza dalla porta, e la divideva così in due stradette tor- 

fanghiglia, 

tuose, ricoperte di polvere di .fango, secondo la stagione. Al punto 

contraduzza 

dov'era, e dov'è tuttora quella viuzza chiamata di Borghetto. il 

gittava chiavicaccia, e per di là nell'altro fossato che lamba 

fossatello si perdeva in una fogna. 

le mura. Quivi 

Li c'era una colonna, con sopra una croce, detta di san Dio- 
siepe, 
nigi: a destra e a sinistra, erano orti cinti di siepe e, ad intervalli, 

casucce, abitate per lo più da lavandai. Renzo entra, passa; nessuno 

gabellieri fa motto: il un gran fatto, 

de'gabellini gli bada: cosa che gli parve strana, giacché, da 

quei 

que' pochi dèi suo paese che potevan* vantarsi d'essere stati a Mi- 
inteso mirabilia dei delle 
lano, aveva sentito raccontar cose grosse de' frugamenti e dell' inter- 
veniva quivi sottoposto chi giugiiesse da fuo- 

rogazionì a cui venivan sottoposti quelli che arrivavan dalla cam- 

ri. Via tal che s'egli inteso 

pagna. La strada era deserta, dimodoché, se non avesse sentito un 

ronzio paruto 

ronzio lontano che indicava un gran movimento, gli sarebbe parso 

abbandonata. innanzi, quello che 

d'entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza saper cosa 

dovesse sullo spazzo bianche, 

si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici, come 

essere, ch'ella 

di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, né^ 

15 



22S I PROMESSI SPOSI 

l'ordiDario. fece sopra 

per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò, 

fu chiarito Ch'ella Orando diss'egli 

toccò, e trovò eh' era farina. — Grand' abbondanza, — disse tra so, 

debb' ci si strazia a questo modo 

— ci dev'essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di 

da 

Dio. Ci davan* poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco 

fuori. 

come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna. — Ma, 

giunto In pari alla , appiedi 

dopo pochi altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè 

qualche cosa scaglioni 

di quella, qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo 
certe cose sparse, che certamente non eran** ciottoli, e se fossero 

dubitato 

state sul banco d' un fornaio, non si sarebbe esitato un momento 

di chiamarle tosto ai 

a chiamarli pani. Ma Renzo non ardiva creder cosi presto a' suoi 
occhi; perchè, diamine! non era luogo da pani quello. — Vediamo 

negozio diss'egli sé, in 

un po' che affare è questo, — disse ancora tra sé; andò verso la 

ricolse 

colonna, si chinò, ne raccolse uno: era veramente un pan" tondo, 

e quale 

bianchissimo, di quelli, che Renzo non era solito mangiarne che 

Bei giorni solenni. , da vero ! diss'egli 

nelle solennità. — 5 pane davvero! — disse ad alta voce; tanta era 
la sua maraviglia: — così lo seminano in questo paese? in quest'anno! 

ricorlo 

e non si scomodano neppure per raccoglierlo, quando cade? Che sia 

viaggio 

il paese di cuccagna questo? — Dopo dieci miglia di strada, all'aria 

del mattino subito dopo 

fresca della mattina, quel pane, insieme con la maraviglia, gli risve- 
gliò l'appetito. — Lo piglio? — deliberava tra sé: — poh! l'hanno 

dei cani, tanto fa 

lasciato qui alla discrezion* de' cani; tant'è che ne goda anche un 

vien oltre glieli 

cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo pagherò. — • 

pose già teneva, 

Cosi pensando, si mise in una tasca quello che aveva io mano, 

pose altra, 

ne prese un secondo, e lo mise nell'altra; un terzo, e cominciò a 

mangiare, rimise in via 

mangiare; e si rincamminò, più incerto che mai, e desideroso di 
chiarirsi che storia fosse quella. Appena mosso, vide spuntar gente 

adocchiò quei 

che veniva dall'interno della città, e guardò attentamente quelli che 

donna, 

apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo in- 

. tutti 

dietro, un ragazzetto; tutt'e tre con un carico addosso, che pareva 

forze loro tutti L' abito 

.superiore alle loro forzo, e tutt'e tre in una figura strana. I vestiti 



CAPITOLO XI. 927 

la cencerla infarinata: infarinate le facce, e per sopra più stravolte e acoese; 

o gli stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; 

l'andare faticoso lo doglioso, di 

« andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come sa 

membra peste e ammaccate. in collo 

gli fossero state peste l'ossa. L uomo reggeva a stento sulle spalle 

lasciava sfìiggire qualche 

un gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un 

sprazzo ad ad 

poco, a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era 

corpaccio e due braccia aliar- 

la figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto afa- 
gate che parevano sostenerlo a fatica, e avevano figura di due manichi curvati dal collo alla 

tica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due mani- 
pancia d'un'anforaccia; corpaccio , „ , 
chi; e di sotto a quel pancione usclvan" due gambe, nude 

procedevano 

fin sopra il ginocchio, che venivano innanzi barcollando. Renzo guardò 

flso essere gonnella 

più attentamente, e vide che quel gran corpo era la sottana che la 

rivolta in su, ve 

donna teneva per 11 lembo, con dentro farina quanta ce ne poteva 

capire davvantaggio; tanto che tratto tratto ne svolava pur via 

stare, e un po' di più; dimodoché, quasi a ogni passo, ne volava via 

un qualche spolvero. ambe 

una ventata. Il ragazzetto teneva con tutt^e due le mani sul capo 

corba del 

una paniera colma di pani; ma, per aver* le gambe più corte de* suoi 

parenti, uscendo di 

genitori, rimaneva a poco a poco indietro, e, allungando poi il passo 

ji corba andava fuor di sesto. 

Ogni tanto, per raggiungerli, la panjera perdeva l'equilibrio, e qual- 
che pane cadeva. 

« Se ne getti uno, brutto dappoco... » 

< Buttane via ancor^ un altro, buono a niente che sei, » disse 
la madre, digrignando i denti verso il ragazzo. 

getto io; cadono essi. Come da quegli. 

« Io non li butto ^ia; cascan da so: com'ho a fare? » rispose quello. 

impedite, ripigliò 

« Ihl buon per te, che ho le mani impicciate, » riprese la donna, 

spellicciatura pove- 

dimenando l pugni^ come se desse una buona scossa al povero ra- 

retto; mandò una nuvola di 

gazze; e, con quel movimento, fece volar via più farina, di 

da più che 

quel che ci sarebbe voluto per farne i due pani la- 

ficiati cadere allora dal ragazzo. « Via, via, » disse l'uomo: « torne- 

addietro rlcoili, ricorrà. Da tanto 

remo indietro a raccoglierli, o qualcheduno li raccoglierà. Si stenta 

tempo stentiamo. 

da tanto tempo: ora che viene un po' d'abbondanza, godiamola in santa 
pace. > 

sopraggiungeva da fuori; 

Intanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, aceò- 

x dove si va a pigliare il pane? * le domandò. 

.statosi alla donna, le domandò: « dove si va a prendere il pane?» 



2Z2 



I PAOMBSSI SPOSI 



« innanzi, Innanzi, » ella , - „ , **'**^' passi lontano, 

« Pili avanti, » rispose quella; e quando furon" lontani dieci passi, 

foresi 

soggiunse borbottando: < questi contadini birboni verranno a spaz- 
zar tutti i forni e tutti 1 magazzini, e non resterà più niente per 
noi. > 

taccola, marito. < Abbon- 

< Un po' per uno, tormento che sei, > disse il marito: € abbon- 

.ansa, 

danza, abbondanza. » 

questo dal consimile adiva. 

Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo comin- 

raccogliere che egli giunto 

ciò a raccapezzarsi eh' era arrivato in una città sollevata, e che 
quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, 
a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento. 
Per quanto noi desideriamo di far fare buona figura al nostro po- 
vero montanaro, la sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo 

compiacenza. Egli aveva di che 

sentimento fU di piacere. Aveva così poco da lodarsi dell' an- 

damento ordinario delle cose, che si trovava inclinato ad approvare 

comunque. rimanente egli, che 

ciò che lo mutasse in qualunque maniera. E del resto, 

era pnre 

non essendo punto un uomo superiore al suo secolo, viveva anche 

quella 

lui in queiropinione o in quella passione comune, che la scarsezza 

dagli aromassatori dai fornai, e volentieri 

del pane fosse cagionata dagl'incettatori e da' fornai ; ed era disposto 

credeva tor 

a trovar giusto ogni modo di strappar loro dalle mani l'alimento che 
essi, secondo quell'opinione, negavano crudelmente alla fame di tutto 

fece proponimento garbuglio 

un popolo. Pure, si propose di star fuori del tumulto, e si ral- 

dl avviato ad darebbe 

legrò d'esser* diretto a un cappuccino, che gli troverebbe ricovero, 

buon indirizzo. al 

e gli farebbe da padre. Così pensando, e guardando intanto i nuovi 

apparivano spoglie, la breve 

conquistatori che venivano carichi di preda, fece quella po' di strada 

giungere 

che gli rimaneva per arrivare al convento. 

alta loggia, v' 

Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell'alto loggiato, c*era al- 

V* molti 

lopa, e c'era ancora non son" molt'anni, una piazzetta, e in fondo a 

dei grandi 

quella la chiesa e il convento de' cappuccini, con quattro grand'olmi 

dlnaniL quel 

davanti. Noi ci rallegriamo, non senza invidia, con que' nostri lettori 

hanno veduto 

che non han visto le cose in quello stato: ciò vuol dire che son* 



fuori, 

< Uno dì campagna, che porta al padre Bonaventura una lettera 



CAPITOLO XI. 229 

minchionerie. 

molto giovani, e non hanno avuto tempo di far molte corbellerie. 

dritto - , ,, u 

Renzo andò diritto alla porta, si ripose in seno il mezzo pane che 

cavò 

gli rimaneva, levò fuori e tenne preparata in mano la lettera, e tirò 

aperse 

il campanello. S'apri uno sportellino che aveva una grata, e vi com- 
parve la faccia del frate portinaio a domandar* chi era. 

fuori, 

< Uno di campagna, che porta 
pressante del padre Cristoforo. » 

la 

« Date qui, » disse il portinaio, mettendo una mano alla grata. 

gliel' ho da 

« No, no, » disse Renxo: < gliela devo consegnare in proprie 

mani. » 

< Non ò in convento. » 

lo starò aspettando, > replicò Renzo. 

€ Mi lasci entrare, che l'aspetterò. » 

ripresa ad 

« Fate a mio modo, » rispose il frate: e andate a aspettare in chiesa, 

non s'entra, 

che intanto potrete fare un pò* di bene. In convento, per adesso, 

per al presente. » goffo 

non s'entra. > E detto questo, richiuse lo sportello. Renzo rimase lì, 

colla Pe' 

con la sua lettera in mano. Fece dieci passi verso la porta della 
chiesa, per seguire il consiglio del portinaio; ma poi pensò di dar 

garbuglio. 

prima un'altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si portò 

via, e colle braccia incrocicchiate sul petto, ai fermò 

suirorlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate sul petto, 

rimescolamento 

a guardare a sinistra, verso Tinterno della città, dove il brulichio 

clamoroso. 

era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo spettatore. — An- 

pensò egli, trasse di nuovo 

diamo a vedere, — disse tra sé; tirò fuori il tmo 

mcKBO pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte. Intanto 

ch'e' al 

che s'incammina, noi racconteremo, più brevemente ehe sia pos- 

i prlnclpii 

«ibile» le cagioni e il principio di quello sconvolgimento. 



CAPITOLO XII. 



secondo scarso ricolto. 

Era quello il second*anno di raccolta scarsa. Neir antecedente, 1» 

scorte lauto o 

provvisioni rimaste degli anni addietro avevan** supplito, fino a un 

quanto 

«erto segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla nò 
affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quala 

el trovi a. no colla 

slamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì 

povera 

ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà 
delle^ stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di 

fatto 

paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo 

sperpero mot- 

sperperio della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto men- 
to 
zione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, 

molte possessioni incolte deserte d) 

molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da* 

invece a a- 

contadini, i quali, in vece di procacciar* col lavoro pane per so e per 

gli andarne accattando Dio. 

gli altri, eran"* costretti d'andare ad accattarlo per carità. Ho detto: 

incomportabili 

più dell'ordinario; perchè le insopportabili gravezze, imposte con una 

cnpidltà nna 

cupidigia e con un'insensatezza del pari sterminate, la condotta abi- 

stanziali, 

tuule, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne' paesi, condotta 

quella età agguagliano 

che i dolorosi docu:^enti di que' tempi uguagliano a quella d'un ne- 

annoverar»?, 

inioo invasore, altre e. gioni che non ò qui il luogo di mentovare. 



CAPITOLO XII. 231 

andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo ef- 

parti' olari, 

fette in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora par- 

male 

liamo, erano come una repentina esacerbaziene d'un mal cronico 

Né appena quel qualunque ricolto fu finito governare, 

E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le 

provigionl sprecamento 

provvisioni per l'esercito, e lo sciupinio che sempre le accompagna» 

vi tale squarcio, fé' tosto 

ci fecero dentro un tal vóto, che la penuria si fece subito sentire, 

colla 

e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile 

caro. 

vUetto, il rincaro. 

il caro 

Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o al- 
meno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di va- 

una nei 

lentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che 

cagionato da scarsità. 

non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, pre- 
tutto a sufficienza, 
detta; si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che 

a sufficienza pei sup- 

il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: sup- 
posti troppo fuori d'ogni proposito; 

posizioni che non stanno nò in cielo, né in terra; ma che lusingane 

Oli ammassatori 

a un tempo la collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali e 

immaginarii 

immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un 

comperavano 

giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne 

fossero riputati 

avessero o poco o assai, o che avessero il nome d'averne, a que- 

caro, gli 

stl si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il 

oggetti delle querele universali, 

bersaglio del lamento universale, l'abbominio della moltitudine 
male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i 

rigurgitanti di grano, delle 

granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s'indicava il numero de' 

sacca della 

sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell'immensa quantità. 

biade nel 

di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi ; ne' quali 

eguale 

probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito 

eguale, biade dai 

Uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S'imploravan' da' 

quei 

magistrati que' provvedimenti, che alla moltitudine paion° sempre,. 

paruti equi 

o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così 

idonei venir come dicevano, rimbucato , murato, 

atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto. 



232 I PROMESSI SPOSI 

sepolto, ricondurre ne anda- 

come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I magistrati qualche 

vano pur facendo, 

cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d'alcune derrate, 
d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel ge- 

provvedìmentl umani, 

nere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per 

siano la scemare 

quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del 
*àbo, né di far venire derrate fuor' di stagione; e siccome questi in 

di ve 

ispecie non avevan" certamente quella d'attirarne da dove ce ne po« 

sovrabbondanti 

tesse essere di soprabbondanti; cosi il male durava e cresceva. La 

scarsità 

moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza 

dei rlmedii di 

de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi. 

Per essa 

S per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore. 
Nell'assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, 

stava a campo sopra teneva il suo 

che comandava l'assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue 

laogo spagnuolo. 

voci in Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. 

(chi lo veduto ?) il prezzo modico 

Costui vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un 

del pane un effetto (qui 

prezzo giusto, ò per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui 

scapuccio) produrlo, 

fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la 
meta (così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò 

il pane avrebbe avuto frumento 

la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano 

a lire trentatrò 

si fosse comunemente venduto trentatre lire il moggio: e si vendeva 

ad giovane si 

fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di 

ringiovanire 

ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo. 

insani ingiusti 

Ordini meno insensati e meno iniqui eran", più d'una volta, per la 

alla 

resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione 
di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito 

baia. 

in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia. 

tosto richieder 

Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo 

richiese piglio 

chiese cor quel fare di risolutezza e di minaccia, che danno la pas- 

Insieme riunite. 

6 ione, la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, 

sbracciarsi, ilmenare, 

non lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza 



CAPITOLO XII. «3 

pure la 

posa; perchè il popolo, sentendo in confuso che l'era una cosa 

di ventura 

violenta, assediava i forni di continuo, per goder* quella cuccagna 

teiuporarla; aOraccliinare, 

fln che durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per 

discapitare, 

iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una 

pres- 

parte 1 magistrati che intimavano pene, dall'altra il popolo che vo- 
gava e mormoreggiava ad ogni ritardo che alcun di quelli fi-appoue.sse 

leva esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, 

tu servirlo, sorda- 

pressava e brontolava, con quel suo wocione, e minacciava 

mente peggiori 

una di quelle sue giustizie, che sono delle peggio che si facciano 

a 

in questo mondo; non c'era redenzione, bisognava rimenare, infor- 

quella 

nare, sfornare e vendere. Però, a farli continuare in quell'impresa, 

tenessero ordini severi, 

non bastava che fosse lor comandato, né che avessero molta pauri, 

era mestieri che potessero: 

bisognava potere: e un po' più che la cosa fosse durata, non avreb- 

Riraostravano essi incessautemente 

boro più potuto. Facevan vedere ai magistrati l'iniquità e 

l'insopportabilità del carico imposto loro, protestavano di voler gettar 

innanzi 

la pala nel forno, e andarsene; e intanto tiravano avanti come po- 

sperando, 

levano, sperando, sperando che^ una volta o l'altra, il gran cancel- 

sarebbe restato capace. 

liere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio Ferrer, il quale era quel 
che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che i fornai 

avevano avvantatigiato molto. In 

s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s'avvantag- 

moltn, nei tempi migliori avvenire; 

sarebbero molto e poi molto col ritornar dell'abbondanza; che an- 

del pubblico 

che si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche ri- 

intrattanto innanzi. 

oarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. fosse vera- 

egli il primo 

mente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, 

pur la 

D che, anche conoscendo dagli effetti l'impossibilità di mantener* 

provedimento, lasciar ad 

quel suo editto, volesse lasciare agli altri l'odiosità dì rivocarlo; 

di 

giacché, chi può ora entrar* nel cervello d'Antonio Ferrer? il fatto 

egli non si rimosse uà pelo da 

sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i 
decurioni (un magistrato municipale composto di nobili, che durò fino 

ragguagliarono 

al novantasei del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, 

egli temperamento, 

dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualo^ ripiego, chele 
facesse andare. 



834 1 PROMESSI SPOSI 

Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della 
guerra, lece ciò clie il lettore s'immagina certamente: nominò una 
giunta, alla quale conferì l'autorità di stabilire al pane un prezzo 

cosi una cosa giusta per ambedue 

che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte 

le parti. 

che l'altra. I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagno- 
lescamente nel gergo segretariesco d'allora, si giuntarono; e dopa 

reticenze, 

mille reverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, propo- 
sizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una delibera- 

oerti tira- 

zìone da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che gioca- 
vano un gran dado, altro non v'era da fare, si 

vano una gran carta, ma convinti che non c'era da far altro, con- 
accordarono ad aumentare il prezzo del 
elusero di rincarare il pane. I fornai respirarono ; ma il popolo 

imbestialì. 

che precesse a capitò 

La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le 

vie inde • 

strade e le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rab- 

gD azione, 

bia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o- 

cerchii, in brigate, accordo antecedente, 

estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa, 

pendenti declive. 

quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendio. 
Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, 

lo Fra , f\ 

come di colui che l'aveva proferito. Tra tanti appassionati, cera» 

di sangue più 

pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con 

diletto, come andasse 

molto piacere, che l'acqua s'andava intorbidando; e s'ingegnavano 

più e più, quei novelle, 

d'intorbidarla di più, con que' ragionamenti, e con quelle storie che 
i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere ; e si 

farvi 

proponevano di non lasciarla posare, quell'acqua, senza farci un pò* 

si coricarono 

di pesca. Migliaia d'uomini andcirono a letto col sentimento inde 
terminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si fa 

Le ragunate precedettero 1' aurora: 

rebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi. 

mendichi s' aggruppavano alla 

fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a 

ventura: rimescolato 

sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci: là uno predicava 

questi in- 

e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa do- 



CAPITOLO XII. 83» 

chiesta esclaraa- 

manda ch'era allora stata fatta a lui; quest'altro ripeteva resciama' 

lione, intesa da querele, 

zione che s'era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, mi- 

piccìol 

nacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di 
tanti discorsi. 

più un appiglio, un avviamento, una spinta 

Non mancava altro che un'occasione?, una .spinta, un avviamento 

a fatti le parole; 

qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non ardo molto. Uscivano, 

ga '.onetti, 

sul far del giorno, dalle botteghe de' fornai i garzoni che, con una 

case dei soliti compratori 

gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il 

mostrarsi malarrivati ad 

primo comparire d' uno di que' malcapitati ragazzi dov'era un croc- 
chio di gente, fu come il cadere d'un salterello acceso in una poi- 

ad una cento voci. 

veriera. € Ecco se c'è il pane! » gridarono cento voci insieme. « Sì» 

pei nuotano 

per i tiranni, che notano nell'abbondanza, e vogliono far morir noi 

appressa garzoncello, in alto 

di fame, » dice uno; s'accosta al ragazzetto, avventa la mano- 

al labbro strappata, gar- 

all'orlo della gerla, dà una stratta, e dice: « lascia vedere. > Il ra- 

zoncello arrossa, impallidisce, 

gazzette diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi 

bocca, 

andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca 

svilupparle 

di liberarle in fretta dalle cigne. « Giù quella gerla, » si grida intanto. 

La pigliano a molte mani; getta in 

Molte mani l'afferrano a au tempo: è in terra; si butta per aria 

lo sciugatolo 

il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all'intorno. 

abbiamo da pane, 

< Siam® cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anebe noi,» 

ne toglie uno, lo solleva mostrandolo 

dice il primo; prende un pan tondo, l'alza, facendolo vedere alla 

brigata, lo 

folla, l'addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si 
dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati all^ 
vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell'impresa, si 

toime, alla busca di vaganti: 

mossero a branchi, in cerca d'altre gerle: quante incontrate. 

Né occorreva pure 

tante svaligiate. E non c'era neppur bisogno di dar l'assalto ai por- 

que' si trovavano sgraziatamente per via, veduto che 

tatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la 

Tento tirava, deponevano 

mala parata, posavano volontariamente il carico, e via a gambe. 

si 

Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza 

né pure erano cosi 

paragone i più; anche i conquistatori non eran soddisfatti di predo 



S3« 1 PROMESSI SPOSI 

picclole preda; , .. . cogli ^ cogli ▼• 

COSÌ piccole, e, mescolati poi con gli uni e con gh altri, e eran co- 
assai meglio condi- 
loro che avevan° fatto disegno sopra un disordine più co flocchi. 

ztonato. 

« Al forno! al forno! > si grida. 

via che si chiama Corsia c'era nn forno, e c'è tut- 

Nella strada chiamata la Corsia de' Servi, c'era, e c'è tuttavia un 

tavta, con 

fornoj che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a 
dire il forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così 
eteroclite, cosi bisbetiche, così salvatiche, che l'alfabeto della lingua 
non ha i segni per indicarne il suono *. A quella parte s'avventò la 

tarba. Quei 

gente. Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato 

alllbbito rabbaruffato, barbugliando 

scarico, il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando 

8' ode remore di gente in 

la sua trista avventura; quando si sente un calpestio e un urlio 

moto; compaiono turba. 

insieme: cresce e s'avvicina; compariscono i forieri della masnada. 
Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano 

stangano 

di giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntel- 

lo imposte per di dentro. moltltadlne spessarsi dinanzi, 

iano l battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a 

gridare: « pane! pane! aprite! aprite! > 

Ed ecco arrivare In mezzo ad 

Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una 

un drappello di date 

«corta d'alabardieri. « Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fiate 

il passo capitano, egli 

luogo al capitano di giustizia, » grida lui e gli alabardieri. 

tanto 

La gente, che non era ancor troppo fitta, fa un po' di luogo; dimo- 

■che addossarsi, stretti ordina- 

dochò quelli poterono arrivare, e postarsi, insieme, se non in or- 
ti, chiusa 
dine, daTanti alla porta della bottega. 

perorava quivi capitano . 

« Ma figliuoli, > predicava di li il capitano, e che fate qui? A 
«asa, a casa. Dov'è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? 
Non vogliamo farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine 

insaccati f 

volete far qui, cosi ammontati? Niente di bene, né per l'anima, nd 

pel 

per il corpo. A casa, a casa. » 

,, **"*',,. . :, . « udivano 

Ma quelli che vedevan» la faccia del dicitore, e sentivan le sue 



St preuin di icamt. 



CAPITOLO XII. 237 

obbedire, po' 

parole, quand'anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che 

modo inzeppa»» quei 

maniera avrebber potuto, spinti com'erano, e incalzati da quelli di 

calcati anche di grado in grado, 

dietro, spinti anch'essi da altri, come flutti da flutti, via via fino 

alla calca il 

all'estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capi- 

patlre un po' d'affanno. 

tano, cominciava a mancargli il respiro. « Fateli dare addietro ch'io 

riabbia U 

possa riprender fiato, » diceva agli alabardieri: « ma non fate male 
a nessuno. Vediamo d'entrare in bottega: picchiate; fateli stare in- 
dietro. > 

serrandosi addosso 

€ Indietro! indietro! * gridano gli alabardieri, buttandosi tutti 

tutti insieme a quel rispingendoli coli* arme. 

insieme addosso ai primi, e respingendoli con l'aste dell'alabarde. 

l'inculano come possono, delle 

Quelli urlano, si tirano indietro, come possono ; danno con le schiene 

n«i del delle calcagna dei 

ne' petti, co' gomiti nelle pance, co' calcagni sulle punte de' piedi a 

quei stanno lor dietro: unaserra, una stretta, una pesta, quei 

quelli che son dietro a loro: si fa un pigio, una calca, che quelli che 

qualche cosa ad 

si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove. 

voto presso bus- 

Intanto un po' di vóto s'è fatto davanti alla porta: il capitano pic- 

sa tambussa, grida venga aperto; quel veggono A- 

chia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle fl- 

nestre ; si scende in fretta, si apre; 

nestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli ala- 

caccian pur dentro 

bardieri, che si flccan dentro anch'essi l'un*» dopo l'altro, gli ultimi 

contenendo coli' arme. tutti vi sono, tira 

rattenendo la folla con l'alabarde. Quando sono entrati tutti, si mette 

catenaccio: in fretta, 

tanto di catenaccio, si riappuutella; il capitano sale di corsa, e 

si fa ad brulicame ! 

s'aflfaccia a una finestra. Uh, che formicolaio! 

Figliuoli! egli: guardano su. Figliuoli! 

« Figliuoli, » grida: molti si voltano in su; « figliuoli! andate a 
casa. Perdono generale a chi torna subito a casa. > 

nella 

€ Pane! pane! aprite! aprite! » eran° le parole più distinte nel- 

vociferazione immane 

l'urlio orrendo, che la folla mandava in risposta. 

figliuoli: bene: 

« Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, an- 

Avrete pane; 

date, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. 

laggiù? cibò, Veggo, 

Eh!... eh! che fate laggiù! Eh! a quella porta! Oibò cibò! Vedo» 

veggo; criminale 

vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. 

via quei Oibò ! 

Eh! eh! smettete eoa que' ferri; giù quelle mani. Vergogna!! Voi al- 



238 I PROMESSI SPOSI 

slete nominati in tutto il mondo per la bontà 1 

tri milanesi, ohe, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo ! 

Ascoltate I ascoltate! 

Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fl.... Ah canaglia! » 

pietra. 

Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, 

di quei dar 

uscita dalle mani d'uno di que' buoni figliuoli, venne a batter nella 
fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità me- 

egll 

taflsioa. < Canaglia! Canaglia! * continuava a gridare, chiudendo 

in furia ritraendosi. 

presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato 

mal ne nella gola, 

quanto n'aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s'eran tutte 

rispinte da quel borboglio di 

dileguate e disfatte a mezz'aria, nella tempesta delle grida che ve- 

dal basso. ch'egli 

nivan* di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare 
di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi 

via e alle finestre, per ispezzare le 

per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle fine- 
imposte e strappare le ferrate: innanzi. 

stre, per svellere l'inferriate; e già l'opera era molto avanzata. 

Frattanto, che dei 

Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch'erano alle finestre de' 

pietre, 

piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente 

facevano strida, visi, gesti, qnel 

disselciato un cortile), urlavano e facevano versacci a quelU di giù, 

lasciassero stare; mostravano 

perchè smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di vo- 

lanclare. che nulla valeva, lanciarle da 

lerle buttare. Visto ch'era tempo perso, cominciarono a buttarle dav- 
vero, lo stlvamento 
vero. Neppur una ne cadeva in fallo ; giacché la calca era tale, che 

grano suoi dirsi, ^ 

un granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra. 

birbononll , 

< Ah birboni! ah furfantoni! E questo il pane, che date alla povera 

Allesso, Adesso. A noi! » si da 

gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora! » s'urlava di giù. Più d'uno fu 

malconcio; 

conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le 

le imposte, le ferrate furono strappate; 

forze della moltitudine: la porta fu sfomlata, l'inferriate, svelte; e 

Quel 

il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la 

si rifuggirono in fretta sul solaio: 

mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e al- 

quivi rincantucciati sotto le tegole; 

cuni della casa stettero lì rannicchiati ne'cantucci; altri, uscendo per 

erravano pel a guisa di 

gli abbaini, andavamo su po' tetti, come i gatti, 
f^' 
La vista della proda fece dimenticare ai vincitori 1 disegni di ven- 
ne va 
dette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba. 



CAPITOLO XII. 83» 

Altri invece s'affretta a dlverre la serratura del banco, adunghia 

<3ualcheduno ih vece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta- 
le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per 

diffonde nei 

tornar poi a rubar pane, se ne rimarrà. La folla si sparge ne' ma- 

interni. S' aggrappano, si trassinano sacca; altri ne riversa uno, 

gazzini. Metton mano ai sacelli, li strascicano, li rovesciano: 

ne 

chi se^ne caccia uno tra le gamlie, gli scioglie la bocca, e, 

ad getta 

per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte 

altri, fa sotto rac- 

della farina: chi, gridando; « aspetta, aspetta, » si china a parare 

coglier con drappi, cogli abiti, di quello sciupio; 

il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di 

altri si getta sur fa bottino 

Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s'allunga, 

altri ne 

^ gli scappa da Ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, 

sollevato in viene, chi maneggia: 

lo porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, 

grida, 

fanciulli, spinte, rispinte, urli, e un bianco polverio che per tutto si 

Involve Al di 

posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una 

spezzano 

■calca composta di due processioni opposte, che si rompono e s' in- 
coila 
tralciano a vicenda, di chi esce con la preda, e di chi vuol entrare 

a farne. 

disertato, , 

Mentre quel forno veniva così messo sottosopra, nessun altro della 

si addensò 

città era quieto e senza pericolo. Ma a nessuno la gente accorse in 

tutto osare; 

numero tale da potere intraprender tutto; in alcuni, i padroni avevan 

tatto un po' di massa d'ausiliarii, sulla difesa; men forti di nnme- 

raccolto degli ausiliari, e stavan" sulle difese; altrove, trovandosi in 

IO, o più impauriti, 

pochi, venivano in certo modo a patti : distribuivan" pane a 

quel 8l ad dinanzi 

quelli che s'eran* comincìanti a affollare davanti alle botteghe, con que- 

-' ne ne 

sto che se n'andassero. E quelli se n'andavano, non tanto perchè fosser® 

putenti dall'acquistato, 

soddisfatti, quanto perchè gli alabardieri e la sbirraglia, stando 

comparivano però al- 
alia larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan però ve- 

trove, quelle picciole truppe 

dere altrove, in forza bastante a tenere in rispetto i tristi che non 

di ammutinatelli. e il concorso andavan 

fossero una folla. Così il trambusto andava sempre cre- 

malavventurato quelli a cui 

scendo a quel primo disgraziato forno; perchè tutti coloro che gli 

mani, e dava il cuore bel fatto, si portavano 

pizzicavano' le mani di far* qualche bell'impresa, correvun 

quivi, In forza maggiore, 

là, dova gli amici erano i più forti, e l'impunità sicura. 



S40 I PROMESSI SPOSI 

questi termini terminando, come abbiam 

A questo punto eran le cose, quando Renzo, avendo ormai sgra- 
detto, di rodere quel su pel 

nocchiato il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orien- 

si sito 

tale, e s'avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto. 

egli, spedito, or guatava 

Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava 

origliava, ronzio 

e stava in orecchi, per ricavar® da quel ronzio confuso di discorsi 

di- 
qualche notizia più positiva dello stato delle cose. Ed ecco a un di 

venne fatto tutto il viaggio. 

presso le parole che gli riuscì di rilevare in tutta la strada che 
fece. 

quei 

« Ora è scoperta, » gridava uno, « l'impostura infame di que' bir- 

frumento. 

boni, che dicevano che non c'era né pane, né farina, né grano. Ora 

sincera; 

si vede la cosa chiara e lampante; o non ce la potranno più darà 
ad intendere. Viva l'abbondanza! > 

< VI dico io che tutto questo non serve a nulla, > diceva un altro: 
« ò un buco nell'acqua; anzi sarà peggio, se non si fa una buona 

mercato; vi tossico, 

giustizia. 11 pane verrà a buon mercato, ma ci metteranno il veleno, 

per far morir* la povera gente, come mosche. Già lo dicono che slam 

in- 
troppi; l'hanno detto nella giunta; e lo so di certo, per averlo sen- 

teso questi 

tito dir io, con quest'orecchi, da una mia comare, che ò amica d'un 

un quei 

parente d'uno sguattero d'uno di quo' signori. » 

Cose ridirsi colla bocca schlnmante 

Parole da non ripetersi diceva, con la schiuma alla bocca, un altro, 

sui scom- 

che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su' capelli arruf- 

pigliati 

fati e insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli fa- 
ceva eco. 

diano II passo ad 

»Largo, largo, signori, in cortesia ; lascin passare un povero pa- 
dre di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli. » Cosi di* 
cava uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina; 

luogo. 

ognuno s'ingegnava di ritirarsi, per fargli largo. 

sotto voce a<l 

< Io ? > diceva un altro, quasi sottovoce, a un suo compagno: « io 
me la batto. Son uomo di mondo , e so come vanno queste cose 

Cod»sti gabbiani dopo, 

Questi merlotti che fanno ora tanto fracasso, domani o 4oman l'altro,. 



CAPITOLO XII. 141 

scorti 

se ne staranno in casa, tutti pieni di paura. Ho già visto certi visi, 
certi galantuomini che giran% facendo l'indiano, e notano chi c'è e 
chi non c'è; quando poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi 

suo datino. » 

^pcca, tocca. > 

Quegli 

« Quello che protegge i fornai, x> gridava una voce sonora, che 

attrasse 

attirò l'attenzione di Renzo, « è il vicario di provvisione. » 

birbi, 

< Son tutti birboni, » diceva un vicino. 

egli è il capo, 

« Sì; ma il capo è lui, » replicava II primo. . 

in una lista di 

Il vicario di provvisione, eletto ogn'anno dal governatore tra 

• formata del 

sei nobili proposti dal Consiglio de' decurioni, era il presidente di questo, 

pur 

e del tribunale di provvisione; il quale, composto di dodici, anche 
questi nobili, aveva, con altre attribuzioni, quella principalmente 

era In 

dell'annona. Chi occupava un tal posto doveva necessariamente, in 

del a 

tempi di fame e d'ignoranza, esser detto l'autore de' mali: meno che 
non avesse fatto ciò che fece Ferrer; cosa che non era nelle sue fa- 
coltà, se anche fosse stata nelle. sue idee. 

Baroni ! 

€ Scellerati! » esclamava un altro: « si può fardi peggio? sono ar- 
ano 
rivati a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per 

torgli essi 

levargli il credito, e comandar® loro soli. Bisognerebbe fare una gran 

capponaia, e caccìarveli veccia 

Stia, e metterli dentro, a viver* di vecce e di loglio, come vole- 
vano trattar noi. » 

di < pane? sas- 

« Pane eh? » diceva uno che cercava d'andar* in fretta; « sas- 
sate posta, 
sate di libbra: pietre di questa fatta, che vénivan® giù come la 

gragouola. schiacciamento coste! 

grandine. E che schiacciata di costole! Non vedo l'ora d'essere a 
casa mia. » 

Fra 

Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse piìi infor- 

fra giunse dinanzi 

mate o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti 

ivi di modo che egli 

a quel forno. La gente era già molto diradata, dimodoché potè 
lurido in- 

contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e am- 

taccate 

maccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta. 

10 



)43 I PROMESSI SPOSI 

Qaesto un bel fatto, penso 

— Questa poi non è una bella cosa, — disse Renzo tra so: — se 

acconcian tutti i fornì a questo modo, Net 

coDoian cosi tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi? — 

Di tempo. In tempo casa 

Ogni tanto, usciva dalla bottega qualcheduno che portava un pezzo 
«li cassone, o dì madia, o di frullone, la stanga d'una gramola, una 

corba, un giornale, uno zibaldone, 

^anca, una paniera, un libro di conti, qualche cosa io somma di 
quel povero forno; e gridando: < largo, largo, > passava tra la gente. 

ad 

Tutti questi s'incamminavano dalla stessa parte, e a un luogo con- 
capiva. Renzo volle vedere che storia fosse anche 

venuto, si vedeva. — Cos'è quest'altra storia? — pensò di nuovo 

attesta ; tenne di 

Kenzo; e andò dietro a uno che, fatto un fascio d'asse spezzate e di 

recò e andò 

schegge, se lo mise in ispalla, avviandosi, come gli altri, per la 

via 

fitrada che costeggia il fianco settentrionale del duomo, e ha preso 
nome dagli scalini che c'erano, e da poco in qua non ci son più. La 

di 

voglia d'osservar® gli avvenimenti non potè fare che il montanaro, 

giunto al cospetto della 

quando gli si scoprì davanti la gran mole, non si soffermasse a guar- 
dare in su, con la bocca aperta. Studiò poi il passo^ per raggiunger 

a pure 

colui che aveva preso come per guida; voltò il canto, diede un'oc- 

on' occhiata fronte 

chiata anche alla facciata del duomo, rustica allora in gran parte e 

tirava 

ben lontana dal compimento; e sempre dietro a colui, che andava 

spessa si 

verso il mezzo della piazza. La gente era più fitta quanto più s'an- 

innanzi; 

dava avanti, ma al portatore s^li si faceva largo : egli fendeva l'onda 

sottentrando nel varco fatto da lui, pervenne 

del popolo, e Renzo, standogli sempre attaccato, arrivò con lui al 

, „ , „ Quiyl , . ^ «na baldoria, 

centro della folla. Li e era uno spazio volo, e in mezzo, 

brage 

m mucchio di brace, reliquie degli attrezzi detti di sopra. All'in- 

frastuono 

tomo era un batter di mani e di piedi, un frastono di mille grida 
il trionfo e d'imprecazione. 

rovesciò sulle brage; altri tron- 

L'uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, oon un moz- 

oone abbrustolato, le rimescola e le stuzzica disotto a <lai lati: 

zicone di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il 

addensa, ridesta, 

fumo cresce e s'addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sor- 

Muolauo Muoia 

gon più forti. « Viva l'abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la 
carestia! Crepi la Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane! » 



CAPITOLO XII. 143 

A dir raro, dei 11 diiertamento 

Veramente, la distrazione de' frulloni e delle madie, la devastazion 

<ei spediti 

de' forni, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi più spicci per 
far vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metaSsiohe, 

non vengono nelle menti d'una moltitudine. 

che una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran ma- 
vì ftnchò 

taflsico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, Anch' ò nuovo nella 

qalgtione; non è che ohe 

questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, di- 

ad infatti 

venterà inabile anche a intenderle. À Renzo in fatti quel pensiero 

a 

gli ei>a venuto da principio, e gli tornava, come abbiam visto, 

a tratto tante facce, 

ogni momento. Lo tenne per altro in sé; perchè, di tanti visi, non 

▼e una paresse 

ce n*era uno che sembrasse dire: fratello, se fallo, correggimi, ohe 
l'avrò caro. 

caduta 

Già era di nuovo flaita la fiamma; non si vedeva più venir nes- 

brigata ad 

suno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando 

vi corse dentro una 

si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio 

quivi posto ad Sovente, 

non molto distante di li), s'era messo l'assedio a un forno. Spesso, 
in simili circostanze, l'annunzio d'una cosa la fa essere. Insieme con 

trarre colà : 

quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: « io 

vado; vai tu? vi s' udiva ogni parte: 

vo; tu, vai? vengo; andiamo, » si sentiva per tutto: la calca si 

dirompe, brulica, s'incammina. addietro, ai 

rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non mo- 

movendo 

Vendesi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente ; e teneva 

tirarsi fuora del 

intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal ba<;cano, e ritor- 
nare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a ve- 

egll 

dere anche quest'altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risol- 
vette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar 

le qualche cosa cosi dalla 

l'ossa, a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche 

lunga ad po' cavò 

distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di 

e, datovi di in 

tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s'avviò alla coda 
dell'esercito tumultuoso. 

per lo sbocco In angolo della via 

Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada 

ed angusta 

corta e stretta di Pescheria vecchia, e di là, per quell'arco a sbieco, 



su I PROMESSI SPOSI 

mercanti. Quivi 

nella piazza de' Mercanti. E lì eran** ^en pochi quelli che, nei 

dinanzi verso la 

passar davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia del- 

ediflcio sa 

i'cdiflzio chiamato allora il collegio de* dottori, non dessero un*oc- 

quella cera seria, 

salatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, 

burbera aggrondata dico poco, 

barb^jro, accipigliato, e non dico abbastanza, di don Filippo II, che, 
a iche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e, con quel 

in ^procinto di son qua 

braccio teso, pareva che fosso lì per dire: ora vengo io, mar- 
maglia. 

nicchia è ora vota. 

Quella statua non c'è più, per un caso singolare. Circa cento set- 

, . - ,, . '°°' ., « ^ cambiata 

tant anni dopo quello che stlam" raccontando, un giorno le fu cam- 

Ifl testa alla statua che v'era, tolto postovi in- 

biata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a 

vece pugnale, con- 

questo un pugnale; e alla statua fa messo nome Marco Bruto. Così ac- 

elata ella paio di 

comodata stette forse un par d'anni ; ma, una naattina, certuni che non 
avevan' simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una 

"«Sismo strapparono 

ruggme segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron 

smozzicata ad 

giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso in- 

strasclnarono non senza un gran cacciar di lingue, 

forme, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, 

vie «jen giltaiono 

per le strade, e, quando furono stracchi bene, la ruzzolarono non 

lo ad 

80 dove. Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva! 

torma clamorosa 

Dalia piazza de' mercanti, la marmaglia insaccò, per quelita!* 

viuzza per donde 

tr'arco, nella via de' fustagnai, e di lì si sparpagliò nel Cor- 
si volgeva tosto a guardar 

dusio. Ognuno, al primo sboccarvi, guardava subito verso il forno 

invece folla si 

eh'era stato indicato. Ma in vece della moltitudine d'amici che s'a- 

trovarvi pochi 

•pettavano di trovar lì già al lavoro, videro soltanto alcuni starsene, 

kadaloccando e tentennando 

come esitando, a qualche distanza della bottega, la quale era 

che faceva dimostrazione di volersi difender» 

chiusa, e alle finestre gente armata, in atto di star pronti a difendersi. 

•1 bisogno 

A quella wista, ehi si maravigliala, ehi sagrava. 

Si voltavano allora e ristavano, i sopravvegnentl, 

ehi rideva; chi si voltava, per informar* quelli che arri- 

|.er vedere che partito gli altri volessero prendere; alcuni tornavano o rlraanevaDO In- 

vavan via via; chi si fermava, chi voleva tornare indietro, 

^lletro V« 

obi dieevat « avanti, avanti. » C'era un incal&are e un 



CAPITOLO XII. ttó 

Boprattenere, nn chiedere e un dare schiarimenti, 

rattenere, come un ristagno, una titubazlone, 

diffuso ronzio suonò 

UD ronzio confuso di contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di 

maladetta qui presso è 

mezzo alla folla una maledetta voce: < ce qui vicino la casa del vica- 
rio di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco. » Parve 

accordo già conchiuso, 

il rammentarsi comune d'un concerto preso, piuttosto che Taccetta- 
lìone d'una proposta. «Dal vicario! dal vicario! » è il solo grido che 

intendere. muove con un fiiTore unanime via 

si possa sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada 

mal 

dov'era la casa nominata in un cosi cattivo punto. 



CAPITOLO XIIT, 



Lo srenturato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo 

pranso mangiato di mala voglia, con un po' di pao* 

agro e stentato d*un desinare biascicato senza appetito, e senza pan 

raffermo; 

fresco; e attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire 

sospetto ch'ella venir 

quella burrasca, lontano però dal sospettar che dovesse cader cosi 

In capo benevolo lo stor- 

spaventosamente addosso a lui. Qualche galantuomo precorse cQ ga- 

mo a gran galoppo, ed entrò nella casa ad avvenire dell'urgente pericolo. ser- 

loppo la folla, per avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servi- 
vi, roraore in su la guatavano giù pel 

tori, attirati già dal rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo 

longo della via, romore 

la Strada, dalla parte donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre 

veggiono 

ascoltan l'avviso, vedon comparire la vanguardia: in fretta e in furia, 

questi delibera di 

si porta l'avviso al padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come 
fuggire, un altro viene a dirgli che non è più a tempo. 

Appena i aervl ne han tanto da 

I servitori ne hanno appena tanto che basti per chiuder* la porta. 

La abarrano, l'appuntellano, 

Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come 

sopravvenire gra- 

quando si vede venire avanti un tempo nero, e s'aspetta la gran- 

gnaola ululato 

dine, da un momento all'altro. L'urlio crescente, scendendo dall'alto 
come un tuono, rimbomba nel voto cortile; ogni buco della casa ne 

rimescolato s'odono scoppiare 

rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e 

più forti e spassi 1 

fitti colpi di pietre alla porta. 



CAPITOLO XIH. W7 

« Il vicario! Il tiranno! L'affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto! » 

poveretto errava smorto, trambasciato. 

Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza flato, bat- 
tendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a' suoi servitori, che 

modo 

tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma 

per A!!cese al solaio; tra la soffltta e 11 tetto, 

come, e di dove? Salì in soffltta; da un pertugio, 

via 

guardò ansiosamente nella strada, e la vide pieua zeppa di fliri- 

udl lo chiedevano a 

bondì; sentì le voci che chiede van la sua morte; e più smarrito che 

ritrasse 

maij si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascon- 

Quivl ascoltava, ascoltava, l'infesto bol- 

diglio. Li rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto ru- 

lore desse un po' luogo; 

more s'affievolisse, se il tumulto s'acquietasse un poco; ma sentendo 

mugghio levarsi strepitoso, spesseggiare 

in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, e raddoppiare 

picchii, l' orec- 

i picchi, preso da un nuovo soprassalto al cuore, si turava gli orec- 
chie sirignendo 

chi in fretta. Poi, come fuori di sé, stringendo i denti, e raggrin- 

le pugna, 

zando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse 

cosi appuntino 

tener ferma la porta .... Del resto, quel che facesse precisamente 

egli 

non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a in- 

la 

dovinare. Fortuna che c'è avvezza. 

subuglio 

Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già 
portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella 

tutto rimescolarsi: 

prima proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: 

egli non era ben risoluto 

in quanto al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o 

del macello 

male in quel caso; ma l'idea dell'omicidio gli cagionò un orrore 
pretto e immediato. E quantunque, per quella funesta docilità degU 

appassionati, egli 

animi appassionati all'affermare appassionato di molti, fosse per- 

primaria 

suasissimo che il vicario era la cagion principale della fame, il 

gran colpevole, muoversi udito 

nemico de' poveri, pure, avendo, al primo moversi della turba, sentita 

motto 

a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo 

anch' egli una tal opera; 

per salvarlo, s'era subito proposto d'aiutare anche lui un'opera tale; 

animo, spinto fin presso 

e, con quest'intenzione, s'era cacciato, quasi fino a quella porta. 

Altri pestava i 

che veniva travagliata in cento modi. Chi con ciottoli picchiava su* 



tu I PROMESSI SPOSI 

iscassinarla ; accorsi 

chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali e scar- 

pelli e martelli, cercavano di lavorar® più in regola: altri poi, con 

aguzze, con isferre, 

pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, 

coir ugne, se altro non v'era, la muraglia, 

con l'unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e 

smattonare a poco a poco, per 

s'ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che 

dar mano, animo colle grida ; 

non potevano aiutare, facevan" coraggio con gli urli; ma nello stesso 

colla pressa delle persone impacciavaQO vie im- 

tempo, con lo star li a pigiare, impicciavan di più il lavoro già im- 
pacciato dei 
picciato dalla gara disordinata de' lavoranti : giacché, per grazia del 

cielo, accade talvolta anche nel male quella cosa troppo frequente 

nel bene, che i fautori più ardenti divengano un impedimento. 

che del remore, 

I magistrati ch'ebbero i primi l'avviso di quel che accadeva, spe- 

tosto di truppa 

diron° subito a chieder' soccorso al comandante del castello, 

ed egli spiccò un drappello. 

che allora si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. 

ragunarsi, via. 

Ma, tra l'avviso, e l'ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, 

la via, il drappello arrivò 

e il cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto as- 
fece assai alla calca 
sedie; e fecero alto lontano da quella, all'estremità della folla 

Io a appigliarsi 

L' aSziale che li comandava, non sapeva che partito prendere. Li 
non era altro che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia 

senz'armi e oziosa. Alle venivano lor 

d'età e di sesso, che stava a vedere. All'intimazioni che gli venivan 
fatte, di sbandarsi, e di dar luogo, rispondevano con un cupo a 

mormorio; 

lungo mormorio; nessuno si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, 

pericolo, 

pareva all'uflziale cosa non solo crudele, ma piena di pericolo^ cosa 

irritati 

che, offendendo i meno terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e 

egli folta, 

del resto, non aveva una tale istruzione. Aprire quella prima folla, 

innanzi 

rovesciarla a destra e a sinistra, e andare avanti a portar la guerra 

stato il era 

a chi la faceva, sarebbe stata la meglio; ma riuscirvi, li stava il 

procedere ed 

punto. Chi sapeva se i soldati avrebbero potuto avanzarsi uniti e 

invece vi essi sparpa- 

oraindti? Che se, invece di romper la folla, si fossero sparpagliati 

,t.Miati per entro, discrezione di quella, 

loro tra quella, si sarebber trovati a sua discrezione, dopo averla 
aizzata. L'irresolutezza del comandante e l'immobilità de' soldati 



CAPITOLO Xlii. 249 

dritto I popolani presso 

parve, a diritto o a torto, paura. La gente che si trovavaa** vicino a 

guardar loro dicono 1 

loro, SÌ contentavano di guardargli in viso, con aria, come si dice, 

milanesi, di me-ne-rldo; quei lontano, si con- 

dì me n'impipo; quelli ch'erano un po' più lontani, non se ne 

tenevano beffarde; 

stavano dì provocarli, con visacoi e con grida di scherno ; più in là, 

vi prosegul- 

pochì sapevano o si curavano che ci fossero; i guastatori seguita- 
vano 
vano a smurare, senz'altro pensiero che di riuscir presto nell'im- 

restavano di colle grida. 

presa; gli spettatori non cessavano d'animarla con gli urli. 

fra egli 

Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal 
vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contrae ndo 

ad colle levate 

le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani al- 
ai disopra d' nell' 

zate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una 

voler egli configgere 

corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vi- 

alle imposte spirato 

cario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse. 

sa 

< Oibò! vergogna! » scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, 

tanti volti di gustarle assai, incorag- 

alla vista di tant'altri visi che davan segno d'approvarle, e incorag- 

»;iato pur 

gito dal vederne degli altri, sui , quali, benché muti, traspariva lo 

di che egli era compreso. 

stesso orrore del quale era compreso lui. « Vergogna! Vogliam noi 

tor r arte cristiano 1 

tubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? come volete 

iniquità? 

che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà 

dei 

de* fulmini, e non del pane! > 

< Ah cane! ah traditor della patria \ % gridò, voltandosi a Renzo, 

udire 

con nn viso da indemoniato, un di colora che avevan potuto sentire 

fra trambusto 

tra il frastono quelle sante parole. « Aspetta, aspetta! È un servi- 
forese: 
tore del vicario, travestito da contadino: è una spia: dalli, dalli! » 

che 

Cento voci si spargono all'intorno. « Cos'è? dov'è? chi è? Un servi- 
forese 
tore del vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che 

scappa. Dov'è? dov'è? dalli, dalli! » 

piccin 

Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; aictin. 

aiutano a rimpiattarsi; 

«UDÌ vicini lo prendono in mezzo ; e con alte e diverse grida cercano 
di confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto 



S50 I PROMESSI SPOSI 

udì 

lo servì fu un < largo, largo, » che si sentì gridar lì vicino • « largo ! 
è qui l'aiuto: largo, ohe! » 

Che era egli 7 piaoH, 

Cos'era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per 

ed entrarvi per ventura, 

appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte, 

renduta 

quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a 

UDO altro capo, 

mettere in opera. I portatori, all'una e all'altra cima, e di qua e di 

pel lungo scompaginati 

là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calcat 

quale, colla fra 

andavano a onde : uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi 

squassato, quale 

sulle spalle, oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro 

uno spintone; 

veniva staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata pie* 

teste, braccia: che 

chiava spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevano* dire co 

di cui colle 

loro de' quali erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi 

fanno lo si recano a noi, 

si caccian sotto, se lo mettono addosso, gridando: « animo laudiamo! » 

procede a balzi, a rivolte, per dritto e per iabteov 

La macchina fatale s'avanza balzelloni, e serpeggiando. 

Ella venne sgominare 

Arrivò a tempo a distrarre e a disordinare 1 nemici di Renzo, il 

approfittò 

quale profittò della confusione nata nella confusione ; e, quatto quatto 

glucando si 

sul principio, poi giocando di gomita a più non posso, s'allontanò da 

posto coir 

quel luogo, dove non c'era buon'aria per lui, con l'intenzione anche 

di il del di 

d'uscire, più presto che potesse, dal tumulto, e d'andar davvero a 

ad 

trovare o a aspettare il padre Bonaventura. 

Tutto commovimento Ad 

Tutt'a un tratto, un movimento straordinario cominciato a 

diffonde 

una estremità, j propaga per la folla, una voce si sparge, viene 

bocca, bocca, di coro lo coro: sor- 

avanti di bocca in bocca: « Ferrer! Ferrer! > Una mara- 

presa, un favore, un dispetto, una gioia, collera 

vigila, una gioia, una rabbia, un'inclinazione, una ripugnanza, scop» 

giunge soffo- 

piano per tutto dove arriva quel nome; chi lo grida, chi vuol soffo* 

cario; nega, 

qarlo; chi afferma, chi nega; chi benedice, chi bestemmia. 

Ferrar; 

« E qui Ferrer! — Non è vero, non è vero! — Sì, sì; viva Ferrert 

quegli dà il pane 

quello che ha messo il pane a buon mercato. — No, no! — È qui. 

Che fa questo? egli ? 

è qui in carrozza. — Cosa importa? Che c'entra lui? non vogliamo 
nessuno! — Jferxer! viva Ferrera l'amico della povera gente! viene 



CAPITOLO XIII. t51 

a prender 

per condurre in prigione il vicario. — No, no: vogliamo far giustizia 
noi: indietro, indietro! — Sì, si: F^rrer! venga Ferrer! in prigione 
il vicario! 

Tolgono 

E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella 

8i 

parte donde s'annunziava l'inaspettato arrivo. Alzandosi ti?tti, ved*" 

colle 

vano né più né meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; 

tanto fa, si 

ma tant'è, tutti s'alzavano. 

Infatti, dal Iato opposto a quello 

In fatti, all'estremità della folla, dalla parte opposta a quella dove 

giunto 

stavano i soldati, era arrivato in carrozza Antonio Ferrer, il gran 

cancelliere ; facendosi di a- 

cancelliere, il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza d'es- 

Tere, colla caparbietà, dato cagione 

sere co' suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o al- 

a di amman- 

meno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d'acquie- 

sarlSi di stornare ed 

tarla, e d'impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto» 

male 

veniva a spender bene una popolarità mal acquistata. 

Nei v'ha uomini. 

Ne' tumulti popolari c'è sempre un certo numero d'uomini clie, <^ 
per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, a 

maladetto 

per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro^ 

il pote'e promuo- 

fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promo- 

dispietatl eh' el sembra 

vono i più spietati consigli, soffian° nel fuoco ogni volta che principia 

dare un po' giù: nulla 

a illanguidire : non è mai troppo per costoro ; non vorrebbero che iì 

modo fine. v'ha pur 

tumulto avesse né fine né misura. Ma per contrappeso, c'è sempre 

sempre forse 

anche un certo numero d'altri uomini che, con pari ardore e eoa 

adoperano all' 

insistenza pari, s'adoprano per produr l'effetto contrario: taluni 

portati 

mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altr., 

senza d«l 

senz'altro impulso che d'un pio e spontaneo orrore del sangue e de*^ 

ciascheduna 

fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti op" 

V abbia la conformità 

poste, anche quando non ci si:^no concerti antecedenti, l'uniformità^ 

del nelle fa 

de* voleri crea un concerto istantaneo nell'operazioni. Chi forma poi 

una mista conge- 

la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio acciden- 

rle 

tale d'uomini, che, più o meno, per ^adazioni indefinite, tengono 



259 I PROMESSI SPOSI 

dell'uno e dell'altro estremo: un po' riscaldati, un po' furbi, un pò* 

ad ' la intendono, appetitosi 

inclinati a una certa giustizia, come rintendon loro, un po' vogliosi 

vedere qualche buona scelleratezza, 

di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericor- 

air adorazione e all' esecrazione, 

dia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l'ocoa- 

ad 

sione di provar* con pienezza l'uno o l'altro sentimento; avidi ogni 
momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di grìr- 

di o di urlar dietro a qualcheduno. macia, 

dare, d'applaudire a qualcheduno o d'urlargli dietro. Viva e moia, 

caccian fuora 

flon le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a 

persuader loro 

persuaderli che un tale non meriti d'essere squartato, non ha biso» 
gno di spender più parole per convincerli che sia degno d'esser por- 

stromentl, 

tato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il 

tacere, nessuno dia più loro la 

vento ; pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ri- 

parola, desistere, 

petere, a finirla, quando manchino gl'istigatori, a sbandarsi, quando 
molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a 

air che 

tornarsene a casa, domandandosi l'uno con l'altro: cos'è stato? Sic- 

ha quivi anzi è la forza 

come però questa m assa, avendo la maggior forza, la può dare a chi 

stessa, ingegno 

vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla 

avverse 

dalla sua, per impadronirsene: son° quasi due anime nemiche, che 

battagliano muovere. 

combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a 

ad 

chi saprà sparger* le voci più atte a eccitar^ le passioni, a dirigere 

le mosse 

i movimenti a favore dell'uno o dell'altro intento; a chi saprà più a 

novelle muovano l'indignazione l' 

proposito trovare le nuove che riaccendano gli sdegni, o gli afflevo- 

esciti no 

liscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il 

alto, 

grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello 
stesso tempo il voto della pluralità, per Tuna o per l'altra parte. 

Tutte queste chiacchiere si son fatte 

Tutta questa chiacchierata s'è fatta per venire a dire che, nella 

fra 

lotta tra le due parti che si contendevano il voto della gente affol" 

di 

lata alla casa del vicario, l'apparizione d'Antonio Ferrer diede, quasi 

istante 

in un momento, un gran vantaggio alla parte degli umani, la quala 
era manifestamente al di sotto, e, un po' più che quel soccorso foss» 



flAPlTOL.0 AHI. ^^3 

scopo 

tardato, non avrebbe avuto più né forza, nò motivo di combattere, 

accetto 

L'uomo era gradito alla moltitudine, per quella tariffa di sua inven- 

al tener 

zione così favorevole a' compratori, e per quel suo eroico star duror 

centra 

contro ogni ragionamento in contrario. Gli animi già propensi erana 

vie 

ora ancor più innamorati dalla fiducia animosa del vecchio che^ 

apparecchio, 

senza guardie, senza apparato, veniva così a trovare, ad affrontare 

corrucciata 

una moltitudine irritata e procellosa. Faceva poi un effetto mirabile 

quell'annunzio del venir egli prender 

il sentire che veniva a condurre in prigione il vicario: così il fu- 

contra sollevato più forte, fosse 

rore contro costui, che si sarebbe scatenato peggio, chi l'avesser 

venuto a bravarlo 

preso con le brusche, e non gli avesse voluto conceder nulla, ora, 

e per dirla alla milanese, 

con quella promessa di soddisfazione, con quel- 

si acquetava po', lasciava 

l'osso in bocca, s'acquietava un poco, e dava luogo agli altri oppostt^ 
sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi. 

assecondavano 

I partigiani della pace, ripreso flato, secondavano Ferrer in cento- 

quei gli si trovavano presso, 

maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitantlo- 

ritrarre un pò 

col loro il pubblico applauso, e 'Cercando insieme di far ritirare 

un 

la gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo, ri- 
scorrere lor 
potendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro pare- 

ch'egli 

vano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi osti- 
nati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile adu- 
nanza. * Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer? Tu non vor- 

bìrbi 

resti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son" birboni che non 
vogliono una giustizia da cristiani: e c'è di quelli che schiamazzano- 
più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario f 

Passo 

Viva Ferrer! Largo a Ferrer! » E crescendo sempre più quelli che 

a questo modo, di tanto si andava scemando 

parlavan" così, s'andava a proporzione abbassando la baldanza 

sorta dall'ammonire 

della parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero 

quei tuttavia, ribut- 

anche a dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli 

tarli, tor 

indietro, a levar loro dall'unghie gli ordigni. Questi fremevano, mi- 

rìaversi; 

nacciavano anche, cercavan" di rifarsi; ma la causa del sangue era 



£34 I PROMESSI SPOSI 

perduta: il grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! 

rispintl: si 

Dopo un po' di dibattimento, coloro furon® respinti : gli altri s'im- 
padroniron" della porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per 
prepararvi l'adito a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una 

quel casa, esser v«- 

voce a quelli di casa (feseare non ne mancava), gli avvisò che arri- 

nuto 

vava soccorso, e che facessero star pronto il vicario, « per andar 

inteso! » 

subito.... in prigione: ehm, avete inteso? > 

. ad 

< E quel Ferrer che aiuta a far le gride? » domandò a un nuovo 

a cui sovvenne 

vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dot- 
mostrato in fondo di quella tale, e fattogli sonare 

torà gli aveva gridato all'orecchio, facendoglielo vedere in fondo di 

all'orecchio. 

4}uella tale. 
« Già: il gran cancelliere, > gli fu risposto. 
« È un galantuomo, n'è vero? » 

Altro che quegli 

« Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane 

a buon mercato*, e gli altri non hanno voluto; e ora viene a con- 
prender fatte 
durre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste. > 

occorre tosto 

Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle an- 

subito: 

dargli incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe 

pettate egli luogo, 

sue spinte e gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a 

portarsi 

arrivare in prima fila, proprio di fianco alla carrozza. 
Era questa già un po' inoltrata nella folla ; e in quel momento 

quegli 

stava ferma, per uno di quegl' incagli inevitabili e frequenti, in 

una, 

un'andata di quella sorte. Il vecchio Ferrer presentava ora all'uno, 

altra flnestrina degli sportelli, una faccia tutta tutta piacevole, 

ora all'altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, 

tutta amorosa, una faccia tenuta 

tutto amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando 

mai al cospetto di 

si trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a 

spenderla questa j pure; clamore 

spenderlo anche in quest'occasione. Parlava anche; ma il chiasso e 

ronzio l viva 

il ronzio di tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, la- 

intendere Si egli 

sciavano ben poco e a ben pochi sentir le sue parole. S'aiutava 

adunque col gesto, 

dunque co' gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a 



CAPITOLO XIII. 255 

tosto, 

prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a 

dt-ltta rendimento di grazie 

destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora 

spianandole delle flnestrine, 

stendendole e movendole lentamente fuori d'uno sportello, per chie- 
dere un po' di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere 

un po' ne aveva ottenuto, 

un po' di silenzio. Quando n'aveva ottenuto un poco, 1 più vicini 

udivano 

sentivano e ripetevano le sue parole : * pane, abbondanza: vengo a 

passo affo- 

car giustizia: un po' di luogo di grazia. » Sopraffatto poi e come sof- 

(tato rombo tante facce stivate, 

fegato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di 

tanti 

tant'occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le 
gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sé: — por mi vida, gue 
de gente! — 

Ella 

< Viva Ferrar! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, 
pane! > 

« Si; pane, pane, » rispondeva Ferrer: « abbondanza; lo prometto 

poneva destra sul cuore 

io, » e metteva la mano al petto. 

passo, poi con tutta la sua voce: a 

< Un po' di luogo, » aggiungeva subito : « vengo per 

prenderlo castigo: 

condurlo in prigione, per dargli il giusto gastigo che si merita : » 

sommessamente : estA 

e soggiungeva sottovoce: « si es culpable. » Chinandosi poi innanzi 
verso il cocchiere, gli diceva in firetta: « addante ^ Fedro ^ si 
puedes. > 

anch' egli 

Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia 
affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo 

, doman- 

inefifabile, dimenava adagio la frusta, a destra e a sinistra, per chie- 

dare ristringessero ritraessero po' sul 

dere agl'incomodi vicini che si restringessero e si ritirassero un poco. 

lati. egli pure, i miei signori; 

< Di grazia, > diceva anche lui, « signori miei, un po' di luogo, 

tantinetto; 

un pochino; appena appena da poter passare. » 

si adoperavano per lo sgombra 

Intanto 1 benevoli più attivi s'adopravano a far fare il luogo 

domandato gentilmente: alcuni dinanzi 

chiesto così gentilmente. Alcuni davanti ai cavalli facevan** ritirar 

di palme 

le persone, con buone parole, con un metter* le mani sui petti, con 

là. signori. » Altri 

certe spinte soavi: « in là, via, un po' di luogo, signori; » alcuni 



SM I PROMESSI SPOSI 

maneggio ai lati perch'ella 

facevan** lo stesso dalle due parti della carrozza, perchè potesso 

Bcorrere infranger 

passare senza arrotar piedi, nò ammaccar mostacci; che, oltre il 

male delle persone, sarebbe stato porre a un gran repentaglio l'auge 

«li 

d'Antonio Ferrer. 

Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella 

decorosa vecchiezza, conturbata un pò* dairangustia, aggravata dalla 

cosi dire, 

fatica, ma animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla 

torre alle pose 

speranza di togliere un uomo all'angosce mortali, Renzo, dico, mise 

canto di di dar mano a 

•la parte ogni pensiero d'andarsene; e »i risolvette d'aiutare Per- 
si 
ter, e di non abbandonarlo, fln che non fosse ottenuto l'intento. 

die dentro 

Detto fatto, si mise con gli altri a far far largo; e non era certo 

dei operanti. 

de' meno attivi. Il largo si fece; « -renite pure avanti, » diceva più 

precorrendo, a far luogo 

d'uno al cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po' di strada 

pure 

più innanzi. « Adelante, presto, con juicio, » gli disse anche il pa- 
drone; e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo al saluti che sciala- 

aila ventura al publlco, 

quava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringrazia- 

quei adoperarsi 

mento, con un sorriso d'intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsl 

in 

per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d'uno a Renzo, il quale per 
verità, se li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere 

segretarii. 

meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de' suoi segretari. 
Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi 

di 

d'aver fatto amicizia con Antonio Ferrer. 

avviata una volta. 

La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno 

lentamente, 

adagio, e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era 

trar mano; In 

torse più che un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi, 
avrebbe potuto parere un viaggetto, anche a chi non avesse avuto 

sacrosanta pressa dinanzi 

la santa fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro 

dritta ad 

ft destra e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a 

procede discor- 

una nave che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scor- 
dato storditlTO frastuono. 

dato, più assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer^ 



CAPITOLO XIXI. 257 

or un lato, or altro, 

guardando ora da una parte, ora dall'altra; adt-eggiandosi e gestendo 

tuttavia, 

insieme, cercava d'intender* qualche cosa, per accomodar le risposte 
a bisogno; voleva far* alla meglio un po' di dialogo con quella bri- 
gata d'amici; ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli 

incontrata tanti Di tempo in ' 

ifosse ancora capitata, in tant'anni di gran-cancellierato. Ogni tanto 

tempo qualche frase anche, 

però, qualche parola, anche qualche ftàse, ripetuta da un croc- 

sul 

chio nel suo passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d'un 

scoppiettio 

razzo più forte si fa sentire nell'immenso scoppiettio d'un fuoco 

artiflziato. Egli, , . ,. . 

artiflziale. E lui, ora mgegnandosi di risp.ondere in modo soddisfa- 

gridando , 

cento a queste grida, ora dicendo a' buon conto le parole che sapeva 
dover esser® più accette, o che qualche necessità istantanea parevai 

anch' egli 

richiedere, parlò anche lui per tutta la strada. « Sì, signori; pane,j 

castigato està 

abbondanza. Lo condurrò io in prigione: sarà gastigato .... si es cui' 

Assi 

pable. Sì, sì, comanderò io: il pane a buon mercato. AH es.... cosi; 
é, voglio dire: il re nostro signore non vuole che codesti fedelissimi 
vassalli patiscan" la fame. Ox! ox! guardaos: non si facciano male, 

adelante, ' 

signori. Fedro, adelante con judicio. Abbondanza, abbondanza. Un 

passo Che ? 

po' di luogo, per carità. Pane, pane. In prigione, in prigione. Cosa? » 

ad si gettato mezza la persona 

domandava poi a uno che s'era buttato mezzo dentro lo sportello, 

ad petizione 

a urlargli qualche suo consiglio o preghiera o applauso che fosse. 

^ . . '^"'■^ . ., che? strap- 

Ma costui, senza poter neppure ricevere il « cosa? j>, era stato ti- 

pato al punto di rimanere er- 

rato indietro da uno che lo vedeva lì lì per essere schiacciato da^ 

rotato. 

una rota. Con queste botte e risposte, tra le incessanti acclamazioni, 

, , - .. , ,, . . , , JAsclava Intètf^ere 

tra qualche fremito anche d opposizione, che si faceva sentire qua 

tosto compresso, 

e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine Ferrep arrivato alla casa 

quei ausiliarii. 

per opera principalmente di que' buoni ausiliari. 

stavano quivi colle 

Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime^ 
buone intenzioni, avevano Intanto lavorato a fare e a rifare un po' 

sgombro. incaica, rimpinza 

di piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua 
« di là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di' 

11 



»H I PROMESSI SPOSI 

prossimo erano essi 

forze che viene dal veder vicino il fine desiderato; gii era flnal 

riuscl'l a quivi a rinzeppaie ad- 

mente riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere in- 
dietro le due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi 8 

uno spazlerello 

fermò davanti, v'era un piccolo spazio voto. Renzo, che, facendo un 

colla 

' no' da battistrada, un po' da scorta, era arrivato con la carrozza 
potò collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che face- 

ad un 

vano, nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due ondo 

sopratteuerne colle sue podero- 

prementl di popolo. E aiutando a ratlenerne una con le poderose 

j8 buon luogo 

«ue spalle, si trovò anche in un bel posto per poter vedere. 

allo scorgere 

Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta liber 
« la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuol dire non aperta; del resto 

presso che le imposte scheg- 

i gangheri eran** quasi sconficcati fuor de' pilastri : i battenti scheg- 
giate, ammaccate, forzate scombaciate 

giati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo, lasciavano veder 

sotontorto, piegato, 

fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto, allentato, 

le bene- 

quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva insieme. Un galan- 

volo posto pertugio, si aprisse; 

tuomo s'era affacciato a quel fesso, a gridar® che aprissero; un 

accorse a spalancare 

altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza, il vecchio mise 

colla 

fuori la testa, s'alzò, e afferrando con la destra il braccio di quel' 

pose piede 

galantuomo, uscì, e scese sul predellino. 

dall' sollevata per ve- 

La folla, da una parte e dall'altra, stava tutta in punta di piedi 

dere: facce, 

per vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l'atten- 
ssione generale creò un momento di generale silenzio. Ferrer, ferma- 

glrò uno sguardo all' intorno, 

tosi quel momento sul predellino, diede un'occhiata in giro, salutò 

' . !.• , ,i. '^"* bigoncia; posta manca 

con un inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano 

mano ritto, 

sinistra al petto, gridò: « pane e giustizia; > e franco, diritto, to- 

dlscese, fra le ne 

gato, scese in terra, tra l'acclamazioni che andavano alle stelle. 

Quei di dentro intanto aperta la porta, o per meglio dire, 

Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia ave- 

di strappare cogli 

van° Anito d'aprire, tirando via il catenaccio insieme con gli 

traballanti. Fecero per dare l'entrata 

anelli già mezzi sconficcati, e allargando lo spiraglio, appena quanto 

al desideratissimo ospite, ponendo però una gran cura a ragguagliar Tapertura allo spati* 

bastava per fwe entrare il desideratissimo ospite. 



CAPITOLO XIII. »9 

cno poteva occupare la sna persona egli: 

« Presto, presto, » diceva lui: « aprite 

entri: ritenete 

oene, ch'io possa entrare* e voi, da bravi, tenete indietro la gente 

Preparate 

non mi lasciate venire addosso.... per l'amor del cielo! Serbate un 

passaggio adesso adesso.. 

po' di largo per tra poco Ehi! ehi! signori, un momento, » di- 

quei quell'imposta, 

ceva poi ancora a quelli di dentro: « adagio con quel battente, la- 
coste* coste, 
sciatemi passare; eh! le mie costole; wi raccomando le mie costole 

Ella sarebbe 

Chiudete ora; no; eh! eh! la toga! la toga! > Sarebbe in fatti 

acchiappata fra le imposte, ne 

rimasta presa tra i battenti, se Ferrer non n'avesse ritirato cou 
molta disinvoltura lo strascico, che disparve come la coda d'una 

biscia, 

serpe, che si rimbuca in.?eguita. 

Le imposte lisospinte e rabbattute alla meglio, venivano intanto appuntellate per di 

Riaccostati i battenti, furono anche riappuntellati alla meglio. 

dentro con istanghe. Al di quei si 

Di fuori, quelli che s'eran** costituiti guardia del 

braccia, 

corpo di Ferrer, lavoravano di spalle, di braccia e di grida, a man- 
vota Domeneddio 
tener la piazza vota, pregando in cuor loro il Signore che lo facesse 

far presto. 

anch' egli 

« Presto, presto, » diceva , anche Ferrer di dentro, sotto il 

posti attorno, grl- 

portico, ai servitori, che gli si eran messi d'intorno ansanti, gri- 
danti: ah, 

dando: < sia benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccel- 
lenza! > 

quest' uomo bene- 

< Presto, presto, » ripeteva Ferrer: « dov'è questo benedet- 

(letto ? > 

t'uomoi » 

tirato 

Il vicario scendeva le icale, mezzo strascicato e mezzo portato da 

suoi, curato. 

altri suoi servitori, bianco come un panno lavato. Quando vide il 

trasse 

«uo aiuto, mise un gran respiro; gli tornò il polso, gli scorse un po' 

guance; e si affrettò 

di vita nelle gambe, un po' di colore sulle gote; e corse, come 

. alia volta di 

potè, verso Ferrer, dicendo: « sono nelle mani di Dio e di vostri^ 

Da per 

eccellenza. Ma come uscir* di qui? Per tutto c'è gente che mi vuo^ 
morto. » 

con mtgOj usted^ stia di buon animo: 

« Venga usted con migo, e si faccia coraggio: qui fuori c'è la mia 
carrozza; presto, presto. » Lo prese per la mano, e lo condusM 



** I PROMESSI SPOSI 

verso la porta, facendogli coraggio tuttavia; ma diceva intanto tra 

;»uo: busillis! 

'sè: — aqui està el busilis; Dios nos valga! — 

si mette fuori 

La porta s'apre; Ferrer esce il primo; l'altro dietro, ranni( 

fanchiUina 

chiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino 

gonna Quei 

alla sottana della mamma. Quelli che avevan" mantenuta la piazza 

vola, sollevar 

vota, fanno ora, con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, 
una nuvola, per sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine ij 

accoscia 

vicario; il quale entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in 

di pei; si chiude. 

un angolo. Ferrer sale dopo; lo sportello vien chiuso. La moltitudine 

intravvide, che 

vide in confuso, riseppe, indovinò quel ch'era accaduto; e mandò 

fragore confuso 

un urlo d'applausi e d'imprecazioni. 

del viaggio 

La parte della strada che rimaneva da farsi, poteva parer' la più 

rischiosa. 

difficile e la più pericolosa. Ma il voto pubblico era abbastanza spie- 
gato per lasciar' andare in prigione il vicario; e nel tempo della 

quei 

fermata, molti di quelli che avevano agevolato l'arrivo di Ferrer, 

corsia 

a'eran** tanto ingegnati a preparare e a mantener* come una corsia 
nel mezzo della folla, che la carrozza potè, questa seconda volta, 

scorrere spedita, con uo andamt.ito continuo. A proporzione 

andare un po' più lesta, e di seguito. Di mano in mano 

ch'ella andava innanzi, turbe contenuto sul lati, 

che s'avanzava, le due folle rattenute dalle parti, si ricadevano ad- 
dosso e 81 rimischiavano» dietro a quella. 

ammonire 

Ferrer, appena seduto, s'era chinato per avvertire il vicario, eh* 

attenesse lasciasse 

stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per 

non fu mestieri dell'avvertimento, Egli all'opposto, 

l'amor* del cielo; ma l'avvertimento èra superfluo. Lui, in vece, 

doveva nrKJitrarsl, per occupare 

bisognava ohe si facesse vedere, per occupare e attirare a 8Ò tutta 
l'attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima, 

un' arringa^ la cantinua la 

fece al mutabile uditorio un discorso. Il più continuo nel tempo, e II 

sconuessa interrompendola a 

più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però ogni 

spagnuola, ▼olgeva 

tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si voltava 

■Bsurrar 

a bisbigliar nell'orecchio del suo acquattato compagno. < Si, signori; 
4>ane e giustiziai in castello, In prigione, Botto la mia guardia. Ora» 



CAPITOLO XIII. 261 

mirie grazie. 

lie, grazie, grazie tante. No, no; non iscapperà! Por ablandarloi. 

si 

È troppo giusto; s'esaminerà, si vedrà. Anch'io voglio bene a lor° si- 
castigo 
gnori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, 

castigo canto, 

una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin' da parte, di 

castl- 

gr^zia. Sì, si; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gasti« 

gate: 

gato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdane, usted. La pas- 

eslà arar 

sera male, la passerà male.... si es culpable. Si, sì, li faremo rigar 

dri^o i 

diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vas- 

afuera. » 

salii! Sta fresco, sta fresco. Animo; esiamos ya quasi fuera. » 

spessezza, presso 

Avevano in fatti attraversata la maggior® calca, e già eran" vicini 

ad del tutto nel largo. Quivi 

a uscir* al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un 

quei 

po' di riposo a' suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que' soldati 

spagnnoli, in sull'ultimo 

spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giac- 

borghese, 

che sostenuti e diretti da qualche cittadino, avevano cooperato a 

varco 

mandare in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ul- 

essl 

tima uscita. All'arrivar* della carrozza, fecero ala, e presentaron 

rendette inchino 

l'arme al gran cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a de- 

inchino presso presen- 

stra, un saluto a sinistra; e all'uflziale, che venne più vicino a fargli 

targli il saluto, 

il suo, disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: 

pigliò 

« heso a usted las manos: * parole che l'uflziale intese per quel 
che volevano dir realmente, cioè: m'avete dato un bell'aiuto! In ri'» 
sposta, fece un altro salato, e si ristrinse nelle spalle. Era vera- 
mente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in 

fantasia rivolta 

quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state 

al vento; sapeva dì 

parole buttate via, perchè l'uflziale non intendeva il latino. 

quei 

A Fedro, nel passar* tra quelle due file di micheletti, tra que' 

elevati, 

moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore an- 

KlDVtnn* ricordò egli 

tico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, 

di 

e chi conduceva; e gridando: « ohe! ohe! > senz'aggiunta d'altre ce- 
rimonie, alla gente ormai rada abbastanza per poter* essere trattata 



set I PROMESSI SPOSI 

a qi^el modo, fé' .corsa 

COSI, e sferzando i cavalli, fece lor* prender la rincorsa verso 

il castello. 

afuera, » 

€ Levantese, levantese; estàmes ya fuera, » disse Ferrer al vlca- 

dalle 

rio; il quale, rassicurato dal cessar delie grida, e dai rapido moto 

. del cocchio, si 

della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s'alzò; e ria 
/atosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo li' 

Questi, 

beratore. QueSto, dopo essersi condoluto con lui del pericolo, e ral~ 

facendo scorrere la palma sul suo 

legpato della salvezza : « ah ! > esclamò, battendo la mano sulla &mx 

cocuzzolo calvo, . le 

zucca monda, « que dirà de esto su excelencia, che ha già tanto la 

luna maladetto 

luna a rovesc o, per quel maledetto Casale, che non vuole arren- 

s'adombra 

dersi? Que dirà el conde duque, che piglia ombra se una foglia fa 

strepito 

più rumore del solito ? Que dirà el rey nuestro senor, che pur qual> 

cosi gran fracasso? 

che cosa bisognerà che venga a risapere d'un fracasso così? E sarà^ 
poi finito? Bios lo sàbe. » 

impacciarmene, 

< Ah! per me, non voglio più impicciarmene, » diceva il vicario: 

lavo le mani; Il mio posto 

« me ne chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra 

vado 

eccellenza, e vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far Te- 
i.*emita, lontano, lontano da questa gente bestiale. » 

< Usted farà quello che sarà più conveniente por, el servicio de su 
magestad^ > rispose gravemente il gran cancelliere. 

< Sua maestà non vorrà la mia morte, > replicava il vicario: « io 
una grotta, in una grotta; lontano da costoro. > 

Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il no- 

d* pover uomo 

atro autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover' uomo in 

del 

«catello, non fa più meozioae de' fatti suoL 



CAPITOLO XIY, 



disperdersi, 

La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi , a diramarsi a 

-dritta ed via. 

destra e a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a 

proved^re le faccende, si 

«asa, a accudire anche alle sue faccende ; chi s' allontanava , per 

voglia fìi asolare pressa ; traccia 

respirare un po' al largo, dopo tante credi stretta; chi. in cerca 

di contisoenti, un po' dei . 

d' amici, per ciarlare de 'gran fatti della giornata. Lo stesso sgom- 

si air capo via 

bero s' andava facendo dall' altro sbocco della strada, nella quale 

spagnuoli 

la gente restò abbastanza rada perchè quel drappello di spagnoli 

avere a combattere. giunger presso 

potesse, senza trovar resistenza, avanzarsi e postarsi alla casa 

Addosso 

del vicario. Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir 

della sommossa; una mano briganti, scontenti 

così , del tumulto ; un branco di birboni, che malcontenti d'una fine 

di tanto 

«osi fredda e cosi imperfetta d'un così grand' apparato, parte bron- 

facevano consulta, in- 

tolavano, parie bestemmiavano, parte tenevan consiglio , per ve- 

Goraggiarsi l'an l'altro a cercare 

der se qualche cosa si potesse ancora intrapren- 

prova . punzecchiando 

dere; e, come per provare, andavano urtacchiando e pigiando quella 

sbarrata e 

povera porta, eh' era stata di nuovo appuntellata alla me- 

con una risoluzione unanime, e sena a 

glie. All'arrivar del drappello, tutti coloro, chi diritto diritto, chi baloc- 

consulta, si mossero, si avviarono 

candosi, e come a stento, se n'andarono dalla parte oppos ta, 

• j -1 P**^*" V. *S , accam- 

lascjando li campo libero a soldati, che lo presero, e vi si posta- 



2fl4 I PROMESSI SPOSI 

parono via. vie e le piazzetta 

reno, a guardia della casa e della strada. Ma tnttele strade de 

sparse 

contorno erano seminate di crocchi: dove c'eran° duco tre persone 

fermati, tre, quattro, venti altri si fermavano; altri 

ferme , se ne fermavano tre, quattro, venti altre : qui qualche- 

se ne staccava, altri vi sopraggiungeva: 

duno si staccava ; là tutto un crocchio si moveva insieme; era come 

disseminata si muove 

quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per l'azzurro 

un tenrpjrale ; 

del cielo , dopo una burrasca ; e fa dire a chi guarda in su : questo 

ben racconciato. Quivi era un \ ario, confuso e mutabile parlamento : altri 

tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di discorsi. Chi 

Vfduti da lui; altri nar- 

raccontava con enfasi i casi particolari che avea visti ; chi raccon- 

rava eh' egli operato; altri 

tava ciò che lui stesso aveva fatto ; chi si rallegrava che la cosa fosso 

serii pel 

finita bene , e lodava Ferrer, e pronosticava guai seri per il vicario ^ 

al(ri, sghignando, assicurava che non gli sarebbe fatto ma- 

chi , sghignazzando, diceva : « non abbiate paura, che non l'ammaz- 

le , e che della di altri 

zeranno : il lupo non mangia la carne del lupo; » chi più stizzosa- 

ch'egli 

mente mormorava che non s'eran° fatte le cose a dovere , eh' era un 

che 

inganno , e eh' era stata una pazzia il far tanto chiasso, per la- 

rainchionare a quel modo. 

sciarsi poi canzonare in quella maniera. 

caduto, andavan facendosi 

Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d'un 

annoiandosi 

colore; e molti, stanchi della giornata e annoiati dì ciarlare al 

giovane, aiutata 

buio , tornavano verso casa. Il nostro giovine , dopo aver® aiutato 

r andata v' mestieri ed 

il passaggio della carrozza, finché c'era stato bisogno d' aiuto, e 

efili ad essa, dei 

essere passato anche lui dietro a quella , tra le file de' soldati» 

scorrere 

come in trionfo , si rallegrò quando la vide correre liberamente, 

del fé' ne al 

e fuori di pericolo; fece un po' di strada con la folla, e n' uscì, alla 

primo sbocco, anch' egli 

prima cantonata , per respirare anche lui un po' liberamente. Fatta 

tante imma- 

ch' ebbe pochi passi al largo in mezzo all' agitazione di tanti sen- 

gìni , * passioni, di tante memorie 

timenti, di tante immagini, recenti e confuse, senti un graa 

cibo riposo; 

bisogno di mangiare e di riposarsi; e cominciò a guardare in su, 

banda se vedesse di 

da una parte e dall'altra, cercando un' insegna d'osteria, giacché, 

dei Così, cam- 

per andare al convento de' cappuccini era troppo tardi. Camminando 

minando col a all' andò ad intoppare in 

cosi con la testa per aria, si trovò a ridosso a un crocchio ; e fer- 

intese si parlava e di propctt» 

matosi, senti che vi discorre van di congetture , di disegni, 



CAriTcLO XIV. 265 

pel domani. ad udire 

per il giorno dopo. Stato un momento a sentire, non potè tenersi 

anrh'egli 

di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse senza presun- 

metter partito tanto < penato. impressionato, 

zione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E persuaso, per 

veduto ad 

tutto ciò che aveva visto in quel giorno , che ormai , per mandare a 

gustare quei 

effetto una cosa , bastasse farla entrare In grazia a quelli che gi- 
ti 1 miei signori! » tuono 

ravano per le strade , « signori miei l » gridò , in tono d' esordio 

« ho da debole debole 

€ devo dire anch' io il mio debol parere? Il mio debol parere è 
questo : che non è solamente nell' affare del pane che si fanno delle 

iniquità: si vfduto chiaramente 

bricconerie : e giacché oggi s* è visto chiaro che, a farsi sentire» 

si toccare innanzi a questo modo, 

s'ottiene quel che è giusto; bisogra andar avanti così, fin che 

bricc"nerie: tanto 

non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze , e che il- 

• g'i ì miei signori. 

mondo vada un po' più da cristiani. Non è vero, signori miei, che 
c'è una mano di tiranni, che fanno proprio a. - escio de'dieci comanda- 
menti, e vanno a cercar la gente quieta, ■ o non pensa a loro, per 

ne 

farle ogni male, e poi hanno sempre rag!' rie? anzi quando n'hanno 

scelerata colla 

fatta una più grossa del solito , cammina jo con la testa più alta ^ 

abbiano a avere? 

che par che gli s' abbia a rifare il resto ? Già anche in Milar o 

ha a 

ce ne dev' essere la sua parte. » 

« Anche 

« Pur troppo, » disse una voce. 

dico ripigliò 

« Lo dicevo io, » riprese Renzo: «già le storie si riiecontcìno an- 

un supposto, 

che da noi. E poi la cosa parla da sé. Mettiamo, per esempio, ch« 

un fuori 

qualcheduno di costoro che voglio dir io stia un pò ' in campagnai, 
un po' in Milano : se è un diavolo là , non vorrà essere un angiolo 

po', i miei signori, 

qui ; mi pare Dunque mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai 

veduto al/a /errata. 

visto uno di questi col muso alV inferriata. E quel che è peggio (e 
questo lo posso, dir^ io di sicuro) , è che le gride ci sono, stampate, 

casiigarli; nica 

per gastigarli: e non già gride senza costrutto ; fatte benissimo, che 

vi bir •■ 

noi non potremmo trovar niente di meglio; ci son nominate le bric- 

berie ad ognuna, 

conerie chiare, proprio come succedono ; e a ciascheduna, il suo buon 

castigo. ^ 

gastigo. E di<?e: sia chi si sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate. 

i8 



260 1 PROMESSI SPOSI 

no 

a dire ai dottori, scribi e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo 

cas» 

che canta la grida : vi danno retta come il papa ai furfanti : cose 

buttarsi via 

da far girare il cervello a qualunque galantuomo. Si vede dun- 
que! 
que chiaramente che il re ^ e quelli che comandano , vorrebbero 

birbi castigati; niente, 

ohe i birboni fossero gastigató; ma non se ne fa nulla, perchè e' è 
ana lega. Dunque bisogna romperla ; bisogna andar domattina da 

quet^li 

Ferrer, che quello è un galantuomo , un signore alla mano ; e oggi 

come colla 

s*è potuto vedere com'era contento di trovarsi con la povera gente, 
e come cercava di sentir® le ragioni che gli venivano dette, e rispon- 
deva con buona grazia. Bisogna andar® da Ferrer, e dirgli come stanno 

mia parte, di 

le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle belle; 

che veduto coi arma 

che ho visto io, co' miei occhi, una grida con tanto d'arme in cima, 

maneggiano, v' 

ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d'ognuno e' era 
sotto il suo nome bell'e stampato, e uno di questi nomi era Ferrer, 

veduto coi 

visto da me , co' miei occhi : ora , questa grida diceva proprio le 
cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi 

come era la mente quei fra 

facesse render giustizia, com' era l'intenzione di que' tre signori, tra 

v' ;r.i mo- 

i quali c'era anche Ferrer, questo signor dottore, che m' aveva fatto 

strata egli stesso, ah, ah, 

veder la grida lui medesimo, che è il più bello, ah! ah! pareva 

«h' io parlassi da matto. 

che gli dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vec- 

cosette, che egli mas- 

chione sentirà queste belle cose ; che lui non le può saper tutte, spe- 

■ime fuori, così; 

cialmente quelle di fuori ; non vorrà più che il mondo vada così , 

troverà 

ci metterà un buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, 

hanno ad aver gusto si oi>bdisca: che uno 

devono aver piacere che s' ubbidisca: che è anche un disprezzo, un 

•nte. 

pitaffio col loro nome, contarlo per nulla. E se i prepotenti non vo- 

bassare il capo, 

gliono abbassar la testa, e fanno il pazzo, siam" qui noi per aiutarlo, 

mica debba attorno egli 

come s'è fatto oggi. Non dico che deva andar» lui in giro, in carrozza, 

menar su eh eh! 

«d acchiappar tutti i birboni, prepotenti e tiranni : sì ; ci vorrebbe 

eh' e^li 

l'arca di Noè. Bisogna che lui comandi a chi tocca, e non solamente 

da 

in Milano, ma per tutto, che faccian° le cose conforme dicon* • 



CAPITOLO XIV. 267 

gride j e formare un buon processo addosso a tutti quelli che hanno 

commesse iniquità, .dice: 

commesso di quelle bricconerie ; e dove dice prigione, prigione ; dove 

dice : di buonj ; 

dice galera, galera ; e dire ai podestà che faccian davvero ; se no, 

dei raiglìoii : 

mandarli a spasso, e metterne de' meglio : e poi, come dico, ci saremo 

ai abbiano ad ascol- 

anche noi a dare una mano. E ordinare a' dottori che stiano a sen- 
tale a parlare por la i miei 

tire i poveri e parlino in difesa della ragione. Dico bene , signori 

signori? » 

miei ? » 

con 

Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall'esordio, una gran 

dei rivolti ad udirlo, 

parte de' radunati, sospeso ogni altro discorso, s'eran rivoltati a lui ; 

ad ascoltatori. claiiioie 

e, a un certo punto, tutti eran» divenuti suoi uditori. Un grido con- 
dì bravo. sicuro, ragione , 

fuso d'applausi, di « bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo, » 

tenue dietro alla sua ai inj.'« 

fu come la risposta dell' udienza. Non laancaron" però i critici. « Eh 

ai 

si,» diceva uno: « dar retta a' montanari: son tutti avvocati; » e 

Adesso, scalza^'atto 

se ne andava. « Ora, » mormorava un'altro, « ogni scalzacane vorrà 

si 

dir la sua ; e a furia di metter carne a fuoco, non s' avrà il pane a 
buon mercato; che è quello per cyii ci siam mossi. » Renzo però 

intese 

non senti che i complimenti ; chi gli prendeva una mano , chi gli 
prendeva l'altra. « A rivederci a domani. — Dove? — Sulla piazza 

Si sì quaìche cosa 

del duomo. — Va bene. — Va bene. — E qualcosa si farà. — E 

qualche cosa 

qualcosa si farà. » 

signori 

« Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un* osteria, 
per mangiare un boccone, e dormire da povero figliuolo? » disse 
Renzo. 

giovane, disse, 

< Son qui io a servirvi, quel bravo giovine, » disse uno, che aveva 

molto, 

ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla. 

è il vostro caso ; 

€ Conosco appunto un' osteria che farà al caso vostro ; e vi racco- 
manderò al padrone, che è mio amico, e galantuomo. » 

presso? chiese discosto, 

« Qui vicino ? » domandò Renzo. « Poco distante, » rispose coluL 

ragunata 

La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte strette di mani sco- 

collo rendendogli grazie 

nosciute, s'avviò con lo sconosciuto, ringraziandolo della sua cortesia. 



208 I PROMESSI SPOSI 

•« Niente, niente, » costni; )e 

« Di che cosa? » diceva «olui : « una mano lava l'altra, e (at(*e 

s'ba egli 

due la%«no il viso. Non siamo obbligati a far servizio al prossimo? » 

via 

E camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso , ora una , ora 

inchiesta. curiosità dei 

un'altra domanda. « Non per sapere i fatti vostri; ma voi mi pa- 

stanco : 

rete molto stracco: da che paese venite? » 

€ Vengo, » rispose Renzo, « fino, fino da Lecco. » 

< Fin da Lecco? Di Lecco siete? > 
« Di Lecco . . . cioè del territorio. » 

giovane! qu-1 che capire dai 

« Povero giovine ! per quanto ho potuto intendere da' vostri di- 
ne 
•corsi, ve n'hanno fatte delle grosse. » 

€ Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di 

politica, per non dire in pubblico i fatti miei ; ma . . . basta, qualche 

veggio 
giorno si saprà; e allora... Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, ia 

eh' 10 di 

fede mia, non ho voglia d' andar più lontano. » 

dove poco rimane di strada, » 

« No, no; venite dov' ho detto io, che c'è poco, » disse la 

guida: « qui non istareste bene. » 

giovane: son mica 

» Eh, sì; rispose il giovine : € non sono un signorino avvezzo 

nella bambagia, io; qualche cosa 

a star nel cotone : qualcosa alla buona da mettere in castello, 

pagliericcio, 

e un saccone, mi basta : quel che mi preme è di trovar presto l'uno 

providenza. » ona portaccia 'a 

e r altro. Alla provvidenza ! » Ed entrò in un usciaccio , sopra ii 
quale pendeva l'insegna della luna piena. « Bene ; vi condurrò qui , 

volete, lo segui. 

giacché vi piace così, » disse lo sconosciuto; e gli andò dietro. 

< Non occorre che v' incomodiate di più, » rispose Renzo. < Però, > 

mi fate favore di venire a berne «n bicchiere con me. » 

soggiunse, « se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere. > 

spe - 

«Accetterò le vostre grazie, » rispose colai; e andò, come più pra- 
to ad nna porta 

Kco del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accostò all'uscio 

invetriata, *> Uscendo , aperse, ed 

che metteva in cucina, alzò il saliscendi, apri e 

compagno nella cncina. lacerne la illnmiDavano , 

ir*entrò col suo compagno. Due lumi a mano, 

staggi appiccati pale*. 

pendenti da due pertiche attaccate alla trave del palco, vi «pan- 



CAPITOLO XIV. ''6'^ 

gente , tntta In faccende, era ada- 

devano una mesKa luce* Molta gente era seduta, non però in 

giata sovra al al di un descaccio stretto, 

ozio,su due panche^ diquae di là d'una tavola stretta e I nuca ^ 

tutto un ìutt ad tovaglioU 

che teneva quasi tutta una parte della stanza : a intervalli, tova* 

e iiribaDdigi< ni ; ad gittati 

glie e piatti ; a intervalli , carte voltate e rivoltate , dadi buttati e 

da cìul desco muUe si 

raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche 

correre berlinghe, reali e parpagliole, che, se avessero potuto parlare, 

avrebbero detto probabilmente : — noi eravamo stamattina nella 

ciotola d' un fornaio , o nelle tasche di qualche spettatore del tu- 
tu tto 
multo, che tutt' intento a vedere come andassero gli affari puliblici, 

curare facceniluola Lo schiamazzo 

si dimenticava di vigilar le sue faccendole private. — Il chiasso era 
grande. Un garzone girava innanzi e indietro . in fretta e in furia , 

servigio . stava seduto 

al servizio di quella tavola insieme e tavoliere : Toste era a sedere 

panchetta, 

sur una piccola panca , sotto la cappa del cammino , occupato , in 

di faceva, col- 

apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con 

le 

le molle ; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a 

egli suono , salìscendo ; si fece so- 

lui. S' alzò, al rumore del saliscendi ; e andò incontro ai so- 

pravvegnenti. Veduta maladetto ! 

prarrivati. Vista eh' ebbe la guida, — maled etto ! — disse tra sé : 

tra' manco 

— che tu m'abbia a venir sempre tra piedi, quando meno ti vorrei ! 

Adocchiato poi ' Kenzo in fretta , pur 

— Data poi un'occhiata in fretta a Renzo, disse, ancora tra sé : — 
non ti conosco ; -ma venendo con un tal cacciatore , o cane o lepre 

qae- 

sarai : quando avrai detto due parole, ti conoscerò. — Però, di que- 
sto muto soliloquio 

ste riflessioni nulla trasparve sulla faccia dell'oste , la quale stava 
immobile come un ritratto : una faccia pienotta e lucente , con una 

rossigna , 

barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi. 

« Che cosa codesti diss' egli. 

< Cosa comandano questi signori? » disse ad alta Toce. 

« Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,» disse Renzo : 

bocconcino. » s' assettò 

4. e poi un boccone. » Cosi dicendo , si buttò a sedere sur una 

l'estremità del desco, 

panca, verso la cima della tavola, e mandò un « ah f » sonoro, come 
■e volesse dire: fa bene un po' di panca, dopo essere slato, tanto 

in f'wAi tosto corse slla me"'Oria 

tempo , ritto e in faccende. Ma gli venne subito in mente quella 



270 1 PROMESSI SPOSI 

qa«l desco, da nltimo era stato sedato 

panca e quella tavola, a cui era stato seduto l'ultima volta, con 

Die poi una scrollatina di capo, 

juoìa e con Agnese : e mise un sospiro. Scosse poi la testa , 

cacciare 

come per iscacciar quel pensiero : e vide venir 1' oste col vino. Il 

seduto ritnpetto Questi v^rsò 

compagno s'era messo a sedere in faccia a Renzo. Questo gli mescè 

tosto ammollare riempiuti 

subito da bere, dicendo: « per bagnar le labbra. » E riempito l'altro 
bicchiere, lo tracannò in un sorso. 

« Che cosa 

« Cosa mi darete da mangiare? » disse poi all'oste. 

« Un buon pezzo di stufato- » questi. 

« Ho delio stufato : vi place l » disse questo. 

« Signor sì; un buon pezzo di stufato. » 

« Si, bravo ; dello stufato. > 

« Subito 

€ Sarete servito , » disse l'oste a Renzo; e al garzone: « servite 

forastiere. focolare. ripigliò , 

questo forestiero. » E s' avviò verso il cammino. « Ma... » ripresa 

di nuovo ne 

poi, tornando verso Renzo: «ma pane, non ce n'ho in questa 

giornata. » 

4C Al pane, » disse Renzo, ad alta voce e ridendo, « el ha pensato 

cavato ed quei 

la provvidenza. » E tirato fuori il terzo e ultimo di que* pani 

lo Irtvò in 

raccolti sotto la croce di san Dionigi, l'alzò per aria, gridando: < ecco 
il pane dalla provvidenza I » 

Alla volsero ; 

All'esclamazione, molti si voltarono j e vedendo quel trofeo in aria, 
ano gridò : « viva il pane a buon mercato I » 

« ▲ buon mercato ? » disse Renzo : « gratis et amore. > 
« Meglio, meglio. > 

egli tosto, codesti 

< Ma , » soggiunse subito Renzo , « non vorrei che lor signori 

mica 

pensassero a male. Non ò eh' io 1* abbia, come si suol dire , 

per 

Sgraffignato. L' ho trovato in terra ; e se potessi trovare anche il 
padrone, son pronto a pagarglielo. » 
€ Bravo ! bravo ! » gridarono , sghignazzando piCi forte , i compa- 

dei venne in 

gnoni ; a nessuno de' quali , passò per la mente che quelle parole 

esprimessero seria niente un fatto e un' intensione reale. 

fossero dette davvero. 

« Si p-nsano minchioni; la 

< Credono ch'io canzoni ; ma 1' ò proprio cosi, » disse Renzo alla 

rivoltando poi per 

•na gaida; e, girando in mano quel pane, soggiunse: «vedete come 



CAPITOLO XIV. 271 

aggiustalo: focaccia; ma; ve 

l'hanno accomodato; pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo! 

Ti hanno 

Se ci si trovavan° di quelli che han 1' ossa un po' tenere, saranno 

tosto stracciati l'un dopo l'altro e 

stati freschi. » E subito , divorati tre o quattro 

morselli mandò lor 

bocconi di quel pane, gli mandò dietro un secondo bicchier» di vino; 

per vuole Mai non 

e soggiunse: da sé non vuol andar giù questo pane. Non ho 

ho avuio tanto secco in gola Un gran gridare s'è fatto! » 

avuto mai la gola tanto secca. S'è fatto un gran gridare! » 

giovane, 

« Preparate un buon letto a questo bravo giovine, » disse la guida: 

«-gli intende 

« perchè ha intenzione di dormir qui. » 

chiese 

« Volete dormir qui? » domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi 

al desco. 

alla tavola. 

questi ' la len- 

« Sicuro, » rispose Renzo : « un letto alla buonaj basta che i len- 
zuola sieno assuefatto 

zoli sian di bucato ; perchè son povero figliuolo , ma avvezzo alla 

pulizia. » 

oh; che stava 

« Oh, In quanto a questo I » disse l'oste : andò al banco, eh' era 

portando in una mano un cala- 
in un angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto 

maio e un pezzf-lto di carta bianfca e nell'altra una penna. 

di carta bianca in una mano, e una penna neil' altra, 

« Che 

« Cosa vuol dir questo? » esclamò Renzo, ingoiando un boccone 

dinarzi 

dello stufato che il garzone gli aveva messo davanti , e sorridendo 

meraviglia. « È lenzu< lo 

poi con maraviglia , Krggtunse: « è il lenzolo di bucato, code- 
sto? » 

pose la carta &ul dfsco, ilcalamaio accanto alla carta, poi 

L'oste, senza rispondere, posò sulla tavola ilcalamaio e la carta; 

si curvò , sul desco medesimo la piinta del 

poi appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il 

• 1 stro ' colla tesa per la faccia alzata 

gomito destro; e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, 
gli disse «fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria. » 

« (.he cosa? « che hanno a far 

« Cosa? » disse Renzo: « cosa c'entrano codeste storie col letto?» 

faccia 

€ Io fo il mio dovere, » disse l'oste, guardando in viso alla guida: 

di dar notizia e relaiione 

« noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che 

ad 

vengono a alloggiar^ da noi : nome e cognome^ e di che nazione 

ntyocio 
sarà, a che negozio viene, se ha seco armi... quanto temj^o ha di 

fermarsi in questa città... Son" parole della grida. » 



272 1 PROMESSI SPOSI 

Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo- 
e d'ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: 
« ah ah! avete la grida! E io fo conto d'esser dottor di legge; e 
allora so subito che caso si fa delle gride. » 

« Parlo daddovero, al 

« Dico davvero, » disse l'oste, sempre guardando il muto compa- 
ttasse 
pagno di Renzo ; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla eas- 

metta, un gran foglio, un proprio esemplare della grida ; e venne a 

squadernarlo dinanzi 

spiegarlo davanti agli occhi di Renzo. 

questi , 

« Ah I ecco ! » esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere 

ri impiuto tosto 

riempito di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l'altra mano, 

coU'iudice grida spiegata. 

con un dito teso, verso la grida: < ecco quel bel foglio di 

arma; 

messale. Me ne rallegro moltissimo. La conosco quell' arme ; so 

che col laccio 

cosa vuol dire quella faccia d' ariano , con la corda al collo. » 

capo 

(In cima alle gride si metteva allora l'arme del governatore; e in 
quella di don Gonzalo Fernandez de Cordova, spiccava un re moro 
incatenato per la gola.) « Vuol dire, quella faccia: comanda chi può, 

obedisce 

e ubbidisce chi vuole. Quando questa faccia avrà fatto andare in 
galera il signor don basta, lo so io ; come dice in un altro foglio 

simile pr veduto, 

di messale compagno a questo ; quando avrà fatto in maniera 

giovane giovane 

che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta che è contenta 

farò 

di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia; le darò an- 

soprappiO. 

che un bacio per di più. Posso aver» delle buone ragioni per non 
dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse al suo 
comando una mano d'altri furfanti: perchè se fosse solo..... » e qui 

compì dove 

fini la frase con un gesto : « se un furfantone volesse saper dov' io 

no 
«ono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si 

Ho da miei negozi!! codesta 

moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei ! Anche questa è 

a per un sopposto; 

nuova. Son vjnuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma vo- 
glio confessarmi da un padre cappuccino , per modo di dire i e noo 
da un oste. » 



CAPITOLO XIV *73 

taceva guardava pare alla guida ; 

L* oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non 

sorta. duole 

faceva dimostrazione di sorte veruna, Renzo, ci dispiace il dirlo , 

ingorpriò 

tracannò un'altro bicchiere, e prosegui : « ti porterò una ragione , 

farà capace. 

il mio caro oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in 

dei va'gono; hanno da valere 

favore de' buoni cristiani , non contano ; tanto meno devon contare 

pnrta via qu sti reca 

quelle che parlan" male. Dunque leva tutti quest' imbrogli , e porta 

iscambio rotto. 

in vece un altro fiasco ; perchè questo è fesso. » Così dicendo , lo 

colle nocca della mano, 

percosse leggermente con le nocca, e soggiunse : « senti, sentt^ 

e' sunna a fesso. » 

uste, come crocchia. » 

11 discorso di Renzo aveva anche qu"Sta volta 

Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata Tat- 

della brigata ; 

tenzione di quelli che gli stavan tl^lntornos e anche que- 

e quando egli ebbe fatto (ine sorse un mormorio di favore generale. 

ta volta, fu applaudito dal suo uditorio. 

« Che cosa h) da a 

* Cosa devo fare ? » disse l'oste, guardando quello sconosciuto- 
che non era tale per lui. 

quei 

« Via , via, » gridarono molti di que' compagnoni : « ha ragione 

foiese* trappolerie, gabelle: 

quel giovine : son* tutte angherie , trappole, impicci ; legge nuova 
oggi, legge nuova. » 

lanciando uno sguardo 

In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all'oste un'occhiata 

quella interpellnzione palese, 

di rimprovero, per quell'interrogazione troppo scoperta, disse : «lascia- 

scandali. » 

telo un po' fare a suo modo : non fate scene. » 

ad alta voce; 

« Ho fatto il mio dovere , » disse 1' oste, forte ; e poi tra sé: 

■^ adesso ho Prese 

— ora ho le spalle al muro. — E prese la carta, la penna, il cala- 
maio, la grida, e il fiasco voto, per consegnarlo al garzone. 

« Reca di quel 

« Porta del medesimo, » disse Renzo : « che lo trovo galantuomo ; 

porr-itiio doniiire 

e lo metteremo a letto come l'altro, senza domandargli nome e co- 
che 
gnome, e di che Mazione «ara, e cosa viene a fare, e se ha 

a stare un pezzo in questa città. » 

« Di quii 

« Del medesimo, » disse 1' oste al garzone, dandogli il fiasco; e 
ritornò a sedere sotto la cappa del cammino. — Altro che lepre! — pen- 

egli quivi, tuttavia 

•ava« istoriando di nuovo ia cenere: — e •» che mani sei 



274 1 PROMESSI SPOSI 

capitato! Pezzo d'asino! se vuoi afifogare, affoga ; ma l'oste della luna 

ha d- 
piena non deve andarne di mezzo, per le tue pazzie. — 

rendette grazie alla a tonate 

Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan" prese lo 

diss'egli : 

sue parti. « Bravi amici ! » disse : « ora vedo proprio che i galan- 

Foscia 

tuótnini si danno la mano, e si sostengono. > Poi, spianando la destra 

in sovra il desco, recandisi contegno d' arin- 

per ària sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di pre- 

gatore, * non è ella una inaneg- 

dicatore, < gran cosa, » rsclamò, che tutti quelli che rego- 

giano, cala- 

lano il mondo, voglian" fare entrar per tutto carta, penna e cala- 

loiiiol in Gran passione 

maio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno que* 

di adoperar 

Nignorl d'adoprar la penna ! » 

tuorli 

« Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne ia ragione ? > 

quei giucaiori 

disse ridendo uno di que' giocatori, che vinceva. 

po' 

< Sentiamo un poco, » rispose Renzo. 

è, colui, « che, siooome qn-'f 

« La ragione è quest», » disse colui: « che quo'signori 

si le cosi poi aver 

•oìn loro die mangiane 1' oche , e si trovan<> lì tante 

qualche cosa 

penne, tante penne, che qualcosa bisogna che ne facciano. » 
Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva. 

Ne avete dei 

< To', » disse Renzo : « è un poeta costui. Ce n' è anche qui de* 

da Ne 

poeti : già ne nasce per tutto. N' ho una vena anch' io , e qualche 

belle... 

volta ne dico delle curiose.... ma quando le cose vanno bene. » 

comprendere inezia 

Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere 

anctr 

che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più , poeta non 
significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un 
abitator di Pindo, un allievo delle Muse ; vuol dire un cervello bia« 

nel nei 

zarro e un po' balzano, che, ne' discorsi e ne' fatti , abbia più dei- 
arguto , nuovo 
l'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastame- 

loro diie 

stieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le 

e disparate 

cose più lontane dal loro legittimo signiflcatol Perchè» 

che a 

vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? 

egli 

€ Ma la ragione giusta la dirò io , » soggiunse Renzo : « è 



CAPITOLO XIV 275 

essi : essi 

perchè la penna la tengon» loro : e così, le parole che dicon» loro, 

figliuolo 

volan" via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, 
stanno attenti bene, e presto presto le infilzan" per aria, con quella 
penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo 
e luogo. Hanno poi anche un'altra malizia; che, quando vogliono im- 

snppia, di lettera. 

brogliare un povero figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia 

ben io. 

un po' di.... so io quel che « ogilo dire .... » e, per farsi in- 
coila 
tendere, andava picchiando, e come arietando la fronte con la punta 

indice , egli 

dell'indice; « e s'accorgono che comincia a capire l'imbroglio, 

taffe , parole 

tafiete, buttan dentro nel discorso qualche parola in latino, per far- 

per largii perdere la sciima per iii^'ariiufjliareli 

gli perdere il filo, per confondergli la testa.Basta; 

ha a disili, «ere delle 

se ne de ve smetter dell'usanze ! Oggi, a buon conto, s'è fatto tutto 
in volgare , e senza carta , penna e calamaio ; e domani , se la 

gov^rnarsi , di 

gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza torcere 
un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia. » 

quei si giucare, 

Intanto alcuni di que' compagnoni s' eran rimessi a giocare, altri 

ne 

a mangiare, molti a gridare; alcuni se n'andavano; altra gente 

sopravveniva; attendeva 

arrivava ; l'oste badava agli uni e agli altri ; tutte cose che noa 

colla I sconi sciuto guidatore 

hanno che fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida no» 

anch' egli 

vedeva 1' ora d'andarsene; non aveva, a quel che paresse, 

negozio 

nessun affare in quel luogo ; eppure non voleva partire prima d'aver 

volse 

chiacchierato un altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, 

riappincò 

riattaccò il discorso del pane ; e dopo alcune di quelle frasi che , 

la bocca d" of.nuno , 

da qualche tempo , correvano per tutte le bocche , venne a metter 

partito. disaV^Tli, 

fuori un suo progetto. « Eh ! se comandassi io, > disse, « lo troverei 

b«n io 

il terso di far* andar le cose bene. » 
« Come vorreste fare? » domandò Renzo, guardandolo con due 
occhietti brillanti più del dovere , e storcendo un po' la bocca, come 

isiar 

per star più a*/tento. 



27« 1 PROMESSI SPOSI 

€ Come vorrei fare ? » disse colui : « vor rei che ci fosse pane per 

pei pei 

tutti; tanto per i poveri, come per i ricchL » 
« Ah! così va bene, » disse Renzo. 

ognuno potesse sta- 

€ Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero cam- 

re. scompartire perchè, 

pare. E poi., distribuire il pane in ragione delle bocche: perchè 
c'è degli ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno 
a ruffa raffa , pigliano a buon conto ; e poi manca il pane alla po- 

scompartire 

vera gente. Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un 

buon ad 

bel biglietto a ogni famiglia, in proporzion" delle bocche, per an- 

levare 

dar® a prendere il pane dal fornaio. A me, pei ese i ilo, dovreMcro 

conformità: 

rilasciare un biglietto in questa forma: Ambi, io P i ella, di profes- 

di 

sione spadaio, con moglie e quattro figliuoli, tutti in età da mangiar 

tanto; 

pane (notate bene): gli si dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma 

un 

far le cose giuste, sempre in ragion^ delle bocche. A voi, per esem- 

posto, 

pio, dovrebbero fare un biglietto per .... il vostro nome? > 

« Lorenzo Tramaglino, » disse il giovine ; il quale, invaghito del 

posi ente eh- sopra 

progetto, non fece attenzione ch'era tutto fondato su carta, penna e 
calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva es- 
sere di raccogliere i nomi delle persone. 

« Benissimo, » disse lo sconosciuto: « ma avete moglie e fi* 
gliuoli ? > 

flgraoli 

« Dovrei bene .... figli no troppo presto ma la mo- 

aiidxsse, 

glie.... se il mondo andasse come dovrebbe andare » 

pazienza; 

< Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione piò 
piccola. » 

« È giusto ; ma se presto, come «pero . . . . e con l'aiuto di Dio . . • • 
Basta; quando avessi moglie anch'io? » 

« Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v*ho 

detto; sempre in ragione delle bocche, » disse lo sconosciuto, ai- 
d'in su la panca. 

zandosi» 



CAPiTOLt) XIT 277 

del 

€ Cosi va bene, » gridò Renzo j e continuò, gridando e battendo it 

in sul desco: a codesto modo? » 

pugno sulla tavola: « e perchè non la fanno una legge cosi? > 

« Che dica iol 

« Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne 

mi staranno aspettando 

vo ; perchè penso che la moglie e i figliuoli m'aspetteranno da un 
petzo. » 

« Un'altra gocciolina, un'altra gocciolina, 

« Un altro gocciolino, un altro gocciolino, sgridava Renzo, riempiendo 

tosto lavatosi, arrappatogli 

in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per 

a forza « Un' 

una falda dal farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo- < Un 

altra gocciolina: questo torto. » 

altro gocciolino: non mi fate quest'affronto. » 

strappata sviluppò, un 

Ma l'amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un 

affoltaia 

guazzabuglio d'istanze e di rimproveri, disse di nuovo : « buona notte, » 

ne gliela dava ad intendere , quegli 

e se n' andò. Renzo seguitava ancora a predicargli , che quello era 

nel'fi v>a; Aftisò 

già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gU occhi sa quel 

coimo; \isto dinanzi al desco 

bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola 

lo ritenne con un cenno della mano, 

il garzone, gli accennò di fermarsi , come se avesse qualche affare 

additò una 

da comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con pronunzia lenta 
e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse: 

• ecco; lo avi^va » pieno, 

« ecco, r avevo preparato per quel galantuomo : vedete; pieno raso , 

dei- 
proprio da amico; ma non l'ha voluto. Alle volte, la gente ha del- 
ie posso far altro: 

l'idee curiose. Io non ci ho colpa : il mio buon cuore l'ho fatto ve- 

A.iesso mo, andar 

dere. Ora, giacché la cosa è fatta, non bisogna lasciarlo andare a 

tratto. 

male. » Cosi detto, lo prese, e lo votò in un sorso. 

cap o , 

« Ho inteso, » disse il garzone, andandosene. 

capito 

« Ahi avete inteso anche voi, » riprese Renzo: « dunque è vero. 
Quando le ragioni son giuste .....! » 

non ci vuol meno di noi 

Qui è necessario tutto l'amore, che portiamo alla verità, per 

ad 

farci proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un per- 
sonaggio tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della 
nostra storia. Per questa stessa ragione d' imparzialità, dobbiama 

ella 

però anche avvertire eh' era la prima volta, che a Renzo avve- 



278 1 PROMESSI SPOSI 

Btraviszi 

BÌsse un caso simile: e appunto questo suo non esser uso a stravizi 

Quei 

fa cagione in gran parte che il primo gli riuscisse cosi fatale. Que' 

bicchieri, ch'egli cacciali alla prima uà 

pochi bicchieri che aveva buttati giù da principio, l'uno dietro Tal- 

comra aimnorzare quel Tarsura dulia gola. 

tro, contro il suo solito, parte per quell'arsione che si 

•entiva, parte per una certa alterazione d' animo , che non gli la- 
sciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un be- 
ai sarebbei'o pur falli seU' 

vitore un po' esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la 

tire. di che 

sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione, che noi ripe- 

vaglia valere. (ili abiti lemperaii ed one 

teremo; e conti quel che può contare. Le abitudini temperate e one- 

s i, dic'egli, infec- 

ste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inve- 

chiati radicati quando egli 

terate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena 

laccia qualche cosa di conirariu , iu su Tistaute danno , o scouuio, o 

se n'allontani, «e ne risente subito; 

impaccio per lo meno' di melò che se nj ha poi a ricordare 

dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo ; e an- 

scappuccio 

che uno sproposito gli serve di scola. 

quei al cerTello 

Comunque sia, quando que' primi fumi furono saliti alla testa di 

ad 

Renzo, vino e parole continuarono a andare, l'uno In giù e l'altre 

n odo 

In su, senza misura né regola: e, al punto acuì l'abbiam" lasciato, 

«gli 

stava già come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare : 

eh" egli 

ascoltatori, o almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non 
ne mancava; e, per qualche tempo, anche le parole eran^» venute via 

di buon grado, si 

senza farsi pregare, e s'eran» lasciate collocare in un certo qual or- 

compier 

dine. Ma a poco a poco, quella faccenda di finir le frasi cominciò a 

difflt oltosa. 

divenirgli fieramente difficile. Il pensiero, che s'era presentato vivo 

si ad 

e risoluto alla sua mente, s'annebbiava e svaniva tutt'a un tratto-, 

uu pezzo aspettare, 

e la parola, dopo essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella clie 

facesse a proposito. quei 

fosse al caso. In queste angustie, per uno di que' falsi istinti che, 

egli 

in tante cose, rovinan" gli uomini, ricorreva a quel benedetto fia- 
sco. Ma di che aiuto gli potesse essere il fiasco, in una tale circo- 
stanza, chi ha fior di senno Io dica. 

ch'egli 

Koi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò 



CAPITOLO XIV. »7» 

altre omettiamo 

fuori, in quella sciagurata sera: le molte più che tralasciamo, disdi- 

»no- 

rebbero troppo; perchè, non solo non hanno senso, ma no» fauno vi- 

stra 

sta d'averlo: condizione necessaria in un libro stampato. 

egli , seguendolo coli' 

€ Ah oste , oste I > ricominciò, accompagnandolo con V occhio 

att orno »l desco , affl^^andolo 

intorno alla tavola, o sotto la cappa del cammino ; talvolta fissandolo 

era , trambusto 

dove non era, e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata : 

« oste che tu sei ! Non posso mandarla giù quel tiro del nome, 

cognome e negozio. A un figliuolo par mio .....! Non ti sei portato 

mo. proveccio, mettere in carta 

bene. Che soddisfazione, che sugo, che gusto.... di mettere in carta 

voi 

un povero figliuolo ?Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere 

dyi 

dalla parte de' buoni figliuoli Senti, senti, oste; ti voglio fare 

Sono un p i' sosten- 

un paragone per la ragione Ridono eh? Ho un po' di 

ta'o ... po' ; 

brio, sì ma le ragioni le dico giuste. Dimmi un poco ; chi ò 

fa andar Hgliuoii : 

che ti manda avanti la bottega? I poveri figliuoli, n'è vero ? dico 

quei 

bene? Guarda un po' se que' signori delle gride vengono mai da te 

i)iignar8l la bocca. » 

a bere un bicchierino. > 

« Tutta gente che beve acqua, > disse un vicino di Renzo. 

c-ggiunge 

< Vogliono stare in sé, » soggiunse un altro, « per poter dir® le 

pul.to. ■» 

bugie a dovere. > 

adesso mo 

< Ah! > gridò Renzo: < ora è il poeta che ha parlato. Dun- 

capite la mia ragione. 

que intendete anche voialtri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: 
e Perrer, che è il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brin- 
disi, e a spendere un becco d'un quattrino? E quel cane assassino 

Taccio, 

di don ? Sto zitto, perchè sono in cervello anche troppo. Fer- 

rer e il padre Crrr so io, spn' due galantuomini; ma ce n'ò po- 

dei dei 

chi de' galantuomini. I vecchi peggio de' giovani; e i giovani. .... 

dei car- 

peggio ancora de' vecchi. Però, son contento che non si sia fatto san- 

oe: 

gue; oibò; barbarie, da lasciarle fare al boia. Pane; oh questo si. 

dati via. 

Ne ho ricevuto degli urtoni; ma ne ho anche dati. Largo! 

abbondanza! viva! Eppure, anche Ferrer qualche parolina 



2S0 r PROMESSI SPOSI 

Maladetto 

in latino siés baraòs irapolorum Maledetto vizio! Viva? 

quei 

giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!.... Là ci volevano que* , 

camerata,... su maladetto 

galantuomini quando scappò fuori quel maledetto ton ton ton, 

fuggiva irlca 

e poi ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti , ve', allora. Te- 
nerlo li quel signor curato.... So io a chi penso ! » 

chinò 

A questa parola, abbassò la testa , e stette qualche tempo , come 

una ìininaginazior.e ; sollevò una facciA 

assorto in un pensiero : poi mise un gran sospiro, e alzò il viso^ 

imbambolati, 

con due occhi inumiditi e lustri, con vn certo accoramento cosi ^ve- 

ne 

nevole, così sguaiato, che guai se chi n' era 1' oggetto avesse pciuto 
▼ederlo un momento. Ma quegli omacci che già avevan" cominciato 

della avviluppata 

a prendersi spasso dell' eloquenza appassionata e imbrogliala di 

cera 

Renzo , tanto più so ne presero della sua aria compunta ; i più vi- 
ve ige vano 
Cini dicevano agli altri: guardate; e tutti si voltavano a lui; tanto 

egli il brigatacela. 

che divenne lo zimbello della brigata. Non già che tutti foss6r«> nel 

a 

loro buon senno, o nel loro qual si fosse senno ordinario ; ma, per 

dir ce 

dire 11 vero , nessuno n' era tanto uscito , quanto il povero Renzo • 

Sf prappiù egli forese diedero 

e per di più era contadino. Si misero, or 1' uno or 1' altro , a 

inchieste sciocche , bef- 

stuzzicarlo con domande sciocche e grossolane, con cerimonie caii- 

farde. Egli di scand> Iczzarsi . piglia- 

zonatorie. Renzo, ora dava segno d' averselo per male, ora prende- 
va riso , 

va la cosa in ischerzo, ora, senza badare a tutte quelle voci, parlava 

balzi a 

di tutt' altro, ora rispondeva, ora interrogava; sempre a salti, e fuor 

sproposito. 

di proposito. Per buona sorte , in quel vaneggiamento , gli era però 

rimasta come un' attenzione istintiva a scansare i nomi delle per- 
di modo che 
sone; dimodoché anche quello che doveva esser più altamente fitto 

quivi dorrebbe 

nella sua memoria, non fu proferito : che troppo ci dispiacerebbe se 

pel 

quel nome , per il quale anche noi sentiamo un po' d' affetto e di 

trassinato 

riverenza, fosse stato strascinato per ^uelle boccacce, fosse divenuta 
trastullo di quelle lingue sciagurate. 



CAPITOLO XV 



giuoco troppo Innanzi e troppo 

L'oste, vedendo che il gioco andava in lungo, 

pure 

s'era accostato a Renzo; e pregando, con buona grazia, quegli 

lo 

altri che lo lasciassero stare, V andava scotendo per un braccio, e 
cercava di fargli intendere e di persuaderlo che andasse a dormire, 

egli pur sulle medesime del 

Ma Renzo tornava sempre ,da capo col nome e cognome, & 

delle dei 

con le gride, e co' buoni figliuoli. Però quelle parole: letto e dormire, 

fecero un tratto impressione nella sua mente; 

ripetute al suo orecchio, gli entraron finalmente in testa; gli fe- 

avvertire ch'elle 

cero sentire un po' più distintamente il bisogno di ciò che signifi- 
cavano, e produssero un momento di lucido intervallo. Quel po' di 

senno che gli tornò, gli fece in certo modo capire che il più se n'era 
Ito! una l'i- 

andato: a un di presso come l'ultimo moccolo rimasto acceso d' un' il- 

minaria Fece una risoluzione; ponto 

luminazione, fa vedere gli altri spenti. Si fece coraggio; stesele mani, 

aperte sul desco; provò di sollevarsi; 

e le appuntellò sulla tavola; tentò, una e due volte, d'alzarsi; sospirò^ 

tentennò; fu in piede. Quegli, 

barcollò; alla terza, sorretto dall'oste, si rizzò. Quello, reggendolo tut- 

d'intra '1 desco presa in 

tavia, lo fece uscire di tra la tavola e la panca; e, preso con una mano- 

nna lucerna, coli' alla meglio, parte lo condusse, parte lo trasse 

un lume, con l'altra, parte lo condusse, parte lo tirò , alla meglio^ 

la porta della Quivi remore dei gli venivano 

verso l'uscio di scala. Lì Renzo, al chiasso de'saluti che coloro gir- 

gridati dietro dalla brigata, volse 

urlavan dietro, si voltò in fretta; e se il suo sostenitore non fosse^ 

uno , 

etato ben lesto a tenerlo per un braccio, la voltata sarebbe stata uni 



282 1 PHOMKSiiI SPOSI 

stramazzone; volse, 

capitombolo; si voltò dunque, e, con l'altro braccio che gli rima- 

ed 

neva libero, andava trinciando e iscrivendo nell'aria certi saiuti, a, 
guisa d'un nodo di Salomone. 

strascinandolo; 

« Andiamo a letto, a letto, » disse l'oste, strascicandolo; gli fece 

la porta; dell'angusta 

imboccar* 1 uscio; e con più fatica ancora, lo tirò in cima di quella 

soala di legno, stanza fissata veduto 

scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata. Renzo, visto 

lo 

il letto che l'aspettava, si rallegrò; guardò amorevolmente l'oste, 

occhietti, si 

«on due occhietti che ora scintillavan" più che mai, ora s'ecclissavano, 

di bilicarsi 

eome due lucciole; cercò d'equilibrarsi sulle gambe; e stese la mano 

Terso la guancia prenderla fra l'indice e il medio, di 

al viso dell'oste, per prendergli il ganascino, in segno d'ami- 

oste, 
cizia e di riconoscenza; ma non gli riusci. « Bravo oste! » gli riusci 

una 

però di dire : « ora vedo che sei un galantuomo : questa è un'opera 

ad ragia 

buona, dare un letto a un buon figliuolo; ma quella figura che 

del 

■n^bai fatta, sul nome e cognome, quella non era da galantuomo. 

parte mìa . . . . > 

Per buona sorte che anch' io son furbo la mia pax'te > 

si con- 

L' oste, il quale non pensava che colui potesse ancor tanto con- 
nettere, l'oste, una 
netterò; l'oste che, per lunga esperienza, sapeva quanto gli uo- 

sieno volgersi repentiuameiite 

mini, in quello stato, sian più soggetti del solito a cambiar 

sentimento, 

di parere, volle approfittare di quel lucido intervallo, per fai « un 

diss'egli utja cera 

altro tentativo. « Figliuolo caro, » disse, con una voce e con un fare 

tutta carezzevole: mica 

tutto gentile : « non l'ho fatto per seccarvi, nò per sapere i fatti 

Che La noi, obedire; 

vostri. Cosa volete ? è legge: anche noi bisogna ubbidire; altrimenti 
siamo i primi a portarne la pena. È meglio contentarli, e... Di che si 

mica 

tratta finalmente? Gran cosa! dir due parole. Non per loro, ma per 

me; via, fra 

fare un piacere a me: via; qui tra noi, a quattr'occhi, facciam" le 
nostre cose; ditemi il vostro nome, e... e poi andate a letto col cuor 
quieto. » 

mariuolo! 

< Ah birbone! » esclamò Renzo: « mariolo! tu mi torni ancora la 

quella 

campo con quell'infamità del nome, cognome e negozici » 

Taci, 

« Sta zitto, baffone; va a letto, > diceva Toàte. 



CAPITOLO XV. SS3 

queglf capito: tu sei ancor tu della 

Ma Renzo continuava più forte : « ho inteso : sei della lega anche 

lega. aggiusto dirizzando bocca 

tu. Aspetta, aspetta, che t'accomodo io. » E voltando la testa verso 

porta delia ad ancor più sgangheratamente: 

la scaletta, cominciava a urlare più forte ancora : « amici ! 

Toste è deila... » 

ridere, questi sulla faccia ributtandolo, e 

« Ho detto per celia, » gridò questo sul viso di Renzo, 

spignendolo ridere; capito 

spingendolo verso il letto : « per celia; non hai inteso che ho detto 

ridere ? » 

per celia? » 

ridere: tu ridere.... 

« Ah! per celia: ora parli bene. Quando hai detto per celia.... 

Le son cose da riderà. » 

Son proprio celie. » E cadde bocconi sul letto. 

A noi; 

€ Animo; spogliatevi; presto, > disse l'oste, e al consiglio aggiunse 

ve fu venuto a capo di trarsi 

l'aiuto; che ce n'era bisogno. Quando Renzo si fu levato il 

quegli, presolo, pose tosto 

farsetto, (e ce ne volle) Toste l'agguantò subito, e corse con 

sulle V Ve lo 

le mani alle tasche, per vedere se c'era il morto. Lo trovò: e pen- 
ai domani tutt'aitro negozio 

«andò che, il giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti 

che di pagar lui, 

con tutt' altri che con lui, e che quel morto sarebbe probabilmente 

donde potrebbe 

caduto in mani di dove un oste non avrebbe potuto farlo uscire; 

pensando a ciò, arrischiare 

volle provarsi se almeno ;sli riusciva di con- 

un tentativo. 

eluder quest'altro affare. 

»^ dies'egU. 

«•Voi siete un buon figliuolo, un galantuomo; n'è vero? » disse. 
« Buon figliuolo , galantuomo, > rispose Renzo , facendo tuttavia 

coi dei ca- 

lìtigar le dita co' bottoni de' panni che non s' era ancor potuto le- 
var di dosso. 

vare. 

B^, conticino; 

« Bene, > replicò l'oste: « saldate ora dunque quel poco conticino, 

debbo certe mie faccende . . . . > 

perchè domani io devo uscire per certi miei affari.... > 

Questo 

< Quest'è giusto,» disse Renzo. < Son furbo, ma galantuomo.... Ma 

Adesso mo, andare a cercare i danari! » 

i danari? Andare a cercare i danari ora! > 

Sono 

« Eccoli qui, » disse l'oste: e, mettendo in opera tutta la sua pra- 

venne a capo »g- 

tica, tutta la sua pazienza, tutta la sua destrezza, gli riuscì di fare 

glustar la partita, riporre lo scotto. 

il conto con Renzo, e di pagarsi. 

a 

< Dammi una mano^ cb^io possa finir di spogliarmi, oste, > diss» 



284 I PROMliSSI SPOSI 

capisco ve 

Renzo. « JLo vedo anch'io, ve', che ho addosso un gran sonno. > 

prestò l'aflcio soprappiù coltre 

L'oste gli diede T aiuto richiesto; gli stese per di più la coperta 

dispettosamente qaegll 

addosso, e gli disse sgarbatamente « buona notte, » che già quello 

di 

x'ussava. Poi, per quella specie d' attrattiva, che alle volte ci tiene 

di 

a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d'amore, 
e che forse non ò altro che il desiderio di conoscere ciò che opera 
fortemente sull'animo nostro, si fermò un momento a contemplare 

per lui fastidioso, levandogli la lucerna volto, 

l'ospite cosi noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi, 

palma 

con la mano stesa, ribatter sopra la luce ; in queir atto a un di presso 
ehe vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme 

« Matto minchione! » 

del consorte sconosciuto. « Pezzo d' asino ! » disse nella sua mente al 

proprio andato 

povero addormentato : « sei andato proprio a cefeartela. Domani poi, 
mi saprai dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare 

saper da che parte si levi U sole; 

il mondo, senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi 
e il prossimo. » 

ritrasse la lucerna, della stanza, 

Cosi detto pensato, ritirò il lume, si mosse, uscì dalla camera, 

per di fuori. domandò 

e chiuse l'uscio a chiave. Sul pianerottolo della scala, chiamò 

impose che, lasciati ad 

l'ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a una 

fanticella, discendesse a presiedere e vigilare in sua vece. 

loro servetta, e scendesse in cucina, a far le sue veci. « Bi- 

sogna ch'io vada fuori, in grazia d'un forestiero capitato qui, nou 

pel mio malanno, » diss'egli; 

•o come diavolo, per mia disgrazia, » soggiunse; e le raccontò 
in compendio il noioso accidente. Poi soggiunse ancora: < occhio 

maladetta Ci ab- 

a tutto; e sopra tutto prudenza, in questa maledetta giornata. Ab- 
biamo scapigliati, 
biamo laggiù una mano di scapestrati che, tra il bere, e tra che di 

■OD larghi di bocca, d' ogni sorte. un 

li natura sono sboccati, ne dicon*> di tutti i colori. Basta, se qual< 
che temerario.... » 

8on mica 

« Oh ! non sono una bambina, e so anch'io quel che va fatto. FU 
Bora, mi pare che non si possa dire.... » 

quei 

e Bene, bene; e badar* che paghino; e tutti que' discorsi che fanno, 
al vicario di provvisione e il governatore e Ferrer e 1 decurioni e 



CAPITOLO XV. 285 

mtuchtonerle, 

i cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie, far vista di 

intendere; a coatraddire, 

non sentire; perchò, se si contraddice, la può andar male subito; e 

a dar seguito: tu 

se si dà ragione, la può andar male in avvenire: e già sai anche 
tu che qualche volta quelli che le dicon" più grosse .... Basta; quando 

senta voltar via 

si senton certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come gè 

banda. farò il 

qualcheduno chiamasse da un'altra parte. Io cercherò di tornare 

presto. » 

più presto cbe posso* > 
Ciò detto, scese con lei in cucina, diede un' occhiata in giro, per 

non V 

veder* se c'era novità di rilievo; staccò da un cavicchio il cap- 

tolse angolo, riepilogò 

pelle e la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò, con 

le 

un*altra occhiata alla moglie, Tistruzioni che le aveva date; e uscì. 

egli in cuor suo 

Ma, già nel far* quelle operazioni, aveva ripreso, dentro di sé, il 
filo dell'apostrofe cominciata al letto del povero Renzo; e la prose- 

nella via. 

gulva, camminando in istrada. 
— Testardo d'un montanaro! — Che, per quanto Renzo avesse vo- 

per 

luto tener nascosto l'esser suo, questa qualità si manifestava da 
sé, nelle parole, nella pronunzia, nell'aspetto e negli atti. — Una gior- 
nata come questa, a forza di politica, a forza d'aver giudizio, io 

ne usciva mo 

n'uscivo netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l'uova 
nel paniere. Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare 

alla 1* 

nella mia ! Fossi almeno capitato solo ; che avrei chiuso un occhio, 

sera, te r data ad intendere. 

per questa sera; e domattina t' avrei fatto intender la ragione* 

signor no; 

Ma no signore; in compagnia ci vieni; e in compagnia d'un bargella 
per far meglio! — 

Ad scontrava nel suo cammino, 

A Ogni passo, l'oste incontrava o passeggieri scompagnati, 

quadriglie 

o coppie, brigate di gente, che giravano susurrando. A questo 
punto della sua muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; 

banda, colla 

^ tirandosi da parte, per lasciarli passare, li guardò con la 

passare, sé e sé: castigamatti. 

«oda dell'occhio, e continuò tra sé : — eccoli i gastigamattL 

veduto volta 

B ta, pezzo d'asino, per aver visto un pò* di gente in giro a far bao- 



ns I PROMESSI SPOSI 

nel capo voltarsi. 

cane, ti sei cacciato in testa clie il mondo abbia a mutarsi. E su 

hai 

questo bel fondamento, ti sei rovinato te, e volevi anclie rovinar mej 

faceva il possibile rl- 

che non è giusto. Io facevo di tutto per salvarti; e tu, bestia, in con- 
cambio, per poco mi messa a remore 

traccambio, c'è maucato poco che non m'hai messo sottosopra 

di uscir provedo 

l'osteria. Ora toccherà a te a levarti d'impiccio: per me ci penso io 

Che cosa 

Come se io volessi sapere il tuo nome per una mia curiosità ! Cosa 

sia lo ci 

m'importa a me che tu ti chiami Taddeo o Bartolommeo? Ci ho un 

^ pigliar mano!: mica 

bel gusto anchio a prender la penna in mano! ma non siete voi 

vostro modo. e' è 

altri soli a voler le cose a modo vostro. Lo so anch'io che ci son 

niente: raccontare 

delle gride che non contan** nulla: bella novità, da venircela a dire 

tu contra 

un montanaro ! Ma tu non sai che le gride contro gli osti contano. 
E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che, a voler fare 

suo modo, aver le gride in tasca, non 

a modo suo, e impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne 

dirne male in publico 

con gran riguardo. E per un povero oste che fosse del tuo parere, e 

cercasse che 

non donjandasse il nome di chi capita a favorirlo, sai tu, bestia, 

buono? 

eosa c'è di bello ? Sotto pena a qual si voglia dei detti osti, tavernai 

covati 

ed altri, come sopra, di trecento scudi : sì, son lì che covano trecento 

terzi, 

scudi; e per ispenderli così bene; da essere applicati, per i due terzi 
alla regia Camera, e V altro all'accusatore o delatore: quel bel cecino! 
Ed in caso di inabilità, cinque anni di galera, e maggior pena, pecu- 
niaria corporale, alVarbitrio di sua eccellenza. Obbligatissimo alle 
sue grazie. — 

poneva piede sulla ' del capitano 

A queste parole, l'oste toccava la soglia del palazzo di 

giustizia. 

Qul^vi, tutte le altre sef;reterie, una faccenda: da 

Lì, come a tutti gli altri uflzi, c'era un gran da fare: per tutto 
m 
s'attendeva a dar* gli ordini che parevan* più atti a preoccupare il 

vegnente, togliere la baldanza 

giorno seguente, a levare i pretesti e l'ardire agli animi'vogliosi di 

adoperarla. 

nuovi tumulti, ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla. 
S accrebbe la soldatesca alla casa del vicario; gli sbocchi della strada 

..-,.. S'ingiunse 

furono «barrati di travi trincerati di carri. S'ordinò a tutti i fornai 



CAPITOLO XV. 287 

lavorassero a far « 

che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette 

ai Che se ne mandasse frumento ad 

.1* paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a 

ngni forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mai» 

la contenere 

lino, a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gì' inquieti, 

coli* colle 

con l'autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, 
come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più ef- 

le blandizie mo- 

flcaci i consigli con un po' di spavento, si pensò anche a trovar la 

do 

/naniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso; e questa era 
principalmente la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno 

di che animo fosse pei 

può pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e per i soUe- 

un bagnuolo 

vati, con una pezzetta d'acqua vulneraria sur uno degli organi della 

principia 

profondità metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal princi- 

re 

pio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha 
detto l'oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per co- 

appostarlo, e 

gliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, 

tenerlo In petto; onde adunghiarlo do- 

e appostarlo, e acchiapparlo ppi, a notte affatto quieta, o il giorno 

mani. Udite 

dopo. Sentite quattro parole dì quella predica di Renzo, colui gli 

tosto addosso; 

aveva fatto subito assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon 

il caso. 

uomo, proprio quel che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del 
paesSf aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle 

all'albergo sicuro venne 

carceri, come alla locanda più sicura della città ; ma gli andò fallito, 

inteso. 

"ome avete visto. Potè però portare a casa la notizia sicura del nome» 

cento di modo 

cognome e patria, oltre cent'altre belle notizie congetturali ; dimodo- 
che, giunse quivi egli di 

che, quando l'oste capitò lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, 

già ne sapevano egli 

ne sapevan già più di luì. Entrò nella solita stanza, e fece la sua 

albergare forestiere, 

deposizione : come era giunto ad alloggiar da lui un forestiero, eh» 
non aveva mai voluto manifestare il suo nome. 

darcene avviso, 

« Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia ; » disse xm 

ponendo penna: 

notaio criminale, mettendo giù la penna, « ma già lo sapevamo. » 

mistero! una grande abilità! 

— Bel segreto! — pensò l'oste: — ci vuole un gran talento! — 



2SS I PROMESSI SPOSI 

< E sappiamo anche, » continuò il notaio, « quel riverito nome. » 

mo, come 

— Diavolo! il nome poi, com'hanno fatto? — pensò Toste questa volta 

ripigliò 

« Ma voi, > riprese l'altro, con volto serio, « voi non dite tutto sin- 
«eramente. » 

che cosa ho da 

€ Cosa devo dire di più? > 

« Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra 

derubato, sacchegfriato, acquistato 

osteria una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via 

rurto per 

4ii saccheggio e di sedizione. » 

saccoccia; molto io dove lo è pl- 

€ Vien uno con un pane in tasca; so assai dov'è andato a pren- 

filiare. io 

derlo. Perchè, a parlar® come in punto di morte, posso dire di non 

veduto 

Avergli visto che un pane solo. > 

Già, ode voi. 

< Olà; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti 
galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon ac- 
quisto? > 

Che cosa fo ci faccio 

« Cosa ho ila provare io? io non c'entro? io fo Toste. » 

« Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia 

contra 

avuta la temerità di proferir paroJe ingiuriose contro le gride, e di 

ed contra 

fare atti mali e inoecenti contro Tarme di sua eccellenza. > 

< Mi faccia grazia, vossignoria : come può mai essere mio avventore, 

rispetto, 

BQ lo vedo per la prima volta? E il diavolo, con rispetto parlando, 

lo capisce 

«ohe Tha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede 
bene che non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome. > 
« Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza , si son" dette 

sediziose; 

«ose di fuoco : parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, 
«trida, clamori. > 

< Come vuole vossignorìa ch'io badi agli spropositi che posson' dire 

■chlamazzatorl, In una volta 7 debbo ai 

tanti urloni che parlan tutti insieme ? Io devo attendere a* miei 

son pover uomo. 

Interessi, che sono an poveruomo. E poi vossignoria Si bene che chi 

latino di bocca, lo più latuio massime 

^ di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più 

•OD tanti insieme, 

quando sono una brigata, e... » 



CAPITOLO XV. 18» 

pur 11 

< Sì, SÌ; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli 

ruzzo sarà loro uscito del capo. Che 

sarà passato il ruzzo. Cosa credete ? > , 

niente. 

« Io non credo nulla. > 

4! Che la canaglia sia diventata padrona di Milano? 

oh, appunto! 

« Oh giusto! » 

< Vedrete, vedrete. » 

Capisco 

« Intendo benissimo : il re sarà sempre il re ; ma chi avrà riscosso, 
avrà riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha 

riscuotere. 

voglia di riscotere. Lor* signori hanno la forza : a lor" signori tocca. » 

tanta 

< Avete ancora molta gente in casa? > 

mondo 

« Un visibilio. > 

che 

< E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a met- 

sedizioni? » 

ter su la gente, a preparar tumulti per domani? » 

forestiere, dormire. 

« Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto. > 

< Dunque avete molta gente Basta; badate a non lasciarlo 

andar via. 

scappare. > 

Ho da 

— Che devo fare il birro io? — pensò V oste; ma non disse né sì 
né no. 

ripigliò 

€ Tornate pure a casa; e abbiate giudizio, > riprese il notaio. 

s'io 

« Io ho sempre avuto giudizio. Vossignoria può dire se ho mai dato 

-disturbo 

da fare alla giustizia. > 

< Bene, bene; e 

€ E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua 
forza. » 

amor del cielo! Io niente: attendo io. » 

« Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l'oste. > 

< La solita canzone: non avete mai altro da dire. > 

vuole vossignoria ch'io dica 

« Che ho da dire altro? La verità è una sola. » 

« Basta; per ora riteniamo ciò che avete deposto; se verrà poi il 

«aso, informerete più minutamente la giustizia, intorno a ciò che vi 

potrà venir domandato. » 

Che cosa deporre io? Diente; 

« Cosa ho da informare? io non so nulla; appena ho la testa da 
Attendere ai fatti miei. » 



290 I PROMESSI SPOSI 

« Badate a non lasciarlo partire. » 

« Spero che l'illustrissimo signor capitano saprà che son rennio 
subito a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria. » 

di sette 

Allo spuntar del giorno, Renzo russava da circa sett'ore, ed era 

poveretto, in sul squassi aoA 

ancora, poveretto! sul più bello, quando due forti scosse all« 

dai piedi 

braccia, e una voce che dappiè del letto gridava: « Lorenzo Tra- 
risentire, riscosse, scrollò aperse 
magline! », lo fecero riscote re. Si risentì, ritirò le braccia, aprì gli 

fatica; diuanzi a sé 

occhi a stento; e vide ritto appiè del letto un uomo vestito- 

a destra, a sinistra Beli. 

di nero, e due armati, uno di qua, uno di là del capezzale. E. tra 

ben desto, 

la sorpresa, e il non esser desto bene, e la apranghetta di quel vino 

che sapete, rimase un momento come incantato; e credendo di so- 
gli piacendo 
gnrre, e non piacendogli quel sogno, si dimenava, come per isve- 

gliarsi affatto. 

inteso 

< Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino ? > disse l'uomo 

antecedente. < Alto ; sa 

dalla cappa nera, quel notaio Medesimo della sera (avanti. « Animo 
dunque; levatevi, e venite con noi. » 

che 

< Lorenzo Tramaglino! » disse Renzo Tramaglino: € cosa vuol dir 

Che 

questo? Cosa volete da me? Chi v'ha detto il mio nome? » 

Manco su dei 

< Meno ciarle, e fate presto, » disse uno de* birri che gli stavano 
a fianco, prendendogli di nuovo 11 braccio. 

« Ohe! che prepotenza è questa? > gridò Renzo, ritirando il braccio. 

oh 

€ Oste! o Toste! > 

Tolg«nd08i 
« Lo portiam via in camicia? » disse ancora quel birro, voltandosi al 

notaio. 

questi cosi si farà, 

« Avete inteso? » disse questo a Renzo: e si farà così, se non ri 
levate subito subito, per venir con noi. » 

nio ? > chiese 

« E perchè? » domandò Renzo. 

« II perchè lo sentirete dal signor capitano di giustizia. » 

niente io; stu- 

« Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi mara- 

plsoo . . . 
Tiglio.... » 



CAPITOLO XV. 291 

8bri- 

« Meglio per voi, meglio per voi; così, in due parole sarete spio» 

gato andare pei 

ciato, e potrete andarvene per i fatti vostri. » 

adesso, nulla da partire 

« Mi lascino andare ora, » disse Renzo: < io non ho che far nuli» 

colla 

con la giustizia. > 
« Orsù, finiamola! > disse un birro. 

portiam da vero? 

4. Lo portiamo via davvero? > disse l'altro. 
« Lorenzo Tramaglino! » disse il notaio. 

< Come sa il mio nome, vossignoria? > 

ai tosto 

« Fate il vostro dovere, » disse il notaio a' birri; i quali misero 

miser cavarlo 

subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto. 

Ehi! So fare ancti'io 

e Eh! non toccate la carne d'un galantuomo, che....! Mi so vestir 

a vestirmi. 

da me. » 

vestitevi, e levatevi 

< Dunque vestitevi subito, » disse il notalo. 

levo, fatto 

« Mi vesto, » rispose Renzo; e andava di fatti raccogliendo qua e là- 

pel le reliquie 

1 panni sparsi sul letto, come gli avanzi d'un naufragio sul lido. E co- 
minciando a metterseli, proseguiva tuttavia dicendo: « ma io non et 

giastizia. io. 

voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far* nulla con^ 

questo 

lui. Giacché mi si fa quest'affronto ingiustamente, voglio esser con- 

tni 

dotto da Ferrer. Quello lo conosco, so che è un galantuomo ; e m'ha 

delle 

deirobbligazioni. > 
« Sì, si, figliuolo, sarete condotto da Ferrar, > rispose il notaio. In 

egli ben onore proposta 

altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d'una richiesta 

egli veduto 

simile; ma non era momento da ridere. Già nel venire, aveva visto 

vie cotal 

per le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fo8 

di affatto compressa, o cominciamentv 

sero rimasugli d'una sollevazione non del tutto sedata, o principr 

borghesi. In frot- 

d'una nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a bri- 
te, uno stare a brigatene. Ed 

gate, un far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno 

porgeva ronzio 

di non farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzio andasse cre-^ 

adunque 

scendo. Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe ancbe voluto- 

dichiarata 

condar via Renzo d amore e d accordo; giacché, se si fosse venuti ^ 



792 I PROMESSI SPOSI 

giunti che nalla 

guerra aperta con lai, non poteva esser certo, quando fossero in 

via faceva ai 

istrada, di trovarsi tre contr'uno. Perciò dava d'occhio a' birri, elle 

giovane; 

Avessero pazienza, e non inasprissero il giovine ; e dalla parte sua, 

d' indolcirlo giovane, 

cercava di persuaderlo con buone parole. Il giovine intanto, mentre 

bel bello, raccapezzando alla triegUo le aiemorie 

•i vestiva adagino adagino, ricliìaiuanàosi, come poteva, alla memoria 

^garbugliate antecedente, si apponeva 

lii avvenimenti del giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, 

cagione 

che le gride e il nome e il cognome dovevano esser la causa di 

l'iucoaveuieute; egli il suo 

tutto; ma come diamine colui lo sapeva quel nome? E 

«he diamine era accaduto in quella notte, perchè la giustizia avesse 

pigliata tanta sicurtà, dirittura 

preso tant'animo, da venire a colpo sicuro, a metter le mani addoiso 

dei pri:aa 

a. uno de' buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan" tanta voce In 

capitolo, 

capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati, poiché Renzo 

aiicii' egli ronzio via? 

«'accorgeva anche lui d'un ronzio crescente nella strada. Guardando poi 

al volto del tra e 

in viso il notaio, vi scorgeva in pelle in pelle la titubazione cheoostul 

chiarirai 

fi sforzava invano di tener nascosta. Onde, cosi per venire in chiaro 

acquistar tempo, 

delle sue congetture, e scoprir paese, come per tirare in lungo, e 

capisco che cosa 

Anche per tentare un colpo, disse: « vedo bene cos'è l'origine di 

tutto questo: gli è per amor* del nome e del cognome. ler sera ve- 
lo era in clmberli: 

Temente ero un po' allegro : questi osti alle volte hanno certi 

passato 

vini traditori; e alle volte, come dico, sì sa, quando il vino è giù, 

,pel canale delle parole, vuol dire anch'egli la sua. ti attsssri 

è lui che parla. Ma, se non si tratta d'altro, ora 

ella 

son pronto a darle ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio 
nome. Chi diamine gliel ha detto? » 

piacevole. 
« Bravo, figliuolo, bravo! » rispose il notaio, tutto manieroso* 

veggio credatelo 

* vedo che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, 

accorto , 1. modo per 

voi siete più furbo che taot'altri. E la miglior maniera d'uscirne 
presto e bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete 
spicciato, e lasciato in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani 
legate, non posso rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite 

di buon animo ; 

pure senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò.... 
Lasciate fare a me.... Basta; sbrlgitevi, figliuolo. > 



CAPITOLO XV. 293 

ella capisco, 

< Ah! lei non può: intendo, > disse Renzo; e continuava a vestirsi 
nspingendo con de* cenni i cenni che i birri facevano di mettergli 

sollecitare. 

le mani addosso, per farlo spicciare. 

chiese egli 

« Passeremo dalla piazza del duomo? » domandò poi al notaio. 

Per 

< Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presta 

quegli, arrovellando in cuor suo 

in libertà, > disse quello, rodendosi dentro di sé, di dover® lasciar 

Inchiesta 

cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che poteva di- 

sventu- 

venire un tema di cento interrogazioni. — Quando uno nasce disgra- 

rato ! 

ziatol — pensava. — Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede, non 

altro, 

vorrebbe altro che cantare ; e, un po' di respiro che s' avesse, così 

se 

esotra formam, accademicamente, in via di discorso amichevole, gli 

gli un 

si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo da 

ch'egli 

condurlo in prigione già beire esaminato, senza che se ne fosse ac- 

sorte. 

corto: e un uomo di questa sorte mi deve per Tappunto capitare 
In un momento così angustiato. Eh! non c'è scampo, — continuava a 

levando 

pensare, tendendo gli orecchi, e piegando la testa all'indietro : — non 
c'è rimedio; e' risica d'essere una giornata peggio di ieri. — Ciò che lo 

remore s' udì via: 

fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada' 
e non potè tenersi di non aprir* l'impannata, per dare un'occhia- 

ch'egli borghesi, 

tina. Vide eh' era un crocchio di cittadini, i quali, all'intimazione 

prima 

di sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan" da principio ri- 
male brontolando 
eposto con cattive parole, e finalmente si separavano continuando 

tuttavia i _ 

are; e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati 

procedevano con molta buona creanza. 

eran pieni di civiltà. Chiuse l'impannata, e stette un momenta 

fra due, a termine l'Impresa, 

in forse, se dovesse condur'" l'impresa a termine, o lasciar Renzo in 

cura del ed egli 

guardia de' due birri, e correr* dal capitano di giustizia, a render 

dell* emergente. poi tosto ch'io 

conto dì ciò che accadeva. — Ma, — pensò subito, mi si dirà che 

dappoco, vile, doveva 

sono un buon a nulla, un pusillanime, e che dovevo eseguir gli or- 

Maladetta ))ressa! MalaDn'agfi'a 

dini. Siamo in ballo; bisogna ballare. Malanaaggia la farla! Maledetto 
11 mestiere! -^ 



294 I PROMESSI SPOSI 

In piedi; satelliti, l'uno da an fianco e l'uno dall'altro: U 

Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a' fianchi. Il no- 

gli facessero troppo forza, 

taio accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui< 
< da bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi. » 

Renzo pure egli 

Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, 
salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l'altra 

per le diss'egli, pigilo 

nelle tasche. « Ohe! > disse, guardando il notaio, con un viso molto 

del 

significante: « qui c'era de' soldi e una lettera. Signor mio! > 

adera- 

« Vi sarà dato ogni cosa puntualmente, » disse il notaio, « dopo 

piute che sieno 

Adempite quelle poche formalità. Andiamo, andiamo. » 

scrollando 

< No, no, no, » disse Renzo, tentennando il capo: « questa non mi 
va: voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; 
ma voglio la roba mia. » 

mostrarvi 

< Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto, > 

cavandosi 

disse il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a 

Questi, luogo loro, 

Renzo le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mor- 

fra i Bazzicate coi 

morava tra' denti: « alla larga! bazzicate tanto co' ladri, che avete 

tenersi; 

un poco imparato il mestiere. » I birri non potevan più stare alle 

frenava coU'occhlo, tra sé 

mosse; ma il notaio li teneva a freno cogli occhi, e diceva intanto 

diceva: por di 

tra sé: — se tu arrivi a metter piede dentro quella soglia, l'hai da 

1' 
pagar' con usura, l'hai da pagare. — 

pigliava suo 

Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il 

fé' all' dei andasse Innanzi 

notaio fece cenno a un de' birri, che s'avviasse per la scala; gli 

AYTiò anch' 

mandò dietro il prigioniero, poi l'altro amico; poi si mosse anche 

egli. questo 

lui. In cucina che furono, mentre Renzo dice: < e quest'oste bene- 
cacciato?», ai due; 
detto dove s'è cacciato? > il notaio fa un altro cenno a' birri; i quali 

manca giovane, 

afferrano, l'uno la destra, l'altro la sinistra del giovine, e in fretta 

allacciano ordegni, quella 

in fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell'ipocrita figura 

di questi, e' Incresce 

d'eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace di 
dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma la 
chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un do* 



CAPITOLO XV. 2P5 

cotnnnale, &i capi 

più che il giro d'un polso ordinario, la quale aveva nelle cime due 

a dire due raadelletti, picclole bìlie diritte. 

pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La 

avvingtìiava 

cordicella circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il 
medio e l'anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di 

egli, storcendolo, i' allacciatura che 

modo che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò 

di marto- 

aveva mezzo, non solo d'assicurare la presa, ma anche di martiriz- 

riare recalcitrante: far meplio li quale effetto, 

zare un ricalcitrante: e a questo due, la cordicella era 

sparsa di nodi. 

sbatte, 

Renzo si divincola, grida: « che tradimento è questo? A un galan- 
tuomo .... ! > Ma il notaio, che per ogni tristo' fatto aveva le sue 
buone parole, « abbiate pazienza, » diceva: « fanno il loro dovere. 

Che 

Cosa volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar 
la gente a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci 
vien® comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate 
pazienza. » 

egli uomini d' operazione storta ai 

Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a' 

manicbini. acquetò 

legnetti. Renzo s'acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il 

fra 

labbro stretto tra le morse, e esclamò: « pazienza! » 
< Bravo figliuolo! » disse il notaio: « questa è la vera maniera 

che capisco 

d'uscirne a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch'io; ma, 
portandovi bene, in un momento ne siete fuori. E giacché vedo che 

ad 

siete ben disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi 
anche un altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico 

RuarfJare at- 

di queste cose : andate via diritto diritto, senza guardare in qua e 

torno, 

in là, senza farvi scorgere: cosi nessuno bada a voi, nessuno s'av- 
vede di quel che è; e voi conservate il vostro onore. Di qui a un'ora 

aneti' essi 

voi siete in libertà: c'è tanto da fare, che avranno fretta anche loro 

ne pei 

di sbrigarvi: e poi parlerò io.... Ve n'andate per i fatti vostri; e 

siate voi, 

nessuno saprà che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri, > 

volsendosi ai due volto voi, badate 

continuò poi, voltandosi a' birri*, con uu viso severo: « guardata 



S9« I PROMESSI SPOSI 

a male; 

bene di non fargli male, perchè lo proteggo io: il vostro dovere 

vi bisogna farlo: questi 

bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che è un galantuomo, un 

giovane 

giovine civile, il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e che gli 

dee Che non pa- 

deve premere il suo onore, itiidate in maniera che nessuno s'av- 

ia niente: al passeggio. » 

veda di nulla: come se foste tre galantuomini che vanno a spasso. » E, 

tuono oonchiuse: 

con tono imperativo, e con sopracciglio minaccioso, concluse : « m'avete 

Voltosi colla cera 

inteso. » Voltatosi poi a Renzo, col sopracciglio spianato, e col viso 

fatta in «oh 

divenuto a un tratto ridente, che pareva volesse dire: oh noi si che 

amici ! >, snsurrò 

siamo amici!, gli bisbigliò di nuovo: « giudizio; fate a mio modo; 

non vi guardate attorno; 

andate raccolto e quieto; fidatevi di chi vi vuol bene: andiamo. > 

il convoglio si 

E la comitiva s'avviò. 

credette niente: 

Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: né che il 

ai se la pigliasse cal- 

notaio volesse più bene a lui che a' birri, né che prendesse tanto a 

da per di aiutarlo; niente: 

cuore la sua riputazione, nò che avesse intenzion* d'aiutarlo: 

comprese non 

capi benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse 

via 
per la strada qualche buona occasione di scappargli dalle mani, 

quei starvi 

metteva innanzi que'bei motivi, per istornar lui dallo starci attento 

Di modo che 

e da approfittarne. Dimodoché tutte quelle esortazioni non servirono 

persuader più chiaramente a Renzo ciò che egli s'era già proposto in 

ad altro che a confermarlo nel disegno che già aveva in testa, 

n-ube, 

di far tutto il contrario. 

conchiuda 

Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e 
novizio; perché s'ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il no- 

sembra essere stato 

stro storico, il quale pare che fosse nel numero de' suoi amici: 

coir mente riposata, 

ma, in quel momento, si trovava con l'animo agitato. A sangue freddo, 

altri 

vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro 

ed 

a fare una cosa per sé sospetta, fosse andato suggerendogliela e in- 

mostra 

falcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli un 
parere disinteressato, da amico. Ma é una tendenza generale degli 

scorgono altri 

uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro 

cavarli d' angustie, domandarglielo 

potrebbe fare per levarli d'impiccio, di chiederglielo con istanza • 



CAPITOLO XV. CC7 

sorta 

ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono 

anch' essi 

angustiati e agitati, cadono anclie loro sotto questa legge comune. 

essi jio- 

Quindi è chos in simili circostanze, fanno per lo più una così me- 

vera Quei maestrevoli, colle 

schina figura. Que' ritrovati maestri, quelle belle malizie, con le quali 

usi 

sono avvezzi a vincere, che son" diventate per loro quasi una seconda 

colla 

natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza 

colla si 

d'animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene 

riscuotono 

e così nascostamente, e conosciute ajiche, dopo la riuscita, riscotono 

poveretti, In angustie, adoperano 

l'applauso universale ; i poverini quando sono alle strette, le adoprano 

tumultuariamente, Tal ohe ad uà 

In fretta, all'impazzata, senza garbo né grazia. Di maniera che a 

terzo che gli osservi compassione 

uno che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà 

e muovono il riso; quegli eglino d' aggirare, 

e movon le risa; e l'uomo che pretendono allora di mettere 

in mezzo, quantunque meno accorto di loro, scopre benissim"o tutto 

quei loro artiflzii 

il loro gioco, 6 da quegli artifizi ricava lume per sé, contro di loro. 

inculcare ai 

Perciò non si può mai abbastanza raccomandare a' furbi di profes- 

ciò che è meglio, di 

sione di conservar sempre il loro sangue freddo, o d'essere sempre 

cou trovarsi mai in circostanze ansustiose. 

i più forti, che è la più sicura. 

per via, gittar 

Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli oc* 

spandersi colla 

chi in qua e in là, a sporgersi con la persona, a destra e a si- 

a metter la testa innanzi, v' 

nistra, a tender gli orecchi. Non c'era però 

concorso straordinario ; e benché sul viso di più d'un passeggiero si 
potesse legger facilmente un certo non so che di sedizioso, pure 

(ItittO 

ognuno andava diritto per la sua strada; e sedizione propriamente 

ve n' 

detta, non c'era. 

mormorava 

« Giudizio, giudizio ! » gli susurrava il notaio dietro le spalle : « il 

origliando 

vostro onore; l'onore, figliuolo. » Ma quando Renzo, badando atten- 

verso facce infocate, parlare 

tamenle a tre che venivano con visi accesi, sentì che parlavan 

cenni 

d'un forno di farina nascosta, di giustizia, cominciò anche a far loro 

col volto verso coloro, 

de' cenni col viso, e a tossire in quel modo che indica tutt'altro che 

una infreddatura. al convoglio, 

un raffreddore. Quelli guardarono più attentamente la comitiva, e si 

20 



a98 I PROMESSI SPOSI 

sopraggiuDgevano; r" 

fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano; altri, che 

dinanzi, volti 

gli eran" passati davanti, voltatisi al bisbiglio, tornavano indietro, e 
facevan" coda. 

< Badate a voi; giudizio, figliuolo ; peggio per voi vedete; non gua- 

susur- 

Jtate i fatti vostri ; Tonore, la riputazione, » continuava a susur- 
r«.va 
'are il notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati 

colP pensandosi bene, 

con l'occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), 
gli diedero una stretta di manichini. 

si condensa 

< Ahi! ahi! ahi! » grida il tormentato: al grido, la gente s' affolla 

aU' ne via: il convoglio 

intorno ; n'accorre da ogni parte della strada : la comitiva si trova 

incagliato. quei 

incagliata. « E un malvivente,» bisbigliava il notaio a quelli che gli 

addosso: in diano luo- 

erano a ridosso: « è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin uas- 

go alla bello, 

sare la giustizia. > Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri 

smorti, 

diventar bianchi, o almeno pallidi, — se non m'aiuto ora, pensò, mio 

tosto su, 

danno. — E subito alzò la voce : < figliuoli ! mi menano in pri- 

uiente; 

sione, perchè ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; 

mi 

son galantuomo: aiutatemi, non m'abbandonate, figliuoli! > 

mormorio grida spiegate favore 

Un mormorio favorevole, voci più chiare di protezione s'alzano in 

chieggono, 

risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano 

dar loro ti passo: 

i più vicini d'andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza e 

pigne 

pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian" andare 1 
"Saanichini, e non si curan più d'altro che di perdersi nella folla, per 

il simile; 

uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far® lo stesso; 

V* del pover uomo, 

ma c'era de' guai, per amor® della cappa nera. Il pover' uomo, pallido 

ia volto smarrito in cuore, picciolo, si 

e sbigottito, cercava di farsi piccino piceino, s'andava 

isdrucciolare levar 

storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzargli ce- 
ne vedesse venti addosso a sé. ogni modo 

chi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere 

,. là 

di comparire un estraneo che, passando di li a caso, si fosse tro- 

pagliuoa 

vate stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; eriscon- 

maso muso fisamente pi- 

trandosi a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipi- 



CAPITOLO XV. 209 

gito "e^U 'insi sa<^ 

glie peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo 

cera "sciocca, che cosa è questo garbuglio f » 

fare sciocco, gli domandò : < cos'è stato ? » 

corbaccio! Coibaccìo! corbaoclo! 

< Uh corvaccio! > rispose colui. « Corvaccio! corvacclo ! » risonò 

8i tanto 

all'intorno. Alle grida s'aggiunsero gli urtoni; di maniera che, is 

breve, colle colle 

poco tempo, parte con le gambe proprie, parte con le gomita al- 

egii quel stava a cuore 

trui, ottenne ciò che più gli premeva in quel momento, d'esser 

quella serra. 

fuori di quel serra serra. 



CAPITOLO XVL 



< Scappa, scappa, galantuomo: lì c'è un convento, ecco là una 

per di q[ua, per banda. Quanto 

chiesa; di qui, di là, > si grida a Renzo da ogni parte. In quanto 

egli consiglio. 

allo scappare, pensate se aveva bisogno di consigli. Fin" dal primo 

di 

momento che gli era balenato in mente una speranza d'uscir da 

deliberato, 

quell'unghie, aveva cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se 

di 

questo gli riusciva, d'andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, 
non solo della città, ma del ducato. — Perchè, — aveva pensato, — 

lo sul comunque diavolo se lo abbiano ; 

il mio nome l'hanno su' loro libracci, in qualunque maniera l'abbiano 

pigliare 

avolo; e col nome e cognome, mi vengono a prendere quando vo- 

ad egli gittato 

gliono. — B in quanto a un asilo, non vi si sarebbe cacciato che 

all'estremità. — 

quando a¥e»se avuto i biri'i alle spalle. 

pur 

— Perchè, se posso essere uccel di bosco, — aveva anche pensato, 

farmi 

— non voglio diventare uccel di gabbia. — Aveva dunque disegnato 

per meta e do- 

per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, do- 
rè vi ricorda, 

v'era accasato quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che 

lo fatto soUecitare.di portarsi colà. il punto era di trovar 

più volte l'aveva invitato a airaar là. Ma trovar la strada, lì stava 

la strada. di 

il male. Lasciato in una parte sconosciuta d'una città si può dire 

pure di 

sconosciuta, Renzo non sapeva neppure da che porta s'uscisse per 

lo 

andare^ a Bergamo^ e quando l'avesse saputo, non sapeva poi andard 



CAPITOLO XVI. 501 

Stette un momento in forse di chiedere indirizzo 

alla porta. Fu lì lì per farsi insegnar la strada da qualcheduno 

ai da 

de' suoi liberatori; ma siccome nel poco tempo che aveva avuto per 

sui si erano girati di strani pensieri 

meditare su' casi suoi, gli eran passate per la mente certe idee 
su quello spadaio così obbligante, padre di quattro figliuoli, così, s 

ad 

buon conto, non volle manifestare i suoi disegni a una gran brigata, 

un deliberò 

dove ce ne poteva essere qualche altro di quel conio; e risolvette 

lesto di quivi: via domanderebbe 

subito d'allontanarsi in fretta di lì: che la strada se la farebbe poi 

poi egli 

insegnare, in luogo dove nessuno sapesse chi era, né il perchè la 

domandava ai grazie, grazie, 

domandasse. Disse a' suoi liberatori: «grazie tante, figliuoli: siate 

pel 

benedetti, » e, uscendo per il largo che gli fu fatto immediatamente, 

alzò le calcagna, 

prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo, giù per una stradetta, 

abba- 

galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli parve d'essersi allon- 

stanza discostato, 

tanato abbastanza, rallentò il passo, per non dar sospetto; e co- 

guardarsi Intorno, 1' uomo 

rainciò a guardare in qua e in là, per isceglier* la persona a cui 

inspirasse fiducia. 

far* la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza. Ma anche 

v' intrigo. 

qui c'era dell'imbroglio. La dotnanda per sé era sospetta; il tempo 

sgabellati picciolo 

stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo, dovevan* 
senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la voce 

esser giunta tanta pressa, 

di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette^ Renzo 

forse fare giudizii 

dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima dì trovar la figura 
che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto sulla 

con le e dietro la schiena, 

soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro, 

colla 

con la pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran 

giogaia, per ozio andava alternativamen- 

pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativa- 
te su la dei 

mente sollevando sulla punta de' piedi la sua massa tremolante, e 

sulle calcagna^ una cera 

lasciandola ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, 

date 

che, invece di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interroga- 
zioni. Quell'altro che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro 

epenzolato, via altrui, 

in fuori, non che insegnar* presto e bene la strada a un altro, ap- 

dir 

pena pareva conoscer la sua. Quel ragazzetto, che, a dire il vero. 



SOt I PROMESSI SPOSI 

■Tegliate assai, 

mostrava d'esser* molto sveglio, mostrava però d'essere anche pid 
malizioso; e probabilmente avrebbe avuto un gusto matto a far andare 

forese , „ , , ., « cui egli tendeva. 

un povero contadino dalla parte opposta a quella che desiderava. 

Tanto impacciato, 

Tant'è vero che all'uomo impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo 

impaccio! Adocchiato questi 

impiccio ! Visto finalmente uno che veniva in fretta, pensò che questo, 

negozio 

avendo probabilmente qualche affare pressante, gli risponderebbe 

tosto e direttamente, per isbrigarsi da lui; solo, stimò 

subito, senz'altro chiacchiere; e sentendolo parlar da sé, giudicò che 

si gli 

dovesse essere un uomo sincero. Gli s'accostò, e disse: e di grazia^ 

fuora, 

quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo! n 

« Per andare a Bergamo ? Da porta orientale. » 

Orazio, signore; 

c Grazie tante; e per andare a porta orientale? » 

via sboccherete alla 

« Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza .el 
duomo; poi . . • » 

dl- 

< Basta, signore; il resto Io so. Dio gliene renda merito. » E di- 
filato camminò Llndlcatore 

V iato s'incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L'altro gli 

quel 

guardò dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella 

modo ne 

maniera di camminare con la domanda, disse tra so: ^o n'ha fatta 
una, qualcheduno la vuol fare a lui. — 

giunge alla la a canto 

Renzo arriva sulla piazza del duomo; l'attraversa, passa accanto 

le reliquie 

a un mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi 

della baldoria alla quale aveva assistito antecedente; la 

del falò di cui era stato spettatore il giorno avanti; costeggia gli 

scalea smurato, 

scalini del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e 

soldati, passa innanzi: oltre, oltre, 

guardato da soldati ; e tira diritto per la strada da cui era 

giù colla folla, dinanii del 

fenuto insieme con la folla; arriva al convento de' cappuccini; 

una piazzetta 

là un'occhiata a quella piazza e alla porta della chiesa, e dice tra 
sé, sospirando : — m'aveva però dato un buon parere quel frate di 

ad 

ieri: che stessi in chiesa a aspettare, e a fare un po' di bene. — 

ritardato flso 

Qui, essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla 

aveva da veggendovl, 

porta per cui doveva passare, e vedendovi, cosi da lontano, molta 

riscaldata, (si vuol 

gente a guardia, e avendo la fantasia un po' riscaldata (bisogna com- 



CAPITULO XVI. S03 

egli aveva ben di che) sentì 

patirlo; aveva i suoi motivi), provò una certa ripugnanza ad affron- 

varco. da in cui 

tare quel passo. Si trovava così a mano un luogo d'asilo, e dove, 
con quella lettera, sarebbe ben raccomandato; fu tentato fortemente 

tosto 

d'entrarvi. Ma, subito ripreso animo, pensò: — uccel di bosco, fin che 
si può. Chi mi conosce? Di ragione, i birri non si saran fatti in pezzi, 

guardò dietro le spalle 

per andarmi ad aspettare a tutte le porte. — Si voltò, 

non per di là: 

per vedere se mai venissero da quella parte: non vide né quelli, 

paresse pigliarsi cura Si ravvia, 

né altri che paressero occuparsi di lui. Va innanzi; rallenta quelle 

pur 

gambe benedette, che volevan" sempre correre, mentre conveniva 

d'andare; piano piano, zufolando semituono, 

soltanto camminare; e adagio adagio, fischiando in semitono, arriva 
alla porta. 

V' una frotta gabellieri. 

C'era, proprio sul passo, un mucchio di gabellini, e, per rinforzo, 

un drappello di spagnuoli; coll'arco teso 

anche de'micheletti spagnoli ; ma stavan tutti attenti verso 

novella un 

il di fuori, per non lasciare entrar* di quelli che, alla notizia d'una 

trambusto, 

sommossa, v' accorrono, come i corvi al campo dove è stata data 

tal minchion minchione, cogli 

battaglia ; di maniera che Renzo, con un'aria indifferente, con gli oc- 
viaggiatore il passeggian 
chi bassi, e con un andare cosi tra il viandante e uno che vada a 

te, passò la soglia, 

spasso, uscì, senza che nessuno gli dicesse nulla ; ma il cuore di 

Veggendo dritta un viottolo, 

dentro faceva un gran battere. Vedendo a diritta una viottola, entrò 

quello, andò 

in quella, per evitare la strada maestra; e camminò un pezzo prima 

pur guardarsi dietro le spalle. 

di voltarsi neppure indietro. 

Va e va; tocca 

Cammina, cammina; trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza 

di ^ di 

domandarne il nome; è certo d'allontanarsi da Milano, spera d'andar 

tanto Di tempo in tempo volgeva 

verso Bergamo; questo gli basta per ora. Ogni tanto, si voltava 

indietro, e sotfregando 

indietro; ogni tanto, andava anche guardando e strofinando or 
r uno or r altro polso, ancora un po' indolenziti, e segnati in giro 

funicella. 

d'una striscia rosseggiante, vestigio della cordicella. I suoi pensieri 
erano, come ognun** può immaginarsi, un guazzabuglio di pentimenti, 

di repetli, rancori, 

d'inquietudini, di rabbie, di tenerezze: era uno studio faticoso 

antecf deute, 

di raccapezzare le cose dette e fatte la sera avanti, di scoprir la 



304 1 PROMESSI SPOSI 

parte segreta della sua dolorosa storia, e sopra tutto come avevan 
potuto risapere il suo nome. I suoi sospetti cadevan" naturalmente 

su lo ricordava di 

sullo spadaio, al quale si rammentava bene d'averlo spiattellato. E 

riandando il modo glielo 

ripensando alla maniera con cui gUel aveva cavato di bocca, e a 

contegno quelle esibizioni, terminavano 

tutto il fare di colui, e a tutte quell'esibizioni che riuscivan sempre 

qualche cosa, 

a voler saper qualcosa, il sospetto diveniva quasi certezza. Se noD 

ricordava barlume di 

che si rammentava poi anche, in confuso, d'aver®, dopo la partenzu 
dello spadaio, continuato a cicalare; con chi, indovinala grillo; di 

che; 

oèsa, la memoria, per quanto venisse esaminata, non lo sapeva dire: 
non sapeva dir altro che d'essersi in quel tempo trovata fuor' di 

poveretto queste speculazioni: 

casa. Il poverino si smarriva in quella ricerca: era come un uomo 

soscrittl fidati ad ch'egli 

ehe ha sottoscritti molti fogli bianchi, e gli ha affidati a uno che 

teneva per buono e per bello; 

credeva il fior de' galantuomini ; e scoprendolo poi un imbroglione, 

negozii: 

vorrebbe conoscere lo stato de* suoi affari: che conoscere? è un caos. 

qualche 

Un altro studio penoso era quello di far sull'avvenire un disegno 

non fosse aereo, o 

che gli potesse piacere: quelli clie non erano in aria, eran 

ben tristo. 

tutti malinconici. 

tosto il più penoso di tutti 

Ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada. 

essere andato senti la 

Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che 

uecessità di chieder lingua. bene un certo rincrescimento 

»da sè non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a 

s'ella 

metter fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che 

pure, di meno non si poteva fare. Deliberò, 

di sospetto, di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette 

come aveva fatto in Milano, di chiedere indirizzo 

dunque di rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo vian- 

faccia genio: 

dante la cui fisonomia gli andasse a genio: e cosi fece. 

questi; pensatovi 

< Siete fuor' di strada, > gli rispose questo; e, pensatoci un poco, 

con gesti, cammino tenere, 

parte con parole, parte co' cenni, gli indicò il giro che doveva fare, 

su la deirindirizzo, fé' 

per rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringraziò, fece 

sembiante di seguirlo in tutto, andò 

le viste di far come gli era stato detto, prese in fatti da quella 

coir di 

{■arte, con intenzione però d'avvicinarsi bensì a quella benedetta 

la perder andare quanto fosse 

estrada maestra, di non perderla di vista, di costeggiarla più che 



CAPITOLO XVI. 806 

possibile correlativo ad essa; 

fosse possibile; ma senza mettervi piede. Il disegno era più 

praticarsi. Il costrutto 

facile da concepirsi che da eseguirsi. La conclusione fu che, andando 

dritta spinapesce, un po' 

■COSÌ da destra a sinistra, e, come si dice, a zig zag, parte sc- 
ie otteneva per 

guendo TaUrc indicazioni che si faceva coraggio a pescar qua 

via, un po' 

e là, parte correggendole secondo i suoi lumi, e adattandole al 

un po' 

suo intento, parte' lasciandosi guidar* dalle strade in cui si trovava 

avviato, fuggiasco 

incamminato, il nostro fuggitivo aveva fatte forse dodici miglia, che 

discosto 

non era distante da Milano più di sei; e in quanto a Bergamo, era 

uà bel ohe capire 

molto se non se n'era allontanato. Cominciò a persuadersi che, an- 

a quel modo ne veniva capo; 

«ho in quella maniera, non se n'usciva a bene; e pensò a trovar 

avere 

qualche altro ripiego. Quello che gli venne in mente, fu di scovar, 
con qualehe astuzia, il nome di qualche paese vicino al confine, 

vicinali: 

« al quale si potesse andare per istrado comunali: e domandando di 

dare indirizzo, per via 

quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua e là quella 

inchiesta 

domanda di Bergamo, che gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, 
di criminale. 

rumina il modo 

Mentre cerca la maniera di pescar* tutte quelle notizie, senza dar 
sospetto, vede pejidere una frasca da una casuccia solitaria, fuori 
d'un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno 

quivi 

di ristorar le sue forze; pensò che li sarebbe il luogo dì fare i due 

servigi V' aitrl coliti 

servizi in una volta; entrò. Non c'era che una vecchia, con la 

proferto 

rocca al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu oflerto 

stracchinOj la vivanda, 

un po' di stracchino e del vin buono : accettò lo stracchino, del vino 

Re ne scusò uggia, 

la ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva 

antecedente); assettò, 

fatto la sera avanti); e sì mise a sedere, pregando la donna che fa- 
tratto imbandito: tosto 
cesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito 

viandante d'inchieste, 

dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo es- 

Miiano, dei quali il remore era giunto 

sere, e sui gran fatti dì Milano: che la voce n'era arrivata fin là. 

volteggiare, e inchieste 

iienzo, non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta 

accortezza, traendo vantaggio dalla difficoltà, fé» 

disinvoltura; ma, approfittandosi della difficoltà medesima, fece 



300 I PROMESSI SPOSI 

servire al suo intento la curiosità della vecchia, che gli domandavi» 

egli avviato. 

dove fosse incamminato. 
Ho da 

« Devo andare in molti luoghi, > rispose: e e, se trovo un ritaglio 
di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto 

presso su quel 

grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di 

ve 

Milano... Come si chiama? » — Qualcheduno ce ne sarà, — pensava 

so medesimo. 

intanto tra so. 

< Gorgonzola, volete dire, » rispose la vecchia. 

iscriversi la parola 

« Gorgonzola! » ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente 

nella memoria. 

la parola. « E molto lontano di qui? » riprese poi. 

bene; 

« Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. 
Se ci fosse qualcheduno de' miei figliuoli, ve lo saprebbe dire. » 

vi questi bel viottoli, 

< E credete che ci si possa andare per queste belle viottole, senza 

Tanti 

prender" la strada maestra? dove c'ò una polvere, una polvere! Tanto 

dì 

tempo che non piove! > 

lo mi figuro al incon- 

« A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che tro- 

trerete alla dritta. 

verete andando a diritta. > E glielo nominò. 

bene, si levò, in mano 

«X Va bene; disse Renzo; s'alzò, prese un pezzo di pane che 

del magro bacchetto, 

gli era avanzato della magra colazione, un pane ben diverso da 

quel prima 

quello che aveva trovato, il giorno avanti, appiè della croce di san 

lo scotto, la via dritta. 

Dionigi; pagò il conto, usci, e prese a diritta. E, per non ve l'al- 

lungar* più del bisogno, col nome di Gorgonzola in bocca, di paese 

camminò tanto che, un'ora circa prima del tramonto, vi giunse. 

in paese, ci arrivò, un'ora circa prima di sera. 

per via egli quivi fer- 

Già cammin facendo, aveva disegnato di far lì un'altra fer- 

mataj a prendere una refezione sostanziosa. 

matina, per fare un pasto un po' più sostanzioso. Il corpo avrebbe 

aggradito 

anche gradito un po' di letto ; ma prima che contentarlo in questo, 

lo sflnito via. 

Renzo l'avrebbe lasciato cader* rifinito sulla strada. Il suo proposito 
era d'informarsi all'osteria, della distanza dell'Adda, di cavar destra- 

vi menasse, 

mente notizia di qualche traversa che mettesse là, e di rincamminarsi 

a volta, il reflzlamento. 

da quella parte, sabito dopo essersi rinfrescato. Nato e cresciuto alla 



CAPITOLO XVI. 807 

«gli inteso 

seconda sorgente, per dir cosi, di quel fiume, aveva sentito dir 

marcava il 

più volte, che, a un certo punto, e per un certo tratto, esso faceva 
confine tra lo stato milanese e ii veneto: del punto e del tratto non 

per la faccenda prin- 

iiveva un'idea precisa; ma, allora come allora, i*atTar più nr- 

■■.ipale portarsi al di là. veniva fatto 

^ente era di passarlo, dovunque si fosse. Se non gli riusciva 

deliberato la notte 

in quel giorno, era risoluto di camminare fin che T ora e la lena glielo 

ooiisentissero, di vegnente, una ca- 

permettessero : e d'aspettar poi l' alba, in un campo, in un de~ 

tapecchla, a Dio piacesse; una 

eerto; dove piacesse a Dio; pur che non fosse un'osteria. 

adocchiò una iirsegna; 

Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un'insegna, entrò; e all'oste, 

comandò 

che gli venne incontro, chiese un boccone, e una mezzetta di vino: 
le miglia di più, e il tempo gli avevan" fatto passare queir odio così 

aggiunse: 

estremo e fanatico. « Vi prego di far presto, » soggiunse: « perchè 

aggiunse, 

ho bisogno di rimettermi subito in istrada. » E questo lo disse, non 
solo perchè era vero, ma anche per paura che l' oste, immaginandosi 

ch'egli albergare quivi, venisse alta vita chieder 

che volesse dormir li, non gli uscisse fuori a domandar del nome e 
del cognome, e d*onde veniva, e per che negozio .... Alla larga ! 

' questi 

L'oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a 

sedò capo al desco, a Qanco alla porta: peritosi. 

sedere in fondo della tavola, vicino all'uscio: il posto de' vergognosi. 

Brano oziosi 

C* erano in quella stanza alcuni sfaccendati del paese, i quali, dopo 

disputato e chiosate grandi novelle 

aver discusse e commentate le gran notizie di Milano del giorno 

antecedente, come la fosse un po' 

avanti, si struggevano di sapere un poco come fosse andata an- 

ad irri- 

che in quel giorno; tanto più che quelle prime eran<> più atte a stuz- 

tare 

zicar la curiosità, che a soddisfarla: una sollevazione, né soggiogata 

monca, 

né vittoriosa, sospesa più che terminata dalla notte; una cosa tronca, 

spiccò 

la fine d' un atto piuttosto che d'un dramma. Un** di coloro si stacc(> 

ai fece accanto sopravvenuto 

dalla brigata, s' accostò al soprarrivato, e gli domandò se veniva 
da Milano. 

pigliar 

< lot » disse Renzo sorpreso, per prender tempo a rispondere. 
« Voi, se la domanda è lecita. » 

scoteodo 

Renzo, tentennando il capo, stringendo le labbra, e facendone uscir» 



308 i PROMESSI SP08t 

,. , , ,. -,., Vj'^ , , sento... cosJ, a dire m- 

iin suono inarticolato, disse: « Milano, da quel che ho sentito dire.,. 

torno... debb' paese andarvi al presente, fuori 

non dev'essere un luogo da andarci in questi momenti, meno 

' d'un gran caso di 

, -che per una gran necessità. > 

< Continua dunque anche oggi il fracasso? » domandò, con più 
; istanza, il curioso. 

colà, 

« Bisognerebbe esser là, per saperlo, » disse Renzo. 
« Ma voi, non venite da Milano? » 

netto giovane, 

« Vengo da Liscate, > rispose lesto il giovine, che intanto aveva 
pensata la sua risposta. Ne veniva in fatti, a rigor* di termini, per- 

V lo appreso ^^i 

che c'era passato; e il nome l'aveva saputo, a un certo punto della 

«ammino 

«trada, da un viandante che gli aveva indicato quel paese come il 
primo che doveva attraversare, per arrivare a Gorgonzola, 

< Oh! > disse l'amico; come se volesse dire; faresti meglio a ve- 
nir* da Milano, ma pazienza, < E a Liscate, » soggiunge, 4 oon ai 
sapeva niente di Milano? » 

VI 

< Potrebb' essere benissimo che qualcheduno la sapesse qualche 

vi ho inteso niente. » 

4X>sa, > rispose il montanaro: € ma io non ho sentito dir nulla. » 

porse con quel modo sem- 

E queste parole le proferì in quella maniera particolare che par 

fora voler raddotto; 

«he voglia dire: ho finito. Il curioso ritornò al suo posto; e, un mo- 

ad imbandire. 

mento dopo, l'oste venne a mettere in tavola. 

a mezza !vo««, 

« Quanto c'ò di qui all'Adda? » gli disse Renzo, mezzo tra' denti, 

tratto con una cera sbadata, ve- 

«on un fare da addormentato, che gli abbiam vi- 

fluto iare 

isto qualche altra volta. 
, « All'Adda, per passare ? > disse l'oste. 
« Cioò .... sì ... . all'Adda. > 

sul porto 

« Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica t » 

che 

« Dove si sia.... Domando così per curiosità. > 

dico mo, 

4 Bh, volevo dire, perchè quelli sono i luoghi dove passano i ga* 

render 

iantuomini, la gente che può dar conto di so. > 
« Va bene: e quanto c'è? ^ 



CAPITOLO XVI. 305 

« Fate conto che, tanto a un luogo, come ai!' altro, poco più, poca 
meno, ci sarà sei miglia. > 

sapeva, 

4 Sei miglia! non credevo tanto, > disse Renzo. < E già, » ri- 
tma mostra ancor più apparente di svogliatezza, 

prese poi, con un'aria d'indifferenza, portata fino al- 

l'affettazione: « e già, chi avesse bisogno di prendere una scorcia- 
vi aar& 
toia, ci saranno altri luoghi da poter passare? » 

Ve volto 

« Ce n'ò sicuro, » rispose l'oste, ficcandogli in viso due occhi pieni 

al giovane morir fra' 

d'una curiosità maliziosa. Bastò questo per far® morir tra' denti al 

denti le Inchieste teneva apparecchiate. dinanzi 

giovine l'altre domande che aveva preparate. Si tirò davanti il piatto; 

alla pur deposta, 

e guardando la mezzetta che l'oste aveva posata, insieme con 

in sul desco, 

quello, sulla tavola, disse: « il vino è sincero? » 
« Come l'oro, » disse l'oste : « domandatene pure a tutta la gente 

ne 

del paese e del contorno, che se n'intende: e poi, lo sentirete. » E 
così dicendo, tornò verso la brigata. 

Maladettl in cuor suo: 

— Maledetti gli osti! — «sclamò Renzo tra sé: — più ne conosco. 

Pure die dentro di gran vo- 

peggio li trovo. — Non ostante, si mise a mangiare con grand'ap- 

glia, tendendo insieme, ^enza farne sembiante, l'orec- 

petito, stando, nello stesso tempo, in orecchi, senza che paresse suo 

Ohio, all'intento quivi 

fatto, per veder di scoprir paese, di rilevare come si pensasse colà 

grande picciola 

sul grand'avvenimento nel quale egli aveva avuta non piccola parte^ 

dì fra quei vi 

e d'osservare specialmente se, tra que' parlatori, ci fosse qualche 

chiedere in- 

galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di domandar la 

dirizzo, 

strada, senza timore d'essere messo alle strette, e forzato a ciarlare 
de' fatti suoi. 
« Ma! > diceva uno: « questa volta par proprio che i milanesi ab- 

di buono. qualche 

bian voluto far davvero. Basta; domani al più tardi, si saprà qual- 
cosa. 
Qosa. > 

< Mi pento di non esser andato a Milano stamattina, > diceva an 
tltro. 

« Se vai domani, vengo anch'io, » disse un terzo; poi un altro, poi 
un altro. 



310 I PROMESSI SPOSI 

ripiRliò è, quei 

< Quei che vorrei sapere, » riprese il primo, « è se que' signori d' 

fuori, 

Milano penseranno anche alla povera gente di campagna, o se fa- 
ranno far la legge buona solamente per loro. Sapete come sono, eh? 

1 foresi, non fossero cristiani. 

Cittadini superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero. > 

< La bocca l'abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la 

altro: 

nostra ragione, > disse un altro, con voce tanto più modesta, quanto 
più la proposizione era avanzata: « e quando la cosa sia incammi 

non Istimò bene compier 

nata.... > Ma credette meglio di non finir la frase. 

ve 

€ Del grano nascosto, non ce n'è solamente in Milano, > comin- 

una cera scura si sente lo scal- 

ciava un altro, con un'aria cupa e maliziosa; quando sentono avvici- 

pito d'un cavallo che s'avvicina. alla porta; e raffigurato 

narsi un cavallo. Corron' tutti all'uscio; e, riconosciuto 

giugneva, tutti 

colui che arrivava, gli vanno incontro. Era un mercante di Milano, 

n- 

che, andando più volte Tanno a Bergamo, per i suoi traffichi, era 

Bava albergo; come vi 

solito passar la not.te in quell'osteria; e siccome ci trovava quasi 

brigata, era divenuto conoscente di ciascuno. ^ si 

sempre la stessa compagnia, li conosceva tutti. Gli s'affollano 

venuto. » 

intorno; uno prende la briglia, un altro la staffa. < Ben arrivato, 
ben arrivato! > 

« Ben trovati. > 

« Avete fatto buon viaggio? » 

« Benissimo: e voi altri, come state? » 

novelle 

« Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano? » 

quel 

« Ah! ecco quelli delle novità, > disse il mercante, smontando, e 

nelle mani 

lasciando il cavallo in mano d'un garzone. € E poi, e poi, » continuò, 

per la porticina colla brigata, 

entrando con la compagnia, « a quest'ora le saprete forse 

meglio' di me. » 

< Da vero che non sappiamo niente, ponendosi la mani 

€ Non sappiamo nulla, davvero, » disse più d'uno, mettendosi la mano 
al petto. 
«Possibile? > disse il mercante, e Dunque ne sentirete delle belle . .. 

disoccupato f 

e delle brutte. Ehi, oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: un 

boccone; presto, co- 

bicchier di vino, e il mio solito boccone, subito; perchè voglio an- 



CAPITOLO XVI. 311 

ricarml per tempo. s domattina per tempissimo, onde essere 

dare a letto presto, per partir presto domattina, e arrivare a 

a ora di pranzo. seden- 

Bergamo per l'ora del desinare. E voi altri, » continuò , metten- 
dosi al desco dal capo opposto quello a cui 
dosi a sedere, dalla parte opposta a quella dove stava Renzo, 

tacito , . j . 

zitto e attento, « voi altri non sapete di tutte quelle diavolerie di 
ieri? » 

abbiamo Inteso parlare. > 

e Di ieri sì. > 

< Vedete dunque, > riprese il mercante, « se le sapete le novità. 

Voleva ben dir , i. « n- 

Lo dicevo io che, stando qui sempre di guardia, per frugar® quelli 
che passano » 

« Ma oggi, com'è andata oggi? > 

« Ah oggi. Non sapete niente d'oggi? » 

« Niente affatto: non è passato nessuno. » 

inumidir ^ 

« Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d oggi. 

Colmò colla destra, colle 

Sentirete. » Empì il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le 

due prime mano rilevò 1 mustacchi, assettò 

prime due dita dell'altra sollevò ì baffi, poi si lisciò la barba, 

colla palma, ripigliò: poco mancò 

be vette, e riprese: e oggi, amici cari, ci mancò poco, che non 

fosse una giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi 

ch'io sia contarvene; già aveva 

vero d'esser qui a chiacchierar con -voi altri; perchè avevo già 

banda 

messo da parte ogni pensiero di viaggio, per restare a guardar* la 
mia povera bottega. » 

V egli ? > 

€ Che dia-volo c'era? » disse uno degli ascoltanti. 

Che v'era? 

« Proprio il diaTolo; sentirete. » E trinciando la 

vivanda dinanzi, 

pietanza che gli era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò 

la sua narrazione. La brigata, in piedi, a dritta e a sinistra del desco, gli fa- 
ll SUO racconto. I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo sta- 
ceva uditorio le bocche aperte; 

vano a sentire, con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che 

dava mente che nessun altro, 

paresse suo fatto, stava attento, forse più di tutti, masticando 

pian plano 

adagio adagio gli ultimi suoi bocconi. 

quel birbi 

« Stamattina dunque que' birboni che ieri avevano fatto quel chiasso 

al convenuti; v' iutelllgenae: 

orrendo, si trovarono a' posti convenuti (già c'era on' intelligenza: 

misero Insieme; 

tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella 



312 I PROMESSI SPOSI 

via via, gridando, far popolo. 

storia dì girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente, 

ch'egli scopa, riverenza. 

Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la 

della spazzatura innanzi. 

casa; il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando 

popolo 

parve loro d'esser gente abbastanza, s'avviarono verso la casa del 

bastasse dello 

signor vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie 

ad quel carattere! 

che gli hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che bir- 
boni! E la roba che dicevan" contro di lui! Tutte invenzioni: un si- 

ed sua cosa, 

gnor dabbene, puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e 

panni famiglia. 

lo servo di panno per le livree della servitù. S'incamminaron" dunque 
verso quella casa: bisognava veder* che canaglia, che facce: figu- 
ratevi che son passati davanti alla mia bottega: facce che i 

giudei della Yia Crucis non ci son per nulla. E le cose che uscivan* 
da quelle bocche ! da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non 

colla 

tornava conto di farsi scorgere. Andavan" dunque con la buona in- 

levata 

tenzione di dare il sacco; ma.... » E qui, alzata in aria, e stesa la 
mano sinistra, si mise la punta del pollice alla punta del naso. 
«Ma? » dissero forse tutti gli ascoltatori. 

sbarrata la via di 

« Ma, » continuò il mercante, « trovaron" la strada chiusa con 

di 

travi e con carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di miche - 

cogli archibugi spianati, 

letti, con gli archibusi spianati per riceverli come sì meri* 

e i calci appoggiati ai mustacchi. questa ceritno- 

tavano. Quando videro questo bell'appu- 

nia .... Che cosa 

rato .... Cosa avreste fatto voi altri ? » 
< Tornare indietro. » 

po' 

€ Sicuro; e cosi fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio 
che li portava. Son lì sul Cordusio, vedon 1\ quel forno che, fin da 

che 

ieri, avevan" voluto saccheggiare; e cosa si faceva in quella bot- 

v' de' 

tega? si distribuiva il pane agli avventori; c'era de' cavalieri, e fior 

curare con buon ordine: e costoro. 

di cavalieri, a Invigilare che tutto andasse bene costoro 

«ofliavaior negli oreo- 

(avevano il diavolo addosso vi dico, e pò c'era chi gli aiz- 

cbi) a furia; 

zava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch'io: 



313 

in un batter d'occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, pa 

sacca, soB 

che, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sotto- 
sopra. » 
sopra. > 

« E i micheletti? » 

€ I micheletti avevan" la casa dèi vicario da guardare: non si può 

mica 

cantare, e portar la croce. Fu in un batter d'occhio, vi dico: 

V da godere portato vìa. 

piglia piglia ; tutto ciò che c'era buono a qualcosa, fu preso. E poi 

bell'avviamento strascinare in 

torna in campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla 

fare un falò. 

piazza, e di farne una fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a 

dite 

tirar fuori roba; quando uno più manigoldo degli altri, indovinate 

mise in campo. * 

un po' con cne bella proposta venne fuori. > 

« Che f » 

€ Con che cosa? » 

« Che? di dare il 

€ Di fare un mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al 

mucchio e alla casa insieme. Detto fatto . . . . > 
< v 
€ Ci han dato fuoco? » 

una inspirazione del 

« Aspettate. Un galantuomo del vicinato ebbe un'ispirazione dal 

io appese 

cielo. Corse su nelle stanze, cercò d'un Crocifisso, lo trovò, 1' attaccò 

tolse 

all'archetto d'una finestra, prese da capo d'un letto due candele be- 

collocò 

nedette, le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra del 

V' 

Crocifisso. La gente guarda in su. In un Milano, bisogna dirla, c'è 
ancora del timor di Dio ; tutti tornarono in sé. La più parte, voglio 

y bene dei avrebber 

dire; c'era bensì de' diavoli che, per rubare, avrebbero dato fuoco 
anche al paradiso; ma visto che la gente non era del loro parere, 

tersene giù, mo soprav- 

dovettero smettere, e star cheti. Indovinate ora chi arrivò all'im- 

venne. 

provviso. Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce al' 
zata, in abito corale; e monsignor magenta, arciprete, cominciò 
a predicare da una parte, e monsignor Setiala, penitenziere, da 

poi di qua e di la: gente; che 

vn' altra, e gli altri anche loro: ma, brava gente! ma cosa vo- 

fare ?, ai 

lete fare? ma è questo l'esemplo che date a' vostri figliuoli? ma 

avrete 11 pane a buon mercato; 

tornate a casa; ma non sapete che il pane ò a buon mercato. 



314 I PROMESSI SPOSI 

la meta è afQssa sa pel 

più di prima ? ma andate a vedere^ che e' è V avviso sulle cao- 

canti. » 

tonate. > 

< Era vero? > 

« Cornei se era vero t 

« Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in 

su 

cappa magna a dir delle fandonie? » 

che 

< E la gente cosa fece? > 

ne al canti; 

< A poco a poco se n'andarono; corsero alle cantonate; e, chi aa- 

Dlte po': il 

peva leggere, la c'era proprio la meta. Indovinate un poco: un pane 

d'un soldo, otto once di peso. > 

d'ott'once per un soldo. » 
« Che bazza! > 

< La vigna è bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno 
mandata a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per 
due mesi. > 

noi di 

« E per fuori di ]flilaao,non s'ò fatta nessuna legge buona? > 

« Quel che s'ò fatto per Milano, è tutto a spese della città. Non 

dirvi. 

SO che vi dire: per voi altri sarà quel che Dio vorrà. A buon conto, 

finiti; perchè, non vi 

i fracassi son finiti. Non v'ho detto tutto; ora viene il buono.» 

< Che altro? » 

« Cosa c'è ancora? » 

sono stati agguantati molti dei 

« C'ò che, ier sera o stamattina che sia, ne sono stati agguantati 

capi; si quattro 

molti; e subito s'ò saputo che i capi saranno impiccati. Appena co- 

correr 

minciò a spargersi questa voce, ognuno andava a casa per la più 

il numero cinque. 

corta, per non arrischiare d'esser* nel numero. Milano, quand' io 
ne sono uscito, pareva un convento di frati. » 

mo da vero ? > 

« Gì' impiccheranno poi davvero? » 

< Senza fallo, 

€ Eccome! e presto, > rispose il mercante. 

che chiese 

« E la gente cosa farà? » domandò ancora colui che aveva fatta 
l'altra domanda. 

sente 

€ La gente? anderà a vedere, » disse il mercante. « Avevan* tanta 
voglia di veder morire un cristiano all'aria aperta, che volevano, 

quel cambio 

birboni! far la festa al signor vicario di provvisione. In vece sua. 



CAPITOLO XVI. ^5 

ghiottoni, 

avranno quattro tristi, serviti con tutte le formalità, accompagnati 

dai dal morte: lo ha 

da' capuccini, e da* confratelli della buona morte; e gente che se V ò 

meritato. È una provvidenza, vedete; era una cosa necessaria. Co- 
vezzo 
minciavan" già a prender* il vizio d'entrar nelle botteghe, e di ser- 
virsi, senza metter mano alla borsa; se li lasciavan fare, dopo il 

sarebbe venuta la volta del 

pane sarebbero venuti al vino, e così di mano in mano.... Pen- 

dismettere ana usanza cosi comoda, di 

eate se coloro volevano smettere, di loro spontanea volontà, una 

loro spontanea volontà,. io 

usanza così comoda. E vi so dir che, per un galantuomo che ha 
bottega aperta, era un pensier* poco allegro. » 

< Sicuro, » < Sicuro, > 

« Davvero, > disse uno degli ascoltatori. < Davvero, > ripeteron* 

in coro. 

gli altri, a una voce. 

forbendosi mantlle, 

< E, > continuò il mercante, asciugandosi la barba col tovagliolo, 

di lunga mano : 

< Tera ordita da un pezzo: c'era una lega, sapete? > 

< C'era una lega? > 

fatte dal 

« C'era una lega. Tutte cabale ordite da'navarrini, da quel cardi- 

sapete, 

naie là di Francia, sapete clii soglio dire, che ha un certo nome 

nuova un 

mezzo turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far* qual- 

che dispetto alla corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qual- 

capisce 

che tiro a Milano ; perchè vede bene, il furbo, che qui sta la forza 
del re. » 

< Già. > 

« Volete vederne la 

i « Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran* 

volta più 

forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s'eran* mai 

dimenticava 

vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m'è stata data per 

Bicura. 

«erta. La giustizia aveva acchiappato uno in un'osteria.... » Renzo, 
il quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa 

fu colto da un brivido, die 

corda, si senti venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse 

ne 

pensare a contenersi. Nessuno però se n' avvide ; e il dicitore, 8enz9 

d'un istante 11 aveva proseguito: 

interrompere il filo del racconto, seguitò: cnno che non si sa 

bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, né 



3ia I PROMBSSI SPOSI 

dei 

che razza d'uomo si fosse; ma certo era uno de' capi. Già ieri, nel 
forte del baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di 

ciò, galanteria: 

questo, s'era messo a predicarcj e a proporre, così una galanteria, 

si Purfantonel 

che s'ammazzassero tutti i signori. Birbante ! Chi farebbe vìver* la 
povera gente, quando ì signori fossero ammazzati? La giustizia, che 

lo le si trovò un gran 

r aveva appostato, gli mise l' unghie addosso; gli trovarono un fa- 
prigione; 
scio dì lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, 

guardia forza, 

che facevan" la ronda intorno all'osteria, vennero in gran numero, e 
Kb liberarono, il manigoldo. » 

ohe avvenuto! > 

« E cosa n'è stato? » 

« Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente 

da per tutto trovano 

che non ha né casa né tetto, e trovan per tutto da alloggiare e 
da rintanarsi: però finché il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan 

se lo pensano meno; 

poi dentro quando meno se lo pensano; perchè, quando la pera è 
ch'ella 

matura, convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere 

▼1 
son" rimaste in mano della giustizia, e che c'è descritta tutta la ca- 
ne andrà Tal sia di 

baia; e si dice che n'anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; 

gettato aossopra 

che hanno messo a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far 

birbi. 

peggio. Dicono che i fornai son* birboni. Lo so anch'io; ma bisogna 
Impiccarli per via di giustizia. C'è del grano nascosto. Chi non lo 

di 

sa? Ma tocca a chi comanda a tener buone spie, e andarlo a dìsot- 

far ballar per aria gli ammassatori 

terrare, e mandare anche gì' incettatori a dar calci all' aria, in com- 

ntente, di 

pagnia de' fornai. E se chi comanda non fa nulla, tooca alla città a 
ricorrere; e se non danno retta alla prima, ricorrere ancora ; che a 

ti scele- 

forza dì ricorrere s'ottiene; e non metter su un'usanza cosi scelle- 
rata a furore nei far bottino. > 

rata d' entrar* nelle botteghe e ne' fondachi, a prender la roba 

« man salva. » 

tornato tossico. 

A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pa- 
reva miir anni d'esser fuori e lontano da quell'osteria, da quel paese; 
e più di dieci volte aveva detto a so stesso: andiamo, andiamo. Ma 



CAPITOLO XVI. 317 

non 

quella paura di dar sospetto, cresciuta allora oltremodo, e fatta 

lo altrettanto 

tiranna di tutti 1 suoi pensieri, l'aveva tenuto sempre inchiodato 

In sa la 

sulla panca. In quella perplessità, pensò che il ciarlone doveva poi 

finirla lui, seco stesso muoversi tosto che 

finire di parlar* di lui; e concluse tra sé, di moversi, appena sen- 

appiccato un 

tissd attaccare qualche altro discorso. 
< E per questo, » disse uno della brigata, « io che so come vanno 

nei vi 

queste faccende, e che ne' tumulti i galantuomini non ci stanno bene, 

quieto 

non mi son* lasciato vincere dalla curiosità, e son* rimasto a 

casa mia. » 

e E io, mi son mosso? » disse un altro. 

e lol > soggiunse un terzo: « se per caso mi fossi trovato in Mi- 
negozio, 
lano, avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato su- 

oasa. Agli; 

bito a casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i bac- 
cani non mi piacciono. » 

che anch' egli udire, 

A questo punto, l'oste, eh' era stato anche lui a sentire, andò verso 

altro capo del desco, che forestiere. 

l'altra cima della tavola, per vedere cosa faceva quel forestiero. 

il bello, ' a sé 

Renzo colse l'occasione, chiamò l'oste con un cenno, gli chiese il 

le fosser basse assai; 

conto, lo saldò senza tirare, quantunque 1' acque fossero molto basse; 

altro motto, in linea retta verso 1' di strada, 

e, senza far® altri discorsi, andò diritto all'uscio, passi 

guardò bene a non tornare dalla parte per la quale era venuto, a 

la soglia, e, a guida della Provvidenza, s' incamminò dalla parte op- 

Bi mise nella opposta, a guida della Previdenza. 

posta a quella per cui era venuto. 



CAPITOLO XVII. 



■oveot» aver oene 

Basta spesso una voglia, per non lasciar ben avere un uomo; pen- 
sate poi due alla volta, l'una in guerra coli' altra, 11 povero Renzo 

ne 

n'aveva, da molte ore, due tali in corpo, come sapete; la voglia di 
correre, e quella di star nascosto: e le sciagurate parole del mercante 

a disiDlsara 

gli avevano accresciuta oltremodo V una e V altra a un colpo. Dun- 

rumore, v'era impegno di 

que la sua avventura aveva fatto chiasso; dunque lo volevano a 

mettergli le mani addosso: 

qualunque patto ; chi sa quanti birri erano in campo per dar- 

vlgilare nei su 

gli la caccia! quali ordini erano stati spediti di frugar ne' paesi, nel- 
le Rifletteva due soli flualinente erano 

l'osterie, per le strade! Pensava bensì che finalmente 1 birri che lo 

1 birri che lo conoscessero, 

conoscevano, eran due soli, e che il nome non lo portava scritto in 

•alla a intese 

fronte; ma gli tornavano in mente certe storie che aveva sentite 

fugKiaschl vie strane, 

raccontare, di fuggitivi colti e scoperti per istrane combinazioni, 
riconosciuti all'andare, all'aria sospettosa, ad altri segnali impensati: 

al ch'egli 

tutto gli faceva ombra. Quantunque, nel momento che usciva di 

battessero i tocchi dell'aveniaria. 

Gorgonzola, scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano 

quei pure egli 

fnnanzi, diminuissero sempre più que' pericoli, ciò non ostante prese 

a malincuore di nel primo 

contro voglia la strada maestra, e si propose d'entrar* nella prima 

viottolo mostrasse tirar a cui 

Tiottola che gli paresse condur dalla parte dove gli premeva di ria- 



CAPITOLO XVII. 31» 

scire. Sul principio, incontrava qualche viandante ; ma, pieno la fan 

di ì 

tasia di quelle brutte apprensioni, non ebbe cuore d' abbordarne nes 

pigliar lingua. — 

suno, per informarsi della strada. — Ha detto sei miglia, colui 

pensava. — Se per tragetti e per viottoli, 

— pensava : — se andando fuor di strada, dovessero anche di 

le 

ventar otto o dieci, le gambe che hanno fatte V altre, faranno anche 

certamente, inverso 

queste. Verso Milano non vo di certo ; dunque vo verso TAdda. 

Andare, andare, tosto tardi, vi 

Cammina, cammina, o presto o tardi ci arriverò. L'Adda ha buoni 

sia la 

voce; e, quando le sarò vicino, non ho più bisogno di chi me l'inse- 

subito; 

gni. Se qualche barca e* è, da poter passare, passo subito, altrimenti 

a domattina, 

mi fermerò fino alla mattina, in un campo, sur una pianta, come le 
passere: meglio sur una pianta, che in prigione. — 

stradetta vi si cacciò. 

Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v'entrò. A< 

si sarebbe 

quell'ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte 

più fatto schivo di domandare ; vi s'udiva 

tante cerimonie per farsi insegnar la strada; ma non sentiva 

pedata d'uomo a guida della via, 

anima vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva; 

e pensava. 

— Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di 
Mtere, io ! I miei compagni che mi stavano a far la guardia ! Pagherei 

riscontrarmi muso muso, 

qualche cosa a trovarmi a viso a viso con quel mercante, di là dal- 

Adda, 

l'Adda (ah quando l'avrò passata quest' Adda benedetta!), e fermarlo» 

dove 

e domandargli con comodo dov'abbia pescate tutte quelle belle no- 
mo, il 
tizie. Sappiate ora, mio caro signore, che la cosa ò andata così e 

di 

così, e che il diavolo ch'io ho fatto, è stato d' aiutar* Ferrer, come 

mo quei 

«e fosse stato un mio fratello; sappiate che que' birboni che, a 

tratto 

sentir voi, erano i miei amici, perchè, in un certo momento, io dissi 

gioco; 

una parola da buon cristiano, mi vollero fare un brutto scherzo; sap- 
piate che, intanto che voi stavate a guardar* la vostra bottega, io 

coste 

mi faceva schiacciar* le costole, per salvare il vostro signor vicario 
di provvisione, che non l'ho mai né visto né conosciuto. Aspetta 

ch'io muova 

che mi mova un'altra volta, per aiutar signori... E vero che bisogna 



820 ' I PROMESSI SPOSI 

anch' essi. 

farlo per l'anima: son prossimo anche loro. E quel gran fascio di 
lettere, dove e' era tutta la cabala, e che adesso è in mano della giù- 

sicuro; che si ch'Io 

stizia, come voi sapete di certo; scommettiamo che ve lo fo com- 
parir® qui, senza l'aiuto del diavolo? Avreste curiosità di vederlo 

Signor si, 

quel fascio ? Eccolo qui .... Una lettera sola ? . . . Si signore, una let- 
tera sola; e questa lettera, se lo volete sapere, l'ha scritta un re- 
che sia, religioso, 
ligioso che vi può insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso 

che, senza farvi torto, vai più un pelo della sua barba che tutta la 

la vorrei dirgli, 

vostra; e è scritta, questa lettera, come vedete, a un 

anch' egli.... mo 

altro religioso, un uomo anche lui Vedete ora quali sono i fur- 

Oh, un po' mas- 

fanti miei amici. E imparate a parlare un'altra volta ; princi- 

sime 

palmento quando si tratta del prossimo. — 

consimili dleder luogo 

Ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono 
affatto : le circostanze presenti occupavan" tutte le facoltà, del povero 

Il sospetto dell' 

pellegrino. La paura d' essere inseguito o scoperto, che aveva tanto 

viaggio diurno, 

amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più fasti- 
più noioso d' assai! 

dio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre, 
la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una 

eguale, 

brezzolina sorda, uguale, sottile, che doveva far poco servizio a chi 

in dosso abiti 

8i trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che s'era messi per 

un tratto a nozze, tornar poi tosto casa, 

andare a nozze in quattro salti, e tornare subito trionfante a casa 

pochi passi discosto; 

«ua ; e, ciò che rendeva ogni cosa più grave, quel- 

cercando, come si dice, a naso, 
l'andare alla ventura, e, per dir cosi, al tasto, cercando un luogo di 

riposo e di sicurezza. 

cheto 

Quando s'abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio 

cneto; però guardando qualche porta fosse ancora aperta; 

adagio, guardando però se ci fosse ancora qualche uscio aperto; ma 

non vide mai altro segno di gente desta, che qualche lumicino tra- 
dì fìnestra. via 

sparente da qualche impannata. Nella strada fuor dell'abitato, 

a tanto, cogli levati, 

si soffermava ogni tanto; stava in orecchi, per veder sa 

sentisse 

sentiva quella benedetta voce dell'Adda; ma invano. Altre voci non 



CAPITOLO XVII. 321 

uggiolar 

«entiva, che un mugolio di cani, che veniva da qualche cascina iso- 

querulo a un tempo 

iata, vagando per l'aria, lamentevole insieme e minaccioso. Al suo 

r uggiolare cangiava 

avvicinarsi a qualcheduna di quelle, il mugolio si cambiava in u 

■ latrar concitato, iracondo: al dinanzi udiva, 

abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar davanti alla porta, sentiva 

combaciamento delle imposte, 

vedeva quasi, il bestione, col muso al fessolino della porta, rad 

li bus- 

doppiar gli urli: cosa che gli faceva andar via la tentazione di pie- 

sare fors* anche, se cani non vi fossero stati, 

<ìhiare, e di chieder ricovero. E forse, anche senza i cani, 

gliene avrebbe dato il cuore. egli: che 

non ci si sarebbe risolto. — Chi è là? — pensava: — cosa vo- 
lete a quest'ora? Come siete venuto quii Fatevi conoscere. Non 

albergare? quello che mi domanderanno, al meglio che 

Ve osterie da alloggiare? Ecco, andandomi bene, quel che mi 

possa andare, spauroso 

airanno, se picchio: quand'anche non ci dorma qualche pauroso 

Al subito 

^he, a buon conto, si metta a gridare : aiuto ! al ladro ! Bisogna aver 

aver qualche cosa netto che 

subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa ho da risponderà 

remore mente 

Ào ì Chi sente un rumore la notte, non gli viene in testa altro che 
ladri, malviventi, trappole : non si pensa mai che un galantuomo 

attorno 

possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in carrozza. 

riserbava 

— Allora serbava quel partito all'estrema necessità, e tirava innanzi 

pur colla 

«on la speranza di scoprire almeno l'Adda, se non passarla, in quella 

andare 

notte; e di non dover' andarne alla cerca, di giorno chiaro. 

Innanzi e innanzi; giunse colta 

Cammina, cammina ; arrivò dove la campagna coltivata moriva in 

landa 

una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, 

si 

almeno un certo qual argomento di fiume vicino, e s' inoltrò per quella, 

il la trascorreva. ristette 

seguendo un sentiero che l'attraversava. Fatti pochi passi, si fermò 

origliare; cammino 

ad ascoltare ; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accre< 
scinta dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più né un 
gelso, né una vite, né altri segni di coltura umana, che prima pareva 

Pure andò innanzi; 

quasi elle gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò 

e perchè 

avanti; e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe 

da cento storie udite, 

immagini, certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite 

egli 

raccontar da bambino, così, per discacciarle, o per 



323 I PROMESSI SPOSI 

acquetarle. e ripeteva preghiere pel 

acquietarle, recitava, camminando, dell'orazioni per i 

morti. 

pervenne fra di spini, prngnoli, 

A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, dì 

qaerciuoli. Procedendo tuttavia, affrettando, 

quercioli, di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando 

alacrità, fra 

il passo, con più impazienza che voglia, cominciò a veder tra le 

pur procedendo, a guida dello 

macchie qualche albero sparso ; e andando ancora, sempre per lo 
stesso sentiero, s'accorse d'entrare in un bosco. Provava un certo 

progredire; di mala inoltrò. 

ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; 

Più la mala voglia 

ma più elle s'inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli 

recava ^^ piante affisava di lontano, rendevano 

dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan 

aspetti strani, mirabili; gli splaceva 

figure Strane, deformi, mostruose; l' annoiava l'ombra delle cime leg- 
germente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là 

secche foglie, mosse e calpeste dalle 

dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o 

sue pedate, pel di 

moveva camminando, avea per il suo orecchio un non so che d'o- 
dioso. Le gambe provavano come una smania, un impulso di corsa, 

sembrava penassero 

e nello stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona. 

per la 

Sentiva la brezza notturna batter più rigida e maligna sulla ftonte 

per le gote, ... ± . . ■, 

e sulle gote; se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggnn- 

nell* ossa affralite 

zarle, e penetrar più acuta nelle ossa rotte dalla staiicbezza» 

e spegnervi quell'ultimo rimasuglio di vigore. A un certo punto 

quel rincrescimento, 

queir uggia, quell'orrore indefinito con cui 1 animo combatteva 

soverchiarlo subitamente. 

da qualche tempo, parve che a un tratto lo soverchiasse. Era per 
perdersi affatto ; ma atterrito, più che d'ogni altra cosa, del suo ter- 
rore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reg- 
gesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due piedi a delibe- 

tosto quivi via percorsa, 

rare; e risolveva d'uscir subito di lì per la strada già fatta, d'an- 

dritto . . ,. , /*■*.. 

dar diritto all'ultimo paese per cui era passato, di tornar tra gli 

cercar quivi Or mentre 

nomini, e di cercare un ricovero, anche all'osteria. E stando cosi 

stava, fruscio del 

fermo, sospeso il fruscio de' piedi nel fogliame, tutto tacendo 

un remore gli venne all'orecchio, mormor'O^ mor- 

d' intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorio, un mor- 



uAflTOLO XVII. 883 

■torlo acque correnti. Bada; s'accerta; 

morio d'acqua corrente. Sta in orecchi; n'è certo; esclama: < è 
l'Adda ! * Fu il ritrovamento d' un amico, d' un fratello, d'un salvatore. 
La stanchezza quasi scomparve, gli tornò il polso, senti il sangue 
scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia 

dei quella scurità 

de' pensieri, e svanire in gran parte quell'incertezza e gravità delle 

ad vie 

cose ; e non esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all'amico 

remore. 

rumore. 

OluDse breve alla ripa 

Arrivò in pochi momenti all'estremità del piano, sull'orlo d'una riva 

traguardando per 

profonda; e guardando in fsiù tra le macchie che tutta la rivesti- 

Incclcare al basso 1' acqua scorrevole. 

vano, vide l' acqua luccicare e correre. Alzando poi lo sguardo, 

scorse 

vide il vasto piano dell'altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, 

grande in 

e sur uno di quelli una gran macchia biancastra, che gli parvo 

di distinguere pendio 

dover essere una città, Bergamo sicuramente. Scese un po' sul pendio, 
e» separando e diramando, con io mani e con io braccia, il pru- 

snl 

naie, guardò giù, se qualche barchetta si movesse nel fiume, ascoltò 

udisse nn di intese 

86 sentisse batter de' remi; ma non vide nò sentì nulla. Se fosso 

qualche cosa allora allora 

Stato qualcosa di meno dell'Adda, Renzo scendeva subito, per 

egli con 

tentarne il guado; ma sapeva bene che l'Adda non era fiame 

far a sicurtà. 

da trattarsi cosi in confidenza. 

pose seco stesso pacatamente 

l'erciò si mise a consultar tra sé, molto a sangue freddo, sul par- 

qnlvi aspettando 

tito da prendere. Arrampicarsi sur una pianta, e star lì a aspettar 

ch'ella 

. l'aurora, per forse sei ore che poteva ancora indugiare, con quella 

in quell'abito, v* del bisogno 

brezza, con quella brina, vestito così, c'era più che non bisognasse 

assiderare. Par le volte per esercitarsi ìb 

per intirizzir davirero. Passeggiare innanzi e indietro, 

contra 

tutto quel tempo, oltre che sarebbe stato poco efficace aiuto contro 

egli troppo richiedere 

il rigore del sereno, era un richieder troppo da quelle povero 

sovvenne in buon 

gambe, che già avevano fatto più del loro dovere. Gli venne in 

punto dei landa incolta, un 

mente daver veduto, in uno de 'campi più vicini alla sodaglia, 

tateinotto. cosi i contadini della pianura milanese chiamano certe lor capannucce 

una di quelle capanne 

ramatene impastate e ristop- 

aoperte di paglia, costrutte di tronchi e di rtimi, intcnacati poi 



324 i PROMESSI SPOSI 

pale di loto, 

eoa la mota, dove i cootadim del milanese usan% Testate, de^ 

;ì1 ricolto, gaardarlo: 

posìtar* la raccolta, e ripararsi la notte a guardarla: nell'altre sta- 

abbandonati. Lo tosto 

gioni, rimangono abbandonate. La disegnò subito per suo albergo; si 

landa; giunto nal 

rimise sul sentiero, ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia; 

lavorato, rivide il cascinotto, e v'andò. Una impostacela tarlata scoa- 

e andò versola capanna. Un usciaccio intarlato e scon- 

nessa rabbattuta catenaccio, suU'usciuolo; la trasse 

nesso, era rabbattuto, senza chiave nò catenaccio; Renzo T apri, 

' entrò ; vide sospeso per aria, e sostenuto da ritorte di rami, un 

di hamac; un po' di 

graticcio, a foggia d' hamac; ma non si curò di salirvi. Vide in terra 

paglia sul terreno; quivi un sonno 

un po' di paglia; e pensò che, anche lì, una dormitina sarebbe ben 

saporito. 

saporita. 

sul giaciglio 

Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva 

apparecchiato, beneficio, 

preparato, vi s' inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e di tutta 

ne aveva avuta 

l'assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile giornata. 

orazioni consuete; terminatele, domandò 

Disse poi le sue solite divozioni; e per di più, chiese 

dell'averle intralasciate antecedente; 

perdono a Domeneddio di non averle dette la sera avanti; anzi, 

coni' egli disse, 

per dir le sue parole, d''e8ser* andato a dormire come un cane, • 

sé, 

peggio. — E per questo, — soggiutfse poi tra sé; appoggiando le 

sullo stramazzo, e di ginocchioni 

mani sulla paglia, e d' inginoccbioni mettendosi a giacere : — per 

alia mattina, m'è toccata poi 

<[uesto, m'ò toccata, la mattina, quella bella svegliata. — Raccolse 

sopravanzava assettò in dosso, 

poi tutta la paglia che rimaneva all' intorno, e se l'accomodò addosso, 

coltre 

facendosene, alla meglio, una specie di coperta, per temperare il freddo, 

entro 

che anche là dentro si faceva sentir molto bene; e vi si rannicchiò 

colla fiare buon di 

£otto, con l'intenzione di dormire un bel sonno, parendogli d' averi ;i 

comperato in quella giornata 

comprato anche più caro del dovere. 

chiuso occhio. 

Ma appena ebbe chiusi gli occhi, cominciò nella sua memoria o 

indicare) 

nella sua fantasia (il luogo preciso non ve lo saprei dire), cominciò, 
dico, un andare e venire di gente, cosi affollato, cosi incessante, che 

«li fece andar lontano l'idea del 

addio sonno. Il mercante, il notaio, i birri, lo 

spadaio, l'oste, Ferrer, il vicario, la brigata dell'osteria, tutta quella 

vie, e di tanti, nes- 

turba delle strade, poi don Abbondio, poi don Rodriifo: tutta gente 

anno che non portasse rimembranze di sventure, o di rancore. 

con cui Renzo aveva che dire. 



CAIlToLO XVll. 385 

venivano Innanzi scevre d' o- 

Tre sole immagini gli si presentavano non accompagnate da al- 

pni amaro ricordo, monde 

cuna memoria amara, nette d'ogni sospetto, amabili in tutto; e due 

dissimili collegate 

principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate ^nel 

giovane: la con- 

euore del giovine: una treccia nera e una barba bianca. Ma anciie 

.dazione che pur sovra 

la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero,, 

pura Rappresentandosi il egL' 

era tutt' altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate, 
sentiva più vivamente la vergogna delle proprie scappate, della 

conto tenuto dei 

turpe intemperanza, del bel caso che aweva fatto de' paterni con- 
sigli di lui; e contemplando l'immagine di Lucia! non ci proveremo 

ch'egli 

t dire ciò che sentisse: il lettore conosce le circostanze; se lo figuri. 

non la dimenticava già egli, quella 

E quella povera Agnese, come l'avrebbe potuta dimenticare? Quell'A- 
io pure lo 
^nese, che l' aveva scelto, che 1' aveva già considerato come 

colla "* figliuola, 

una cosa sola con la sua unica figlia, e prima di ricever* da lui il 

ne assunto 

titolo di madre, n'aveva preso il linguaggio e il cuore, e dimostrata 

colle opere sollecitudine. pii- 

co' fatti la premura. Ma era un doloie di più, e non il meno pun- 

gnente, 

gente, quel pensiero, che, in grazia appunto di cosi amorevoli inten- 

tanta benevolenza, 

/ioni, di tanto bene che voleva a luì, la povera donna si 

trovava ora snidata, quasi raminga, incerta dell' avvenire, e racco- 
glieva guai e travagli da quelle cose appunto da cui aveva sperato 
il riposo e la giocondità degli ultimi suoi anni. Che notte, povero 
Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle sue nozze ! Che stanza! 

giorno! giugnere 

Che letto matrimoniale ! E dopo qual giornata ! E per arrivare a 
qual domani, a qual serie di giorni ! — Quel che Dio vuole, — rispon- 

egli più imperversavano: — 

deva ai pensieri che gli davan più noia: — quel che Dio vuole. 

Egli quello penitenza 

Lui sa quel che fa : e' è anche per noi. Vada tutto in isconto de'miei 

Domeneddio non la vorrà poi far 

peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire 

un pezzo, un pezzo, un pezzo! — 

appiccar di- 

Tra questi pensieri, e disperando ormai d'attaccar sonno, e fa- 

▼enendogli brivido ognor più noioso, tal che a quando a quando gli con- 

cendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch'era costretto ogni 

veniva tremare e battere i denti senza volerlo, T avvicinar 

tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del giorno 



828 I PROMESSI SPOSI 

e misurava con impazienza il lento scorrer* dell'ore. Dico misnraya, 

udiva 

perchè, ogni mezz'ora, sentiva in quel vasto silenzio, rimbombare 
i tocchi d'un orologio: m'immagino che dovesse esser* quello di 

quello scocco gli venne all'orecchio, 

Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco, così 
inaspettato, senza che potesse awere alcuna idea del luogo 

potesse partire, portò nelTanimo non so che di misterioso e di solenne, il 

donde venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come 

««nso «nasi 

d'un avvertimento che venisse da persona non vista, 

una voce sconosciuta. 

colpi , eh« 
Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch'era 

alla levata, si levò pose 

l'ora disegnata da Renzo per levarsi, s' alzò mezzo intirizzito, si mise 

recitò, sae orazioni del 

inginocchioni, disse, e con più fervore del solito, le divozioni della 

mattino, in piede, si prostese, stirando le gambe e te braccie, dimenò 

mattina, si rizzò» si stirò in lungo e in largo, scosse la 

vita e le spalle, come per mettere insieme tutte le membra, che 

far nell'una. 

Ognuno pareva che facesse da sé, soffiò in una mano, poi nell'ai- 

mano, fregò, aperse del cascinotto; 

tra, se le stropicciò, apri l'uscio della capanna; e, per la prima 

una girata d'occhi all' intorno, nessuno vi 

cosa, diede un'occhiata in qua e in là, per weder se c'era nes> 

fosse. Nessuno v'essendo, si volse a cercar coli' che aveva 

suno. E non vedendo nessuno, cercò con l' occhio il sentiero 

percorso la antecedente; tosto, più chiaro e piA distinto 4*1- 

della sera avanti; lo riconobbe subito, 

l'Immagine che glien'era rimasta; e si mise 

e prese per quello. 

annunziava 

Il cielo prometteva una bella giornata; la luna, in un canto, pai* 
lida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d'un bigio 
ceruleo, che, giù giù verso l'oriente, s'andava sfumando leggermente in 

rosato. presso 1' 

un giallo roseo. Più giù, all' orizzonte, si stendevano, a lunghe 

più tosto azzurre che brune, 

falde ineguali, poche nuvole, tra l' azzurro e il bruno, le più basse 

ad ora ad ora 

orlate al di sotto d'una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano 
si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte 

cosi dire, si 

insieme, leggieri e soffici, per dir così, s' andavan lumeggiando di 

quando 

mille colori senza nome : quel cielo di Lombardia, così bello quand' ò 

quivi trovato per 

bello, COSÌ splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì an- 

suo divertimento, 

dando a spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell'ai- 



CAPITOLO XVII. 827 

che uso nel 

beggiare così diverso da quello ch'era solito vedere ne' suoi monti, 

guardava terra, ne andava ratto, si per acquistar 

ma badava alla sua strada, e camminava a passi lunghi, per ri- 

caldo, s\ glugner lo snopeto, 

«caldarsi, e per arrivar presto. Passa i campi, passa la sodaglia, 

macchie ; la boscaglia, guardando intorno, e ri- 

passa le macchie, attraversa il bosco, guardando in qua e in là, e 

pensando con una specie di compatimento al raccapriccio 

rìdendo e vergognandosi nello stesso tempo, del ribrezzo che vi aveva 

perviene al ripa, traguarda 

provato poche ore prima; è sul ciglio della riva, guarda giù; 

tra le fratte len- 

e, di tra i rami, vede una barchetta di pescatore, che veniva ada- 

tameiite a ritroso della corrente, tosto 

gio, contr' acqua, radendo quella sponda. Scende subito per 

la più corta, tra i pruni; è sulla riva; dà una voce leggiera leggiera 

colla parer chiedergli servi- 

ai pescatore ; e» con T intenzione di far come se chiedesse un servi- 
gio con un tal modo 

zio di poca importanza, ma, senza avvedersene, in una maniera 
mezzo supplichevole, gli accenna che approdi. Il pescatore gira uno 

pel lungo della guata dinanzi 

Sguardo lungo la riva, guarda attentamente lungo l'acqua 

volge guatare 

che viene, si volta a guardare indietro, lungo l'acqua che va, e poi 

incontro a ulti- 

dirizza la prora verso Renzo, e approda. Renzo che stava sull'orlo 

mo labbro 

della riva, quasi con un piede nell'acqua, afferra la punta 

della prora. e nel battello. <c In cortesia, però col pagamento, >» dice egli, 

del battello, ci salta dentro, e dice: < mi fareste il servizio, col 

« vorrei passare un momento dall'altra parte. » lo 

pagare, di tragittarmi di là?» Il pescatore l'aveva indovinato, 

volgeva la prora a quella volta. scorto 

e già voltava da quella parte. Renzo, vedendo sul fondo della 

lo 

barca un altro remo, si china, e l'afferra. 

« Plano, plano, al 

« Adagio, adagio, » disse il padrone; ma nel veder poi con che< 

giovane dato di piglio allo stromento, 

garbo il giovine aveva preso lo strumento, e si disponeva a ma-« 

soggiunse : 

neggiarlo, « ah, ah, > riprese: « siete del mestiere. > 

pochettino, vi die dentro 

< Un pochino, > rispose Renzo, e ci si mise con un vigore e con 

sbracciandosi tuttavia, sospingeva 

una maestria, più che da dilettante. E senza mai rallentare, dava 

tratto tratto si 

Ogni tanto un' occhiata ombrosa alla riva da cui s' allontanavano, e 

ansiosa dove crucciava do- 

poi una impaziente a quella dov'eran" rivolti, e si coceva di non 

vervi lunga; era ivi 

poterci andar* per la più corta; che la corrente era, in quel luogo, 
troppo rapida, per tagliarla direttamente ; e la barca, parte rom- 
pendo, parte secondando il filo dell'acqua, doveva fare un tragitto 



328 I PROMESSI SPOSI 

tutf le faccende scure e ingarbugliat» 

diagonale. Come accade in tutti gli affari un po' imbrogliati, 

nella esecuzione, 

che le difficoltà alla prima si presentino all'ingrosso, e nell' eseguire 

dieno in or 

poi, vengan fuori per minuto, Renzo, ora che l'Adda era, si può dir,^ 

valicata, sentiva molta inquietudine del quivi ella 

passata, gli dava fastidio il non saper di certo se li essa fosse 

di stato, un altro gliene rima- 

conflne, o se, superato queir ostacolo, gliene rimanesse un 

npsse fatto rivolgere a sé con una voce 

altro da superare. Onde, chiamato il pescatore, e 

a raffigurata 

accennando col capo quella macchia biancastra che aveva veduta 

antecedente, « è egli Ber- 

la notte avanti, e che allora gli appariva ben più distinta, disse : « à^ 

iamo, » disse, « quel 

Bergamo, quel paese? » 
« La città di Bergamo, > rispose il pescatore. 
« Vj quella riva lì, è bergamasca? > 
« Terra dì san Marco. > 
« Viva san Marco! » esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla. 

getta; 

Toccano finalmente quella riva; Renzo vi si slancia; ringrazia Dio 

in cuore, colla barcaiuolo; cava 

tra sé, e poi con la bocca il barcaiolo; mette le mani in tasca, tira 

picciolo 

fuori una berlinga, che, attese le circostanze, non fu un piccolo 
gproprio, e la porge al galantuomo; il quale, data ancora una oc- 
chiata alla riva milanese, e al fiume di sopra e di sotto, stese la 

pigliò il dono, io soprappiù 

mano, prese la mancia, la ripose, poi strinse le labbra, e per di più 

Ti l'indice con una gran signiflcazione di tutta 

ci mise il dito in croce, accompagnando quel gesto con un'occhiata 

la cera; se ne tornò. 

espressiva; e disse poi: « buon viaggio, » e tornò indietro. 

Perchè la così pronta e discreta cortesia di costui verso uno sco- 

troppa maraviglia al 

flosciuto non faccia troppo maravigliare il lettore, dobbiamo infor- 

richiesto sovente servigio fro- 

marlo che quell'uomo, pregato spesso d'un slmile servizio da con- 
datori prestarlo, 
trabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amoro 

ed 

del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per 

dei prestava, 

non farsi de' nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che 

assicurarsi di esser veduto da da da 

potesse esser sicuro che non lo vedessero né gabellieri, né birri, né 

gran fatto meglio 

esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi^ 

loddisfare a quella alla quale s'acconci& 

cercava di soddisfarli tutti, con quel^' imparzialità, che ^ la dote or» 



CAPITOLO XVII. i29 

per lo più 

dinaria di chi è obbligato a trattar con cert' uni, e soggetto a "en- 

certi 

der conto a cert' altri. 

qualche istante 

Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riv 
opposta, quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi 
— Ah! ne son proprio fuori! — fu il suo primo pensiero. — Sta li, 

inaladetto 

maledetto paese, — fu il secondo, l'addio alla patria. Ma il terzo 

egli V Inorocicchiò 

corse a chi lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia 

chinò 

sul petto, mise un sospiro, abbassò gli occhi sull'acqua che gli scor- 

appiedi, pensò: dei 

re va a' piedi, e pensò — è passata sotto il ponte! — Così, all'uso del 

suoi paesani, egli 

SUO paese, chiamava, per antonomasia, quello di Lecco. — • Ah 

infame ! 

mondo birbone! Basta; quel che Dio vuole. — 

Volse quei si avviò, 

Voltò le spalle a que' tristi oggetti, e s'incamminò, prendendo per 

pendio 

punto di mira la macchia biancastra sul pendio del monte, finché 

da cui più certamente il cammino. 

trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bi- 

ai senza 

sognava vedere con che disinvoltura s'accostava a' viandanti, e, 

tante esitazioni, inviluppi di parole, proferiva il nome del • 

senza tanti rigiri, nominava il paese dove 

cugino, per chiederne Ja strada. che gliela indicò egli 

abitava quel suo cugino. Dal primo a cui si rivolse, 

intese di viaggio. 

seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare. 

delle cure 

Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de' guai che Renzo por- 

ad contristato 

tava con sé, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da og- 

pei ritroverebbe 

getti dolorosi, da' quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese 
in cui s'inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta 

via nei vedeva spesseggiar men- 

la strada, e più ancora nelle terre e ne' borghi, incontrava a ogni 

dichl, mendichi i più per circostanza e non per che 

passo poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan® la mi- 

volto nell' abito: 

seria più nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, 

ronzio supplicazioni querele 

famiglie intere; e un misto ronzio di preghiere, di lamenti e di va- 

Questa pietà dolorosa che destava nel suo cuore, 

giti. Quella vista, oltre la compassione e la ma- 

dei 
linconia, lo metteva anche in pensiero de' casi suoi. 

— Chi sa, — andava meditando, — se trovo da far bene? se c'è 

Uyoro, come negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, è 



830 I PROMESSI SPOSI 

mi 

un bdon figliuolo, ha fatto danari, m'ha invitato tante volte; non 

"*' » • 

m'?,bbandonerà. E poi, la Prowvidenza m'ha aiutato finora; m aiu- 
terà anche per l'avvenire. — 
Intanto l'appetito, risvegliato già da qualche tempo, andava cre- 

in ragione del cammioo; 

scendo di miglio in miglio; e quantunque Renzo, quando cominciò a 

porvi mente sul serio, gran disagio fino al 

dargli retta, sentisse di poter reggere, senza grand' incomodo, 

termine, che non era ormai discosto più che due miglia, pure fece riflessione 

per quelle due o tre che gli potevan rimanere ; pensò, da un'altra parte, 

istarebbe bene l' andare innanzi 

che non sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino, come un 

saluto: . , 

pitocco, e dirgli, per primo complimento : dammi da mangiare. St 

cavò scorrer col dito palma, 

levò di tasca tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano, 

raccolse il conto. 

tirò la somma. Non era un conto che richiedesse una grande arit- 

V' un pastetto. 

metica; ma però c'era abbondantemente da fare una mangiatina. 

rifocillarsi; 

Entrò in un'osteria a ristorarsi lo stomaco ; e in fatti, pagato che 
ebbe, gli rimase ancor qualche soldo. 

Air presso giacenti nella via, vl^da- 

Neir uscire, vide, accanto alla porta, che quasi vin- 

Ta dentro col piede, se non avesse posto mente, 

ciampava, sdraiate in terra, più 

fresca 

«he sedute, due donne, una attempata, un'altra più giovine, con 

bambinello 

un bambino, che, dopo aver succhiata invano l'una e l'altra mam- 

traeva guai; in piede presso 

mella^iangeva, piangeva; tutti del color* della morte: e ritto, vicino 

a cui nel volto 

a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si potevano an- 

scorgere 

cora vedere i segni d'un'antica robustezza, domata e quasi spenta 

Tutti 

dal lungo disagio. Tutt' e tre stesero la mano verso colui che usciva 

eoi piò coir ringagliardito: 

con passo franco, e con l'aspetto rianimato: nessuno parlò; che po- 
teva dir di più una preghiera ? 

in fretta 

< La c'è la Provvidenza! > disse Renzo; e, cacciata subito la mano 

spazzò quei soldi, pose vide 

in tasca, la votò di que' pochi soldi; li mise nella mano ch« si trovò 

via. 

|iù vicina, e riprese la sua strada. 
La refezione e l'opera buona (giacché slam composti d'anima e di 

rlmbalditl 

corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo, 
dall'essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di 



CAPITOLO XVII. 831 

confidenza per l'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne 

quel tapini 

dieci volte tanti. Perchè, se a sostenere in quel giorno que' poverini 

venivano meno in via 

che mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuti in serbo 

fuggiasco, lontano da casa sua. 

proprio gli ultimi quattrini d'un estraneo, fuggitivo, 

anch' egli come pensare ch'ella 

Incerto anche lui del come vivrebbe ; chi poteva credere che volesse 

asciar poi 

"oi lasciare in secco colui del quale s'era servita a ciò, e a cui aveva 

, .... , abbando- 

aato un sentimento cosi vivo di sé stessa, così efficace, così riso- 

cevole ? sottosopra giovane 

luto? Questo era, a un di presso, il pensiero del giovine; però men 

ritrarre in parole. re- 

chiaro ancora di quello eh io l'abbia saputo esprimere. Nel ri- 
stante del cammino, ritornando colla mente sopra le circostanze e i contingenti che gli 

manente della strada, ripensando a' casi suoi, 

•ran paruti più scuri e più impacciati, agevolava, il caro e la miseria 

tutto gli si spianava. La carestia do 

avevan da 

veva poi finire: tutti gli anni si miete: intanto aveva il cugino 

per aiuto di costa aveva in casa una poca scorta di 

Bortolo e la propria abilità : aveva, per di più, a casa un po' di da- 

danari, tosto mandare. quelli vivreb- 

naro, che si farebbe mandar subito. Con quello, alla peggio, campe- 

be di di, sparagnando, fino al buon tempo. 

rebbcj giorno per giorno, flnciiè tornasse l'abbondanza. — Ecco poi 

tornato il buon tempo, 

tornata finalmente 1' abbondanz3,, — proseguiva Renzo nella sua fan- 
dei 
tasia: — rinasce la furia de' lavori: i padroni fanno a gara per aver* 

degli operai milanesi, che son quelli che sanno bene il mestiere; gli 

paga- 
operai milanesi alzan la cresta; chi vuol gente abile, bisogna che la 

>«; vivere, fare uu po' di 

paghi ; si guadagna da vivere per più d' uno, e da metter qualcosa 

risparmio; si mette all'ordine una casetta 

da parte ; e si fa scrivere alle donne che ven- 

egli quella 

gano E poi, perchè aspettar tanto ? Non è vero che, con quel 

poca scorta avremmo vissuto di 

poco che abbiamo in serbo, si sarebbe campati là, anche quest'in- 

vivrerao di qua. Dei da 

remo? Così camperemo qui. De' curati ce n'è per tutto. Vengono 

fa 

quelle due care donne : si mette su casa. Che piacere, andar passeg- 
giando su questa stessa strada tutti insieme! andar fino all'Adda in 

fare un pranzetto mostrare 

baroccio, e far merenda sulla riva, proprio sulla riva, e far vedere 

lo spinalo per 

alle donne il luogo dove mi sono imbarcato, il prunaio da cui sono 

venuto giù, v» 

sceso, quel posto dove sono stato a guardare se c'era un bat- 
tello. — 



S32 I PHOMESSI SPOSI 

Giunge all' porTl 

Arriva al paese del cugino ; nell' entrare, anzi prima di mettervi 

lunghe finestre le une 

piede, distingue una casa alta alta, a più ordini di finestre lunglie. 

sovrapposte all'altre, con di mezzo nn più picciolo spazio che non si rictiiegga ad una di 

lunghe; 

visione di pi»ni ; chiede fra 

riconosce un filatoio, emtra, domanda ad alta voce, tra 

romore ruote, abiti quivi 

U rumore dell'acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo 
Bortolo Castagneri. 

< Il signor Bortolo! Eccolo là. » 

— Il signori corre a 

— Signore ? buon segno, — pensa Renzo ; vede il cugino, gli corre 

lui. Quegli volge, giovane 

incontro. Quello si volta, riconosce il giovine, che gli dice : « son 

qui, 10. » Oh levar gittarsele 

qui. » Un oh ! di sorpresa, un alzar di braccia, un gettarsele al collo 
scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il no- 

giovane lungi dei 

stro giovine lontano dallo strepito degli ordigni, e dagli occhi de' cu- 
riosi, in un'altra stanza, e gli dice: < ti vedo volentieri; ma sei un 

Ti aveva mai non volesti 

benedetto figliuolo. T'avevo invitato tante volte; non sei mai voluto 

impa.cciato. > 

venire; ora arrivi in un momento un po' critico. > 

« Come vuoi eh' io la dica, 

€ Se te lo devo dire, non sono venuto via di mìa volontà, » disse 
Renzo ; e, con la più gran brevità, non però senza molta commozione, 
gli l'accontò la dolorosa storia. 

« Gli è paio 

« E un altro par di maniche, » disse Bortolo. « Oh povero Renzo ! 

ti 

Ma tu hai fatto capitale di me ; e io non t' abbandonerò. Veramente, 
ora non c'è ricerca d'operai; anzi appena appena ognuno tiene i 
suoi, per non perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuol 

scorta ne ha. lo 

bene, e ha della roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza 

egli ed 

vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo la- 
vorante, sai? e poi, a dirtela; sono il factotum. Povera Lucia Mon- 

la da 

della! Me ne ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sem- 
pre la più composta in chiesa; e quando si passava da quella sua 

casetta.... La vedo ancora casetta 

casuccia .... Mi par di vederla, quella casuccia, appena fuor' dei 

sormontava 

paese, con un bel fico che passava il muro .... » 

< No no; non ne pui'liamo. > 



CAPITOLO XVII. 833 

< vofjlio casetta 

« Volevo dire che, quando si passava ^a quella casuccia, sempre 

andava, che andava, che andava. 

6i sentiva quell'aspo, che girava, girava, girava. E quel don Ro- 

su 

drigo! già, anche al mio tempo, era per quella strada; ma ora fa il 

veggio; 

diavolo affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul 

io diceva 

collo. Dunque, come ti dicevo, anche qui si patisce un po' la fame... 

a 

A proposito, come stai d'appetito? » 

in 

, < Ho mangiato poco fa, per viaggio. » 
« E a danari, come stiamo ? > 

l'una delle palme, e l'appressò 

Renzo stese una mano, l' avvicinò alla bocca, e vi fece scorrer so- 

picciol 

pra un piccol soffio- 

< Non fa nulla, ne sta di buon animo, 

« Non importa, > disse Bortolo: « n'ho io; e non ci pensare, che 

mutandosi 

presto presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai, e 

uè avanzerai 

te n' avanzerà anche per te. » 

< Ho un po' di scorta 

« Ho qualcosina a casa; e me li farò mandare. > 

< Va bene; e intanto fa conto di me. Dio m'ha dato del bene, per- 

ai ed 

che faccia del bene; e se non ne fo a' parenti e agli amici, a chi 

né farò! > 

< L' ho detto io della Provvidenza ! » esclamò Renzo, stringendo af- 
fettuosamente la mano al buon cugino. 

ripigliò questi, 

€ Dunque, » riprese questo, « in Milano hanno fatto tutto quel 

ne 

chiasso. Mi paiono un po' matti coloro. Già, n' era corsa la voce an- 

per minuto. 

che qui; ma voglio che tu mi racconti poi la cosa più minutamente. 

Eh, ne 

Eh ! n' abbiamo delle cose da discorrere. Qui però, vedi, la va più 
quietamente, e si fanno le cose con un po' più di giudizio. La città ha 

comperate due mila frumento 

comprate duemila some di grano da un mercante che sta a Venezia : 

frumento viene dalla non la 

grano che vien di Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non 

pel Vedi mo che 

ei guarda tanto per il sottile. Ora senti un po' cosa nasce: nasce 

per 
che i rettori di Verona e di Brescia chiudono i passi, e dicono: 

frumento. 

di qui non passa grano. Che ti fanno i bergamaschi ? SpedisconL 

un uomo che sa parlare. L'uomo ,è 

A Venezia Fiorenzo Torre, un dottore, ma di quelli ! È partito 



114 I PROMESSI SPOSI 

detto, cosa era questa min- 

ili fretta, s'è presentato al doge, e ha detto: che idea è venuta a que'ii- 

chioneiia? 

gnori rettori? Ma un discorso! un discorso, dicono, da dare alle stampe. 

Che è avere 

Cosa vuol dire avere un uomo che sappia parlare! Subito un ordine 

frumento; 

che si lasci passare il grano; e i rettori, non solo lasciarlo pas- 
si 
sare, ma bisogna che lo facciano scortare ; ed è in viaggio. E s' è 

pensato anche al contado. GioTanbatista Bìa^a, nunzio di 

Un altro brav' uomo ca- 

Bercamo in l^enezia (un uomo anche quello !) ha fatto inten- 

pire la gente qui di fuori aveva 

iere al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il se- 
nato ha concesso quattro mila stala di miglio. Anche questo aiuta a 

ho io a dirtela? 

far pane. E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo 

Domeneddio 

del companatico. 11 Signore m'ha dato del bene, come ti dico. Ora 

volte; 

ti condurrò dal mio padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti 

cera. 

far& buona accoglienza. Un buon bergamascone all'antica, un uomo 

ti saprà 

di cuor largo. Veramente, ora non t' aspettava; ma quando sentirà 

degli tenerne 

la storia.... E poi gli operai sa tenerli di conto, perchè la carestia 

ch'io t' avvisi 

passa, e il negozio dura. Ma prima di tutto, bisogna che t'avverta 
d'una cosa. Sai come ci chiamano in questo paese, noi altri dello 
•tato di Milano! > 

€ (Tome ci chiamano? » 

€ Ci chiaman** baggiani. » 

mica 

« Non è un bel nome. > 

< Tanto fa: su quel di Milano, sa quel di Bergams 

< Tanfo: chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, 

. torsolo 

isogna prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del bag- 
<;iano a an milanese, è come dar dell' illustrissimo a un cavaliere. » 

< Lo diranno, m' immagino, a chi se lo vorrà lasciar dire. » 

< Piglluol 

e Figliuolo mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a 

che tu possa E' si vorrebbe 

tatto pasto, non far conto di poter viver qui. Bisognerebbe esser 

alla per un supposto, ne 

tempre col coltello in mano: e quando, supponiamo, tu n'avessi am- 

quattro; quegli 

mazzati due, tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te: 

tribunale 

e allora, che bel gusto di comparire al tribunal di Dio, con tre o quat^ 

omlcidii addo-sso I » 

tro omicidi sul!' animai > 



CAPITOLO XVH. 335 

« E un milanese che abbia un po' di . ...» e qui picchiò la fronte 
col dito, come aveva fatto nell'osteria della luna piena, « Voglio dire, 

faccia 

uno che sappia bene il suo mestiere? » 

anch' egli. tu 

« Tutt'uno: qui è un baggiano anche lui. Sai come dice il mio pa- 
co! 
drone, quando parla di me co' suoi amici? — Quel baggiano è 8tat« 

del cielo pel 

la man di Dio, per il mio negozio ; se non avessi quel baggiano, sarei 

impacciato. 

ben impicciato. — L'è usanza cosi. » 

a veder quel noi fare; 

« L*ò un'usanza sciocca. E vedendo quello che sappiam fare 
(che finalmente chi ha portata qui quest'arte, e chi la fa andare, 

noi; Siene 

siamo noi), possibile che non si sian corretti ? » 
« Finora no: col tempo può essere; i ragazzi che vengon* su; ma 

vezzo, 

gli uomini fatti, non c'è rimedio; hanno preso quel vizio; non lo 

mutano Che . „ , . » ^^''^ 5*'*' , ,, ,, 

smetton più. Cos'è poi finalmente? Era ben un'altra cosa quelle 
galanterie che t'hanno fatte, e il di più che ti volevan* fare i nostri 
cari compatriotti. » 

« Già, è vero: se non c'è altro di male .... » 

« Ora che sei persuaso di questo, tutto andorà bene. Vieni da 

padrone; 

padrone, e coraggio. » 

Tutto in fatti andò bene, e tanto a seconda delle promesse di Bor- 
tolo, che crediamo inutile di farne particolar relazione. E fu vera- 

la scorta 

mente provvidenza; perchè la roba e i quattrini che Renzo aveva 

lasciato farvi su fondamento. 

lasciati in casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento. 



CAPITOLO XVIII. 



di, giugno UDO straordinario 

Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso a. 

Big. 

signor podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capi- 
tano di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più 

giovane 

opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato 
Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze praedicti 
egregii domini capitanei^ sia tornato, palam vel clam, al suo paese, 
ignotum quale per l'appunto, verum in territorio Leuci : quod si coni' 
pertum fuerit sic esse, cerchi il detto signor podestà, quanta maosima 

di proposito, 

diligentia fieri poterit, d'averlo nelle mani; e, legato a dovere, vi- 

la dei 

delizet con buone manette, attesa l' esperimentata insufficienza de' ma* 

pel 

nichini per il nominato soggetto, lo faccia condurre nelle carceri, e 

quivi lo ritenga 

lo ritenga lì, sotto buona custodia, per farne consegna a chi sarà 

pigliarlo; 

«pedito a prenderlo; e tanto nel caso del sì, come nel caso del no, 
accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta débita 
diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et informa- 
tiones de illius prava qualitate, vita, et compliciMis sumatis; e di tutto 
il detto e il fatto, il trovato e il non trovato, il preso e il lasciato, 

cer- 

diligenier reftratis. Il signor podestà, dopo essersi umanamente cer- 



CAPITOLO XVIIl. 887 

«lorato, venire a Bè 

ziorato che il soggetto non era tornato in paese, fa chiamare il con- 

villagglo; a guida di lui, si porta 

sole del villaggio, e si fa condur da lui alla casa indicata, con gran 

tien 

treno di notaio e di birri. La casa è chiusa; chi ha le chiavi non 

v' sconfiggono le serrature; 

c'è, non si lascia trovare. Si sfonda l'uscio; si fa la debita dili- 

procede 

ganza, vale a dire che si fa come in una città presa d'assalto. 

fama corre 

La voce di quella spedizione si sparge immediatamente per tutto il 

contorno, giugno all'orecchio 

contorno; viene agli orecchi del padre Cristoforo; il quale, attonito 

il il 

non meno che afflitto, domanda al terzo e al quarto, per aver qualche 

, ne ri- 

lume intorno alla cagione d'un fatto cosi inaspettato ; ma non racco- 

trae e voci contraddittorie; tosto 

glie altro che congetture in aria, e scrive subito 

fa conto 

al padre Bonaventura, dal quale spera di poter ricevere qualche no- 
tizia più precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono ci- 
tati a deporre ciò che posson** sapere della sua prava qualità : aver 

sciagura 

nome Tramaglino è una disgrazia, una vergogna, un delitto: il paese 

sossopra. 

è sottosopra. A poco a poco, si viene a sapere che Renzo è scap- 

alla sì bu- 

pato dalla giustizia, nel bel mezzo di Milano, e poi scomparso; corro 

j^ina qualche cos'a 

voce che abbia fatto qualcosa di grosso; ma la cosa poi non si sa 

dice 

dire, o si racconta in cento maniere. Quanto più è grossa, tanto 

giovane 

meno vien creduta nel paese, dove Renzo è conosciuto per un bravo 

dabbene': un 

giovine: i più presumono, e vanno susurrandosi agli orecchi l'uno 

dell' ch'ella 

con l'altro, che è una macchina mossa da quel prepotente di don 

Tanto 

Rodrigo, per rovinare il suo povero rivale. Tant'è vero che, a giu- 

conoscenza dei 

dicar® per induzione, e senza la necessaria cognizione de' fatti, si fa 

ribaldi. 

alle volte gran torto anche ai birbanti. 

coi affermare, 

Ma noi, co' fatti alla mano, come si suol dire, possiamo affermare 
che, se colui non aveva avuto parte nella sciagura di Renzo, se ne 

ella coi 

compiacque però, come se fosse opera sua, e ne trionfò co' suoi 

Questi 

fidati, e principalmente col conte Attilio. Questo, secondo i suoi primi 

al 

disegni, avrebbe dovuto a quell'ora trovarsi già in Milano; ma, alle 

primo annunzio bolli bolli che vi si era levato, vi 

prime notizie del tumulto, e della canaglia che girava 



838 i PROMESSI SPOSI 

andava in volta, 

per le strade, in tutt'altra attitudine che di ricever bastonate, aveva 

stimato d' indugiarsi fuori, migliori notizie. 

creduto bene di trattenersi in campagna, fino a cose quiete. Tanto 
più che, avendo offeso molti, aveva qualche ragion® di temere che 

di pigliasse 

alcuno de' tanti, che solo per impotenza stavano cheti, non prendesse 

da 

animo dalle circostanze, e giudicasse il momento buono di far le ven- 
dette di tutti. Questa sospensione non fu di lunga durata: l'ordine 

della coutra dava 

venuto da Milano dell' esecuzione da farsi contro Renzo era già un 

colà l'andamento le no- 

indizio che le cose avevan" ripreso il corso ordinario; e, quasi 

tizie positive ohe giunsero quasi ad un colpo, ne recarono la certezza. 

nello stesso tempo, se n'ebbe la certezza positiva. Il conte At» 
tìlio partì immediatamente, animando il cugino a persister* nell'im- 
presa, a spuntar' l'impegno, e pronlettendogli che, dal canto suo, 

egli porrebbe tosto del che 

metterebbe subito mano a sbrigarlo dal frate ; al qual affare, il 

del galuppo 

fortunato accidente dell'abbietto rivale doveva fare un gioco mira- 

giunse 

bile. Appena partito Attilio, arrivò il Griso da Monza sano e salvo, 

signore 

e riferì al suo padrone ciò che aveva potuto raccogliere : che Lucìa 

tale 

era ricoverata nel tal monastero, sotto la protezione della tal sìgno.?a; 

vi incantucciata, anch' ella, 

e stava sempre nascosta, come se fosse una monaca anche lei, 

ponendo soglia, alle funzioni di chiesa 

non mettendo mai piede fuor della porta, e assistendo alle funzioni 

assistendo da un finestrino ingraticolato: 

di chiesa da una flnestrina con la grata : cosa che dispiaceva a molti, 

inteso 

i quali avendo sentito motivar non so che di sue avventure, e dir 

volto tratto 

gran cose del suo viso, avrebbero voluto un poco vedere come fosse 
fatto. 
Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir 

vi 

meglio, rendè più cattivo quello che già ci stava di casa. Tante cir- 
costanze favorevoli al suo disegno infiammavano sempre più la sua 

rabbia, talento 

passione, cioè quel misto di puntiglio, di rabbia e d' infame capriccio, 

che 

di cui la sua passione era composta. Renzo assente, sfrattato, baa- 

sl che ogni 

dito, di maniera che ogni cosa diventava lecita contro di lui, e am- 

promessa 

che la sua sposa poteva esser* considerata, in certo modo, 

come roba di rubello: il solo uomo al mondo che volesse e potesse 



CAPITOLO XVm. 339 

pigliarla per lei, remore Inteso 

prender le sue parti, e fare un rumore da esser* sentito anche Ion- 
ia alto, fra 

tano e da persone alte, V arrabbiato frate, tra poco sarebbe proba- 

anch' egli fuor 

burnente anche luì fuori del caso di nuocere. Ed ecco che un nuovo 

tutte quelle facilità, le 

impedimento, non che contrappcsare tutti que' vantaggi, li rendeva, 

vi 

si può dire, inutili. Un monastero di Monza, quand' anche non ci 

pel 

fosse stata una principessa, era un osso troppo duro per i denti di 

«Q girandolasse colla 

don Rodrigo ; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno 

verso vìa 

a quel ricovero, non sapeva immaginar uè via nò verso d'espu- 

a torsi 

gnarlo, né con la forza, né per insidie. Fu quasi quasi per abbando- 

giù dell' di prendendo 

nar l'impresa; fu per risolversi d'andare a Milano, allungando 

una giravolta onde pure git- 

anche la strada, per non passar neppure da Monza ; e a Milano, get- 
tarsi passatempi, cacciare 

tarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti, per discacciar, con pen- 

tutto 

sieri affatto allegri, quel pensiero divenuto ormai tutto tormentoso. 

amici. Invece 

Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con questi amici. In vece d'una 

egli 

distrazione, poteva aspettarsi di trovar® nella loro compagnia, 

un rlpicchiamento e un rinfacciamento incessante del suo dolore: 

nuovi dispiaceri: , perchè 

pigliato messili 

Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti 

aspettazione. verrebbe chiesto novelle 

in aspettativa. Da ogni parte gli verrebbero domandate notìzie della 
montanara: bisognava render ragione. S'era voluto, s'era tea-' 

che 

tato; cosa s'era ottenuto? S'era preso un impegno: un impegno un 

dir 

po' ignobile, a dire il vero: ma, via, uno non può alle volte rego- 

sl 

lare i suoi capricci; il punto é di soddisfarli; e' come s'usciva da 

Come? Smaccato da 

quest' impegno ? Dandola vinta a un villano e a un frate ! Uh ! E 
quando una buona sorte inaspettata, senza fatica del buon a 

.senza 

nulla, aveva tolto di mezzo l'uno, e un abile amico l'altro, 

fatica del miachloue, minchione 

il buon a nulla non aveva saputo valersi della con- 
ritraeva Vi di 
giuntura, e si ritirava vilmente dall'impresa. Ce n'era più del 

ohe levar fra 

bisogno, per non alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere 

ad ogni istante le mani su l' elsa. 

Ogni momento la spada alle mani. E poi, come tornare, o come ri- 
stare 
manere in quella villa, in quel paese, dove, lasciando da parte i ri- 



840 I PROMESSI SPOSI 

cordi incessanti e pungenti della passione, sì porterebbe lo sfregif 

sarebbe cresciuto in un punto 

i'un colpo fallito? dove, nello stesso tempo, sarebbe cresciuto Todio 

pubblico, e scemata la riputazion* del potere? dove sul viso d'ogni 

mascalzone, anche in mezzo agi* inchini, si potrebbe leggere un amaro : 

r hai ingoiata, ci ho gusto ? La strada dell' iniquità, dice qui il mano- 
ciò ch'ella 
scritto, è larga; ma questo non vuol dir* che sia comoda: ha i 

e triboli; 

suoi buoni intoppi, i suoi passi scabrosi; ò noiosa la sua parte, e fa- 
ticosa, benché vada all' ingiù. 
A don Rodrigo, il quale non voleva uscirne, né dare addietro, né 

innanzi non poteva andare da per bene 

fermarsi, e non poteva andare avanti da sé, veniva bensì in mente 

modo per cui la cosa diverrebbe rluscibile : prender per compagno e 

un mezzo con cui potrebbe: ed era di chiedere l'aiuto 

per aiuto giugnevano 

d'un tale, le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la 

delle 

vista degli altri: un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell'im- 
pigliarle 
prese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé. Ma questo 

pure pericoli 

partito aveva anche i suoi inconvenienti e i suoi rischi, tanto più 

innanzi tratto; 

Ifravi quanto meno si potevano calcolar® prima; giacché nessuno 
avrebbe saputo prevedere fin dove andorebbe, una volta che si fosse 
imbarcato con quell'uomo, potente ausiliario certamente, ma non 
meno assoluto e pericoloso condottiere. 

fra 

Tali pensieri tennero per più giorni don Rodrigo tra un si e un 

«ntrambi peggio che fastidiosi. 

no, l'uno e l'altro più che noiosi. Venne intanto una lettera del on- 
dava avviso 
^ino, la quale diceva che la trama era ben* avviata. Poco dopo il 

un bel mattino s'intese 

baleno, scoppiò il tuono; vale a dire che, una bella mattina, si senti 
che il padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Que- 

pieno e di 

sto buon successo così pronto, la lettera d'Attilio che faceva 

beffe 

un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar* 
«empre più don Rodrigo al partito rischioso: ciò che gli diede l'ul- 



tima spinta, fu la notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa 

attorno 

«ua: un impedimento di meno vicino a Lucia. 1 
«ti due avvenimenti, cominciando dall'ultimo 



attorno 

«ua: un impedimento di meno vicino a Lucia. Rendiam* conto di que 



LO XVIII. 341 

posate e allogate 

Le due povere donne s'erano appena accomodate nel loro rico 
vero, che si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel monastero 

subuglio 

la nuova di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande 
una serie infinita di particolari, che andavano crescendo e variandosi 

ad fattura posta appunto tra la vìa e 

Ogni momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva teneri un 

U monastero, aveva le notizie da dentro e da fuori, le raccoglieva a piene 

orecchio alla strada, e uno al monastero, raccoglieva notizie ci qui, 

orecchie, alle 

notizie di lì, e ne faceva parte all'ospiti. « Due, sei, otto, quattro, sette 

dinanzi 

ne hanno messi in prigione; gì' impiccheranno, parte davanti al 

a capo della contrada dove abita il 

forno delle grucce^ parte in cima alla strada dove e' è la casa del 

ne 

vicario di provvisione .... Ehi, ehi, sentite questa! n'ò scappato uno, 

qual- 
che è di Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so; ma verrà 

cjieduno verrà 

qualcheduno che me lo saprà dire; per veder* se lo conoscete. » 

colla 

Quest' annunzio, con la circostanza d'esser Renzo appunto arrivato 

apportò 

in Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle donne, 

a Lucia principalmente; che fattora 

e principalmente a Lucia ; ma pensate cosa fu quando la fattoressa 

quel 

venne a dir loro: e è proprio del vostro paese quello che se l'è 

impiccato', 

battuta, per non essere impiccato ; un filatore di seta, che si chiama 
Tramaglino: lo conoscete? » 

che stava seduta, pannolino, fuggi 

A Lucia, ch'era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il la- 

e si mutò nel volto, modo fat- 

voro di mano; impallidi, si cambiò tutta, di maniera che la fatto- 
torà avveduta presso. 

ressa se ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. 

ella era in piedi su la pure co ntnrbata. 

Ma era ritta sulla soglia con Agnese; la quale, conturbata anche lei, 

far viso fermo, si sforzò di risp ondere 

però non tanto, potè star forte; e, per risponder qualcosa, disse 

picciolo ognuno conosce tutti, conosceva, e 

che, in un ptecolo paese, tutti si conoscono, e che lo conosceva ; ma 

durava però fatica a credere che gli fosse intervenuta 

ehe non sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire a na cosa 

simile, giovane quieto. e attamente 

simile ; perchè era un giovine posato. Domandò poi se era s cappato 

scappato, 

di certo, e dove. 

lo pi 

< Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa; può essere e he l'ac- 

glino c'incappa , 

chiappino ancora, può essere che sia in salvo; ma se gli torn a sotto 

quieto .... » 

1^ uiigble, il vostro giovine posato .... » 



1 PROMESSI SPOSI 

fattora parti; 

Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n' andò : 

immai<inatevi 

figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d'un giorno, 
dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale 

dubbiezza, fantasticare le cagioni, i modi, le 

incertezza, a mulinare sul come, sul perchè, sulle conseguenze di 

nel suo somraessamenta 

qtiol fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sé, o sottovoce 

fra 

tra loro, quando potevano, quelle terribili parole. 
Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar 

di pescivendolo 

d'Agnese. Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, 

merce; 

secondo l'ordinario, a spacciar la sua mercanzia; e il buon frate 

desse 

Cristoforo V aveva pregato che, passando per Monza, facesse una 

volta fino in suo nome, 

scappata al monastero, salutasse le donne da parte sua, raccon- 

le confor- 

tasse loro quel che si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse 

tasse ad a Dio, ch'egli 

loro d' aver pazienza, e confidare in Dio; e che lui povero frate non 

starebbe vigilando le opportunità. 

ei dimenticherebbe certamente di loro, e splerebbe l'occasione 

aiutarle, 

di poterle aiutare; e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di 

arrivare notizie per un simlgliante. 

far loro saper le sue nuove, per quel mezzo, o altrimenti. In* 

accertato, 

torno a Renzo, il messo non seppe dir altro di nuovo e di certo, 

l'esecuzione averlo; 

se non la visita fattagli in casa, e le ricerche per averlo nelle 

riuscite in vano 

mani; ma insieme ch'erano andate tutte a voto, e si sapeva di 

sicuro ch'egli posto su quel di Bergamo. 

certo che s'era messo in salvo sul bergamasco. Una tale certezza, 

occorrerebbe pur al dolore di 

e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia: 
d'allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò 

un rendimento di 

maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre ; e in tutte le sue 

grazie si trovava mescolato In tutte le sue preghiere. 

preghiere, e' era mescolato un ringraziamento. 

veBir sovente 

Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e 

nella 

la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell' ingenuità e 

4 nella poveretta da lei 

della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e be- 

a tratto. pure 

nedire ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte 

veiir 

(la parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar 

(laivi si 

li a patire; e quella prima maravielia sospettosa di Lucia s' as* 



CAPITOLO XVIIl. 343 

can!;iando pietà. 

dava cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni 

v' nel mo- 

più che sufflcienti a spiegar® ciò che e' era d'un po' strano nelle ma- 

Ul coli' 

niere della sua benefattrice; tanto più con l'aiuto di quella dottrina 

sul dei Con tutto che 

d'Agnese su' cervelli de' signori. Per quanto però si sentisse por- 

ricambiare 

tata a contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, 

si guardò beae di parlarle dei suol nuovi . ter- 

non le passò neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquie- 

rorl sciagura per lei 

tudini, della sua nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel fila- 

tore scappato; per non rischiare di spargere una voce così piena di 

scandalo. a tutto potere, 

dolore e di scandolo. Si schermiva anche, quanto poteva, dal rispon- 

inchleste su la 

dare alle domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla 
promessa; ma qui non eran" ragioni di prudenza. Era perchè alla 
povera innocente quella storia pareva più spinosa, più difficile da 

udite 

raccontarsi, di tutte quelle che aveva sentite, e che credesse di poter 

udire V oppressione, 

sentire dalla signora. In queste c'era tirannia, insidie, patimenti; 
cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan" nominare: nella sua c'era 

da sembrava 

mescolato per tutto un sentimento, una parola, che non le pareva 

sé, 

possibile di proferire, parlando di sé; e alla quale non avrebbe mai 

di sembrasse svergognata: 

trovato da sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: 
l' amore ! 

Talvolta era tentata d' Indispettirsi di quelle 

Qualche volta, Gertrude quasi s' indispettiva di quello star così 

ripulse; 

sulle difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto rispetto. 

Talvolta 

tanta riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel 

dilicato, cosi tenero, 

pudore così delicato, cosi ombroso, le dispiaceva ancor più 

di pensiero, 

per un altro verso ; ma tutto si perdeva nella soavità d' un pensiero 

ad istante, contemplando 

che le tornava ogni momento, guardando Lucia: — a questa fo 

Il quei colloquii, 

del bene. — Ed era vero; perchè, oltre il ricovero, que' discorsi, 

familiari davano pur qualche 

quelle carezze famigliari erano di non poco conforto a Lucia. Un 
altro ne trovava nel lavorar® di continuo; e pregava sempre che le 

ai desse qualche cosa 

dessero qualcosa da fare: anche nel parlatorio, portava sempre 

lavorio 

qualche lavoro da tener le mani in esercizio: ma, come i pensieri do- 



344 I PROMESSI SPOSI 

• ficcano da agucchiando, agucchiando, mestiere al quale prim& 

lorosi si caccian per tutto! cucendo, cucendo, ch'era un mestiere 

d'allora ella aveva poco atteso, ad tratto nell'animo 

quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in mente il suo aspo; 
e dietro all'aspo, quante cose! 

messo altro, con 

Il secondo giovedì, tornò quel pesciaiolo o un altro messo, co' sa- 

e Incoraggiamenti nuova couferraa dello 

luti del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga 

scampo alla disavventura di qaesto, 

felice di Renzo. Notizie più positive intorno a' suoi guai, 

le 

nessuna; perchè, come abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva 

aveva sperate 

sperato d'averle dal suo confratello di Milano, a cui l'aveva racco - 

questi lettera 

mandato; e questo rispose di non aver veduto né la persona, nò la 

persona: fuori ben 

lettera; che uno di campagna era bensì venuto al convento, a cercar 

lo avendo trovato in casa, se n' era andato, 

di lui; ma che, non avendocelo trovato, era andato via, e non 
sra più comparso. 

nessun messo: il che alle 

Il terzo giovedì, non si Wde nessuno; e, per le povere donne, 
fu non solo noa privazione d'un conforto desiderato e sperato, ma, 

picciola impacciato 

come accade per ogni piccola cosa a chi è afflitto e impicciato, una 
cagione d' inquietudine, di cento sospetti molesti. Già prima d'allora, 

avuto in mente di gita 

Agnese aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novità 

del A 

di non vedere l'ambasciatore promesso, la fece risolvere. Per Lucia 

pareva strano assai di gonna fidata 

era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella 

lo struggimento risaper 

della madre; ma la smania di saper qualche cosa, e la sicurezza 
che trovava in queir asilo così guardato e sacro, vinsero le sue ri- 

deliberato fra ve- 

pugnanze. E fu deciso tra loro che Agnese anderebbe il giorno se- 

irnente su la pescivendolo 

'uente ad aspettar® sulla strada il pesciaiolo che doveva passar di 

q^ulvi 

11, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul 

carrettino alle sue montagne. 

baroccio, per farsi condurre a' suoi monti. Lo trovò in fatti, gli do- 
mandò se il padre Cristoforo non gli aveva data qaalclie commis- 

pescivendolo era stato tutto il giorno prima della par- 

sione per lei : il pesciaiolo, tutto il giorno avanti la sua partenza era 

tenza avuto nuova né imbasciata 

stato a pescare, e non aveva saputo niente del padre. La donna 

Io richiese di quella cortesia e l'ottenne senza pregare: 

non ebbe bisogno di pregare, per ottenere il piacere che desiderava: 
prese congedo dalla signora e dalla figlia, non senza lacrime, prò- 



CAPITOLO XVIII. 345 

novelle 

mettendo di mandar subito le sue nuove, e di tornar presto; e 
parti. 

Il fu senza accidenti. 

Nel viaggio, non accadde nulla di particolare. Riposarono parte 

un albergo su la via, si rimisero in cammino 

della notte in un'osteria, secondo il solito; ripartirono 

di baon mattino giunsero 

innanzi giorno ; e arrivaron di buon'ora a Pescarenico. Agnese smontò 
sulla piazzetta del convento, lasciò andare il suo conduttore con 
molti: Dio ve ne renda merito; e giacché era lì, volle, prima d'an- 

Tirò 

dare a casa, vedere il suo buon frate benefattore. Sonò il campa- 

ad 

nello; chi venne a aprire, fu fra Caldino, quel delle noci. 

buon vento? » 

« Oh! la mia donna, che vento v^ha portata?» 

< Vengo a cercare il padre Cristoforo. » 

è mica. > 

« Il padre Cristoforo? Non c'è. j^ 
€ Oh ! starà molto a tornare ? » 

« Ma...! > avvallando 

« Ma ... ? » disse il frate, alzando le spalle^ e ritirando nel oappnc- 
ciò la testa rasa. 
« Dov'è andato? » 

< A Rimini. » 

« A? » 

« A Rimini. » 

BltoT » 

< Dov'è questo paese? » 

< Eh eh eh ! » rispose il frate, trinciando verticalmente l' aria con 

grande 

la mano distesa, per significare una gran distanza. 

« Ohimè 

< Oh povera me! Ma perchè è andato via così all'improvviso? » 

cosi ha voluto 

< Perchè ha voluto così il padre provinciale. » 

mo l'hanno mandato via lui 

* E perchè mandarlo via ? che faceva tanto bene qui ì 

povera me! » 

Oh Signore! > 

ragione 

< Se i superiori dovessero renàer conto degli ordini che danno» 

obbedienza 

dove sarebbe l' ubbidienza, la mia donna ? > 

< Sì; ma questa è la mia rovina. » 

ohe ... ■ , . 

€ Sapete cosa sarà ì Sarà che a Rimini avranno avato bisogno 

ss 



S46 I PROMESSI SPOSI 

ne da tutto, 

d'an buon predicatore; (ce n'abbiamo per tutto; ma alle volte ci 
vuol queir uomo fatto apposta) ; il padre provinciale di là avrà scritto 
al padre provinciale di qui, se aveva un soggetto così e così; e il 

Come 

padre provinciale avrà detto : qui ci vuole il padre Cristoforo. Dev' . 

anche si vede in effetto, k 

esser proprio cosi, vedete. » 

Quando 

< Oh poveri noi! Quand'è partito? > 

« Ieri l'altro. » 

« Jerlaltro. » 

« E'^cp; 86 ascoltava la inspirazione 

« Ecco! s'io davo retta alla mìa ispirazione di venir via qualche 
giorno prima! E non si sa quando possa tornare? cosi a un di 
presso? » 

pure anch' 

« Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale ; se lo sa anche 

«gli. Un nostro padre predicatore quando 

lui. Quando un nostro padre predicatore ha preso il volo, non si può 
prevedere su che ramo potr^ andarsi a posare. Li cercan" di qua, li 
cercan" di là: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo. 

Fate conto . . . ., , ^ . , » « • » remore 

Supponete che, a Rimini, il padre Cristoforo faccia un gran fracasso 

perchè, 

col SUO quaresimale ; perchè non predica sempre a braccio, come 

uso del foresi: pei 

faceva qui, per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle città, ha 

va intorno 

le sue belle prediche scritte; e fior di roba. Si sparge la voce, da 

domandare 

quelle parti, di questo gran predicatore ; e lo possono cercare da . . . 

darlo; 

da che so io? E allora, bisogna mandarlo; perchè noi vìviamo della 

a 

carità di tutto il mondo, ed è giusto che serviamo tutto il mondo. > 

miseria! miseria! 

« Oh Signore ! Signore ! » esclamò di nuovo Agnese, quasi pian- 
ilo da 
gendo: «come devo fare, senza quell'uomo? Era quello che ci faceva 

da padre! Per noi è una rovina. » 

la mìa 

« Sentite, buona donna; il padre Cristoforo era veramente un nomo; 

ne abilità 

ma ce n'abbiamo degli altri, sapete? pieni di carità e di talento, e 

egualmente coi coi 

che sanno trattare ugualmente co' signori e co' poveri. Volete il padre 
Atanasio? volete il padre Girolamo? volete il padre Zaccaria? È un 
uomo di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come 

poca voce, 

fanno certi ignoranti, che sia cosi mingherlino, con una vocina fessa, 



GAF1T01.0 XVm. 847 

misert^ 

6 una barbetta misera misera: non dico per predicare, perchè ognuno 
ha i suoi doni; ma per dar pareri, è un uomo, sapete? > 

santa pazienza! 

« Oh per carità! » esclamò Agnese, con quel misto di gratitudine 

di stizza ad una 

« d'impazienza, che si prova a un'esibizione in cui si trovi più la 

t>uoa volere che 

buona volontà altrui, che la propria convenienza: « cosa 

mi fa po- 

m* importa a me che uomo sia o non sia un altro, quando quel po- 

ver uomo quegli 

ver'uomo che non c'è più, era quello che sapeva le nostre cose, e aveva 

fatti gli avviamenti 

preparato tutto per aiutarci? » 

fi 
« Allora, bisogna aver pazienza. > 

< Questo lo so, > rispose Agnese: » scusate dell' incomodo. » 

< Niente, la mia donna: 

< Di che cosa, la mia donna ? mi dispiace per voi. E se vi risolvete 

domandar dei 

di cercar qualcheduno de' nostri padri, il convento è qui che non si 

muove. 

move. Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell' olio. » 

si mosse alla volta del pae- 

« State bene, » disse Agnese ; e s' incamminò verso il suo pae- 
sello, diserta 
setto, desolata, confusa, sconcertata, come il povero cieco che avesse 

smarrito 

perduto il suo bastone. 

ora 

Un po' meglio informati che fra Galdino, noi possiamo dire come 

giunto si portò 

andò veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano, andò, come 
aveva promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del 

censì gì io -se greto. 

Consiglio segreto. (Era una consulta, composta allora di tredici per- 
sonaggi di toga e di spada, da cui il governatore prendeva parerà, 

un d' essi 

e che, morendo uno di questi, o venendo mutato, assumeva tempo- 
governo). 
rariamente il governo.) Il conte zio, togato, e uno degli anziani del 

consiglio, vi godeva un certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo 

al di fuori aveva suoi pari. 

rendere con gli altri, non e' era il suo compagno. Un parlare ambi- 

un far 

guo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d'occhi 

parlare, 

che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, 
un minacciare in cerimonia ; tutto era diretto a quel fine ; e tutto, 

Tanto ad 

o più meno, tornava in prò. A segno che fino a un: io non posso 
niente in questo affare : detto talvolta per la pura verità, ma detto 



948 I PROMESSI SPOSI 

in modo che non gli era cieduto, serviva ad accrescere il concetto, 
e quindi la realtà del suo potere : come quelle scatole che si vedono 
ancora in qualche bottega di speziale, Cbu su certe parole arabe, 

V mantener 

e dentro non o'ò nulla; ma servono a mantenere il credito alla 

ve- 

bottega. Quello del conte zio, che, da gran tempo, era sempre an- 

nuto 

dato crescendo a lentissimi gradi, ultimamente aveva fatto in unsi 

una 

volta un passo, come si dice, di gigante, per un' occasione straordi- 

corte, ao- 

naria, un viaggio a Madrid, con una missione alla corte; dove, che ao- 

oogUmsnto fatto 

coglienza gli fosse fatta, bisognava sentirlo raccontar da lui. Per non 

lo 

dir altro, il conte duca l'aveva trattato con una degnazione partico- 

di 

lare» e ammesso alla sua confidenza, a segno d' avergli una volta do- 
mandato, in presenza, si può dire, di mezza la corte, come gli pia- 
di 
cesse Madrid, e d' avergli un* altra volta detto a quattr' occhi, nel 

di 

▼ano d* una finestra, che il duomo di Milano era il tempio più grande 

nei dominii 

che fosse negli stati del re. 

Dopo fatti 1 proprll convenevoli col i oomplimentl 

Fatti 1 suoi complimenti al conte zio, e presentatigli quelli 

tal pigliar 

del cugino, Attilio, con un suo contegno serio, che sapeva prendere 

proposito 

a tempo, disse : € credo di fare il mio dovere, senza mancare alla 

signor 

confidenza di Rodrigo, avvertendo il signore zio d'un affare che, se 

ella la 

lei non ci mette una mano, può diventar serio, e portar delle con- 
seguenze ...» 

< Qualcuna 

< Qualcheduna delle sue, m* immagino. > 

la verità, debbo Bodrl- 

€ Per giustizia, devo dire che il torto non è dalla parte di mio cu» 

go: iBA altri che il signor non 

gmo. Ma ò riscaldato; e, come dico, non o'ò che il signore zio, che 
può .... » 
possa . . . . > 

« Vediamo, vediamo. » 

< V oappncoino, ha preso in urto mio cugino; 

« C'è da quelle parti un frate cappuccino che l'ha con Rodrigo; 

termine 

e la cosa è arrivata a un punto, che .... » 

non 

« Quante volte v'ho detto, all'uno e all'altro, che 1 frati bi- 

bene 

jsogna lasciarli cuocere nel loro brodo? Basta il da fare ohe danno- 



CAPITOLO XVIII. 810 

dee... cai 

a chi deve a chi tocca . . . > E qui soffiò. « Ma voi allrl che po- 
tete scansarli . . . > 

« Signor Io 

« Signore zio, in questo, ò mio dovere di dirle che Rodrigo ì" a- 

fosse stato possibile. , la vuole 

vrebbe scansato, se avesse potuto. È il frate che V ha con lui, che 
ha preso a provocarlo in tutte le maniere . . . . > 

< Che diavolo ha codesto frate con mio nipote? » 

« ÌPrima di tutto, è una testa inquieta, conosciuto per tale, e che 

pigliarsela 

fa professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, dirige, 
che so io ? una contadinotta di là ; e ha per questa creatura una ca- 
rità, una carità .... non dico pelosa, ma una carità molto gelosa, 
sospettosa, permalosa. > 

< Capisco 

« Intendo, > disse il conte zio; e sur un certo fondo di goffaggine, 

dipinto dalla natura nella sua faccia, molte 

dipintogli in viso dalla natura, velato poi e ricoperto, a più mani, di 

folgorò 

politica, balenò un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo 
vedere. 

fitto 

4 Ora, da qualche tempo, » continuò Attilio , « s' è cacciato In 

capo 

testa questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra 
questa . . . . > 

fitto capo fitto capo; 

< S'è cacciato in testa, s'è cacciato in testa: lo conosco anch'io il 

bisogna 

signor don Rodrigo; e ci vuol altro avvocato che vossignoria, per 
giustifioarlo in queste materie. > 

< Ch« Rodrigo, signor zio, verso 

« Signore zio, che Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a 

via 

quella creatura, incontrandola per la strada^ non sarei lontano dal 

giovane 

crederlo: è giovine, e finalmente non è cappuccino; ma queste son 

baio Intrattenerne signor 

bazzecole da non trattenerne il signore zio : il serio è che il frate s* è 
messo a palar* di Rodrigo come si farebbe d'un mascalzone, cerca 

inzigargli centra 

d' aizzargli contro tutto il paese . . . . > 
« E gli altri frati? » 

impacciano un cervello caldo 

« Non se ne impicciano, perchè lo conoscono per una testa calda, 
e liaimo tutto il rispetto per Rodrigo ; ma , dall' altra parte, questo 



«BO I PROMESSI SPOSI 

frate ha nn gran credito presso i villani, perchò fa poi anche il san- 
to, e .... » 
« M'immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote. » 

< Se lo sa! Anzi questo ò quel che gli mette più il diavolo ad-^ 
dosso. > 

« Come? come? » 

egli maggior 

< Perchè, e lo va dicendo lui, ci trova più gusto a farla ve- 

qnesti 

dere a Rodrigo, appunto perchò questo ha un protettor naturale, di 

egli ne dei 

tanta autorità come vossignoria: e che lui se la ride de' grandi e 

dei 

de' politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le 
spade, e che .... » 
« Oh frate temerario ! Come si chiama costui ? » 

tolta an 

< Fra Cristoforo da*** > disse Attilio; e il conte zio, preso da una 

cassettino una vacchetta, soffiando, 

cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse, 

vi scrisse proseguiva: 

soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava; < ò 
sempre stato di queir umore, costui : si sa la sua vita. Era un ple- 
beo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cava- 
poteri i fare star 
lierl del suo paese ; e, per rabbia di non poterla vincer con tutti, 

di che 

ne ammazzò uno ; onde, per iscansar la forca, si fece frate. > 

< Ma bravo ! ma bene ! La vedremo, la vedremo, » diceva il conte 

soffiando tuttavia. 

zio, seguitando a soffiare. 
« Ora poi, » continuava Attilio, < è più arrabbiato che mai, per- 

assai assai: 

che gli è andato a monte un disegno che gli premeva molto molto : 

signor egli 

e da questo il signore zio capirà che uomo sia. Voleva costui ma- 
ritare quella sua creatura: fosse per levarla dai pericoli del mondo, 

ella voleva maritarla ad ogni 

lei m'intende, o per che altro si fosse, la voleva maritare assolu- 
tamente ; e aveva trovato il l' uomo • un' altra sua creatura, un 

signor 

«Oggetto, che, forse e senza forse, anche il signore zio lo conoscerà 

sicuro consiglio-segreto 

di nome ; perchè tengo per certo che il Consiglio segreto avrà dovuto 
occuparsi di quel degno soggetto. > 



CAPITOLO XVIll. 351 

« Chi è costui? » 

quegli 

€ Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che .... » 
«Lorenzo Tramaglino! » esclamò il conte zio. «Ma benel ma 

bravo, padre ! Sicuro .... in fatti . . . , aveva una lettera per nn , . . . 

Peccato che .... Ma non importa; va bene. E perchè il signor don 

niente questo, 

Rodrigo non mi dice nulla di tutto questo? perchè lascia andarle 

oltre fa capo 

cose tant' avanti, e non si rivolge a chi lo può e vuole dirigere e so- 
stenere ? » 

questo. 

« Dirò il vero anche in questo, n proseguiva Attilio. « Da una 

signor 

parte, sapendo quante brighe, quante cose ha per la testa il signore 

(questi pose 

zio ... . » (questo, soffiando, vi mise la mano, come per significare la 

ch'eli' farvelo in certo modo <)•• 

gran fatica eh' era a farcele star tutte) « s' è fatto scrupolo 

scienza, > proseguiva Attilio, « 

di darle una briga di più. E poi, dirò tutto: da 

ch'Io amareggiato 

quello che ho potuto capire , è così irritato, così fuor de' gangheri, 

infasti'dito 

cosi stucco delle villanie di quel frate, che ha pili voglia di farai 

modo sommario di an 

giustizia da sé, in qualche maniera sommaria, che d' ottenerla in una 

modo signor 

maniera regolare, dalla prudenza e dal braccio del signore zio. lo ho 

gettar acqua sul ftaoco ; veggendo andar 

cercato di smorzare; ma vedendo elle la cosa andava per 

la mala via di ti. 

le brutte, ho creduto che fosse mio dovere d'avvertir di tutto il si- 
gnor 
gnore zio, che alla fine è il capo e la colonna della casa .... » 

« Avresti fatto meglio a parlare un poco prima. » 

» andava 

« E vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da sé, o 
che il frate tornerebbe firi^lmente in cervello, o che se n'anderebbe 
da quel convento, come accade di questi frati, che ora sono qua, 
ora sono là ; e allora^utto sarebbe finito. Ma . , . . > 

*^ di racconciarla. > 

« Ora toccherà a me a raccomodarla. » 

n ' 1. ± ^*. -^ 1 ±1^ /■■* ., signor col 

« Cosi ho pensato anch io. Ho detto tra me : il signore zio, con la 

suo accorgimento, colla ben egli 

sua avvedutezza, con la sua autorità, saprà lui prevenire uno 

scandalo, salvare ad un tempo 

Beandolo, e insieme salvar l'onore di Rodrigo, che è poi anche il 
suo. Q'iesto frate, dicevo io, l'ha sempre col cordone di san Frac. 



ISI 1 FROMBSS. SPOSI 

adoperarlo 

sesco; ma per adoprarlo a proposito, il cordone di san Francesco, 

fa bisogno ravvolto signor 

non è necessario d'averlo intorno alla pancia. Il signore zio 

che 

ha cento mezzi ch'io non conosco: so che il padre provinciale ha, 

come signor 

com'è giusto, una gran deferenza per lui; e se il signore zio creda 
che in questo caso il miglior ripiego sia di far cambiar aria al frate, 
lui con due parole .... » 

asprettamen- 

< Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria, > disse un po' ruvida- 

te 

mente il conte zio. 

Bcrollatina capo 

< Ah è vero ! > esclamò Attilio, con una tentennatina di testa, e 
con un sogghigno di compassione per so stesso, e Son io V uomo da 

signor 

dar pareri al signore zio ! Ma è la passione che ho della riputazione 

di 

del casato che mi fa parlare. E ho anche paura d'aver fatto un altro 

un sembiante pensoso: 

male, > soggiunse con un'aria pensierosa: < ho paura d'aver fatto 

signor 

torto a Rodrigo nel concetto del signore zio. Non mi darei pace, se 
fossi cagione di farle pensare che Rodrigo non abbia tutta quella 

sommissione, debbe signor 

fede in lei, tutta quella sommissione che deve avere. Creda, signore 
zio, che in questo caso è proprio . . . . > 

fra 

« Via, via ; che torto, che torto tra voi altri due ? che sarete sem- 

Scapigliati, scapigliati, 

pre amici, finché l'uno non metta giudizio. Scapestrati, scapestrati, 

qualche duna; 

che sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che.... 
mi fareste dire uno sproposito, mi date più da pensare voi altri 

che ...» pensate 

due, che, > e qui immaginatevi che soffio mise, « tutti questi bene- 
detti affari di stato. » 

Attilio fece ancora qualche scusa, qualche promessa, qualche com- 
prese licenza ne 
plimento; poi si licenziò, e se n'andò, accompagnato da un « e ab- 

che pe» 

biamo giudizio, » ch'era la formola di commiato del conte zio per i 
suoi nipotL 



CAPITOLO XIX. 



Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un' erbaccia, per esempio 

graueUlno 

un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme 

d& un granellino 

maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o 

vi stesse a pensar sopra, 

lasciatovi cader da un uccello, 'per quanto ci pensasse, non 
ne verrebbe mai a una conclusione. Cosi anche noi non sapremmo 

mai dalla 

dire se dal fondo naturale del suo cervello, o dair insinuazione 
d'Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di servirsi del padre pro- 

oel modo gruppo 

vinciale per troncare nella miglior maniera quel nodo imbrogliate 

gittato quel motto 

Certo ò che Attilio non aveva detta a caso quella parola ; e quan- 

ben ad «coverto 

tunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento cosi scoperto, 

ad 

la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni modo 

fargli avvertire la 

volle fargli balenar dinanzi l'idea di quel ripiego, e metterlo sulla 

nella quale si mettesse. 

strada, dove desiderava che andasse. Dall'altra parte, il ri- 

oonsentaneo 

piego era talmente adattato all' umore del conte zio, talmente indi. 

che 

cato dalle circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può 

pensato e abbracciato. 

scommettere che l'avrebbe trovato da sé. Si trattava che, 

ia una guerra pur troppo aperta, uno del suo nome, un suo nipote, 

istease 

non rimanesse al di sotto : punto essenzialissimo alla riputazione del 



S54 I PROMESSI SPOSI 

sai 

potere che gli stava tanto a cuore. La soddisfazione che il nipote 

pigliarsi 

poteva prendersi da sé, sarebbe stata un rimedio peggior del male, 

un seminario stornarla a ogni partito 

una sementa di guai; e bisognava impedirla, in qualunque maniera, 
e senza perder tempo. Comandargli che partisse in quel momento 

obbedito; qaando 

dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e quand'anche avesse, 

dinanzi ad 

era un cedere il campo, una ritirata della casa davanti a un con- 
vento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere, non valevano 

centra 

contro un avversario di quella condizione: il clero regolare e seco- 
lare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le per- 
sene, ma i luoghi ancora abitati da esso; come deve sapere anche 
chi non avesse letta altra storia che la presente ; che starebbe fresco. 
Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar d' al- 

mnoverlo; ^1 

lontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in arbitrio del 

cui 

quale era l'andare e lo stare di quello. 
Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un'antica oo- 

ogni volta 

noscenza: s'eran" veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni 

proferta servigi. più 

d'amicizia, e con esibizioni sperticate di servizr. E alle volte, è me- 

facile buon mercato d' non 

glio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con 
d* 
nn solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che 

scorge 

la sua passione, non cura che il suo punto ; mentre l'altro vede in un 

contingenze 

tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose 

salvare, pigliare 

da scansare, cento cose da salvare ; e si può quindi prendere da cento 
parti. 

pensato di 

Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranio il pa- 
dre provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assor- 

congiunto dei 

titi con un intendimento sopraffino. Qualche parente de' più titolati, 

di quelli il cui solo casato era un gran titolo ; e che, col solo conte- 
sicurtà 
gno, con una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, 

parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche sema 

ad ad tratto 

farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l'idea della 



CAPITOLO XIX. 855 

superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una 

devozione 

dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la 

colla 

vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, 

cogli cogli 

con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, 

ri 

con tutta l'anima, alle frutte v' avevan" ridotto un uomo a non ri- 
de! 
cordarsi più come si facesse a dir di no. 

A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul 

tema di Madrid. A Roma si vapor più strade; a Madrid egli andava 

dei 

per tutte. Parlò della corte, del conte duca, de' ministri, della fami- 

ch'egli 

glia del governatore, delle cacce del toro, che lui poteva descriver 
benissimo, perchè le aveva godute da un posto distinto, dell' Bscuriale 
di cui poteva render conto a un puntino, perchò un creato del conte 

lo ogni buco. 

duca l'aveva condotto per tutti i buchi. Per qualche tempo, tutta la 
compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui so'^.. poi si divise 

coUoquii ed egli 

in colloqui particolari; e lui allora continuò a raccontare altre di 
quelle belle cose, come in confidenza, al padre provinciale che gli era 

edato vicino 

accanto, e che lo lasciò dire, dire e dire. Ma a un certo punto, diede 

svolta 

una giratina al discorso, lo staccò da Madrid, e di corte in corte, di 

in cardinale che 

dignità in dignità, lo tirò sul cardinal Barberini, ch'era cappuccino, 

vili. 

e fì'atello del papa allora sedente, Urbano YIII: niente meno. Il 

anch' egli udi- 

conte zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e stare a sen 

re 

tire, e ricordarsi che finalmente, in questo mondo, non c'era sol- 
levati 
tanto i personaggi che facevan per lui. Poco dopo alzati da tavola, 

tgll che passasse 

pregò il padre provinciale di passar con lui in un'altra stanza. 
D>]ie potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a 

fé' s'as- 

fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo, se- 
dette anche lui, e cominciò: « stante l'amicizia che passa tra di noi» 
ho creduto di far parola a vostra paternità d'un affare di comune in- 

e che Tnol esser* conchiuso fra senza 

teresse, da concluder tra di noi, senz'andar* per altre 

vie però 

strade, che potrebbero .... E perciò, alla buona, col cuore in mano» 



aSO I PROMESSI SPOSI 

le dirò di che si tratta; e in due parole son certo che andcremo d'ac- 

V' 

cordo. Mi dica: nel loro convento di Pescarenico c'è un padre Cri- 
fitoforo da***l > 

&cceunò 

Il provinciale fece cenno di sì. 

po' 

< Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon ami- 
co ... . questo soggetto .... questo padre .... Di persona io non lo co- 
di parecchi, 

nosco; e si che de'padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini 
d'oro, zelanti^ prudenti, umili: sono stato amico dell'ordine fin" da 

ogni famiglia numerosa v' 

ragazzo .... Ma in tutte le famiglie un po' numerose .... c'è sempre 
qualche individuo, qualche testa .... E questo padre Cristoforo, so 

per riscoutrl dei 

da certi ragguagli che è un uomo .... un po' amico de' contrasti .... 

quei OiUi^h*- 

che non ha tutta quella prudenza, tutti que' riguardi .... Scommet- 

rei 

terei che ha dovuto dar più d'una volta da pensare a vostra pater- 
nità. > 

capito; tra sé provin- 

— Ho inteso: è un impegno, — pensava intanto il provin- 

ciale. — Mia colpa; sapeva pure 

ciale: — Colpa mia; lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un 

posar 

soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare 

massime 

sei mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna. — 

poi ad alta voce: da vero 

< Oh! > disse poi: * mi dispiace davvero di sentire che 

codesto per- 

vostra magaidcenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mon- 
che, a 

tre, per quanto ne so io, è un religioso . . . esemplare in convento, e te- 
ai 
cute in molta stima anche di fuori. » 

«capisco de*... 

« Intendo benissimo; vostra paternità deve... Però, però, da amica 

lo avvisarla importa 

sincero, voglio avvertirla d'una cosa che le sarà utile di sapere; e 

sema mancare al miei doveri, io 

se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare ai miei do- 

posso farle avvertire 

veri, metterle sott' occhio certe conseguenze.... possibili: non dico 

t«neva iu protezions 

di più. Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo 

ne Inteso 

di quelle parti, un uomo .... vostra paternità n' avrà sentito par- 
lare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani delia giusti- 

fatte quel giorno 

£ia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose... 
cose.... Lorenzo Tramaglino! » 



CAPITOLO XIX. 157 

provinciale, « questo ]. articolare 

— Ahi! — pensò il provinciale; e disse: € questa circostanza mi 

nuovo; 

riesce nuova; ma vostra magnificenza sa ben* che una parte del 

uflcio, di del 

nostro uflzio è appunto d' andare in cerca de' traviati, per ridurli .. . » 

pratica coi di 

< Va bene; ma la protezione de' traviati d' una certa specie .... ! 

invoco 

Son" cose spinose, affari delicati .... > E qui, in vece di gonfiar lo 
gote e di soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant'aria quanta 

soffiando ne soleva mandar fuori. stimato 

ne soleva mandar fuori, soffiando. E riprese: > ho creduto bene di 

questo cenno, 

darle un cenno su questa circostanza, perchè se mai sua ec- 

ùflcio 

cellenza .... Potrebbe esser fatto qualche passo a Roma .... non so 
niente .... e da Roma venirle .... » 

< Son* ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però 

mi assicuro 

son certo che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si 

avuta pratica 

troverà che il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l'uomo 

eh' ella 

che lei dice, se non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre 

Cristoforo, lo conosco. » 
eUa 
« Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette 

che ha fatte in gioventù. > 

« È la gloria dell' abito questa, signor conte, che un uomo, il quale 

al secolo ha potuto far dir® di sé, con questo indosso, diventi un altro, 

E da che il padre Cristoforo porta quest' abito .... > 

crederlo, cuore, 

< Vorrei crederlo : lo dico di cuore : vorrei crederlo ; ma ali» 

volte .... 

volte, come dice il proverbio .... l'abito non fa il monaco. » 

a lo 

Il proverbio non veniva in taglio esattamente ; ma il conte l'aveva 

citato in sostituzione d' passava in 

sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla 

mente: il lupo mata 

punta della lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. 

dei dei 

« Ho de' riscontri, > continuava, « ho de' contrassegni .... » 

ella 

€ Se lei sa positivamente, » disse il provinciale, « che questo reli- 

mancamento, possiamo errare mi 

gioso abbia commesso qualche errore (tutti sì può mancare), avrò 

farà d' informarmene. 

per un vero favore 1' esserne informato. Son superiore: indegna- 
mente; ma lo su>»o appunto per correggere, per rimediare. > 



I P&OMBSSI SPOSI 

del f&- 

« L.e dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della pro- 
ore spiegato intervieoe 

ezione aperta di questo padre per chi le ho detto, c*ò un'al- 

fra 

/>a cosa disgustosa, e che potrebbe . . . Ma, tra di noi, accoinx)deremo 

Interviene, 

tutto in una volta. C'è, dico, che lo stesso padre Cristoforo 

... , 

; a preso a cozzare con mio nipote, don Rodrigo**'. > 

spiacail da vero. > 

« Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero. > 

giovane, caldo, quel 

ce Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che ò, non ò avvezzo 
a esser provocato . . . > 
« Sarà mio dovere di prender buone informazioni d'un fatto simile. 

ed ella, con la sua gran pratica dal 

Come ho già detto a vostra magnincenza, e parlo con un signore che 

mondo e con la sua eqnit&, conosce queste cose meglio di me, 

non ha meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, 

fallare 

soggetti a sbagliare .... tanto da una parte, quanto dair altra: e se 

nostro 

il padre Cristoforo avrà mancato .... » 

paternità, diceva fra 

< Veda vostra paternità ; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra 

sepellirle rimescolarle 

di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo.... si fa 

Ella come accade: questi 

peggio. Lei sa cosa segue : quest' urti, queste picche, principiano tal- 

inuanzi innanzi 

volta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti.... A valer 

la radice danno in fuora cento 

trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori centrai' 

garbugli. 

tri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, so-i 

giovane 

pire. Mio nipote è giovine; il religioso, da quel che sento, lia an-^ 

giovane 

Cora tutto lo spirito, le inclinazioni d'un giovine; e tocca a noi,, 

anni, (pur reve- 

che abbiamo i nostri anni .... pur troppo eh, padre molto reve- 
rendo ?) 
«^endo?... » 

Clii fosse stato 11 a vedere, in quel punto, fu come 

quando, nel mezzo d^un^ opera seria, sbalza, per isba- 

^Uo, uno scenario, prima del tempo, e si vede un ean« 

•ante cbe, non pensando, in quel momento, ehe d 

«fa un pubblico al mondo, discorre alla buona con 

un suo compagno. Il viso. Tatto, là voce del conte ^Im» 

nel dir qad fiwr troppo f^ ludo Ctt Uttliwalet U «oa 



CAPllOLO JUUU 8&9 

c^er» politica: era proprio vero che gli dawa noia 
d^avere i suoi anni. i\'ou già che piangesse i pas^a- 
tempi, il brio, l'avvenenza della gioTeulù: frivolezze, 
seiocehezze, miserie ! IJa eagiou del suo dispiacere eru 
ben più soda e importante: era che sperava un certo 
posto più alto, quando fosse lacato; e temeva di uoia 
arrivare a tempo. Ottenuto che 1' avesse, si potewa es- 
ser certi che non si sarebbe più curato degli anni, 
non avrebbe desiderato altro, e sarebbe morto con- 
tento, come tutti quelli che desideran molto una cosa, 
assicurano di voler fare, quando siano arrivati a ot« 
tenerla. 
Ma per lasciarlo parlar lui, m tocca a noi, n continuò» 

di senno pei di rattoppare 

« a aver giudìzio per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per 
buona sorte, siamo ancora a tempo; la cosa non ha fatto chiasso; ò 

Separare 

ancora il caso d'un buon principiis obsta. Allontanare il fuoco dalla 

non fa bene, o che può esser causa 

paglia. Alle volte un soggetto che, in un luogo, non fa bene, o che 

di qualche inconveniente ìd un luogo, altro- 

può esser causa di qualche inconveniente, riesce a maraviglia in un 

ve. 

altro. Vostra paternità saprà ben trovare la nicchia conveniente a 

S* incontra appunto del poter 

questo religioso. C è giusto anche l'altra circostanza, che possa 

egli diffidenza aver caro 

esser* caduto in sospetto di chi potrebbe desiderare che fosse 

rimosso : e, collocandolo in qualche posto un po' iontanetto, facciamo 

servigi; aggiusta meglio dire, 

un viaggio e due servizi; tutto s'accomoda da sé, o per dir meglio, 

V' 

non e* è nulla di guasto. > 
Questa conclusione, il padre provinciale se l'aspettava fino dal prin- 

della parlata. mi 

cipio del discorso. — Eh già! — pensava tra sé: — vedo dove vuoi 

vuol riuscire. Siamo alle in 

andar a parare: delle solite; quando un povero frate è preso a 

arto con con 

noia da voi altri, o da uno di voi altri, o vi dà ombra, subito, senza 

ha da passeggiare. - 

cercar® se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare. - 

tacque ed ebbe 

E quando il conte ebbe Unito, e messo un lungo soffio, che 



350 l Pii OMESSI àPOSr 

ad < capisco 

equivaleva a un punto fermo, < intendo benìssimo, > disse il pro- 

vnol dire il signor conte; 

vinciale, < quel che il signor conte vuol dire; ma prima di fare un 
passo.... » 
« È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa 

viene a questo, 

naturale, una cosa ordinaria; e se non si prende questo ripiego, e 

io 

subito, prevedo un monte di disordini, un'iliade di guai. Uno spro- 
posito .... mio nipote non crederei .... ci son io, per questo .... 

faccenda fr» 

Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo 
noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si 
fermi, che resti segreta .... e allora non è più solamente mio ni- 

Destiamo Ella 

potè .... Si stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede ; 
siamo una casa, abbiamo attinenze . . . . > 

« Cospicue. > 

< Lei m'intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che, a 
questo mondo .... è qualche cosa. C'entra il puntiglio ; diviene un 
affare comune; e allora .... anche chi è amico della pace .... Sa- 
rebbe un vero crepacuore per me, di dovere .... di trovarmi .... 

pel 

io che ho sempre avuta tanta propensione per i padri cappuccini ... ! 
Loro padri, per far del bene, come fanno con tanta edificazione del 

brighe 

pubblico, hanno bisogno di pace, di non aver contese, di stare in 
buona armonia con chi ... . E poi, hanno do' parenti al secolo .... 
e questi affaracci di puntiglio, per poco che vadano in lungo, s'esten- 
dono, si ramificano, tiran dentro .... mezzo mondo. Io mi trovo in 

mi 

questa benedetta carica, che m' obbliga a sostenere un certo deco- 
ro ... . Sua eccellenza . . . . i miei signori colleghi .... tutto diviene 

massime Blla 

affar di corpo .... tanto più con quell'altra circostanza .... Lei sa 
come vanno queste cose. > 
« Veramente, » disse il padre provinciale, il padre Cristoforo è 

già lo aveva viene appunto do- 

predicatore; e avevo già qualche pensiero .... Mi si richiede ap- 
mandato.... . . w 

punto.... Ma in questo momento, in tali circostanze, potrebbe pa- 



CAPITOLO XIX. ■''^ 

di 

rere una puDizione; e una punizione prima d'aver ben messo in 
«hìaro .... » 

« Oib& cibò; 

« No punizione, no'.Jun provvedimento prudenziale, un ripido di 
comune convenienza, per impedire i sinistri eho potrebbero ... mi sono 
spiegato. » 

sta codesti oa- 

« Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini; in- 
piico. 

tendo. Ma, stando il fatto come fu riferito a vostra magnificenza, ò 

dico io, qualche cosa nel paese non sia traspirato. Da per 

impossibile, mi pare, che nei paese non sia traspirato qualcosa. Per 

attizzatori, dei commettimale, dei 

tutto c'è degli aizzatori, de' mettimale, o almeno de' curiosi maligni 
che, se posson" vedere alle prese signori e religiosi, ci hanno un gu- 

notano, ciarlano, gridano.... 

Bto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano .... Ognuno ha il 

ed 

SUO decoro da conservare ; e io poi, come superiore (indegno), ho un 
dovere espresso .... L'onor dell' abito .... non è cosa mia .... ó un 
deposito del quale .... Il suo signor nipote, giacché è cosi alterato, 
come dice vostra magnificenza, potrebbe prender la cosa come una 

menarne vampo, 

soddisfazione data a lui, e . . . . -non dico vantarsene, trionfarne, 
ma .... » 

< iti boria vostra paternità? 

< Le pare, padre molto reverendo? Mio nipote è un cavaliere che 
nel mondo è considerato .... secondo il suo grado e il dovere ; ma 

dinanzi 

davanti a me è un ragazzo; e non farà nò più nò meno di quello che 

più, che nieiiM 

gli prescriverò io. Le dirò di più: mio nipote non ne saprà nulli. 

conti? 

Che bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tr;i 

tutto ha da rimaner sotterra. 

di noi, da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia 

questo. Debbo tacere. « Qnan» 

pensiero di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare. » E soffiò. « In 

to ella che abbiano a dire? L'andare di 

quanto ai cicaloni, » riprese, « che vuol che dicano? Un religioso 

«n religioso un' altra parte 

«he vada a predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, 

dobbiamo .... 

noi che vediamo . . . noi che prevediamo . . . noi che ci tocca . . . non 

abbiamo a 

dobbiamo poi curarci delle ciarle. > 

questa 

< Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest' 09 
lì suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, des 



362 I FROMESSI SPOSI 

di deferenza . . Non 

segno palese d' amicizia, di riguardo .... non pei noi, ma Pei Pa- 
bito .... » 

questo fa 

« Sicuro, sicuro; quest'è giusto .... Però non c'è bisogno: so eh» 

dee 

i cappuccini son" sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa 

inclinazione; 

per inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata 

qualche cosa più segnalato. .. 

a me. Del resto, in questo caso .... qualcosa di straordinario è 

ordi- 

troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che coman- 

•rò 

rò a mio nipote .... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, af- 

sl avvegga fra 

nchè non s' avveda di quel che è passato tra di noi. Perchè non 
Orrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c'è ferita. 

quello conchioso presto, 

3 per quel che abbiamo concluso, quanto piìi presto sarà, meglio. 

lontano... toglier 

E se si trovasse qualche nicchia un po' lontana .... per levar prò» 
prio ogni occasione.... > 

soggetto per 

€ Mi vien chiesto per l'appunto un predicatore da Rimini; e for- 

altra cagione 

8' anche, senz'altro motivo, avrei potuto metter gli occhi .... > i 

< Molto a proposito, molto a proposito. E quando...? » 

8' ha da 

< Giacché la cosa si deve fare, si farà presto. > 

< Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. 
E, > continuava poi, alzandosi da sedere, « se posso qualche cosa, 

e i miei attenenti 

tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappnc- 
ljlii...> 

< Conosciamo per prova la bontà della casa, > disse il padre pro- 

alzato anch' egli avviatosi 

linciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso ruscio, dietro al suo 
Yincitore. 

spenta questi, procedendo lentamente, 

< Abbiamo spento una favilla, > disse questo, soffermandosi, 

gran- 

€ una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un gran-» 

(]e Fra si acconciano 

d'incendio. Tra buoni amici, con due parole s'accomodano di gran 
cose. » 

Giunto alla porta spalancò le imposte, 

Arrivato all'uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il 

innanzi: 

padre provinciale andasse avanti? entrarono nell'altra stanza, e si 

mescolarono , . , ,, ■ 

riuniroDo al resto della compagnia. 



CAPITOLO XIX. 363 

Un gtttdcfe studio, una grand'arte, di gran parole, metteva quel si- 
di 
gnore nel maneggio d'un affare; ma produceva poi anche effetti cor- 

lu fatti .„ , egli 

rispondenti. Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a 

Rimini; 

far® andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che é 

an bel passeggio. 

una bella passeggiata. 

giunge . . j. ,,., 

Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con Wk 

piego pel V 

plico per il padre guardiano. C'è dentro Y obbedienza per fra Cri- 
stoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La let- 
tera al guardiano porta l'istruzione d'insinuare al detto frate che 
deponga ogni pensiero d'affari che potesse avere avviati nel paese 

dee corrispondenza 

da cui deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate 

debb' 

latore dev'essere il compagno di viaggio. Il guardiano non dice nulla 

al mattino mostra 

la sera; la mattina, fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere l'obbe- 

bordone 

dienza, gli dice che vada a prender® la sporta, il bastone, il sudario 

compagno, 

e la cintura, e con quel padre compagno che gli presenta, si metta 

tosto cammino. 

poi subito in viaggio. 

pel pensatelo 

Se fu un colpo per il nostro frate, lo lascio pensare a voi. Renzo, 

corsero tosto cosi di- 

Lucia, Agnese, gli vennero subito in mente; e esclamò, per dir così, 

re, tra sé: Oh che quei tapini 

dentro di sé: — oh Dio! cosa faranno que' meschini, quando io non 

•la tosto levò si di 

sarò più qui! — Ma alzò gli occhi al cielo, e s'accusò d aver 

Pose 

mancato di fiducia, d' essersi creduto necessario a qualche cosa. Mise 

di obbedienza 

le mani in croce sul petto, in segno d' ubbidienza, e chinò la testa 

dinanzi trasse 

davanti al padre guardiano; il quale lo tirò poi in disparte, e gli 
diede quell'altro avviso, con parole di consiglio, e con significazione 

tolse 

di precetto. Fra Cristoforo andò alla sua cella, prese la sporta, vi 

perdono; si cia- 

ripose il breviario, il suo quaresimale, e il pane del perdono, s'allac- 

«e le reni una correggia accomiatò dai 

ciò la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenziò da* suoi con- 

per 

fratelli che si trovavano in convento, andò da ultimo a prender la 

via 

benedizione del guardiano, e col compagno, prese la strada che gli 
era stata prescritta. 



804 I PROMESSI SPOSI 

^ rinfervorato 

Abbiamo detto che don Rodrigo, 'ntestato più che mai di yenirea 
fine della saa bella impresa, s^era risoluto di cercare il soccorso d*uD 

cognome no- 

terribile nomo. Di costui non possiam** dare nò il nome, nò il co- 
me né anche ' niente 

gnome, nò un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto 

ciò: cosa tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria 

in più d'un libro (libri stampati, dico) di quel tempo. Che il perso- 
dei 
naggio sia quel medesimo, l'ideoHtà de' fatti non lascia luogo a du- 

da • 

bitarne ; ma per tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi 

avesse dovuto bruciar la penna, la mano dello scrittore. Francesco 

cardinale avendo a 

Hivola, nella vita del cardinal Federigo Borromeo, dovendo parlar di 

dica 

quell'uomo, lo chiama « un signore altrettanto potente per ricchezze, 

senza più. 

quanto nobile per nascita, » e fermi lì. Giuseppe Ripamonti, che, ne) 

quinto libro della quinta decade della sua Storia Patria^ ne fa più 

distesa menzione, lo nomina uno, costui, colui, quest'uomo, quel per- 
dio' egli 
sonaggio. « Riferirò, » dice, nel suo bel latino, da cui traduciamo 

vlen fatto, di uno, del fra 

come ci riesce, « il caso d'un tale che, essendo de' primi trai 

stabilito in villa U suo domicilio; 

grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una campagna, 

quivi 

situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, te- 

gludizli sovranità 

oeva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; 

Posto suir estremo confine dello stato sua 

menava una vita affatto indi 

raccettatore fuorusciti, fuoruscito egli stesso, 

pendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; 

a man salva > piglleremo 

poi tornato, come se niente fosse . ...» Da questo scrittore prende- 

in seguito a 

remo qualche altro passo, che ci venga in taglio per confermare e 

la narrazione autore anonimo, 

per dilucidare il racconto del nostro anonimo; col quaM tiriamo 

Innanzi. ^ 

avanti. ^ 

dagli ordini public!, 

Fare ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito da una forzii 

senza 

qualunque ; esser* arbitro, padrone negli affari altrui, senz' altro in- 



teresse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la 

che 

mano da coloro ch'eran"* soliti averla dagli altri; tali erano state in 
ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza. 



CAPITOLO XIX. 8a& 

remore di tante concussioni, 

allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di 

egli 

tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto senti- 

Glovane 

mento di sdegno e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, 

ne di pararsi dinanzi 

non tralasciava occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire 

ai di mettersi loro tra piedi, 

co' più famosi di quella professione, d' attraversarli, per provarsi 

fargli stare, 

con loro, e farli stare a dolere, o tirarli a cercare la sua amicizia. 

alla più parte di ricchezze e di seguito. 

Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ar- 

fortezza recedere 

dire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti 

ne alla 

ne conciò male, molti n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, com» 

a quel suo animo tracotato e superbo, 

soltanto potevan piacere a lui, ' amici subordinati^ 

facessero una certa professione d'inferiorità, _ a mano manca. 

che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra. 

egli ad faccendone stromeuto 

Nel fatto però veniva anche lui a essere il faccendiere, lo strumento di 

nei 

tutti coloro: essi non mancavano di richiedere ne' loro impegni l'opera 

soa- 
d'un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe siato deca- 
dere venir meno Tal 
dere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che^ 

fece, 

per conto suo, e per conto d'altri, tante ne fece che, non bastando 
nò il nome, nò il parentado, nò gli amici, nò la sua audacia a soste- 

contra centra tanti odii 

nerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti, do- 

dello 

vette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza 
si riferisca un tratto notabile raccontato dal Ripamonti, e Una volta 

egli 

che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il ri- 
spetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un 

dinanzi 

seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di 

alle guardie una di villanie pei 

corte, lasciò alla guardia un' imbasciata d' impertinenze per il go-^ 
Ternatore. > 

egli Intermise 

Nell'assenza, non ruppe le pratiche, nò tralasciò le corrispon- 

quei 

danze con que' suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lai, per tra- 
darre letteralmente dal Ripamonti, < in lega occulta di consigli 

m 
atroci, e di cose funeste. > Pare anzi che allora contraesse con più 

aiti luoghi 

alte persone, certe naove terribili pratiche, delle quali lo storie» 



366 I PROMESSI SPOSI 

SUDO mentovato parla con una brevità misteriosa. < Anche alcuni prin- 
cipi esteri, « dice, « si valsero più volte dell'opera sua, perqual- 

uccisione di 

che importante omicidio, e spesso gli ebbero a mandar da lontano 
rinforzi di gente che servisse sotto i suoi ordini. > 

Finalmente, 

Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, 
per qualche potente intercessione, o l'audacia di quell'uomo gli te- 

ogni altra franchigia, egli 

nesso luogo d'immunità, si risolvette di tornare a cast, 

in fatti; d'un suo tendo, 

e vi tornò difatti; non però in Milano, ma in un castello 

sul confine 

confinante col territorio bergamasco, che allora era, come ognun 

dominio veneto; e quivi fissò la sua dimora. 

sa, stato veneto. < Quella casa, » cito an- 

una 

Cora il Ripamonti, < era come un' officina di mandati sanguinosi : 

servi banditi nelia testa 

servitori la cui testa era messa a taglia, e che aTCTan per me- 

troncatori di 

«tiere di troncar teste: né cuoco, né sguattero dispensati dall' omi- 

dei 

oidio : le mani de' ragazzi insanguinate. > Oltre a questa bella fami- 

ne 

gìia. domestica, n'aveva, come afferma lo stesso storico, un'altra di 

simili soggetti dispersi, varii 

«Oggetti simili, disparsi e posti come a quartiere in vari luoghi 

dei stati, dei ai 

de' due stati sul lembo de' quali viveva, e pronti sempre a' suoi 
ordini. 

a giro 

Tutti i tiranni, par un bel tratto di paese airintorno, avevan* 

una fra 

dovuto, chi in un'occasione e chi in un' altra, scegliere tra l'amicizia 

ai 

e l'inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma i primi che avevano 

tentar la prova ne era incolto 

voluto provar di resistergli, la gli era andata cosi male, che 

tentarla. Né pur col- 

nessuno si sentiva più di mettersi a quella proYa. E neppur col 

l'attendere ai collo stare, come si dice, ne' suoi panni, 

badare a' fatti suoi, con lo stare a sé, uno non po- 

tenersl ad intiina- 

teva rimanere indipendente da lui. Capitava un suo messo a intimar- 

re si desistesse dalla si 

gli che abbandonasse la tale impresa, che cessasse di molestare 
il tal debitore, o cose simili: bisognava rispondere si o no. Quando 

nell'ar- 

una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere 

bitrio di negozio 

in lui un affare qualunque, 1' altra parte si trovava a quella 

eletta sentenza sua, chiarirsi 

dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo ne- 



CAPI* 3«7 

all' 

mlco; il che equivaleva a esser*, come Si diceva altre volte, tisico io 

In), 

terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ra- 

vl ricorrevano 

glene in effetto ; molti anche, avendo ragione, per preoc- 

tanto 

capare un cosi gran patrocinio, e chiuderne l'adito all'avversario: 
gli uni e gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Ac- 

angariato, amareggiato 

cadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un 

voltò ed egli, pigliate 

prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole^ 

rimanersi dalle offese, torto discen- 

forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chie 

dere alle scuse; renitente lo schiacciò, lo costrinse 

dere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringer 
a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche p 

spedito questi 

gare un più pronto e più terribile fio. E in quei casi, quel nome tan 

pure 

temuto e abborrito era stato benedetto un momento : perchè, non 

ricambio nelle 

dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non 

circostanze del tempi, non si sarebbe potuto 

si sarebbe potuto, in que' tempi, aspettarlo da nessun'altra forza né 

sovente 

privata, né pubblica. Più spesso, anzi per l' ordinario, la sua era stata 
ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci 

oltraggiosi. , pure 

superbi. Ma gli usi cosi diversi di quella forza producevan" sempre 

un «rande 

r effetto medesimo, d'imprimere negli animi una grand' idea di quan 

ed 

egli potesse volere e eseguire in onta dell'equità e dell' in jqu \, 

frappongono impedimenti 

quelle due cose che metton tanti ostacoli alla volontà degli aomir-, 

dei ordintirii 

e li fanno cosi spesso tornare indietro. La fama de 'tiranni ordii uri 

picciolo do Ve 

rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese dov 

contlnaamente, o spesso presenti ad opprimere : 

rano i più riccbi e i pi 

forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che non 

v< perchè si di cui sentiva il 

c'era ragione che la gente s'occupasse di quelli che non aveva a 

peso « l'infestazione. 

ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempf 

angolo da 

diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un sog- 

qualche cosa di stra- 

getto di racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d'irresi- 

potentfl, scuro da si 

stibile, di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s'aveva de'suoi 

sicarii pure da 

collegati e de' suoi sicari, contribuiva anch'esso a tener viva per 



3b„ I PROMESSI SPOSI 

giacché, 

tutto la Bsemoria di lui. Non eran® più che sospetti; giacché chi 

professata 
avrebbe confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogno tiranno 

un 
poteva essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de* suoi; e l'in- 
certezza stessa rendeva piìi vasta l'opinione e più cupo il terrore» 

compar ii* 

della cosa. E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire 

scherani incognite ad 

figure di bravi sconosciute e più brutte dell' ordinario, a ogni fatto 

enorme, disegnare 

enorme di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar Tau 

colai, 

tore, si proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a 

dei scrittori 

quella benedetta, per non dir altro, circospezione de' nostri autori, 

di 

«aremo costretti a chiamare l'innominato. 

Dal castellacelo di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c'era 
più di sette miglia: e quest'ultimo, appena divenuto padrone e ti- 
ranno, aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal per- 
€onaggio, non era possibile far quel mestiere senza venire alle 
prese, o andar d'accordo con lui. Gli s'era perciò offerto e gli era di- 

intende' 

venuto amico, al modo di tutti gli altri, s'intende; gli aveva 

rendutc servigio ne 

reso più d'un servizio (il manoscritto non dice di più); e n'aveva 

%t ad ricambio 

riportate ogni volta promesse di contraccambio e d' aiuto, in qua- 

congiuntura. Poneva 

lunque occasione. Metteva però molta cura a nascondere una tale 
amicizia, o almeno a non lasciare scorgere quanto stretta, e di che 

ella 

natura fosse. Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non 
il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno 

città, 

scopo: voleva dimorar® liberamente in città; godere i comodi, gli 

gli usar 

spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse 

tener conto delle parentele, coltivar le amicizie di personag- 

-certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l'amicizia di por- 
gi gradnati, avere 

sene alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle 

all' uopo tracollare 

a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per 



darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in 

aggiustar 

quel modo si potesse servir più facilmente che con l'armi della 
violenza privat»-, Ov^ ^'"«trijBsifthesza» diciam meglio, una lega eoo 



CAPITOLO XIX. 839 

famigerato nimico f 

n uomo di quella sorte, con un aperto nemico della forza pubblica, 

giuoco massimamente 

non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a ciò, specialmente 
presso li conte zio. Però quel tanto d'una tale amicizia che non era 

poteva un uflcio 

possibile di nascondere^ poteva passare per una relazione indispen- 

verso pericolosa, 

sabile con un uomo la cui inimicizia era troppo pericolosa; e cosi 
ricevere scusa dalla necessità: giacché chi ha l'assunto dì pro-wve- 

n» V «ila con- 

dere, e non n' ha la volontà, o non ne trova il verso, alla lunga ac- 

sente provegga ad ai 

consente che altri provveda da sé, fino a un certo segno, a' casi 
suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un occhio. 

Un mattino 

Una mattina, don Rodrigo usci a cavallo, in treno da caccia, con 

picciola scherani a piede; 

una piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro al- 

si 

tri in coda; e s'avviò al castello dell'innominato. 



TOMO. 

FINB DEL PRIMO VOLUMB. 



VOLUME SECONDO 



CAPITOLO XX. 



posto ad 

n castello dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta 

su la 

« Uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra 

, ben dire 

giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad 

per greppi per 

essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un an- 

precipizil cosi sul di diPtro, ooitìH sul fianchi. 

dirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due 

Il Iato risponde nella U solo pendio 

parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendio 

eguale continuo; pascoli in alto, a colture 

piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde 

Della più bassa falda, e sparso abituri. 

a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di cioi 

un, secondo la stagione, rigagnolo o torrentaccio, 

teloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: 

che allora dominli. 

allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, 

pure 

per dir così, l'altra parete della valle, hanno anch'essi un po' di 

lentamente inclinata e coltivata, ma un breve tratto; 

falda coltivata; il resto è schegge e 

via salvo 

macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio 

Bei 

ne' fessi e sui ciglioni. 
Dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato, 

orma 

il selvaggio signore dominava all' intorno tutto lo spazio dove piede 

, ne sentiva nessuna brulicare al di sopra del suo 

c uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra ^ 



4 I PROMESSI SPOSI 

capo. ^ _^ A un volger d'occhi tutta quella 

8è, né più in alto. Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel 

chiostra declivi vie quivi entro. 

recinto, i pendii, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella 

ascendeva 

che, a gomiti e a giravolte , saliva al terribile domicilio , si spie- 
dinanzi 
gava davanti a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: 

balestriere 

dalle finestre, dalle feritoie, poteva il signore contare a suo bei- 
saliva porgli cento volte la mira. 

l'agio i passi di chi veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte. 

un grosso drappello d'assalitori avrebb'egli 

E anche d' una grossa compagnia, avrebbe potuto , con quella 

guernigione 

guarnigione di bravi che teneva lassù . stenderne sul sentiero, o 

ìYin 

farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a toccar 

né pur né pur 

la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e neppur di 

por istesse bene 

passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben visto 

col 

dal padrone del castello. Il birre poi che vi si fosse lasciato vedere, 
sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in 
un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi 
che avevano voluto tentar l'impresa; ma eran" già storie antiche; e 

dei valligiani ricordava quivi veduto 

nessuno de' giovani si rammentava d'aver veduto nella valle 

un 

uno di quella razza, né vivo, né morto. 

ci dà 

Tale è la descrizione che l'anonimo fa del luogo: del nome, nulla; 

via 

anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del 

di lancio 

viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle, 

Qn\vi 

appiè del poggio, all'imboccatura dell'erto e tortuoso sentiero. Lì e'era 
ma taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di 

Una appesa al di sopra della porta mo- 

guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l'uscio, era 

strava dalle due parti dipinto 

dipinto da tutt'e due le parti un sole raggiante; ma la voce pub- 
blica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta 

suo modo disegnava 

li rifa a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della 
Malanotte. 

romore si 

Al rumore d'una cavalcatura che s'avvicinava, comparve sulla 

ben guernito di coltelli e di pistole; dato 

soglia un ragazzaccio, armato come un Saracino; e data un' oc- 

scherani gìucavano sul desc6 

chiata, entrò ad informare tre sgherri, che stavan giocando, con 



CAPITOLO XX. 5 

ravvolte a guisa tegole. essere 

certe carte sudìce e pie^jate in forma di tegoli. Colui che pareva il 

si levò, si fece alla porta 

capo s'alzò, s'affacciò all'uscio, e, riconosciuto un amico del suo pa- 

inchinò. rendutogli 

drone, lo salutò rispetéosamente. Don Rodrigo, resogli con molto 

chiese 

garbo il saluto, domandò se il signore si trovasse al castello; e ri- 

ch'egli 

spostogli da quel caporalaccio, che credeva disi, smontò da cavallo, 

giitò le redini Tira-dritto corteggio. tolse poi di collo 

e buttò la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si levò lo 

schioppo, e lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d*un 

spedito; 

peso inutile, e salir" più lesto; ma, in realtà,. perchè sapeva bene, 

lecito collo 

che su quell'erta non era permesso d'andar con lo schioppo. Si 
cavò poi di tasca alcune berlinghe, e le diede al Tanabuso, dicen- 

farete di alle- 

dogli: « voi altri state ad aspettarmi; e intanto starete un po' alle- 
gria qualche 
gri con questa brava gente. » Cavò finalmente alcuni scudi d'oro, e 

pose la l'altra 

li mise in mano al caporalaccio, assegnandone metà alni,© metà 

partirsi fra pure aveva 

da dividersi tra i suoi uomini. Finalmente, col Griso, che aveva anche 

deposto piede 

lui posato lo schioppo, cominciò a piedi la salita. Intanto i tre bravi 

che 

flopradetti, e lo Squinternotto' ch'era il quarto (oh! vedete che 

questi, conservarceli 

beinomi, da serbarceli con tanta cura), rimasero coi tre dell' in- 

, ,, - , giucare sbe- 

nominato, e con quel ragazzo allevato alle forche, a giocare, a trin- 

vazzare raccontare _ 

care, e a raccontarsi a vicenda le loro prodezze. l 

L 

Un altro bravaccio dell'innominato, che saliva, raggiunse poco 

si 

dopo don Rodrigo; lo guardò, lo riconobbe, e s'accompagnò con lui; 
e gli risparmiò cosi la noia di dire il suo nome, e di rendere altre 

quanti 

conto di sé a quant' altri avrebbe incontrati, che non lo conosces- 

Giunto intromesso lasciato 

sere. Arrivato al castello, e introdotto (lasciando però il Griso alla 

oscuri 

porta), fu fatto passare per un andirivieni di corridoi bui, e per 
varie sale tappezzate di moschetti, di sciabole e di partigiane, e in 

stava a d' 

Ognuna delle quali c'era di guardia qualche bravo; e, dopo avere 
alquanto aspettato, fu ammesso in quella dove si trovava l'innominato. 

Questi rispondendo al squadrandolo • 

Questo gli andò incontro, rendendogli il saluto, e insieme 

alle alla cera 

guardandogli le mani e il viso, come faceva per abitudine, e ormai quasi 



I PROMESSI SPOSI 

a del 

involontariamente, a chiunque venisse da lui, per quanto fosse do' più 

alto della persona, adusto, a prima giunta 

vecchi e provati amici. Era grande, bruno, calvo ; 

quella calvezza, la canizie del pochi capeglì cho gli rimanevano, e le rughe del volto, 

bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: 

l'avrebbero fatto stimare d'un'età assai più inoltrata dei sessant'aoni che aveva appena 

a prima vista, gli si sarebbe dato più de' sessant'anni che 

varcati: e dei e 

aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de' lineamenti, il 

un fuoco cupo che gli scintillava dagli gagliardi» 

lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza 

giovane, 

di corpo e d'animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine. 
Don Rodrigo disse che veniva per consiglio e per aiuto; che, tro- 
vandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli per- 
metteva ^i ritirarsi, s' era ricordato delle promesse di queir uomo 
che non prometteva mai troppo, né invano; e si fece ad esporre il 

scelerato qualche cosa 

SUO scellerato imbroglio. V innominato che ne sapeva già qualcosa» 

udì attentamente il racconto, vago 

ma in confuso, stette a sentire con attenzione, e come curioso di si- 

implicato 

mili 'j^orle, e per essere in questa mischiato un nome a lui noto & 

dei 

odhitfissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de' tiranni, e in 

Il narratore 

parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi 

diede ad in prova 

narlafa, si mise poi a esagerare le difficoltà dell' impresa; la 

distanza del luogo, un monastero, la signora! — A questo, l'innomi- 

glielo 

nato, come se un demonio nascosto nel suo cuore gliel avesse co* 

l'impresa la pigliava egU 

mandato, interruppe subitamente, dicendo che prendeva l'impresa 

Notò il 

sopra di sé. Prese l'appunto del nome della nostra povera Lucia, r 

rimandò f''* . 

licenziò don Rodrigo, dicendo: « tra poco avrete da me ravviso d 

dribblate 

quel che dovrete fare. » 

Egidio, coa- 

Se il lettore si ricorda di quello sciagurato Egidio che abitava ac- 

tlguo 

canto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora 

ch'egli dei nequizia, 

che costui era uno de' più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze 

questi 

che avesse l'innominato: perciò questo aveva lasciata correre così 

Pure, non 

prontamente e risolutamente la sua parola. Ma appena rimase solo, 

stiz^ato di 

si trovò, non dirò pentito, ma indispettito d'averla data. Già da 

un cotal tedio 

qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia 



CAPITOLO XX. 7 

sceleratezze. che accumulate su la 

delle sue scelleratezze. Quelle tante ch'erano ammontate, se non sulla 

ad ognuna 

sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta 

ch'egli commettesse di nuovo, ed apparivano spiacevoli, 

che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all'animo brutte 
e troppe: era come il crescere e crescere d^un peso già incomodo. 

nei quasi 

Una certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scom- 

del tutto cessata, quei 

parsa quasi afifatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi 
tempi, l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento 
d'una vitalità vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: 
ora all'opposto, i pensieri dell'avvenire eran quelli che rendevano più 

Morire! E 

noioso il passato. — Invecchiare! morire! e poi? — E, cosa notabile! 
l'immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d'un ne- 
mico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell'uomo, e infondergli un'ira 
piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio 

portava 

della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una 

nimico 

costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avver- 

anch'egli mortale, più forti 

sario mortale anche lui ; non si» poteva rispingerla con armi migliori, 

al 

e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era 

ad ogni momento faceva un passo; 

forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento ; e, intanto 
che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, 

ella si Nei esempli 

quella s'avvicinava. Ne' primi tempi, gli esempi così frequenti, la 

perpetuo 

spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, del- 

insplrandogli una 

Tomicidio, ispirandogli un'emulazione feroce, gli avevano anche ser- 

di contra 

Vito come d'una specie d'autorità contro la coscienza: ora, gli ^ina- 

tratto tratto 

sceva ogni tanto nell'animo l'idea confusa, ma terribile, d'un giudizio 
individuale, d'una ragione indipendente dall'esempio; ora, l'essere a» 

della 

Bcito dalla turba volgare de' malvagi, l'essere innanzi a tutti, gli dava 
*l talvolta il sentimento d'una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva 

inteso 

sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare nà 
di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora^ 

di cagione 

In certi momenti d'abbattimento senza motivo di terrore senza pe« 



8 I PROMESSI SPOSI 

ricolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel 

fervore pure iB- 

primo boiler delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sen- 

tesa apparsa 

tita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora» 

a 

quando gli tornava d'improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, 
la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che 

•gU lasciasse mai nulla trasparire, nò in parole, nò In atti, di 

aprirsi con nessuno su questa sna nuova 

colle 

Inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con 

ed intesa 

Fapparenze d'una più cupa ferocia ; e con questo mezzo, cercava 

soffocarla. 

anche di nasconderla a sé stesso, o di soffogarla. Invidiando (giacché non 

quei egli 

poteva annientarli né dimenticarli) que' tempi in cui era solito com- 

altra sollecitudine 

mettere l'iniquità senza rimorso, senz'altro pensiero che della riuscita, 
faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per riafferrare 

piena, baldanzosa, 

quell'antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer sé 

egli quell'uomo. 

stesso eh' era ancor* quello. 

questa tosto 

Cosi in quest'occasione, aveva subito impegnata la sua parola a 

ad Ma, 

don Rodrigo, per chiudersi l'adito a ogni esitazione. Ma appena par- 
di nuovo affievolire risolutezza 

tito costui, sentendo scemare quella fermezza che s'era comandata 

per promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente 

lo avrebber 

pensieri che lo tentavano di man«aj?e a quella parola, e l'avrebbero 

dinanzi ad ad 

condotto a scomparire in faccia a un amico, a un complice seconda- 
in asò 
rio; per troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, 

arrischiati 

ano de' più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui 

un piftlio 

erti solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria 

risoluto gì' impose salisse tosto 

risoluta, gli o«mandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto 

sitrniflcasse ad Egidio 1' gli in- 

a Monza, informasse Egidio dell'impegno contratto, e richiedesse 11 

dirizzo ed 

SUO aiuto per adompirlo. [ 

lo 

Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se l'aspet- 

colla di 

tasse, con la risposta d'Egidio: che l'impresa era facile e sicura; 

mandasse tosto l'innominato sconosciuta 

gli b! mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi 

Egidio 

ben travisati; e lui prendeva la cura di tutto il resto, e guiderebbe 



qnesto . che che gli passasse per l'animo, 

la cosa. A quest'annunzio, rinnominato, comunque stesse di «leiitro, 
diede ordine in fretta al Nibbio stesso, che disponesse tutto secondo 

queir intesa, egli, disegnò 

aveva detto Egidio, e andasse con due altri ciie gli nominò, alia sf 
dizione. 

servigio 

Se per rendere l'orribile servizio che gli era stato chiesto, Egidio 

dei ^ ordinarii 

avesse dos^uto far conto de' soli suoi mezzi ordinari, non avrebbe 

netta. 

certamente data cosi subito una promessa cosi decisa. Ma, in quel- 
tutto pareva dovere 
l'asilo stesso dove pareva elle tutto dovesse essere ostacolo, l'atroce 

giovane 

giovine aveva un mezzo noto a lui solo; e ciò che per gli altri sa- 
stato Stromento 

rebbe stata la maggior^ difficoltà, era strumento per lui. Foi abbiamo 

a pai ole 

riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle sue 

di lui; 

parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu Tultima, 

via 

non fu che un primo passo in una strada d'abbominazione e di sangue. 

divenuta iaij.(eriosa, autuievole 

Quella stessa voce, che aveva acquistato forza e, direi quasi, autorità 

pel sagnlioiu delU ie era data 

dai delitto, le impose ora il sagnlizio dell'innocente che aveva ìq 
custodia. 
La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder^ Lucia per un 

paiuta 

caso impreveduto, senea colpa, le sarebbe parsa una sventura, una 

iiigiuuto scele- 

punizione amara: e le veniva comandato di privarsene con una scel- 

rata convertire di 

lerata perfìdia, di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo d'espia- 

i modi 

zione. La sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall'orribile 

tutti il solo che sarebbe stato iurallibile, era pure m 

comando; tutte, fuorché la sola ch'era sicura, e che le stava pur 

sua mano. 

sempre aperta davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, 

centra è 

contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente. A 

obbedì. 

questo Gertrude non voleva risolversi; e ubbidì. 

si appressava; 

Era il giorno stabilito; l'ora convenuta s'avvicinava; Gertrude, 

grandi 

ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze 
deli' ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tene- 

tema 

rezza crescente: come la pecora, tremolando senza timore sotto la 

Volge 

mano del pastore che la palpa e la strascina mollemente, si volta a 



10 1 PliOMESSl SPOSI 

lambir del pecorile sta In aspetto bec- 

leccar quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l'aspetta il ma- 
caio 
cellaio, a cui il pastore l'ha venduta un momento prima. 

« Ho bisogno d'un gran servizio; e voi sola potete farmelo. Ho tanta 

pronta ad obbedirmi; lo una mia faccenda 

gente a'miei comandi; ma di cui mifldi, nessuno. Per un affare di 

importantissima racconterò , 

grand'importanza, che vi dirò poi lio bisogno di parlar® subito subito 

dei vi 

con quel padre guardiano.de' cappuccini che v'ha condotta qui da 

pur 

me, la mia povera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia 

eh'io cercare 

che l'ho mandato a chiamare io. Non ho che voi per far^ segretamente 

questa imbasciata. . . > 

quest'imbasciata. » 

inchiesta peri- 

Lucia fu atterrita d'una tale richiesta; e con quella sua sugge- 

tanza, ma non senza una forte espressione di tosto 

«ione, ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, 

capire 

per disimpegnarsene, le ragioni che la signora doveva intendere» 

una scorta, 

che avrebbe dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per 
una strada solitaria, in un paese sconosciuto .... Ma Gertrude, am- 

ad anch'ella 

maestrata a una scola infernale, mostrò tanta maraviglia anche lei, 

in chi ella aveva 

e tanto dispiacere di trovare una tal ritrosia nella persona di cui 

tanto beneficato, mostrò 

credeva poter far più conto, figurò di trovar così vane quelle scuse ! 

Di un breve tragitto, 

-di giorno chiaro, quattro passi, una strada che Lucia aveva fatta pochi 

alla sola indicazione, chi non l'avesse veduta mai, 

giorni prima, e che, quand'anclie non l'avesse mai veduta, a In- 

fallare!... pove- 

segnargllela, non la poteva sbagliare!.... Tanto disse, che la pove- 
retta, punta di gratitudine e di vergogna ad 

Pina, commossa e punta a un tempo, si lasciò sfuggir di bocca: 

che ho da 

« e bene; cosa devo fare? > 

< Andate al convento de' cappuccini : » e le descrìsse la strada di 
nuovo: « fato chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, 

tosto tosto; lasci scorgere 

che venga da me subito subito ; ma che non dica a nessuno cW 

aia per mia richiesta. 

son io che lo naando a chiamare. » 

che fattora mi veduta 

« Ma cosa dirò alla fattoressa, che non m'ha mai vista uscire, e 

io sia avviata? » 

mi domanderà dove vo? > 

senza veduta; 

< Cercate di passare senz'esser vista; e se non vi riesce, ditele 
ohe andate alla chiesa tale, dove avete promesso dì fare orazione. > 



CAPITOLO XX. 11 

Lucia, mentire ; 

Nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la si- 
accorata tanta 
gnora si mostrò di nuovo così afflitta delle ripulse, le fece parer 

vergogna dell' 

COSÌ brutta cosa l'anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che 

la poveretta, stordita sopra tutto da quelle 

Lucia, sbalordita più che convinta, soprattutto commossa più che 

parole, ebbene; vo mi 

mai, rispose: « e bone; anderò. Dio m'aiuti! » E si mosse. 
Quando Gertrude , che dalla grata la seguiva con 1' occhio fisso e 

por in su la 

torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un sen- 

mosse le labbra 

timento irresistibile, apri la bocca, e disse: « sentite. Lucia! » 

rivolse ritornò 

Questa si voltò, e tornò verso la grata. Ma già un altro pensiero, 

prevalso 

un pensiero avvezzo a predominare , aveva vinto di oiiovo nella 

vista 

mente sciagurata di Gertrude. Facendo le viste di non esser contenta 

delle ella divisò 

dell'istruzioni già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva 

tenere; conpedò 

tenere , e la licenziò dicendo : « fate ogni cosa come v' ho detto , e 
tornate presto. > Lucia partì. 

via cogli 

Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli 

Il , colle colle 

occhi bassi, rasente al muro; trovò, con l'indicazioni avute e con le 

ne usci; 

proprie rimembranze, la porta del borgo, n'uscì, andò tutta raccolta 

giunse breve 

e un po' tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti 

allo sbocco di 

a quella che conduceva al convento; e la riconobbe. Quella strada 

tuttavia 

era, ed è tutt'ora, affondata, a guisa d'un letto di fiume, tra due 

ripe d'alberi stendono come 

alte rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di 
volta. Lucia, entrandovi, e vedendola affatto solitaria, senti crescere 

studiava dopo un picciol tratto, 

la paura, e allungava il passo; ma poco dopo si rincorò alquanto, 

allo scorgpre presso di- 

nel vedere una carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, da- 

nanzi di 

vanti allo sportello aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e 

di dp| cammino. Giunta più presso in'ese un di qu^i 

in là, come incerti della strada. Andando avanti, sentì uno di que' due, 

donna 

che diceva: < ecco una buona giovine che c'insegnerà la strada. » 

In fatti ella dinanzi atto 

Infatti, quando fu arrivata alla carrozza, quel medesimo, con un fiire 

e irtese la cera volse giovane 

più gentile che non fosse l'aspetto, si voltò, e disse: « quella giovine, 

sapreste voi inswpnarci 

ci sapreste insegnar la strada di Monza? » 



12 I PROMESSI SPOSI 

Sono voltati poveretta: 

« itndaiido di li, vanno a rovescio, » rispendeva la poverina: 

per volgeva Incìicaie col rfito, 

« Monza è di qua..... » e si voltava, per accennar col dito; quando 

attraverso 

l'altro compagno (era il Nibbio), afferrandola d'improvviso per la 
vita, l'alzò da terra. Lucia girò la testa indietro atterrita, e cacciò 

uno strido; cacciò nella carrozza: 

un urlo; il malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che 

vi stava seduto nel fondo di sopra, flcc ò, divincolantesi invano 

Stava a sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si divin- 

« stridi^nte, 

colasse e stridesse, a sedere dirimpetto a sé: un altro, mettendole un 

sulla in gola il grido. 

fazzoletto alla bocca, le chiuse il grido in gola. In tanto il Nibbio 

si cacciò in furia anch'egli 

entrò presto presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, 

in- 

e la carrozza parti di carriera. L altro che le aveva fatta quella do- 

chiesta rimaso via, guardò frettolosamente in- 

manda traditora, rimasto nella strada, diede un'occhiata in qua e 

torno: 

in la, per wedcr se ffo<«<«e accorso qualcbeduno ajslì urli 

nessun v'era: spiccò un saito ripa, abbi anco 

di lincia: non c'era nessuno; saltò sur una riva, attaccandosi 

un fusto della siepe che v'era piantata in cima, la trapassò, ed entrato in 

a un albero della macchia, 

una macchia di Cerri, che scorreva per un certo tratto lungo la strada, vi si appiattò, per 
uon esser veduto dalla gente che potesse accorrere allo strido. 

e disparTe. 

scherano di a vigilare presso la 

Era costui uno sgherro d'Fgldio; era stato, facendo l'indiano, sulla 

monastero, aveva veduta uscirne, 

porta del suo padrone, per veder quando Lucia usciva dal monastero} 

aveva notato l'abito e la figura; 

l'aveva osservata bene, per poterla riconoscere; ed era 

corso per una scorciatoia, ad aspettarla al posto convenuto. f 

significare 

Chi potrà ora descrivere il terrore, l'angoscia dì costei, esprimere 
ciò che passava nel suo animo ? Spalancava gli occhi spaventati, per 

ansia tosto 

ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva subito, 

pel pel storceva; 

per il ribrezzo e per il terrore di que'visacci: si storceva, ma era 

faceva 

tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e dava delle 
stratte, per buttarsi verso lo sportello ; ma due braccia nerborute la 

carrozza, 

tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro altre 

la Ad ogni atto eh' ella facesse di voler 

manacce ve l'appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca per 

mettere grido sofrocarglielo 

cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo m gola. Intanto 

lor fosse concesso di 

tre bocche d inferno, con la voce più umana che sapessero formare. 



CAPITOLO XX. 13 

zitto, zitto, 

andavan" ripetendo : « zitta, zitta, non abbiate paura, non vogliamo 
farvi male. » Dopo qualche momento d'una lotta così angosciosa, 

ella senibiò acquetarsi; 

parve ciie s'acquietasse; allentò le braccia, lasciò cader la testa al- 
levò immoto; 
.Yindietro, alzò a stento le palpebre, tenendo l'occhio immobile; e 

dinanzi 

quegli orridi visacci che le stavan" davanti le parvero confondersi e 
ondeggiare insieme in un mescuglio mostruoso: le fuggì il colore dal 

volto coperse; si «• 

viso; un sudor freddo glielo coprì; s'abbandonò, e svenne. 

< Su, su, coraggio, » diceva il Nibbio. « Coraggio, coraggio, » ri- 
petevan" gli altri due birboni ; ma lo smarrimento d'ogni senso pre- 

dall'udire 

servava in quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orri- 
bili voci. 

un 

€ Diavolo! par morta, » disse uno di coloro: « se fosse morta 

davvero? > 
un 
« Oh! morta! * disse l'altro: « è uno di quegli svenimenti che 

vengono alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all'altro 

mondo qualcheduno, uomo o donna che fosse, c'ò voluto altro. » 

attendete 

« Via! » disse il Nibbio: « attenti al vostro dovere, e non andate 

Cavate i tromboni di sotto al sedile, 

a cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, er teneteli 

in ordine ; entriamo dei 

pronti; che in questo bosco dove s'entra ora, c'è sempre de'birboni 

mica la schiena 

annidati. Non così in mano, diavolo ! riponeteli dietro le spalle, lì 

coricati: 

stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per 
nulla? Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rin- 
venuta, badate bene di non furie paura; non la toccate, se non vi fo 

zitto : 

segno; a tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me. » 

tuttavia velocemente, era entrata 

Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s'era inoltrata nel 

iìOSCO. 

Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da 

aperse 

un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a di- 

i luridi 

stinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere i 

spaventosa 

suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione. 



14 I PROMESSI SPOSI 

gettarsi 

'1 primo USO che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi 

fuora rattenuta 

ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e 
lon potè che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo 

Levò grido; 

per cui passava. Cacciò di nuovo un urlo ; ma il Nibbio, alzando la 

potè; 

manaccia col fazzoletto, « via, > le disse, più dolcemente che potè; 

quieta 

< state zitta, che sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; 

tacete noi vi faremo tacere. > 

ma se non istate zitta, vi faremo star noi. » 

< Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete* Perchè 
mi 

m'avete presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare! » 

« Vi dico che non abbiate paura ; non siete una bambina, e dovete 
capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo 
potuto ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni! Dun- 
que state quieta. > 

€ No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi co- 
nosco. » 

Noi Vi conosciamo ben 

« Vi conosciamo noi. > 

< Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi 

mi 

andare, per carità. Chi siete voii Perchè m'avete presa? » 
€ Perchè c'è stato comandato. » 

Chi 

« Chi? chi? chi ve lo può aver comandato? > 

Zitto! 

< Zitta! > disse con un visaccio severo il Nibbio: € a noi non si fa di 
codeste domande. » 

gettarsi 

Lucia tentò un'altra volta di buttarsi d'improvviso allo sportello; 

ch'egli in vano colla 

ma vedendo eh' era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la 

faccia chinata, colle guance lagrime colia 

testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta 

dai singulti colle 

dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, € oh! > diceva: 
< per l'amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! 

Che male vi ho fatto lo? vi 

Cosa v'ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v'ha 

nessun male. mi 

fatto niente. Quello che m'avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; 
e pregherò Dio per voi. Se avete anch« voi una fl^rlia. una moglie, una 



CAPITOLO XX. 13 

madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stata 
Ricordatevi che dobbiamo morir tatti, e che un giorno desidererete 
che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il 
Signore mi farà trovar la mia strada. » ' ' 

< Non possiamo. » 

Perchè 

< Non potete ? Oh Signore ! perchè nen potete ? Dove volete con- 
Jurmi ? Perchè . . . ? > 

« Non possiamo : è inutile : non abbiate paura, che non vogliamo 
farvi male: state quieta, e nessuno vi toccherà. » 

trambasciata del 

Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue pa- 
role non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in 

i cuori 

mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. 

all'angolo dov'era stata posta. 

Si strinse il i»iù che potè, nel canto della carrozza, 

incrocicchiò le braccia ferTidamente 

mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo 

col cuore: cavata di tasca dirla, 

con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, 
con più fede e con più affetto che non avesse ancor fatto in vita 

Di tempo in tempo, 

sua. Ogni tanto, sperando d'avere impetrata la misericordia che 

domandava, volgeva invano. 

implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. 

alienata d&V sensi; li ripigliava. 

Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per 

l'animo non ci regge 

rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a de- 
scriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al ter- 
mine di quel viaggio, ohe durò più di quattr' ore ; e dopo il quaU 

ci converrà par trapassare per altre ore angosciose. 

avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al castello 
dove l'infelice era aspettata. ' 

una sollecitudine. 

Era aspettata dall'innominato, con un'inquietudine, con una sc- 
egli a cuore lmp"er- 
spension d'animo insolita. Cosa strana! quell'uomo che, aveva di- 
turbato aveva disposto 
sposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non 

computate le ambasce fatte patire tal- 

aveva contato per nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche 

volta esse 

volta per assaporare in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, 

nell'arbitrio che esercitava sopra questa Lucia, una una meschina 

nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, a questa povera 



16 I PROMESSI SPOSI 

forese, uu rincrescimento, 

contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore. 

guatava egli 

Da un'alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo 

la carrozza apparire 

verso uno sbocco della valle; ed ecco spuntar la carrozza, e venire 

correre a scapppata 

innanzi lentamente: perchè quel primo andar di carriera aveva con- 

dei 

sumata la foga, e domate le forze de* cavalli. E benché, dal punto 

ov'egli rimirare, il convoglio car- 

do VC stava a guardare, la non paresse più che una di quelle car- 

rozzette i fauciulli strascinano per balocco, pure tosto; 

rozzine che si danno per balocco ai fanciulli, la riconobbe subito, 

senti un nuovo e più forte battito al cuore. 

e si senti il cuore batter più forte. 

Vi ella? tosto a dire 

— Ci sarà ? — pensò subito ; e continuava tra sé: — che noia 
mi dà costei! Liberiamocene. — 

E si disponeva a domandare scherano, a 

E voleva chiamare uno de^ suoi sgherri, e spedirlo subito in- 

ad desse di volta, 

contro alla carrozza, a ordinare al Nibbio che voltasse, e conducesse 

di subito 

colei al palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò 

Vessato 

nella sua mente, fece svanire quel disegno. Tormentato però dal bi- 

ordiaar qualche cosa 1' aspet- 

sogno di dar qualche ordine , riuscendogli intollerabile lo stare 

tare innan?.! a 

aspettando oziosamente quella carrc/za che veniva avanti passo 

a castigo 

passo, come un tradimento, che so io i come un gastigo, fece chia- 
mare una sua vecchia douna. 
Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di 

vi aveva passata ch'ella quivi 

esso, e aveva passata lì tutta la sua vita. Ciò che aveva veduto 

inteso 

e sentito fin dalle fasce, le aveva impresso nella mente un con- 
cetto magnifico e terribile del potere de' suoi padroni ; e la mas- 

dalle esempli 

sima principale che aveva attinta dall'istruzioni e dagli esempi, 

obbedir loro 

era che bisognava ubbidirli in ogni cosa, perchè potevano far del 
gran male e del gran bene. L'idea del dovere, deposta come un 
germe nel cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme 
co' sentimenti d' un rispetto, d' un terrore, d' una cupidigia servile, 

accomodata 

s'era associata e adattata a quelli. Quando l'innominato, divenuto 
padrone, cominciò a far quell'uso spaventevole della sua forza, costei 
ne provò da principio un certo ribrezzo insieme, e un sentimento 



CAPITOLO XX. :? , 

soggezione. 

più profondo di sommissione. Col tempo, s'era avvezzata a ciò che 

Vedeva e di che udiva parlai- tutto di: 

aveva tutto il giorno davanti agli occhi e negli orecchi : la volontà 

tanto 

potente e sfrenata d'un cosi gran signore, era per lei come una specie 

Già matura costui 

di giustizia fatale. Ragazza già f^tta, aveva sposato un servitor 

servo ben tosto ad 

di casa, il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, 

le 

*asciò l'ossa sur una strada, e lei vedova nel castello. La vendetta 

fece allor tosto di qu»l morto 

3he il signore ne fece subito, le dieda una consolazione feroce, e 

dell'essere 

ie accrebbe l'orgoglio di trovarsi sotto una tal protezione. D'allora in 

pose clie ben di rado 11 piede fuor del castello; 

poi, non mise piede fuor del castello, che molto dirado; e a poco 
a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle 

servigio 

che ne riceveva in quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio par- 
caterva scherani or or 
ticolare, ma, in quella masnada di sgherri, ora l' uno ora 1' altro, le 

flava ad istante: die 

davan da fare ogni poco; ch'era il suo rodimento. Ora aveva cenci 

il pasto 

da rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse 
da una spedizione, ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i 

improperii: 

rimproveri, i ringraziamenti; eran conditi di beffe e d'improperi: 

qualcuno 

vecchia, era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno 

vi appiccava 

sempre ci se n'attaccava, variavano secondo le circostanze e l'umore 

del parlante. Ella 

dell'amico. E colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, 

che ricambiava tal- 

ch'erano due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle 

volta quel 

volte que' complimenti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciute 

dei 

più del suo ingegno, che in quelle de' provocatori. 
< Tu vedi laggiù quella carrozza! » le disse il signore. 

veggo ella, protendendo afd- 

€ La vedo, » rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appun- 

lato incavati spignerii 

tato, c aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli 

delie 

su gli orli deirocchiaie. 

tosto tosto allestire lettiga; entravi 

« Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla Mala- 
Tosto tosto, vi giunga che vi sia: 

notte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza i già 

innanzi v' 

la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c'è... 

vi debb'^ giovane v' per ordine 

CI dev essere.*, una giovine. Se e' A, dì al Nibbio, in mio nome, eh© 



Ig I PROMESSI SPOSI 

ponga lettiga venga su egli tosto monterai 

la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella 

lettiga giovane ; siate 

bussola, eoa quella... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai 

stanza. 6'ella 

cella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello^ 

guardati bene... » 

guarda di non. ...» 

«Oh! » disse la vecchia. 

« Ma, » continuò l'innominato, « falle coraggio. > 

die ho a 

* Cosa le devo dire? » 

Che hai a -^^ 

« Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta 

altrui , 

età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si 
vuole! Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura! 

quei 

Hoii sai le parole che fanno piacere in que' momenti? Dille di quelle 

in tua Va tosto. » 

parole: trovale, alla malora. Va. » 

ch'ella egli HvBtK 

E partita che fu, si fermò alquanto alla C.;is»&n5 eoa gli ficchi 

£*id£ii&^; poscia 

fissi a quella carrozza, che già appariva più g.^nde di aoS^. poi 

Kiiardó 

gli alzò al sole, che in quel momento si nasco.ideTa diolro 1^ men- 
ane 
tagna; poi guardò le nuvole sparse al disopra, che ai bruno ???jcero, 

in istante ritrasse, 

quasi a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a 

pas$eg$!iare 

camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggia- 
tore frettoloso. 



CAPITOLO XXI. 



ad obbedire coir 

La vecchia era corsa a ubbidire e a coinandare, con Tautorità <K 

rroiiunziaio, faceva là entro 

<iuel nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva 

«ollecltare ognuno; pensiero altri potess« 

spicciar tutti; perchè a nessuno veniva in testa che ci fosse uno 

inai ari iscliiarsi di Spenderlo F.lla si 

tanto ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Mala- 

vi vedutala 

notte un pò* prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di 

lettiga fé' si t attenesse, si sportello, 

bussola, fece segno al cocchiere che fermasse, s'avvicinò allo sportello;. 

disse all'orecchio la volontà 

« al Nìbbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del 
padrone. 
Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie 

Provò un nuovo sopiassalio di terrore, 

di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca 

(luato. indiet:o, 

« gli occhi, e guardò. 11 Nibbio s'era tirato indietro; e la vecchia, col 
mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: « venite, la mia 

tengo 

giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi 
tiene e di farvi coraggio. » 

femminile poveretta 

Al suono d'una voce di donna, la poverina provò un conforto, un 

Kisto licadilf* 

coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. 
< Chi siete? » disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonite 
in VISO alla vecchia. 
« Ve ite, venite, poverina, > andava questa ripetendo. Il Nibbio « 



«0 . I PROilESSI SPOSI 

gli altri due, argomentando dallo parole e dalla voce così straordi- 

indolcita le 

nanamente raddolcita di colei, quali fossero l'intenzioni del signore, 

I colle ad obbedire. eUa 

'cercavano di persuader con le buone l'oppressa a ubbidire. Ma lei 

Kiialava piir 

seguitava a guardar fuori; e benché il luogo selvaggio e sconosciuto, 
e la sicurezza de' suoi guardiani non le lasciassero concepire spe- 

pure apiiva a veg- 

fanza di soccorso, apriva non ostante la bocca per gridare; ma ve- 

peiiilo si tacque 

4endo il Nibbio far® gli occhiacci del fazzoletto, ritenne il grido, 

lettiga. lei vi 

tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola. Dopo, c'entrò la 
lasciò per 

vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che andassero dietro, 

iscorta. alla cliiamata 

e prese speditamente la salita, per accorrere ai comandi del 

signore. 

padrone. 

ansia 

€ Chi slete? » domandava con ansietà Lucia al cefTo sconosciuto o 

Dove Dove 

deforme: « perchè son con voi? dove sono? dove mi conducete? » 
« Da chi vuol farvi del bone, » rispondeva la vecchia, « da uà 

egli 

gran Fortunati quelli a cui vuol fai* del bene! Buon per voi, 

allegra; die 

buon per voi. Non abbiate paura, state allegra, che m'ha comandato 

Gli neh? 

di farvi coraggio. Glielo direte, ehi che v'ho fatto coraggio. » 

Perchè ? Che 

« Chi è? perchè? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove 
sono; lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che 
mi portino in qualche chiesa. Ohi voi che siete una donna, in nome 
di Maria Vergine ... ! » 

Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne' primi 

udito 

anni, e poi non più invocato per tanto tempo, né forse sentito pro- 

allor l'udi- 

ferire, faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel 

va, una specie lenta; il jioor- 

momento, un'impressione confusa, strana, lenta, come la rimem- 

do e delle forme, dall'infanzia. 

branza della luce, in un vecchione accecato da bambino. 

su la mirava 

Intanto l'innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in 

lettiga, a passo a passo, come prima la carrozza, salire, salire; 

giù; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza, 

dinanzi ad ad venir sollecitamenttt 

e uvfinti a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa 

questi ebbe toccata la cima, «e vien qua, » gU disse 11 

D Nibbio. Quamìo questo fu in cima, il signore gli accennò che lo 



CAPITOLO xxr. 



21 



fiipnorp ; e precorrendolo, entrò, 

seguisse; e andò con lui in una stanza del castello. 

quivi. 

« Ebbene? » disse, fermandosi li. 

« Tutto a UM iiuntino, » rispose, inchinandosi, il Nibbio: « lay- 

prido 

viso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo,- 

nessun . 

nessuno comparso, il coccniere pronto, i cavalli bravi, nessun in- 
contro: ma > 

« Ma che? » 

caro 

Ma ... . dico il vero, che avrei avuto più piacere che l'ordine fosse 

un'archibut!iata schiena; 

€tato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla par- 

volto. » 

lare, senza vederla in viso. » 

Che? che ? che 

« Cosa? cosa? che vuoi tu dire? » 

MI 

« Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo M'ha 

fatto troppa compassione. x> 

Che cosa 

« Compassione! Che sai tu di compassione? Gos* è la com- 
passione? » 
« Non l'ho mai capito cosi l^ene come questa volta: è una storia 

po' le )iiijliar 

la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender pos- 
sesso, non è più uomo. » 

po' muoverti 

« Sentiamo un poco come ha fatto costei "per moverti a com- 
passione. » 
« signore illustrissimo! tanto tempo....! piangerò, pregare, e 

certi 

far cert'occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhioz- 
zare, e pregar di nuovo, e certe parole.... » 

tra se 

— Non la voglio in casa costei, — pensava intanto l'innominato. — 

In mal punto mi sono impegnato; 

Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. 

levando faccia imperioso 

Quando sarà lontana .... — E alzando la testa, in atto di comando, 
verso il Nibbio, « ora, » gli disse, < metti da parte la compassiono: 

va, va, fin che sii giunto 

monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va di corsa a 

Rodrigo, tosto... to- 

oasa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi .... ma subito 

sro, 

subito, perchè altrimenti .... » 



13 I PROMESSI SPOSI 

« Ma un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di 
finire. « No, > disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sé 

segreta. «No: riposa; 

stesso il comando di quella voce segreta, « no: va a riposarti; » 
domattina .... farai quello che ti dirò! » 
— Un qualche demonio ha costei dalla sua, — pensava poi, ri- 

maso In piede, colle incrocicohiate col 

masto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo 

linmrto 

«guardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggia 

elevata 

della luna, entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di 

sbarre dì ferro, frastagliata 

luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata 

piccioli vetriere. 

più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate. Un qual- 

angiolo protegga.... 

che demonio, o.... un qualche angelo che la protegge Compas- 

per tempo, fuori 

sione al Nibbio! — Domattina, domattina di buon'ora, fuor di qui 

destino: seco. 

costei ; al suo destino, e non se ne parli più, e, — proseguiva tra 

stesso, f* un comandamento ad 

Sé, con quell'animo con cui si comanda a un ragazzo indocile^ 

obbedirà, 

sapendo che non ubbidirà, — e non ci si pensi più. Quell'animale di 

U capo 

don Rodrigo non mi venga a romper^ la testa con ringraziamenti; 
che non voglio pi/, sentir parlar* di costei. L'ho servito per- 

promesso, 

che.... perchè ho promesso: e ho promesso perchè ò il mio 

destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Ve- 

po'.... — 

diamo un poco... — 

ghiribizzare qualche opera scabrosa da imporre a don 

E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di sca- 

Rixliigo si venner di nuovo a giitar per 

broso, per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di 

traverso 

nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! — Como 

dee 

può aver fatto costei? — continuava, strascinato da quel pensiero. 
— Voglio vederla Eh! no.... Sì, voglio vederla. 

tentone 

E d'una stanza in un'altra, trov6 una scaletta, e su a tastone^ 

Bt portò Stanza vecchia; col piede nelle imposte. 

andò alla camera della vecchia, 6 picchiò all'uscio con un calcio. 
« Chi è? > 
« Apri, » 

fn* tosto s'udì II paletto sotg^ 

A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si senti scoP» 



CAPITOLO XXI. 23 

rere rotnoregglando le imposte si spalancarono. 

rere il paletto negli anelli, e l'uscio si spalancò. L'innominato, dalla 

Biro un'occhiata nella stanza; 

soglia, diede un'occhiata in giro; 6« al lume d'una lucerna che art 

trespolo acquattata per nell'angolo 

deva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto 

dalla poita. 

il più lontano dall'uscio. 

ti (pittassi 

« Chi t'ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci, 

malnata? iroso. 

jciagurata? » disse alla vecchia, con un cipìglio iracondo. 

posta ha voluto, colei: ^ 

< S'è messa dove le è piaciuto, > rispose umilmente colei; « io ho 

il possibile anch'essa*^ 

^atto di tutto per farle coraggio; lo può dire anche lei; ma non c'^ 
stato verso. > 

Levatevi dlss'ecll fattosele plesso. 

« Alzatevi, > disse l'innominato a Lucia, andandole vicino. Ma 

ella la pedata, 'a 

Lucia, a cui il picchiare, l'aprire, il comparir di queiruomo, le sue 

voce, portalo e più oscuro sgomento sgomen- 

parole, avevan messo un nuovo spavento nell'animo spaven- 

tato, stavasi nell'angolo, volto occultato 

tato, stava più che mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto 

nelle palme si movendo in quanto 

tra le mani, e non movendosi, se non che tremava tutta. 

Levatevi che 

« Alzatevi, che non voglio farvi del male.... e posso farvi del 

Levatevi! tuonò irata 

bene, > ripetè il signore..., « Alzatevi! > tonò poi quella voce, sde- 

deir 

guata d' aver due volte comandato invano. 

subitament» 

Come rinvigorita dallo spavento, l'infelicissima si rizzò subito 

giugnendo palme si sarebbe posta dinanzi ad 

Ingìnocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a 

una sacra, al volto dell' 

un'immagine, alzò gli occhi in viso all'innominato, e riabbassandoli 

tosto mi uccida. » 

subito, disse: « son qui: m'ammazzi. » 

< V'ho detto che non voglio farvi del male, » rispose, con voce 

affisando qnelle fattezze perturbate 

mitigata, l'innominato, fissando quel viso turbato dall'accoramento 
e dal terrore. 

vi dice egli stesso 

< Coraggio, coraggio, > diceva la vecchia: se ve lo dice lui, elio 
flon vuol farvi del male.... > 

fra il 

« E perchè, » riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito 

dello spavento pure della 

della paura, si sentiva una certa sicurezza dell'indegnazione dispe- 

ella Che 

rata, « perchè mi fa patire le pene dell'inferno? Cosa le ho fatto 
io?.... > 



24 I PROMESSI SPOSI 

« V'hanno forse maltrattata? Parlate. » 

Per- 
« Oh maltrattata! M'hanno presa a tradimento, per forza! per- 
chè? Perchè Perchè Dove 

che? perchè m'hanno presa? perchè son qui? dove sono? Sono una 

che Nel 

povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio » 

« Dio, Dio, » interruppe l'innominato: < sempre Dio: coloro che 
non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han 

Che cosa 

questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa 
pretendete con codesta vostra parola? Di farmi,...? » e lasciò la 
frase a mezzo. 

eh» cosa poverptta 

« Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, so 

eh' ella 

non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un'o- 
pera di misericordia! Mi lasci andare; par carità mi lasci andare! 

ad ha da tanto 

Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir 

patire ella 

tanto una povera creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi 

Mi taccia chiudere an- 

lascino andare! M'hanno portata qui per forza. 

Cora con questa doona, e mi faccia portare 

Mi mandi con questa donna a***, dov'è 

Mia 

mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per 

lontano da 

carità, mia madre ! Forse non è lontana di qui .... ho veduto i miei 

mi fa ella portare chiesa 

monti! Perchè lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. 

pregherò Che cosa 

Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire un pa- 

ella muove 

rola? Oh ecco! Tcdo che si move a compassione: dica una pa- 
rola, la dica. Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia! > 

quél sozzi 

— Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito ! 

quel 

— pensava l'innominato: — d'uno di que' vili che mi vorrebbero 

guaire Invece..., 

morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece.... — 

inspirazione I 

€ Non iscacci una buona ispirazione! » proseguiva fervidamente 

di volto 

Lucia, rianimata dal vedere una cert'aria d'esitazione nel viso e nel 

S' ella misericordia, 

contegno del suo tiranno. « Se lei non mi fa questa carità, me la 

ella.... 

farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!..: 

ella... lo sempre 

Forse un giorno anche lei.... Ma no, no; pregherò sempre io il SI- 



CAPITOLO xxr. 23 

Che cosa 

gnore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? 

S' ella provasse 

Se provasse lei a patir* queste pene — ! » 

animo, 

« Via, fatevi coraggio, » interruppe l'innominato, con una dolcezza 

strabiliare io lo 

che fece strasecolar la vecchia. « V'ho fatto nessun male? V'ho mi- 
nacciata? » 

ch'ella 

« Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa 

svila 

povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tut',* 

Invece ella 

gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha.... un po' allar- 
gato il cuore. Dio gliene renderà merito. Compisca l'opera di mise- 
ricordia: mi liberi, mi liberi. » 
« Domattina.... » 

adesso, adesso.... » 

< Oh mi liberi ora, subito.... » 

bnon cnore 

< Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio. 

Voi dovete 

Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno. > 

muoio muoio. e'Ia 

« No, no ; io moio se alcuno entra qui : io moio. Mi conduca lei 

quei passi, 

in chiesa que' passi Dio glieli conterà. > 

€ Verrà una donna a portarvi da mangiare, » disse l'innominato; 

anch' egli come 

« dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un 

come 

tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per rassi- 

(lonnicciuola. 

curare una donnicciola. 

subitamente, rivolto anl- 

« E tu, > riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, » falle co- 
mò a manpltre, riposare 

raggio che mangi; mettila a dormire in questo letto: e seti vuole- 

sul 

in compagnia, bene ; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in 

pavimento. Rincorala, eh' ella 

terra. Falle coraggio, ti dico ; tienla allegra. E che non ab- 

lagnarsi 

\)ia a lamentarsi di te ! » 

la poi ta. si levò 

Cosi detto, si mosse rapidamente verso l'uscio. Lucia s'alzò e 

egli 

corse per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparite 

tosto. udito 

€ Oh povera me! Chiudete, chiudete subito. » E sentito ch'ebbe 

le imposte batter l'una contra l'altra, e il paletto scorrere, ad appiat- 

accostare i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannio- 

tarsi angolo. 

chiarsi nel suo cantuccio. « Oh povera me! » esclamò di nuovo sm- 



ss 1 PROMESSI SPOSI 

ghlozzando: « chi pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per 

quegli mi 

carità, chi è quel signore.... quello che m'ha parlato? » 

Chi dica, io. eh' !o 

€ Chi è, eh? chi è? Volete ch'io ve lo dica. Aspetta che io te lo 

preso 

dica. Perchè vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser 

me (li mezzo. 

soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S'ia 
vi contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buona 

intese vecchia io, 

parole che avete sentite voi. * — Io son vecchia, son vecchia, — 

fra Maladelte 

continuò, mormorando tra i denti. — Maledette le giovani, che 
fanno bel vedere a piangere e a ridere, e hanno sempre ragione. — 

udendo 

Ma sentendo Lucia singhiozzare, e tornandole minaccioso alla mente 
il comando del padrone, si chinò verso la povera rincantucciata, e, 

rimessa ed umana ripigliò: vi 

con voce raddolcita, riprese: « via, non v'ho detto niente di male; 
state allegra. Non mi domandate di quelle cose 'che non vi posso 

Uh sapestel 

dire; e del resto, state di buon animo. Oh se sapeste quanta geute 
sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha parlato a voi! State 

al 

allegra, che or ora verrà da mangiare; e io che capisco.... nella 

modo vi so che del buono. vi 

maniera che v'ha parlato, ci sarà della roba buona. E poi an- 

corcherete, bene cantoncello 

derete a letto, e mi lascerete un cantuccino anche a me» 

un accento di rancore compresso. 

spero, » soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa. 
« Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare ; non 

vi 

v'accostate; non partite di qui! > 

ritraendosi 

« No, no, via, > disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a 

scrannaccia gittava verso la poveretta 

sedere sur una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe oc- 
ai Ietto 
chiate di terrore e d'astio insieme; e poi guardava il suo covo, ro- 

del cruccio di 

dendosi d'esserne forse esclusa per tutta la notte, e brontolando 

contra ricreava la menta colla 

jontro il freddo. Ma si rallegrava col pensiero della cena, e con la 

ve si accorgeva 

speranza che ce ne sarebbe anche per lei. Lucia non s'avvedeva del 

risentiva 

fteddo, non sentiva la fame, e come sbalordita, non aveva de' suol 

ai- 
dolori, de' suoi terrori stessi, che un sentimento confuso, simile al-^ 

le 

l'immagini sognate da un febbricitante. 



CAPITOLO xxr. 87 

udi bussare; levando 

Si riscosse quando sentì picchiare; e, alzando la faccia atterrita, 
gridò: « chi è? chi è? Non venga nessuno! » 

« Nientft, Piente; buona nuova 

« Nulla, nulla; buone nuove, » disse la vecchia: < è Marta che 

reca i 

porta da mangiare. » ^ 

€ Chiudete, chiudete! » gridava Lucia. 

cesta 
<( Ih! subito, subito, » rispondeva la vecchia; e presa una paniera 

conReflò in fretta, 

dalle mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a pò- 

ces'a stanza. Fé' poi replicata- 

sar* la paniera sur una tavola nel mezzo della, camera. Invitò poi 

mente Invito a quelle imbandigioni. Adoperava 

più volte Lucia che venisse a goder* di quella buona roba. Adoprava 

secondo lei piil efficaci far tornare il gusto poveretta. 

le parole più eftìcaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina» 

dei quei 

prorompeva in esclamazioni sulla squisitezza de' cibi: « di que' boc- 

ordinarie se ne ponno ugnerò 

coni che, quando le persone come noi possono arrivare a assag- 

Jl dente, beo 

giarne, se ne ricordan" per un pezzo ! Del vino che beve il padrone 

co' suoi amici quando capita qualcheduno di quelli . . . ! e vogliono 

stare allegri! Ehm! » Ma vedendo che tutti gl'incanti riuscivano 
inutili, « siete voi che non volete, » disse. « Non state poi a dirgli 

• T « ^' animo. 

domani eh io non v'ho fatto coi'aggio. Mangerò io; e ne resterà più 

facciate vogliate 

Che abbastanza per voi, per quando metterete giudizio, e vorrete 

obbedire ^ gittò avidamente sul pasto. 

Ubbidire. « Cosi detto, si mise a mangiare avidamente. Saziata che 

si^levò, I' angolo; 

fu, s'alzò, andò verso il cantuccio, e, chinandosi sopra Lucia, l'invitò 

e a corcarsi. 

ai nuovo a mangiare, per andar poi a letto. 

niente 

< No, no, non voglio nulla, » rispose questa, con voce fiacca e 

serrata 

come soimolenta. Poi, con più risolutezza, riprese: « è serrato 

la porta? ben serrata ? e d'essersi guardata Intorno, 

Inscio? è serrato bene? » e dopo aver guardato in giro per la 

sj levò colle Innanzi 

camera, s'alzò, e, con le mani avanti, con passo sospettoso, an- 

a volta. 

dava verso quella parte. 

^ v' alla serratura, ab- 

La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo 

irancò la maniglia, la dimenò, scosse il paletto, e lo fece stridere contro la stanghetta 

scosse. 

Ohe lo teneva fermo. « sentite? ben serrato ? 

e disse: « sentite? vedete) ò serrato bene? sict» 
contenta ora? » 



Ì3 I rUOMESSI SPOSI 

alIosTaiiiU:»! 

« Oh ''jntenta! contenta io qui ! » disse Lucia, riraeiioiniusi di 

ancolo. ch'io 

nuovo nel suo cantuccio. « Ma il signore lo sa che ci sono! » 

doT'i ire: che accosciata 

« Venite & letto: cosa volete far lì, accucciata come un canol 

ponno t 

%'ò mai visto rifiutare i comodi, quando si possono avere? » ^ 
« No, no; lasciatemi stare. > 

buon InoRo; 

« Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi 

corco qui. su la disaRiata 

metto sulla sponda ; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, 

da v« n'ho 

sapete come avete a fare. Ricordatevi che v'ho pregata più volte. » 

cacciò, vestita com'era, sotto la coltre: 

Così dicendo, si cacciò sotto, vestita; e tutto tacque. 

si immobile, raggnizzata in quell'angolo, col- 

Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con 

le ristrette alla vita, e 

le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e 

il volto veRiiare 

col viso nascosto nelle mani. Non era il suo né sonno né veglia, ma 

seguenza vicenda torbida 

lina rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d'immagi- 

batticuori. consapevole di pii'i distintamente^ 

nazioni, di spaventi. Ora, più presente a sé stessa, e rammentandosi 

ricordevole degli quel giorno si 

più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, sap- 

di quella 

plicava dolorosamente alle circostanze dell' oscura e formidabile 
realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in 

centra 

Tina regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati 

In questa ambascia stette ella un l'ingo tempo, 

dall'incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest'angoscia; 

•che noi qui pure amiamo meglio di trascorrere rapidamente : 

alfine, piw die mal 

affranta, rilassò 

stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o 

per qualche pezza 

cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno staio più somi- 

ad tutto ad tratto, 

gliante a un sonno vero. Ma tutt' a un tratto si risenti, come 

ad . , . , 

a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi intera- 
mente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, 

ad • 

come, perchè. Tese l'orecchio a un suono : era il russare lento, ar- 
rantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco 
apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, 

presso tosto ritraeva 

vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, 

cosi dire, ■ andar In 

per dir così, indietro, come è il venire e l'andare dell onda fta.Ua 



CAPITOLO XXI. Ì3 

riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero 

lei 

da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo 

scompìEliumì. tosto 

Che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti im- 

nella 

pressioni, ricomparendo alla mente, l'aiutarono a distinguere ciò che 
appariva confuso al senso. L'infelice risvegliata riconobbe la sua 

orribile Riorno trascorso 

prigione: tutte le memorie dell'orribil giornata trascorsa, tutti i ter- 
rori dell'avvenire, l'assalirono in una volta: quella nuova quiete 
stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell'abbandono 

apportavano terrore; 

in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un 

punto le sov- 

tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si ram- 

venne ch'ella pur 

mento che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, lo 

una subita speranza di conforto Cavò 

spuntò iiicuore come un'improvvisa speranza. Prese di nuovo 

la ricominciò a dire; a misura 

la sua corona, e ricominciò adire il rosario: e, di mano in mano che 
la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva ere- 

ad 

scere una fiducia indeterminata. Tutt'a un tratto, le passò per la 
mente un altro pensiero: che la sua orazione sarebbe stata più ac- 

ella, 

Getta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, fa- 
pur 
cesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più 

caro, o che di più caro aveva avuto ; giacché, in quel momento, l'a- 
nimo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, nò 
concepire altro desiderio che della liberazione; sene ricordò, e risol- 

tosto sagiincio. Si levò 

vette subito di farne un sacritìzio. S'alzò, e si mise in ginocchio,- 

donde 

e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, 

la faccia 

alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: * o Vergine santissima! 
Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte 

voi 

m'avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora 

pei tribolati; 

tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati, 
aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con. 

vergine, 

mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; 
rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d'altri 
ohe vostra. > 



se I PROMESSI sfObi 

chinò il* 

Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona in- 

consecrazione 

torno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salva- 

ad armadura 

guardia a un tempo, come un'armatura della nuova milizia a cui 

Ripostasi sul pavimento 

«'era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell animo 

alla 

una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente 
quel domattina ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di 

salvamento. 

sentire in quella parola una promessa di salvazione. I sensi affati- 
si quel rabbonac- 

cati da tanta guerra s'assopirono a poco a poco in quell'acquieta- 

ciamento pensieri : presso all'aggiornare 

mento di pensieri; e finalmente, già vicino a giorno, col nome della 

fra si di 

8ua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s'addormentò d'un sonno 
perfetto e continuo. 

v" altri 

Ma c'era qualcbednn altro in quello stesso castello, che 

pur mai non potè. 

avrebbe voluto fare altrettanto, e non potè mai. Partito, o quasi 
scappato da Lucia, dato l'ordine per la cena di lei, fatta una con- 

quella 

sueta visita a certi posti del castello, sempre con quell'immagine 
viva nella mente, e con quelle parole risonanti all'orecchio, il si- 

si 

gnore s'era andato a cacciare in camera, s'era chiuso dentro io 

con 

fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una 

s'era corcato. 

«quadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a l^3tto. 

quella punto 

Ma quell'immagine, piti che mai presente, parve eli» in quel mo- 

fe- 

mento gli dicesse: tu non dormirai, — Che sciocca curiosità da do» 

minetta eglii 

nificiola, — pensava, — m'è venuta di vederla? Ha ragione quel be- 
stione del Nibbio; uno non è pili uomo; è vero, non è pili uomo!.... 

lo ChH cosa e Che 

Io?.... io non son più uomo, io? Cos'è stato? che diavolo m'è ve- 

Che sapeva 

nuto addosso? che c'è di nuovo? Non lo sapevo io prima d'ora, che 

guaiscono ? Guaiscono 

le donne strillano ? Strillano anche gli uomini alle volte, quando 

Non inteso vlaeniicolar 

npn si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito ' ' belar 

fi-mliief 

donne? 

ch'egli si . 

E qui, senza che s'affaticasse molto a rintracciare nella memoria,^ 

per M 

la memoria da sa gli rappresentò più d'un caso in cui né preghi 



CAPITOLO XXI. SI 

compiere 

né lamenti non l'avevano punto smosso dal compire le sue risolu- 

tnemoria desse 

lioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la 

baldanza compier estlngaessa 

fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse 

portava anche 

ociranimo quella molesta pietà; vi destava invece una specie di 

Tanto 

terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli 

parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, cen- 
tra 
tre la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. — È viva 

diceva: 

costei, — pensava, — è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, 

quella faccia mutarsi 

rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: 

Io ad femina? 

perdonatemi.... Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? 

lo.l 

io...! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far 

togliermi da dosso 

bene, levarmi d'addosso un po' di questa diavoleria, la direi; eh! 

sento, 

sento che la direi. A che eosa son ridotto! Non son più uomo, non 

dando una volta arrabbiata 

son più uomo!... Via! — disse poi, rivoltiindosi arrabbiatamente nel 

covacciolo la coltre divenuta greve greve : 

letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: 

le , altre volte pel capo. 

— via ! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. 
Passerà anche questa. — 
E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa im- 

qualcuna cose 

portante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, 

appl'car'o «vUto ad essa; 

onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli ap- 

mutato; 

pariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i 

desideri! 

suoi desideri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, 

ad restio appresa, 

come un cavallo divenuti, lutt'a un tratto restio per un'ombra, non 

innanzi. alle compiute, 

voleva più andare avanti. Pensando all'imprese avviate e non finite, 

mvece al invece ostacoli, 

.n vece d'animarsi al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli 

sembrata egli 

^chè l'ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva unf 

sgomento si 

tristezza, auasi uno spavento dei passi già fatti. Il tempo gli «'af- 

dlnanzi interesse volere azione 

faccio davanti vóto d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, 

le simiglianti 

pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a 

«correva 

quella che gii passava cosi lenta, cosi pesante sul capo. Si schierava 



82 



I PROMESSI SPOSI 



. masnadieri _ una cosa che 

nella fantasia tatti i suoi maliAndnni, e non trovava da coruandare 

gì' importasse da comandare a nessuno di loro; 

a nessuno di loro una cosa ciie gl'iniportasse; anzi l'idea di rive- 
fra essi 
derli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un'idea di schifo e 

impaccio. pur una faccenda pel domani 

d'impiccio. E se volle trovare un'occupazione per l'indomani, un'o- 

dovè il domani 

pera fattibile, dovette pensare che all'indomani poteva lasciare in 

poveretta. 

libertà quella poverina. 

spunti 

— La libererò, si; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le 

dirò: andate, andate. La farò accompagnare E la promessa? e 

E , 

l'impegno? e don Rodrigo? Chi è don Rodrigo? — [ 

A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imba- 

di tosto 

razzante d'un superiore, l'innominato pensò subito a rispondere a 

«sii egli 

questa che s'era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo Zai, ci» 

in 

cresciuto terribilmente a un trailo, sorgeva come a giudicare l'an' 
tico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d'es- 

pigliar 

Ber pregato, s'era potuto risolvere a prender l'impegno di far tanto 

senza una 

patire, senz'odio, senza timore, un' infelice sconosciuta, per servire 

rinveigar 

colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento 

veniva quasi a capo d'intender 

gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a 

bene il vi 

sè stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deli* 

obbediente 

berazione, era stato un movimento istantaneo dell'animo ubbidientti 
a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti ante- 
cedenti ; e il tormentato esaminator di sè stesso, per rendersi ra- 
di 
gione d'un sol fatto, si trovò ingolfato nell'esame di tutta la sua 

vita. Indietro, indietro, d'anno in anno, d' impegno in impegno, di 

scelerapigine sceleraggine ; 

sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompa- 

dai 

riva all'animo consapevole e nuovo, separata da' sentimenti che l'a- 

commettere, 

vevan" fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità 

quei vi avevano allo'-a lasciato scorgere. 

che que' sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa 

Elle eraiiO elle erano ad 

Eran tutte sue, eran lui: l'orrore di questo pensiero, rinascente a 

quelle 

Ognuna d) queir immagini, a.ttaccato a tutte, crebbe fif»o *-Ua dispe- 



Capitolo xxi. 

81 lèVÒ gittò 

razione. S'alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete 

acanto colse l'afferrò, la spiccò, 

accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e.... al momento di 

incomportabile 

Unire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da 

una sollecitudine 

un terrore, da un' inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò 
nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S'im« 
maginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in 

balla il trambusto del 

balia del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel ca- 

al domani: sossopra; egli 

stello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza 

gittato il remore che sarebbe corso, i ra- 

eoce, buttato chi sa dove. Immaginava i di- 

gionamenti quivi, lontano, 

scorsi che se ne sarebber fatti lì^ d'intorno, lontano ; la gioia 

nimici. apprendere 

de'suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli faceyan" veder 

qualche cosa spaurevole 

nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva cho 

si trovasse al giorno chiaro, fuori, 

non avrebbe esitato, se fosse statò di giorno, all'aperto, in faccia 

gittarsi un'acqua 

alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste con- 

alternamente 

templazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, 

con una forza convulsiva del .pollice, il cane della pistola; quando 

cadde 

gli balenò in mente un altro pensiero. — Se quell'altra vita di 

era tuttavia, 

cui m'hanno parlato quand'ero ragazzo, di cui parlano sempre, 

sicura, c'è, una 

come se fosse cosa sicura; se quella vita non c'è; se è un'inven- 

del che ch'io abbia 

zione de'preti; che fo io? perchè morire? cos'importa quello che ho 

che É 

fattoi cos'importa? è una pazzia la mia.... E se c'è quest'altra^ 
vita....! — 

risico 

A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una dispera- 

pesante né pur colla morte si 

zione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur 

poteva fuggire. colle unghie nei 

con la morte. Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne'capelli, 

tremando con tutte le membra. Tutto ad 

battendo i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli 

si levarono nella memoria intese rintese 

tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore 

Iddio 

prima: — Dio perdona tante cose, per un'opera di misericordia! — 

di che 

E non gli tornavan" già con quell'accento d'umile preghiera, con cui 

eran* state proferite; ma con un suono pieno d'autorità, e che insiem© 

8 



S4 I PROMESSI SPOSI 

Induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò 

afflsò 

le mani dalle tempie, e, in un attitudine più composta, fisso gli occhi 

che aveva pronunziate 

della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, 

captlva 

non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in 

grazia consolazione. 

atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente 
il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre 

egli 

parole di refrigerio e di vita; s'immaginava di condurla lui stesso 
alla madre. — E poi? che farò domani, il resto della giornata? che 

che La 

farò doman l'altro? che farò dopo doman l'altro? E la notte? la 

fra 

notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte! — 
E ricaduto nel vóto penoso dell'avvenire, cercava indarno un 

un modo vivere 

piego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si 

di di 

proponeva d'abbandonare il castello, e d'andarsene in paesi lontani, 

non si fosse Inteso parlar di lui; egli, egli 

dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui 
sarebbe sempre con sé: ora gli rinasceva una fosca speranza dì ri- 
pigliar l'animo antico, le antiche voglie ; e che quello fosse come 

passeggiero. Ora paventava mostrarlo 

un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo ve- 

ai 

dere a'suoi cosi miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se 

dovesse portar la luce anche ne'suoi pensieri. Ed ecco, appunto sni- 
da poi 
l'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata, 

«eco, mentre egli stava 

ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio 

rendeva pure 

come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non 

di festoso. Ri pose in ascolto, 

80 che d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa 

più stando, intese pur 

lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte, che 

ad ora ad ora 

Ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con 

ode scampanio pure 

esso. Di li a poco, sente un altro scampanio più vicino, anche quello 

Di che godono 
a festa; poi un altro. — Che allegria c'è? cos'hanno di bello tutti 

Che buon tempo hanno? — Balzò spini 

costoro? — Saltò fuori da quel covile di pruni; e 

in fretta andò ad le imposte d' 

vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. 

mezzo 
Le montagne eran° mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nu- 



CAPITOLO XXr. 8S 

chiarore, 

Toloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che puBi 

dlscerneva via 

andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in 

sollecitamente, delle 

fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle 

parte banda 

case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra 

castello; e si poteva pur distinguere l'abito e 11 contegno festivo del viandanti 

lei castello, tutti col vestito delle feste, 

« con nii^alacrilà straordinaria. 

Che mala» 

— Che diavolo hanno costoro ? che e' è d'allegro in questo male- 
detto Dove questa E, ad 

detto paese? dove va tutta quella canaglia? — E data una voce a 

nella » contigua 

un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò 

Quegli non Io sapeva 

qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva 

pift di tosto {figliarne contezza. 

quanto lui, rispose che andorebbe subito a informarsene. Il signore 
rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. 

altri, rag- 

Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, rag- 

giugnendo andava innanzi, si altri, 

giungendo chi gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, 

si accozzava nella via; 

uscendo di casa, s' univa col primo che rintoppasse; e andavano 

ad 

insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano ma- 
pressa 
nifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non 

squille 

accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali 

e spiegate, comune quel 

meno vicine, pareva, per dir così, la voce di qua* 

supplemento giugner 

gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. 
Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di 

che cosa una letizia, una voglienza somigliantA 

«aper* cosa mai potesse comunicare uà trasporto uguaia 
a tanta gente diversa. 



CAPITOLO XXIL 



stante di antecedente, 

f>oco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il car- 

giunto 

dinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato a***, e 

vi rimarrebbe di che allora iucomiuciava; novella 

ci starebbe tutto quel giorno; e che la nuova sparsa 

questo a un gran rratto i popoli 

la sera di quest'arrivo ne' paesi d'intorno aveva invogliati tutti 
di andare a veder quell'uonao; e si scampanava più per allegria, 

insieme e avviso. 

che per avvertir la gente. Il signore, rimasto solo, continuò a 

pensoso. 

guardar nella valle, ancor più pensieroso. — Per un uomo! Tutti pre- 
murosi, tutti allegri, per vedere un uomo ! E però ognuno di costoro 

ne 

avrà il suo diavolo che lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n'avrà uno 

che 

come il mio; nessuno avrà passata una notte come la mia! Cos'ha 

soldi 

queir uomo, per render tanta gente allegra? Qualche soldo che di- 
stribuirà cosi alla ventura.... Ma costoro non vanno tutti per 

limosina. segni parole.... 

l'elemosina. Ebbene, qualche segno nell'aria, qualche parola Oh se 

le avesse per me le parole che possono consolare ! se .... ! Perchè non 

Andrò : che altro farei ? 

vado anch'io ? Perchè no ? ... . Anderò, Anderò; e gli vo- 

glio parlare : a quattr'occhi gli voglio parlare. Cosa gli dirò ? Ebbene, '' 

che cosa dire egli 

lucilo ohe, quello che.... Sentirò cosa sa dir lui, quest'uomo! 

' presa questa confusa determinazione, 

Fatta vOsì in confuso questa risoluzione, lini in fretta di vestirsi, 

• sopra l'abito indossò 

mettendosi una sua casacca d'un taglio che aveva qualche cosa 



CAPITOLO XXII. 87 

_) raccolse in 

del militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l'attaccò alla 

un lato altro spiccò 

cintura da una parte; dall'altra, un'altra che staccò da un chiodo della', 
parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata pur 

pose 

dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise ad 

si coperse, ^ della stanza 

armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima 

Depose 

di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in 

angolo presso bussò 

un cantuccio vicino all'uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la sua 

precipitò dal letto, si gittò un cencio attorno, 

voce. La vecchia scese il letto in un salto, e corse 

girato stanza 

ad aprire. Il signore entrò, e data un' occhiata per la camera, vide 

ravvolta 

Lucia rannicchiata nel suo cantuccio e quieta. 

chiese colà 

< Dorme ? » domandò sotto voce alla vecchia : « là, dorme ? eran" 
questi i miei ordini, sciagurata? » 

il possibile, questa. 

« Io ho fatto di tutto, » rispose quella: « ma non ha mai voluto 

ha voluto 

mangiare, non è mai voluta venire.... » 

che tu non la disturbi 

« Lasciala dormire in pace ; guarda di non la disturbare ; e quando 

svegli ... la 

si sveglierà.... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai 

che che domandarti. 

a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si 

SVG si ì . . ■ 

svegliérà... dille che io.... che il padrone è partito per poco 

ch'ella 

tempo, che tornerà, e che farà tutto quello che lei vorrà. » 

La vecchia rimase tutta stupefatta pensando tra sé: — c^'* "^a 

qualche principessa costei ? — 
Il signore uscì, riprese la sua carabina, mandò Marta a fare an- 

scontrò 

ticamera, mandò il primo bravo che incontrò a far la guardia, per* 

nessun' altri il stanza; 

che nessuno altro che quella donna mettesse piede nella camera, e 

a passo veloce pigliò la discesa. 

poi USCÌ dal castello, e prese la scesa, di corsa. 

nota la distanza villaggio 

Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese 

dove « . 

dov'era il cardinale ; ma «lai fatti cbe siano per racocntare, 

ella però buona 

risulta cbe non doveva esser più che una lunga passeggiata. 

Onesta prossimità non la argomentiamo ^ 

Dal solo accorrere de' valligiani, e anche di g;eiite più lontana, 

soltanto dall'accorrere dei valligiani a quella terra; 

a quel paese, questo non si potrebbe argomentare; giacché 



88 I PROMESSI SPOSI 

del tempi la gente traera 

morie di quel tempo troviamo che da venti e più miglia veniva gent» 

vedere una volta 11 cardinale Federigo : ma da tutte le cose che 

in folla, per veder Federigo. 

slam per narrare, avvenute la ^ael giorno, ci è forza dedurre che quel tragitto non do- 
vease esser lungo 

il bravi che s'abbattevano sulla salita, si fermavano rispettosa- 

/ egli 

mente al passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da 

dare, rima- 

dar loro, o se volesse prenderli seco, per qualche spedizione ; e no» 

nevano attoniti di quella sua cera delle 

sapevan che si pensare della sua aria, e deirocchiate che dava in 

al 

risposta a' loro inchini. 

Quando poi egli si trovò al basso, fu ben un'altra faccenda 

Quando fu nella strada pubblica, 

quello cbe faceva maravigliare i passeggieri, era di 

Tra i primi passeggieri che lo vi